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lunedì 20 settembre 2021

Invecchiare per piangere

Celebrandosi la riapertura della Scuola, L'Istituto comprensivo Archimede di Siracusa presenta al Presidente della Repubblica e a tutti noi una martirologia delle eroiche vittime di mafia. Ed io mi commuovo. Per quello che rappresentano, perché sono ancora siracusano dopo 13 anni a Roma, perché invecchio e divento fragile?

lunedì 9 novembre 2020

C ome ho letto "Le isole di Norman"



Il romanzo di Veronica – premio Campiello, Opera Prima - si muove in Ortigia, l’isola di Siracusa, quando ancora non era meta delle grandi firme della moda e anche del turismo di massa. Si muove fra Elena adulta ai primi passi universitari, Elena adolescente ed Elena bambina. Le isole di Norman sono il nome delle sue cicatrici vere, risultato di un drammatico incidente nella sua infanzia. La protagonista vive in Ortigia, immersa nel silenzio di una casa con genitori diversamente muti. Muti con la figlia e fra loro. Michele, professore, ha in mente solo il partito e la sua involuzione. Clara, la madre, è reclusa nella sua stanza fra libri ordinati in pile misteriose con criteri imperscrutabili. Nulla succede fino alla scomparsa improvvisa di quella madre, scomparsa non annunciata, senza parole di addio. Elena allora la cercherà giocando con mappe e seminando i libri della madre fra le pietre di Ortigia.
Avendo finalmente letto il libro, dico che ognuno leggendo un romanzo legge un romanzo diverso. La lettura è sempre una relazione fra due mondi. Nel caso delle Isole di Norman debbo dire che per la prima volta ho letto un romanzo di cui potevo credere di conoscere la storia prima di leggerlo. “Conosco” l’autrice, Veronica Galletta, “conosco” i suoi genitori, “conosco” la sua storia. So delle Isole di Norman. Sono vissuto nella sua città – Siracusa – e la sua famiglia e la mia erano e sono amiche. Il padre di Veronica era segretario della mia sezione nella mia militanza Pci. Sua madre e mia moglie discutevano di patchwork. Sono stato nella casa descritta dal romanzo. Ricordo quella cucina stretta e le tazzine in cui bevevo il caffè. Quindi inevitabilmente ho letto il romanzo di Veronica dividendolo come in tre nuclei: quello che so, quello che non so, quello che non so se sia vero o inventato. Ma forse -quel che più conta- so di aver visto le cose che Veronica descrive pur sapendo di non averle viste come lei. Parlo di Ortigia, l’isola di Siracusa, in cui ho vissuto i miei anni liceali, dopo aver vissuto in borgata e prima di trasferirmi con i miei nella città nuova. Sono passato per tutti i luoghi che Veronica descrive: il tempio di Apollo, il Duomo, il mercato del pesce, la Giudecca, Mastrarua, il carcere, ma attraverso Veronica scopro di non averli vissuti. Lei descrive ogni pietra, ogni pianta, ogni odore, ogni sapore. Ho avuto conferma che “conoscere” è parola vuota. Come il “conoscere” del turista di oggi. Quindi Veronica mi ha confermato che ero turista a Siracusa, come poi a Roma, come in Italia, nel mondo. Lei no. Ma forse perché Veronica è una scrittrice e “vede” davvero. Mentre io mi limito sostanzialmente a guardare me stesso, sempre straniero, ovunque mi capiti di vivere. P.S. Suggerisco la lettura del romanzo a chiunque ami la buona scrittura, ai siracusani, ai siciliani e a chi voglia conoscere la Sicilia non da cartolina.

lunedì 24 giugno 2019

Qual è la mia casa?


Torno a casa (Ostia) dopo un breve ritorno a casa (Siracusa). Non ho partecipato ad eventi culturali. Neanche le rappresentazioni classiche al Teatro Greco, come invece pensavo avrei fatto. Non ho neanche rivisitato il Caravaggio del seppellimento di Santa Lucia. Ho mangiato granite di mandorla, cassatine siciliane e peperoni alla brace: sapori irraggiungibili, specialmente i peperoni. Ha prevalso la voglia di rivisitare i miei luoghi, le case abitate ad Ortigia e in borgata e i luoghi dove giocavo bambino. E poiché appartengo a quest'epoca malgrado io faccia lo schizzinoso, ho fotografato quei luoghi. Malamente perché sono un pessimo fotografo né ho voglia di imparare. Per la verità non ho tempo e voglia di imparare niente. Ho fotografato, irriconoscibile per la vegetazione spontanea che lo cela, l'antico arsenale greco, a pochi metri da casa, dove giocavo da ragazzino. I giochi crudeli dei ragazzini, dando fuoco a colonie di formiche e tagliando la coda alla lucertole. Lì una volta ragazzi più grandi presero una biscia e mi inseguirono per la borgata per tirarmela addosso. Mi tuffai in una casa a pianterreno, con la porta spalancata, e quelli lanciarono la biscia là dentro. Due signore si presero cura di me e mi sedarono con vino cotto. Le mie prime esperienze del prendersi cura. Come, poco dopo, il custode del circolo nautico che mi raggiunse a nuoto: appena in tempo. Non sapevo nuotare ed ero caduto mentre praticavo una pesca facile con la canna ed un amo -arpione in un mare affollato di cefali perché lì sboccava una fogna, paradiso per quei pesci. Il custode mi portò a casa sua e mi fece fare una doccia. Sua sorella lavò i miei panni e li stirò. I miei non hanno saputo niente della mia avventura. Mentre ancora mi chiedo se io mangiassi i cefali che più volte avevo pescato lì. Non lo ricordo o non voglio ricordarlo. Mia moglie invece ricorda bene che buttai fra i rifiuti i cefali che anni dopo, ignara dei miei traumi, aveva comprato al mercato del pesce. Ho rivisto i superstiti compagni di lavoro nella solita pizzeria presso l'inespugnabile Castello Eurialo (poi espugnato dai romani). Ho incontrato Natale e Peppe, vecchi compagni della mia militanza nel Pci, ora dispersi a sinistra. Mi sono unito al pranzo squisito organizzato dai compagni di scuola di mia moglie: i superstiti. Poi una preziosa conoscenza del tempo in cui lavoravo e che ora mi appare felice: la professoressa Maria Giovanna, adesso acquisita amica fb. Con lei e con MariaGrazia, esempio della gioventù italiana impegnatissima nella cura ai migranti, fra i non pochi conosciuti in rete e diventati amici veri, ho consumato – ad Augusta - la granita più buona.
Per il resto ho visitato Siracusa anche da turista. Perplesso. Una città divisa fra l'isola di Ortigia ripulita, elegante ed affollata di ritrovi per i turisti, e la vecchia borgata ed anche la Siracusa nuova dove – ancora in costruzione – trovavo monete greche, romane e bizantine. Marinavamo la scuola noi improvvisati archeologi quando una pioggia leggera rendeva visibili le antiche monete sul terriccio. Borgata degradata e Siracusa nuova, decadente e spopolata. In borgata ho fatto fatica a ritrovare la vecchia casa sul vecchio negozio di famiglia. Ho chiesto ad un vecchietto dove fosse il caffè Bottaro che stava proprio di fronte casa e negozio e dove imparai a bere caffè a ripetizione. Quello mi ha dato il numero della strada, aggiungendo "unni uora ci stanno i niuri". Era irriconoscibile, tranne che per il vecchio nome quasi illeggibile. E frequentato da neri in effetti.
Per il resto i luoghi del turismo sembrano tutti assomigliarsi, come tutti sembriamo assomigliarci, seduti in bar che si assomigliano e con eguali smartphone. Si assomigliano anche le ragazze che servono ai tavoli: a Roma, Berlino, New York e Toronto. Adoro quelle ragazze che non hanno tempo per smartphone e si prendono cura di me e di noi. La ragazza siracusana che mi serviva la granita davanti alla antica Chiesa di San Giovanni dove recitai ragazzo, già ateo, nella parte di un fervido credente,quando la Chiesa (con latomie) era governata dal mitico frate, Padre Pacifico (tale e quale il suo nome) che ci dirigeva, quella ragazza – dicevo – era tale e quale – bella e gentile - a quella che ci serviva la cena a Toronto un mese fa circa. Che accompagnava ogni servizio – portare acqua, vino, sparecchiare, etc. - con un aperto sorriso accompagnato da un "Are you enjoy"? Avrà chiesto dieci volte se eravamo contenti. Ma lo diceva con tale grazia che avrei gradito un undicesimo "are you enjoy?". Con la stessa grazia Alessandra, del bar vicino casa ad Ostia, domani mi saluterà con il suo "Ciao, Salvatore". Non vedo l'ora.

giovedì 23 agosto 2018

Facce della Sicilia


Da dieci anni lontano dalla terra in cui ho vissuto il più della mia vita, guardo spesso alla mia Sicilia con curiosità e stupore. Come se la scoprissi adesso. E con sentimenti contrastanti. L'ammirazione per l'invenzione deliziosa di quei volontari catanesi che regalano ai 177 ostaggi della motonave Diciotti 177 arancini, una delle più gustose invenzioni siciliane. Gustose come la commedia di Teocrito. Ho pensato a lui leggendo che i tifosi di Siracusa, la città in cui sono nato, hanno imitato pedissequamente, senza un briciolo di fantasia i tifosi della Lazio. Così hanno chiesto alle tifose organizzate nel gruppo delle Aretusee di farsi più giù nelle gradinate per dare spazio al tifo maschile. Le Aretusee, se ho ben capito, hanno espresso dissenso, però si sono sciolte. Ecco, pensavo a Teocrito che nelle "Siracusane" descriveva le mie antiche concittadine come donne fiere fino all'arroganza. "Siracusane siamo" gridavano, turiste nella città di Alessandria d'Egitto, a chi le contestava - se ben ricordo - per comportamenti discutibili. Orgoglio municipalistico e femminile allora. Ora tutt'altro. In compenso grazie ancora ai cugini e alle cugine catanesi.

mercoledì 1 luglio 2015

A Siracusa le supplici di Eschilo per parlare di oggi


Ho partecipato dopo tanti anni, ora da turista nella mia Siracusa, al rito delle rappresentazioni classiche. Il rito del teatro che si riempie, della rappresentazione, della conclusione col sole che tramonta. E con le eterne polemiche fra puristi e innovatori. Ovadia, con Incudine, autore delle musiche e cantastorie, innova molto. Il testo è proposto in siciliano e in parte in greco. Del resto si rivendica la sicilianità dello stesso Eschilo, per la sua morte in Sicilia e la sua frequenza di Siracusa. Le 50 Danaidi che chiedono rifugio ad Argo, fuggendo ai loro 50 pretendenti, possono essere un manifesto dell'autonomia femminile, un manifesto della democrazia, un manifesto dell'accoglienza. C'è tutto questo nell'interpretazione di Ovadia. Applausi convinti del pubblico infatti quando il re d'Argo grida la superiorità della democrazia sulla tirannide. Quando affida all'assemblea dei cittadini (come oggi in Grecia) la decisione difficile se accogliere le supplici a rischio di scatenare una guerra. Quando i cittadini, unanimi, votano sì. Ma la traduzione insiste soprattutto sulla qualifica di migranti delle Danaidi. Se debbo dire la mia ho trovato una sublime (per sobrietà) polemica antisalviniana nelle parole del re di Argo alle supplici: "State con noi; in case singole, se preferite star sole; in palazzi con altri se preferite la compagnia; scegliete come preferite". Avete presente il gran "casino" (scusate il linguaggio) salviniano sui quattro (in rapporto alla popolazione chiamata ad accoglierli) migranti e su quei due (o tre?) che sarebbero stati ospitati in hotel 5 stelle?

sabato 17 agosto 2013

Le due Sicilie secondo la 7


Ieri la 7 propone tutto il giorno due Sicilie. Una è quella della spiaggia di Pachino, nella provincia di Siracusa, nel sud est dell’isola. La barca degli immigrati arenata e il popolo dei bagnanti che si tuffa a soccorrere. Anzi due donne scendono in acqua vestite e portano a riva una sorella che viene da lontano. Napolitano si dice molto ammirato. L’altra Sicilia è quella, lontana dalla prima, delle spiagge palermitane con l’accumulo osceno di fresche immondizie del ferragosto. Tutti, a partire dal sindaco Orlando, sono scandalizzati La 7 suggerisce che si tratta di due Sicilie irriducibilmente, antropologicamente diverse. Sono tentato di crederci. Una tentazione municipalistica perché sono nato nella Sicilia che appare tanto generosa. Però non posso diventare superficiale come un leghista. Forse le scene esibite dalla 7 sono invece due momenti della stessa Sicilia, forse della stessa Italia. La Sicilia e l’Italia generosa che, dopo aver soccorso i fratelli dell’altra sponda del mediterraneo, torna tranquillamente ai riti della vacanza e alla pratica distruttiva dell’habitat. Dobbiamo farcene una ragione. Così sono i siciliani, così sono gli umani. Non ci sono due Sicilie e l’uomo è un impasto coeso di generosità e di scelleratezza.

mercoledì 3 luglio 2013

Diario di un viaggio a casa mia: quello che resta e quello che muore


Ogni anno a giugno, per due settimane, il pellegrinaggio in Sicilia. Nella mia Sicilia, sempre meno “mia” e in ultima analisi mai “mia”. Visita doverosa, con moglie, a mamma e suocera. Visita al dolore cui non si porta rimedio. Visita alle istituzioni inventate per contenere vecchiaia, malattia e abbandono: la casa di riposo, la badante. Il muro è caduto anche per questo, perché avessimo badanti a prezzo accessibile. Nella casa di riposo un campionario incredibile di sofferenze, fisiche, mentali e di abbandoni. Lo dico subito: il pellegrinaggio annuale in Sicilia mi allontana radicalmente dalla politica e dalle sue priorità. Ventimila posti di lavoro che saranno contesi da milioni di giovani, il rimando dell’Iva per tre mesi o forse per sei, Renzi o Cuperlo. Cosa dovrebbe appassionarmi? Con gli anni (diciamo pure invecchiando) divento più “radicale”. Nel senso di sentirmi sempre più fuori posto. L’autostrada da Catania a Siracusa mi imbuca in orride gallerie che escludono dal paesaggio. Non saprei dove e come trovare il punto di ristoro in cui si consumava la pagnotta calda condita con olio, sale e origano. Rivedo la mia città e cerco inutilmente di provare emozioni. Poco è cambiato. Ogni tanto un viso che indovino essere un viso incontrato venti anni fa. Qualcosa è peggiorato. Entro nel parcheggio “Talete” sul porto piccolo, un mostro immane di cemento. Il parcheggio è buio, deserto e devastato dalle immondizie. Gli scarti umani vi trovano riparo la notte. Sono andato a trovare un amico già compagno di militanza nel Pci (ora con Diliberto). Lui riaccompagna me e mia moglie al parcheggio, con fare protettivo. Incontro un altro amico, anch’egli vecchio compagno di militanza (ora con Ferrero) nell’agriturismo di cui si occupa, malgrado gli esiti di un ictus. Poi incontro per la pizza annuale gli ex colleghi di lavoro, sempre di meno. Consumiamo il rito della pizza sulle colline circostanti Siracusa presso il Castello Eurialo, baluardo delle fortificazioni nord, inespugnabile, eppure espugnato dall’esercito romano (212 A.C.), malgrado le geniali tecnologie belliche di Archimede, grazie “al tradimento di alcuni siracusani”, come tiene a dire sempre il custode. Lì, in pizzeria, almeno ho il piacere dell’incontro con Laura. Ha voluto incontrarmi, dopo 15 anni. Voleva ringraziarmi perché con lei il mio lavoro di “orientatore” era stato proficuo. L’avevo anche aiutata a superare le resistenze dei genitori per un corso di studi lontano da casa. Poi incontro per una granita di mandorla Marina che da brillantissima precaria collaborava con me e che ora è più precaria e insicura di prima. Nel frattempo il candidato Garozzo, renziano, sostenuto dal PD, dalla sinistra, ma anche (non esplicitamente) da pezzi di destra (a partire da Stefania Prestigiacomo) stravince al ballottaggio. Grande regista il boss Gino Foti, ex Msi, ex DC, ora esponente di spicco del Partito democratico. Si prepara la cementificazione del porto (a cura di Caltagirone) con alberghi in mezzo al mare, immagino in stile Dubai, presso le acque in cui la flotta ateniese fu distrutta (412 A.C.) durante la guerra del Peleponneso. Dimentico pure di visitare le latomie dei cappuccini, le cave di pietra in cui furono imprigionati i superstiti dell’esercito ateniese. Avevo promesso a me stesso di rivederle finalmente, anni dopo la riapertura al pubblico . Lì, incredibilmente, in uno scenario infinitamente più suggestivo rispetto ad ogni evento ospitato, da studente avevo recitato I sepolcri di Foscolo e l’ Adelchi di Manzoni. Voglio ricordarlo. Nell’ Adelchi, dopo “S’ode a destra uno squillo di tromba”, “ “A sinistra risponde uno squillo”, avrei dovuto entrare in scena con “D’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren”. Ma gli studenti/attori eravamo dispersi in un back stage fra rocce e piante profumate, lontani dal palcoscenico. Ed io ero preso da Rita, minuta e perfetta, che corteggiavo nelle modalità impacciate dei primissimi anni ’60. Insomma miracolosamente sentii il finire della seconda battuta “da cavalli e da fanti il terren”. Nessuno mi aveva detto di preparami. Piantai in asso Rita, cominciando a gridare la mia parte fuori scena, entrando sul palcoscenico più o meno sull’ultima sillaba, stremato. Molto efficace però, al di là delle intenzioni. Perché mi sono dimenticato delle latomie? Forse perché, pur passandoci accanto per comprare i dolci di mandorla, il nuovo assetto urbanistico, con rotatorie e altre diavolerie, mi ha fatto dimenticare dov’ero. O forse ho voluto dimenticare per paura della delusione conseguente al ritorno. Niente altro per due settimane. Sicché decido di verificare almeno se ci sia in Sicilia una Sicilia che mi sembri Sicilia. Decido di cercarla sulle piste di Montalbano. Anche perché è il percorso più vicino alla mia Siracusa. Il barocco ragusano, il mare ragusano, la campagna ragusana. Tutto un po’ meno devastato dall’omologazione del petrolchimico, delle inutili gallerie di cemento, della seconda orribile casa per tutti. Fino a Puntasecca che le insegne annunciano subito con riferimento al commissario. Faccio la mia stupida foto davanti alla terrazza sul mare di Montalbano. Come fanno altri turisti montalbaniani. Rinuncio al bagno perché lì di fronte all’Africa la giornata è troppo ventosa. Poi consumo il mio arancino nel locale di fronte intitolato (guarda caso…) “Gli arancini di Montalbano”. Al ritorno percorro la costa sud verso est in direzione Pachino e Marzamemi (gradevole borgo ed ex tonnara). Faccio le mie provviste di pomodorino secco e di bottarga di tonno. La “vacanza” è finita. Mi aspetta la mia Ostia e la dieta opportuna dopo due settimane di peperoni arrostiti alla brace, granite di mandorla e dolci di ricotta in tutte le varianti possibili (frittelle, cannoli, cassate e cassatine) quel che resta diverso e locale, risparmiato dall’implacabile ed estraneante globalizzazione.