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mercoledì 18 novembre 2015

Gli ultimi saranno ultimi: tranne qualcuno


Impegnativo fin dal titolo dissacrante, "Gli ultimi saranno ultimi", il film di Massimiliano Bruno. Il più riuscito fra quelli che ho visto di lui, con anche con la migliore interpretazione di Paola Cortellesi che sapevo brava, ma non così. Con i toni della commedia drammatica, Bruno denuncia l'orrore della precarietà. Valeria conduce una vita a suo modo serena, pur con un marito inaffidabile, Stefano (Alessandro Gassman), perché si sente garantita almeno in questo, nel proprio lavoro. Il contratto a tempo determinato sarà sempre rinnovato perché l'azienda che produce parrucche certamente non farà a meno della lavoratrice più competente. E poi Valeria è benvoluta da tutti in azienda, capi compresi. Solo che Valeria resta incinta. Finalmente il bambino atteso. Pensa che, con normale prudenza, aspetterà poco tempo per dirlo, il tempo per rinnovare il contratto. Intanto Valeria ci rivela il suo carattere aperto, con prove di socialità. Ad esempio, riesce a far assumere nella sua azienda una ragazza che le chiede aiuto per un lavoro. Nella giungla della competizione fra affamati di lavoro e sicurezza, però non può esistere riconoscenza. C'è solo l'atroce “mors tua vita mea”. Infatti la ragazza raccomandata svela la gravidanza della “benefattrice” semplicemente perché un posto si liberi. Non si legge neanche condanna per il tradimento in Valeria e nell'autore. In Valeria c'è solo straziato stupore. Non c'è condanna quando si impara che siamo tutti miserabili attori in competizione. Per colpa di tutti e di nessuno. L'azienda non ha convenienza a conservare il posto della brava operaia. Perché compete con aziende che non lo conserverebbero, in Italia o nella minacciosa Cina. L'azienda deve essere impietosa per responsabilità verso i propri dipendenti, si dice, ed è un po' vero. Mi pare che gli autori vogliano dire che lo spazio riformista e garantista è illusorio. Nella mitica flexsecurity l'accento batte su “flex”. Security solo se avanzeranno risorse. Cioè mai. Se avanzano andranno in bonus o si cancellerà la tassa sulla prima casa. Si può solo saltare la staccionata quindi, non scalarla. Se questo non è quello che vogliono dire gli autori, è quello che voglio dire io. La voglia di lottare viene meno poi quando l'unica certezza si perde, quella dell'amore del marito cialtrone che si scopre anche fedifrago. Qui Valeria si riappropria anche della infelicità silente della madre. Il mito di Valeria è sempre stato il padre, sindacalista combattivo e integerrimo. Solo ora Valeria capisce il dolore di quella madre, ignorata e tradita mentre il suo uomo, come gli uomini in genere, riempie la vita di gesta da raccontare, gesta politiche ed erotiche che siano. “Così da sempre”, mi veniva da pensare al cinema. Fin dai primi uomini cacciatori che forse – raccontano alcuni antropologi - tornavano quasi sempre a mani vuote, come il marito di Valeria, trovando la caverna riscaldata dalla compagna che aveva provveduto anche a raccogliere bacche per sopravvivere. La storia di Valeria si incontra alla fine con la storia del poliziotto Antonio (Fabrizio Bentivoglio), della sua viltà o della sua umanità. Il poliziotto è stato trasferito dal nord nella cittadina laziale, Anguillara, dove si sviluppa la storia. Colpevole di non avere protetto il collega, ferito a morte dallo sparo di un quindicenne. Ha indugiato troppo di fronte alla necessità di troncare una giovane vita. Nel finale trova l'occasione di “redimersi”. Valeria irrompe nella sua ex azienda e, con una pistola strappata all'amico vigilante, minaccia il capo. Vuole il suo lavoro, per quanto stupido e mal retribuito. Lo pretende. Suspense con il poliziotto accorso, con la pistola puntata. Lunghi attimi pistola contro pistola, mentre a Valeria si rompono le acque. Uno sparo. Valeria ferita (e pare morente) che partorisce in ambulanza. E -peccato! - un finale consolatorio. Valeria non muore. Vediamo quindi, anni dopo, il marito redento al lavoro finalmente, in officina, che prepara il figlioletto all'incerto futuro. P.S. “Gli ultimi saranno i primi ma non si dice quando” è la chiosa finale del film. Direi così invece: “Alcuni (pochissimi) ultimi saranno i primi. Serve che succeda per credere nella democrazia, nell'eguaglianza, nelle pari opportunità, e cose così….Nella cosiddetta “Costituzione più bella del mondo”, la nostra, l'inganno fa capolino. Penso all'art. 34, in particolare, col secondo comma che promette: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Sì. Quanto capaci, quanto meritevoli per raggiungere i gradi più alti? “Uno su mille ce la fa” canta Morandi. Gli altri 999 sperano e talvolta si stancano di aspettare. Quel che conta è che non si stanchino insieme di aspettare. Se no, salta tutto.

venerdì 17 gennaio 2014

Il capitale umano: quelli che valgono poco


Il capitale umano che dà il titolo all'inquietante film di Virzì è il nome che le assicurazioni danno alla formula che stabilisce il prezzo di un incidente in funzione della persona coinvolta, la sua età, la sua capacità di reddito, etc. E' facile scandalizzarsi di questo. I moralisti in cattiva fede si scandalizzano ogniqualvolta il mercato esibisce spavaldamente i suoi algoritmi. Un'operazione di verità quella del mercato; un'operazione futile il moralismo di chi accetta tutto dal mercato tranne la verità. Ci sarebbe caso mai da verificare la razionalità del mercato che stima il valore della ricerca che ci salva la vita assai meno del lavoro di chi ce la complica e imbruttisce: i gestori di slot machine, i cementificatori, gli inquinatori. Fortunatamente però il film di Virzì non indulge in moralismi. Non vedo cattivi nel film. Vedo stupidi e inconsapevoli. Virzì ha ambientato in Brianza la sua trasposizione del romanzo di Stephen Amidon che aveva come riferimento il Connecticut. Una Brianza livida e sconnessa quella “selezionata” da Virzì, con le ville inutilmente sovradimensionate disseminate nel territorio. Una Brianza da “usare” più che da vivere. Da usare per fare soldi. Cos'altro? Non è l'unica Brianza, come hanno osservato irritati alcuni brianzoli, ma è Brianza ed è metafora dei nostri tempi. Il film connette storie individuali coinvolte nel “casuale” omicidio ad opera di un conducente di Suv di un povero diavolo in bicicletta, dallo scarso valore ipotizzabile in termini di “capitale umano”. Fabrizio Bentivoglio è esemplare nella rappresentazione di un campione dei nostri tempi e dei nostri valori. Agente immobiliare, ritiene di aver capito tutto quello che merita di essere capito. Per fare il salto da una vita normale verso le gratificazioni del lusso serve il miracolo di un investimento riservato a pochi eletti. E gli eletti sono quelli che sanno acquisire la rete giusta di relazioni. Abbastanza giusto, no? E' ragionevole studiare, faticare, lavorare, se in un colpo solo, grazie all'amicizia giusta, si può partecipare alla moltiplicazione magica del pane e dei pesci? Allora meglio inserirsi per vie traverse nella vita del ricco finanziere, vuoi con la socializzazione del tennis, vuoi valorizzando il flirt nato fra la figlia e il figlio del drago. Fabrizio Gifuni è il drago della finanza. Elegante, sobrio come invece non sanno essere i neo- ricchi, investe sulla rovina dell'Italia. Perché non dovrebbe? Una scommessa come altre e che gli andrà bene. Anche se non riusciamo a capire quale uso farà della ricchezza. Comprendiamo meglio chi pagherà il disastro: i piccoli uomini che vanno in bici nella Brianza affollata di inutili Suv. La ricchezza del drago non dà felicità evidentemente al figlio che – orrore! - sarà sconfitto nel concorso da una nuova italiana rigorosamente nera. No, il sobrio Gifuni non farà polemiche, si limiterà a trasalire. La battaglia contro i neri che tolgono case, sussidi e successi ai purosangue italiani sarà condotta dal proletariato padano. Sapete, i finanzieri sono politicamente corretti – finché possono - e magari votano a sinistra. La Lega e la plebe vigilano per loro. Il figlio infelice e alcolista, coinvolto innocente nell'omicidio da Suv, è iperprotetto dalla madre. Una dolente Valeria Bruni Tedeschi (qui ben più che sorella di Carla) che è il peggio femminile: quello dell'impotenza e dell'indulgenza colpevole. L'indulgenza delle madri rassegnate a ricevere vaffa continui dai figli ben nutriti che nulla hanno fatto per meritare la ricchezza. Ma alla fine tutto si risolve. L'immobiliarista nel momento in cui l'investimento nella rovina dell'Italia sembra andare malissimo riavrà i suoi soldi grazie al ricatto: il capitale investito (con profitti promessi) in cambio della salvezza del figlio alcolista del finanziere. Peraltro il colpevole è un distratto giovane proletario, rivale in amore del giovane privilegiato. Come dire: lasciamo che siano i proletari a sporcarsi di sangue e a meritare la galera. La élite ha le mani pulite e la legge è indulgente con chi uccide senza usare le mani. Valeria Bruni non potrà realizzare il sogno della giovinezza, il teatro, ma pazienza. Vivrà solo un attimo di Eros devastante con l'attore “impegnato”, come un ritorno alla giovinezza e alla vita “normale” perduta, quella nella quale a momenti si sa perché si vive. Tutto bene quindi, tranne che per l'Italia e chi per caso andava in bici nella notte oscura della Brianza, uno che comunque valeva poco.