venerdì 27 novembre 2020

Napoli, Maradona e la mia ignoranza


Non so se siete d’accordo. Quello che ognuno di noi sa del mondo è poca cosa, irrisoria, rispetto a quello che si potrebbe sapere. Qualcuno sa di più, qualcuno meno. Ma la distanza fra chi sa più e chi sa meno è insignificante rispetto a quello che non sappiamo. Saperlo dovrebbe farci meno saccenti e meno aggressivi verso chi riteniamo che non sappia. Invece…
Questi pensieri sono sia autonomi, sia premessa ad uno specifico discorso. Ho scoperto che fra le cose che non so affatto c’è Napoli, la sua identità. So qualcosa della mia Sicilia e qualcosina del mondo. Di Napoli praticamente non so nulla perché non so l’essenziale. Ieri, in occasione dell’evento rappresentato dalla morte di Maradona che ha riempito media tradizionali e social, mi è successo di imbattermi, come già prima e più di prima, nella “napoletanità” . Mi era già successo in altre occasioni. Avevo fatto mio tempo fa un giudizio severo di Saviano opposto al “comprensivo” sindaco De Magistris. Subii la durissima reazione di un amico facebook. Non fu difficile indovinare che era napoletano. Non lo sapevo. Lo indovinai. Già allora mi dissi che se avessi affermato qualcosa di critico sulla mia Sicilia non mi sarebbe capitato nulla di simile. Ancora oggi non immagino indignazione alcuna dei palermitani se per avventura dicessi che i palermitani hanno assassinato i loro uomini migliori. Qualcuno preciserebbe: “i peggiori palermitani”. Ed io risponderei “ovviamente”. Tutto finirebbe lì. Egualmente io non mi arrabbierei affatto se qualcuno dicesse: “La Sicilia è mafiosa”. Al più preciserei l’ovvio: “E’ mafiosa e anche coraggiosamente antimafiosa”. “Mi arrabbierei solo se qualcuno dicesse: “Tu, Salvatore, sei mafioso”. Aggiungo che non immagino che i siciliani si sentirebbero compensati o redenti da una storia pesante e difficile grazie ad un supercampione del calcio o magari del ciclismo.
Con Napoli e con Maradona è tutt’altra storia. Anche stavolta, di fronte a mie misurate polemiche verso la deificazione del campione (con annessi evasione fiscale, doping, manina di Dio, frequentazioni camorristiche, etc.) mi sono imbattuto in aspre reprimende di napoletani. Come se li avessi feriti personalmente in qualcosa di intimo e sacro. Credo che non lo farò più. Perché dovrei farlo? Mi resta lo stupore e la curiosità. Ecco, fra le infinite cose che non so e che talvolta non mi interessa neanche sapere, c’è questa che oggi mi preme sapere: a cosa si deve questo straordinario patriottismo municipale, questa straordinario “identitarismo”napoletano? Questo essere napoletani al di là di classi sociali, appartenenze culturali e politiche? Chi può aiutarmi a capire?
P.S. Non ho citato i nomi dei suscettibili, aggressivi amici napoletani. Mi dispiacerebbe un po’ essere cancellato dalle loro amicizie. Egualmente non faccio il nome dell’amico napoletano che, controcorrente, ha messo “like” a qualche mio post “antimaradoniano”. Osservo solo con sollievo che nessuno di noi è costretto a pensare come la Storia della sua città gli suggerisce di pensare. Capita anche con le appartenenze familiari e sociali delle quali talvolta ci emancipiamo, no?
Sandra Del Fabro, Emanuela Di Mauro e altri 5
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giovedì 26 novembre 2020

Nome di donna", metafora della violenza di classe con complici annessi

 

Ho visto in Tv ieri "Nome di donna" di Marco Tullio Giordana (2018). Mi è piaciuto molto e l'ho trovato esemplare nel descrivere i meccanismi della violenza di genere. La protagonista trova un lavoro da inserviente in una dimora per anziani e subito deve difendersi dai tentativi di stupro del direttore. Lei non solo resiste all'assalto, ma chiede giustizia. Si trova a combattere la sua battaglia circondata dall'ostilità delle compagne di lavoro, un po' perché chi ha subito non ama chi dimostra che si può resistere, un po' perché le vittime temono per il posto. Nel film la protagonista vincerà infine la sua battaglia giudiziaria. Però Giordana anche nello splendido finale allude che la guerra di genere non è vinta. Ho trovato la storia - non so se nelle intenzioni dell'autore - una splendida metafora del Sistema economico sociale, del Capitale cioè che può reggersi certamente non sulla forza dei capitalisti, ma solo sulla divisione delle sue vittime. Per sopravvivere si deve essere complici perché nessuna delle vittime può essere certa che gli altri si ribelleranno. Conviene convincersi che subire è giusto. E conviene scegliere il conflitto-concorrenza con gli altri sfruttati piuttosto che lo scontro col potente: chiara genesi della cultura delle contraddizioni in seno al popolo fino ai sovranismi e ad altri inganni.

mercoledì 25 novembre 2020

Donne per convincere e vincere a sinistra

 

Ieri, alla viglia della Giornata dedicata alla violenza sulle donne, ho sentito da Floris una splendida Fiorella Mannoia: appassionata e lucida come e più di sempre. La mia mente ha divagato. Non da oggi mi sono arreso all'evidenza che non è tempo di partiti. E' un guaio perché la visione comune, l'intelligenza collettiva, l'organizzazione, la strategia e la tattica sarebbero un bene. Riavere il vecchio Pci di Berlinguer sarebbe il meglio. Ma non è tempo. E non c'è tempo. E' tempo di influencer. Magari calarsi nel presente allora in attesa di un nuovo ciclo partitico tutto da preparare. Allora ho pensato: perché non partire da lì? Ho pensato ad un terzetto tutto femminile: Chiara Ferragni, la più popolare, centravanti che mette la faccia (l'immagine), Fiorella Mannoia che racconta, Elly Schlein, che sa e dirige. Dietro possono starci uomini, se si trovano. Ma ora non mi vengono in mente nomi di uomini.

lunedì 16 novembre 2020

Il dopo pandemia marziana secondo lo storico venusiano

 

Nell’anno 0 dall’avvento della Ragione (epoca marziana) cioè 2030 anni dall’unificazione politica del pianeta, i marziani ebbero una rivoluzione che fu conseguenza di una pandemia importata dai disordinati traffici con un pianeta vicino e allora ricchissimo, chiamato Terra. La popolazione fu decimata. Anche politici e capitalisti morirono. Non era mai successo prima che i capitalisti morissero come i loro dipendenti. Non c’erano cure esclusive e non c’erano posti in cui fuggire o ripararsi. La pandemia rovesciò ogni scala di valori e di prezzi. Persero ogni valore le auto di lusso, i vestiti firmati, le case inutilmente grandi. E pensare –incredibile! –che prima un abito firmato che vestiva una sola persona valeva quanto 1000 chili di pasta o 500 di frutta con cui si nutrivano in migliaia. D’improvviso nessuno ebbe voglia di abiti firmati o di ubriacarsi o giocare a dadi. Conservarono ed acquistarono valore i prodotti della terra, i farmaci, le cure, i medici, gli insegnanti (solo quelli veri, non quelli che per caso avevano vinto un concorso), chi si prendeva cura degli altri, dei loro corpi e delle loro menti.
C’erano prima su Marte persone chiamate mendicanti che si nutrivano con elemosine. Perché non avevano lavoro. Non lo avevano perché per meccanismi chiamati della “domanda e dell’offerta” nessuno li assumeva. Sulla Terra avevano imparato a sopprimere i disoccupati, oltre che gli anziani. Era una pratica feroce e stupida, ma certo più intelligente di quella praticata su Marte dove i disoccupati restavano inutilizzati e però erano mantenuti. Per dire cosa cambiò con la rivoluzione, d’improvviso su Marte apparve crudele, stupido e ridicolo sia il mantenere i disoccupati che l’ucciderli. Poiché di colpo non ci fu più proprietà privata semplicemente i mendicanti smisero di essere tali e furono inseriti in attività utili secondo le loro capacità. Si stava scoprendo che tutto era più semplice di come sembrasse prima. Apparvero contemporaneamente insopportabili e ridicoli favori, clientele e raccomandazioni. Ci furono rettori universitari donne come uomini. Non fu più un vantaggio essere bianco o maschio o figlio di x o di y. Oggi Marte è prospero e socialista come Venere e nessuno può guardare più con invidia la Terra ormai spopolata, divisa in nazioni tutte chiuse in se stesse che, benché prossime all’estinzione demografica, follemente respingono i migranti e li fanno annegare. Idiozia e follia prosperano ancora in angoli dell’universo.
Emanuela Di Mauro, Gianni Grillo e altri 3
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martedì 10 novembre 2020

La strage visibile degli innocenti e gli asintomatici

 


 

Inaccettabile che il copione si ripeta troppo eguale a se stesso e nulla si faccia. Maschio sofferente perché minacciato di abbandono, uccide compagna e figli (e talvolta anche il cane) e poi si uccide. Davvero non si può fare nulla contro la strage? E' uno di quei casi  in cui alzare l'asticella della pena appare ridicolo anche agli sfegatati forcaioli.  Quale punizione per gli assassini/suicidi?  Di più si può fare prevenendo e informando le vittime potenziali sui centri di aiuto. Lo si fa poco.  Qualcuno ha mai fatto un sondaggio per accertare quante donne sanno?  Perché non sostituire i cartelloni che pubblicizzano calze e giubbotto con altri che segnalino i servizi disponibili?  Conchita De Gregorio oggi su Repubblica dice che l'unico rimedio è l'educazione. Ovvio, troppo ovvio. Ma educazione a cosa? Al mitico “rispetto”? Non credo.

Non saprei davvero come insegnare il rispetto. Invece insegnerei più facilmente ad aver cura di sé – donne e uomini- e a non investire tutto in una sola persona ovvero nella coppia. Insegnare piuttosto ad investire in plurime relazioni, di amicizia, di lavoro, di politica,  di cultura ed anche erotiche. Anche con città, condomini e cortili diversamente disegnati. E senza possesso alcuno, senza rischi fallimentari di abbandono. Un grande programma certamente: non si esaurisce in una legislatura. E c’è da vincere quell’Italia familista e spesso complice degli assassini, quella che si scandalizza, magari con buone ragioni,  per Bibbiano, ma mai si scandalizza per la famiglia criminogena. Lì, nella sacra famiglia, si consumano crimini ignoti contro i più deboli, le  donne e i bambini. Sapremo solo dei morti. Nulla sappiamo dei tanto più numerosi asintomatici. Degli sterminati serbatoi di dolori che non si raccontano.   

 

lunedì 9 novembre 2020

C ome ho letto "Le isole di Norman"



Il romanzo di Veronica – premio Campiello, Opera Prima - si muove in Ortigia, l’isola di Siracusa, quando ancora non era meta delle grandi firme della moda e anche del turismo di massa. Si muove fra Elena adulta ai primi passi universitari, Elena adolescente ed Elena bambina. Le isole di Norman sono il nome delle sue cicatrici vere, risultato di un drammatico incidente nella sua infanzia. La protagonista vive in Ortigia, immersa nel silenzio di una casa con genitori diversamente muti. Muti con la figlia e fra loro. Michele, professore, ha in mente solo il partito e la sua involuzione. Clara, la madre, è reclusa nella sua stanza fra libri ordinati in pile misteriose con criteri imperscrutabili. Nulla succede fino alla scomparsa improvvisa di quella madre, scomparsa non annunciata, senza parole di addio. Elena allora la cercherà giocando con mappe e seminando i libri della madre fra le pietre di Ortigia.
Avendo finalmente letto il libro, dico che ognuno leggendo un romanzo legge un romanzo diverso. La lettura è sempre una relazione fra due mondi. Nel caso delle Isole di Norman debbo dire che per la prima volta ho letto un romanzo di cui potevo credere di conoscere la storia prima di leggerlo. “Conosco” l’autrice, Veronica Galletta, “conosco” i suoi genitori, “conosco” la sua storia. So delle Isole di Norman. Sono vissuto nella sua città – Siracusa – e la sua famiglia e la mia erano e sono amiche. Il padre di Veronica era segretario della mia sezione nella mia militanza Pci. Sua madre e mia moglie discutevano di patchwork. Sono stato nella casa descritta dal romanzo. Ricordo quella cucina stretta e le tazzine in cui bevevo il caffè. Quindi inevitabilmente ho letto il romanzo di Veronica dividendolo come in tre nuclei: quello che so, quello che non so, quello che non so se sia vero o inventato. Ma forse -quel che più conta- so di aver visto le cose che Veronica descrive pur sapendo di non averle viste come lei. Parlo di Ortigia, l’isola di Siracusa, in cui ho vissuto i miei anni liceali, dopo aver vissuto in borgata e prima di trasferirmi con i miei nella città nuova. Sono passato per tutti i luoghi che Veronica descrive: il tempio di Apollo, il Duomo, il mercato del pesce, la Giudecca, Mastrarua, il carcere, ma attraverso Veronica scopro di non averli vissuti. Lei descrive ogni pietra, ogni pianta, ogni odore, ogni sapore. Ho avuto conferma che “conoscere” è parola vuota. Come il “conoscere” del turista di oggi. Quindi Veronica mi ha confermato che ero turista a Siracusa, come poi a Roma, come in Italia, nel mondo. Lei no. Ma forse perché Veronica è una scrittrice e “vede” davvero. Mentre io mi limito sostanzialmente a guardare me stesso, sempre straniero, ovunque mi capiti di vivere. P.S. Suggerisco la lettura del romanzo a chiunque ami la buona scrittura, ai siracusani, ai siciliani e a chi voglia conoscere la Sicilia non da cartolina.

lunedì 2 novembre 2020

Gli inutili vecchi, felici di essere inutili

 

Difficile esprimermi, soprattutto su facebook, riguardo il "valore" dei vecchi, tema innescato dal disinvolto Tweet di Toti. Difficile perché sono preda di idee e sentimenti complessi e poco riconducibili alle fazioni in conflitto. Che gli ultrasettantenni non partecipino sostanzialmente allo sforzo produttivo del Paese è un fatto. Non tutti: Proietti era più produttivo di un giovane frequentatore di discoteche e movide. Però, certamente, se scopo del mondo è la creazione di Pil, non solo si potrebbe dire che la clausura dei vecchi sarebbe cosa buona, si dovrebbe dire più coraggiosamente che lo sterminio dei vecchi sarebbe cosa migliore ancora ed estremamente razionale. Mi candiderei all'ora all'eutanasia come il vecchio E.G. Robinson del vecchio film di fantascienza in cui la materia organica degli anziani sacrificati diventava proteine per i giovani. Davvero capisco Toti quindi. C'è qualcosa però che non capisce Toti. La prima - che temo non capisce neanche il più dei miei amici e coetanei è che la ricchezza del Paese non è misurabile dal Pil e dallo sforzo produttivo in sé che produce non solo pane, bistecche, trattori, medicine, etc. ma anche cavolate (evito parolacce) come superalcolici, armi, partite di calcio, sale giochi ed altre futili componenti del Pil (sottointendo il famoso giudizio severo di R .Kennedy). La seconda è che - come direbbe Francesco - la produzione (quella di vera ricchezza) è per l'uomo e non viceversa. Ergo, d'accordo sacrificarmi a casa, se proprio indispensabile, ma non per consentire la produzione di birrette o di mine antiuomo. E soprattutto non perché non produttivo, ma perché comunque con bar, cinema, teatri chiusi, non saprei dove andare. P.S. Attendo intelligenti, illuminate risoluzioni frutto di vera filosofia (ovvero pensiero).
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