Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post

lunedì 20 settembre 2021

Invecchiare per piangere

Celebrandosi la riapertura della Scuola, L'Istituto comprensivo Archimede di Siracusa presenta al Presidente della Repubblica e a tutti noi una martirologia delle eroiche vittime di mafia. Ed io mi commuovo. Per quello che rappresentano, perché sono ancora siracusano dopo 13 anni a Roma, perché invecchio e divento fragile?

sabato 13 luglio 2019

Vittoria, il declino e la mia tristezza


Conobbi Vittoria quando l'Istituto Ortopedico Rizzoli suggerì a me che vivevo a Siracusa - un centinaio di chilometri di distanza - di ricoverarmi nell'Ospedale di quella città nel territorio ragusano. Avevo avuto una brutta frattura per un incidente stradale. Da Bologna suggerirono il reparto ortopedico di Vittoria ritenuto fra i più avanzati in Italia. Avevano ragione: non conservo traccia di quella frattura.
Poi sono tornato a Vittoria (poco più di 60.000 abitanti) per lavoro negli anni '80. Lì aveva sede uno dei pochi Informagiovani siciliani. Che seguivo per conto della Direzione Generale dei Servizi Civili del Ministero dell'Interno. L'Informagiovani era in centro, in uno spazio comunale. Funzionante, organizzato, esemplare anche nei particolari: compresa la raccomandazione agli utenti maschi di mirare bene nell'unico bagno disponibile. Allora Vittoria era governata da un Pci che riceveva tradizionalmente la maggioranza assoluta. Imparai ad apprezzare tante cose di quel territorio a forte vocazione agricola: soprattutto il mitico "cerasuolo", vino rosato dall'aroma di ciliegia.
Poi, lontano ormai dalla Sicilia, ho sentito parlare di Vittoria solo per la condizione schiavile dei suoi nuovi braccianti immigrati, per mafia, ricatti, violenza.
Ora la cronaca mi dà notizia di Vittoria per un dodicenne ucciso e un undicenne cui hanno amputato le gambe ed è a rischio di vita per la spavalderia criminale di un rampollo della mafia locale, alla guida di un Suv. per le stradine della città, strafatto di droga ed alcol.
Niente, solo ricordi. Volevo solo comunicare la mia abissale tristezza per l'ennesimo segnale del declino in cui scivola l'isola in cui vivevo ed il Paese in cui vivo. Non è passato un secolo: solo trent'anni.

lunedì 2 luglio 2018

La polo da 2 euro e 50


Compro quasi sempre capi di vestiario non firmati e quindi di poco costo. Anche per un'antica esperienza nel settore. Ricordo bene che già 40 anni fa gli stessi jeans, con l'etichetta di successo raddoppiavano almeno il prezzo di vendita. Oggi peraltro il prezzo - lo vedete - della merce non griffata e di quella contraffatta è più basso che mai. Ieri però ero sbalordito per una polo proposta a 2 euro e 50. Era davvero di puro cotone e di buona fattura. Non l'ho comprata perché non c'era la mia taglia. Ma ho pensato che solo un costo del lavoro irrisorio può spiegare quel prezzo. La maglietta apparentemente veniva da Dusseldorf. Ma forse lì era solo etichettata. In Bangladesh forse il luogo di produzione reale, con lavoro minorile, probabilmente. E poi costi di distribuzione ridotti all'osso, con l'uso di lavoro giovanile, quello dei nostri bravi ragazzi con lauree inutili. Avevo appena saputo di un lontano parente giovane contento di aver trovato lavoro in un negozio a 700 euro mensili per 12 ore al giorno per 7 giorni. Direi che i costi maggiori per un negozio oggi sono rappresentati dal costo dei locali e dall'inevitabile pizzo. Una economia malsana che premia i distributori delle griffe e le mafie, mentre mortifica il lavoro vero. E però consente ad un modesto pensionato di comprare polo a 2 euro e 50. Un mondo che non mi piace, difficile da raddrizzare.

mercoledì 9 maggio 2018

Ricordare Peppino Impastato

Il 9 maggio del 1978 veniva assassinato Peppino Impastato. Non veniva assassinato "anche" Impastato. Non serve ripercorrerne la storia su fb. Chi vuole può conoscerlo in tanti modi. Non troppo interessante per i media (che però ci condizionano sì, ma sono pur condizionati dalle nostre emozioni), alcuni ne hanno scritto e Marco Tullio Giordana è. riuscito a fargli giustizia nell'anno 2000, consegnandolo alla nostra memoria con i suoi "I cento passi". La storia di Peppino è straordinaria non solo per il suo coraggio di cronista contro la mafia e i politici complici, bensì per il percorso di emancipazione che compì dal suo contesto ambientale e familiare. Liberarsi dal padre è forse il suo messaggio più prezioso. Rivedrò stasera "I cento passi" ( sulla 7) per onorarne la memoria. 
P.S. Il 9 maggio di 40 anni venivano assassinati due uomini diversamente grandi. Non è colpa del più ricordato la scelta dei media e lo spazio limitato di cui comunque i media e noi stessi disponiamo per la nostra attenzione.

giovedì 25 gennaio 2018

Chinnici in Tv e senso di colpa


Ho visto il film tv su Rocco Chinnici "Quanto è lieve il tuo bacio sulla fronte". Giorni prima avevo rivisto "La mafia uccide solo d'estate". Del film di Pif mi era piaciuta soprattutto la conclusione, Con il protagonista che guida il figlioletto per le strade di Palermo alla scoperta delle lapidi in ricordo dei servitori dello Stato assassinati. In entrambi i film sgomenta la serie incredibile delle vittime. Infatti il mio imbarazzo è forte. Ho vissuto una vita in Sicilia, nel sud-est che era periferia della mafia. Di Siracusa si diceva che era "la provincia babba", cioè la provincia stupida, cioè non mafiosa. Fino ad un certo punto e fino ad una certa epoca. Vedendo quei film è come se ripassassi una storia alla quale sono stato disattento. Ricordo ovviamente quei nomi della martirologia di giudici e poliziotti. Ma mi sembra che allora non riuscissi a contarli e pesarli. Ricordo che ero in chiesa per il matrimonio di una cugina quando seppi della strage di via D'Amelio. Ricordo che seppi dell'assassinio di La Torre entrando nella Camera del lavoro fischiettando e trovandovi un glaciale silenzio. Ma dov'ero e cosa facevo quando ci fu la notizia della morte del giudice Terranova? Cosa feci dopo la morte di Livatino, il giudice ragazzino? In cosa ero impegnato quando veniva assassinato Dalla Chiesa? E quando si consumò la vendetta contro Libero Grassi? E prima quando nel centro di Palermo che ben conoscevo era stato ucciso Mattarella? E nelle altre, troppe, occasioni? Non mi basta la consapevolezza di non aver mai parteggiato per quella cultura malata e inconsapevolmente para-mafiosa che incolpava giudici e poliziotti di deprimere l'economia isolana. Di cosa mi occupavo quando fu assassinato Chinnici? Ricordo cortei e sit-in in altre occasioni. Per il Vietnam, contro Nixon, etc. Per il resto è come se avessi perso la memoria.

domenica 3 dicembre 2017

Far finta che non ci siano


In una domenica che man mano si fa più soleggiata, passeggiata nell'isola pedonale di Ostia. Grazia Liberty ed esplorazione di nuovi eleganti locali. Dov'è la mafia? Possibile che si fermi a ponente? O magari anche la graziosa barista che ci serve i mignon con crema o ricotta è messa lì da loro? Forse pagando i mignon pago la mia quota di pizzo agli Spada o ai loro concorrenti che hanno ripreso a sparare? Sì, temo che quelli siano dentro quei locali, dentro la piacevolezza, dentro le nostre passeggiate.
In piazza si fronteggiano quietamente i gazebo dei 5stelle e di Noi con Salvini. Con Salvini anche una sexi attivista tutta vestita di rosso sgargiante. Ma nessuno si avvicina ai gazebo contrapposti. Gente tranquilla che gode il sole E gli attivisti contrapposti hanno facce perplesse. Sembrano chiedersi: "Ma che stiamo a fare"? Già, che ci sta a fare la politica che si occupa di frivolezze e di stressanti conflitti sul nulla in una bella giornata di sole?

venerdì 17 novembre 2017

In morte di Salvatore Riina


Cosa dire? Quello che sento, oltre l'ovvio. Mi piacerebbe dirgli ora: "A cosa ti è servito seminare sangue e dolore? A cosa ti è
servito, se oggi sei sepolto come un rifiuto? Ti resta il rispetto della tua famiglia. Che sarà dimenticato con loro. Un rispetto che non condivido affatto. Il comandamento che meno condivido è quello che ordina di rispettare il padre e la madre. Non vanno rispettati comunque. Io non avrei rispettato mio padre se ti fosse stato simile. Avrei preso atto della tua sfortuna nell'aver contratto il virus dell'idiozia sanguinaria e criminale. E avrei preso atto della sfortuna del mondo che ti ha incontrato. A cosa ti è servito?"

Io fra le mafie invisibili


Ho vissuto la mia vita quasi interamente in Sicilia. Fino a nove anni fa. A Siracusa dove vivevo la mafia non c'era o era invisibile. La mia in Sicilia era chiamata "a provincia babba" (cioè stupida, bonacciona, non partecipe alla cultura celodurista e/o mafiosa). La provincia "spetta" (di uomini esperti, che ci sanno fare) era a mezz'ora di strada o poco più: Catania. Lì studiavo e lì incontravo pericoli, anche se non propriamente mafiosi. Ero vigile là. Ricordo la donna che si strusciava contro la mia auto e poi gridava che le avevo strappato il vestito. Io le rispondevo che stavo per chiamare la polizia e tutto finiva lì. Il peggiore ricordo è in una stradina a senso unico. Un'auto contro senso. Avanza. Io sto fermo. Due brutti ceffi si affacciano facendomi segno di fare marcia indietro. Subisco. Poi venne un'altra Catania con la prima sindacatura di Bianco, Il centro pedonalizzato e bellissime poliziotte a cavallo, riscoprendo bellezza e sicurezza. Ho imparato che nulla è perduto per sempre. Né conquistato per sempre.
Trasferendomi a Roma per motivi familiari, scelsi Ostia perché quartiere quieto e vivibile. Credo ancora che lo sia, almeno la Ostia in cui vivo. Non serve l'auto e i servizi sono tutti a pochi metri da casa. Nel bar vicino la barista Alessandra è deliziosa quando mi chiama per nome. A Siracusa nessuna barista mi chiamava per nome. E' più piacevole essere chiamato per nome da una barista che consumare aragoste o occuparsi di una inutile seconda casa. E' piacevole passeggiare nel centro Liberty e osservare il passeggio seduto al caffè storico di Anco Marzio.
Conosco l'altra Ostia, quella di cui oggi si parla, solo passandoci in auto (il solo caso in cui prendo l'auto) o per accompagnare amici turisti nel giardino dedicato a Pasolini là dove egli trovò la morte o per recarmi ogni tanto al porto di Roma, gradevole, ma sempre più deserto per i negozi che chiudono. Ci sono stato l'altro ieri. Poi ho deciso di non tornare per il lungomare dal mare prevalentemente invisibile perché coperto dagli stabilimenti concessi ad "amici" e malavitosi. Volevo annusare il clima di ponente. Procedo quindi all'interno per una stradina. Ed ecco, sono bloccato da un'auto in doppia fila. Aspetto che scenda una donna. Non suono mai il clacson. Sono normalmente paziente. Ma il guidatore non si sposta e non sono sicuro di riuscire a superarlo senza strusciare. Avanzo un po' per essere certo che mi veda. Sto ripensando al lontano episodio di decenni fa a Catania. Quello mi guarda torvo e sta fermo. Sicché arrischio il passaggio. Con patema d'animo.
Mi va bene, tranne mia moglie che me ne dice di tutti i colori per aver cercato l'avventura. Vado a destra e scopro che sono a Piazza Gasparri. Deserta. Il mare davanti a me come un sollievo. E via verso la "mia" Ostia.

lunedì 6 novembre 2017

Mi consolo: meglio l'avarizia che la mafia


Questa notizia non so se sia un dettaglio. Quando ho saputo che a Catania 100 presidenti di seggio su 300 hanno d'improvviso rinunciato .all'incarico e sono stati sostituiti con difficoltà, ho pensato al peggio. Non ho trovato altra spiegazione che l'intimazione mafiosa.Ma forse l'ho pensato solo io, allontanatomi dalla mia Sicilia per Ostia dove invece c'è CasaPound, oltre alla mafia. Leggo ora - e mi consolo - che i bravi cittadini avrebbero rinunciato solo per calcolo economico. Troppo pochi 155 euro per tre giorni di lavoro. Eppure avevano accettato, benché informati, leggo. In 100! Boh!

mercoledì 24 maggio 2017

25 anni dopo: pensando all'inconsapevole complicità


Ho seguito in TV il 25esimo anniversario di Capaci. Soprattutto a sera nella complicata trasmissione di Fazio. Che dire? Credo che sia stato tutto utile per ripassare qualcosa e per trasmetterla ai figli che non c'erano. Non ricordavo esattamente il numero delle conclamate vittime di mafia. Ora so che sono più di 900. Non ricordavo bene la storia della ragazza di famiglia mafiosa che denuncia la mafia e poi si suicida. Al di là del ragazzino sciolto nell'acido, non ricordavo i particolari delle vendette sulle famiglie dei pentiti, famiglie sterminate. Utile ricordare. Utile riconoscere che quelle morti illustri – Falcone, Borsellino e tanti altri - non sono stati inutili. In qualcosa però non riesco a riconoscermi. Non mi piacciono le reiterate allusioni alle complicità dello Stato. Allusioni troppo vaghe, senza nomi. In generale sono fra i pochi che non credono ai complotti. Sarà grave, ma preferisco dire come la penso. Penso che la mafia di quegli anni aveva una capacità stragista senza eguali. Penso che non tutti gli avversari di Falcone e Borsellino fossero in cattiva fede o complottisti. Penso che molti credevano ai rischi di una gestione centralizzata della lotta alla mafia. Col senno di poi sbagliavano. Ma non erano necessariamente complici consapevoli di Riina. Al più alcuni riuscivano a credere che fosse istituzionalmente corretto quanto conveniva alle loro carriere. Alcuni coltivavano umane invidie. Ma non riesco a credere a tavoli complottisti fra mafiosi e premier di governo o cose simili. Credo di più alla viltà. Credo alla paura di esporsi. Credo a patti silenziosi o impliciti fra politica e mafia, nel segno della convenienza, patti così impliciti e negati a se stessi da consentire a uomini delle istituzioni di guardarsi allo specchio. Credo al coraggio di Falcone e Borsellino. Credo alla straordinaria complessità della Sicilia in cui vivevo. Con i condomini di via Notarbartolo, dove Falcone abitava, che scrivevano lettere alla stampa lamentandosi per la loro vita disturbata dalle sirene della polizia e proponendo che i magistrati abitassero in villette fuori dal centro. Mi è capitato di verificare personalmente i segni di quella ignavia impudente. Quando visitai l'albero di Falcone, con tanti biglietti di ringraziamento per il suo sacrificio. C'era tanta gente davanti al condominio . Mia figlia che era con me e stava per iscriversi alla Sapienza di Roma pensò per un attimo che se la Sicilia era quella davanti all'albero di Falcone, poteva restare a studiare in Sicilia. Ma la Sicilia non era solo quella. Una signora elegante si fece largo fra la gente per entrare nel portone del suo condominio. Lo fece indispettita, sbuffando. La Sicilia era anche questo. Come era la folla enorme e indignata che rompe i cordoni della polizia davanti alla Chiesa in cui si celebrano i funerali perché vuole onorare Borsellino e inveire contro le istituzioni sentite come complici. E stringe in una morsa pericolosa Scalfaro, capo dello Stato. La Sicilia che ricordo era tante cose in un conflitto tragico sconosciuto altrove.

martedì 23 maggio 2017

Manchester e Capaci


Giorno del ricordo, del dolore, della speranza e del buio assoluto. E' vero, la mafia si può sconfiggere, come diceva Falcone e ricorda Mattarella. Richiede "semplicemente" che inventiamo una nuova politica: educazione vera, rivoluzione legalitaria, inflessibilità sul familismo ed il particolarismo che l'alimenta, giustizia sociale ed un posto ad ognuno nel mondo. Difficilissimo, ma possibile. L'infezione terroristica e nichilista invece no. Non sappiamo neanche da dove cominciare. La seduzione della morte, inflitta agli altri e a se stessi, appare contagiosa e irresistibile. Dall'Isis ai giovani che giocano a suicidarsi, immortalati da un selfie. Un grazie ancora a Falcone, Borsellino e a quelli che con la morte diedero un senso alla loro vita. E un abbraccio sconsolato ai familiari delle giovani vittime di Manchester. Non so dire altro.

sabato 5 novembre 2016

In guerra per amore: fra grottesco e militanza

Cerco di capire perché il secondo film di Pif mi è piaciuto meno del primo, “La Mafia uccide solo d’estate”. Molte cose in comune: la Sicilia, la mafia, la struttura narrativa alquanto favolistica. Nel primo film di Pif la mafia è quella sanguinaria di Riina, quella di Ciancimino e del sacco edilizio di Palermo. Nel secondo è la mafia prevalentemente agraria dell’inizio degli anni ’40.
Pif, italo-americano, o meglio siculo- americano, che si arruola nell’esercito americano che si appresta a sbarcare in Sicilia. Lo fa per amore, per chiedere la mano dell’amata al padre che vive nell’Isola. Come nel primo film l’ingenuo protagonista scoprirà pian piano il dominio mafioso che governa l’Isola. Nel film i comprimari, a partire dall’interprete del mafioso boss e poi sindaco del paesino dal nome inventato, sono più efficaci degli stessi protagonisti. Sempre sul piano del grottesco e di allusioni molto plateali. Vedi il discorso del neo sindaco mafioso con l’elogio della democrazia…cristiana, nella Sicilia liberata. Liberata dai tedeschi e consegnata alle cosche. Ove la platealità grottesca diventa un lasciapassare alla scelta militante. Toni “militanti” ed epici in entrambi i film. In “ La mafia uccide solo d’estate” mi colpì molto e mi emozionò la conclusione col protagonista, diventato padre, che guida il figlio per la Palermo delle stragi mafiose a mostrargli le targhe sui muri di cui è disseminata la capitale siciliana in ricordo degli eroi uccisi: un pellegrinaggio martirologico. Qui la conclusione vede il protagonista aspettare imperterrito davanti alla Casa Bianca di consegnare a Roosvelt la lettera testamento del tenente italoamericano assassinato, venuto anche lui in Sicilia per amore, ma per l’amore della libertà. L’allusione è al rapporto Scotten oggi desecretato in cui il governo Usa manifesterebbe di scegliere la mafia per il governo della Sicilia occupata. Ancora una volta Pif sceglie dunque il registro favolistico e grottesco, prossimo al rischio di addolcire l’orrore. Un po’ come nel Benigni di “La vita è bella”, che infatti a molti piace, a molti no. Qui si spinge un po’ oltre e forse è per questo che il film di Pif mi convince meno del primo. Poi c’è la lettura di un siciliano come me, che lasciò anni fa la Sicilia della mafia per trasferirsi nella Roma di mafia capitale e che va a vedere i film di Pif per rivedere paesaggi dimenticati e riascoltare parlate locali. Di uno come me che si infastidisce abbastanza ascoltando gli interpreti ipoteticamente concittadini del paesino del sudest parlare uno con accento palermitano, l’altro catanese, l’altro siracusano. I “continentali” non ci faranno caso.

sabato 21 novembre 2015

La scoperta della logica


Non lo avevo visto. L'ho visto ora. A Ballarò l'implacabile Salvini incalza un musulmano (non so chi fosse) che contestava il famoso titolo sul Giornale, "Musulmani bastardi". "Non erano musulmani i terroristi? Non sono bastardi?" incalza l'intrepido Salvini con logica implacabile, pseudo-aristotelica. Quieto, quieto, interviene Moni Ovadia: On.Salvini, all'indomani della strage di Capaci ad opera di mafiosi che erano siciliani, lei avrebbe gridato "siciliani bastardi?" All'improvviso l'innervosito Salvini non vuole più parlare di titoli di giornali e minaccia di andarsene. Insomma, non c'è bisogno di fare chiassate. Basta riscoprire la vera logica aristotelica (cioè l'intelligenza) per far saltare i nervi a Salvini. Teniamone conto. L'intelligenza è prevenzione. Anche del terrorismo.

venerdì 20 novembre 2015

Solidarietà al ministro dell'Interno


Esprimo convinta solidarietà al nostro ministro dell'Interno, per i progetti criminali a lui diretti dalle cosche mafiose. Non mi fa velo la consapevolezza che oggi la minaccia mafiosa appare quasi risibile al confronto con quella del terrorismo di cui non immaginiamo limiti o funeste fantasie. Prescindo anche facilmente dal mio totale dissenso verso Angelino Alfano, politico. La mia solidarietà è piena, senza "se" e senza "ma". Perché le Istituzioni contano più degli uomini che le rappresentano al momento. E perché è prezioso per me esercitarmi alla pratica della distinzione. Ad un ministro a me meno lontano politicamente forse non mi sarei ricordato di esprimere solidarietà.

domenica 1 novembre 2015

L'incomprensibile


Solita mattinata domenicale. Particolarmente assolata. Passeggiata verso il la zona pedonale di Ostia. Le solite ragazze rom che non sembrano infelici, cercando, ben attrezzate, qualcosa che valga dentro i bidoni dell'immondizia. E il mio solito stupore: Perché mai sembrano addirittura felici? Poi, in Piazza Anco Marzio, nel clima rilassato e conviviale dei bar all'aperto, l'altra solita domanda: Ma la mafia ostiense dov'é? Scruto ogni volto chiedendomi: questo potrebbe essere un mafioso? Mi rispondo sempre no. Eppure Ostia è più mafiosa della città siciliana in cui ho vissuto tanto tempo. Così pare. Forse i mafiosi evitano il centro. Al mio solito caffè , seduto con moglie al tavolino, scopro con piacere che è tornata la "mia" giovane cameriera.Praticamente ha tutto. E' molto carina. E' molto efficiente. E' molto attenta ai clienti. Addirittura per due volte verifica al banco se ci sia un cornetto gradito a mia moglie. Alla fine la mia curiosità congenita verso le vite degli altri, mi spinge a chiederle come mai era scomparsa. Mi spiega, con un largo sorriso, che è stata molto occupata con gli studi di grafica pubblicitaria. Una fra le molte ragazze italiane che si spendono fiduciose nel lavoro e nello studio.E che dopo, se avranno figli, tenteranno di spendersi fra lavoro e famiglia. E che probabilmente non avranno pensione. Il mio ultimo pensiero è sull'Italia che spreca i suoi giovani. Buona domenica, incomprensibile Italia.

domenica 12 aprile 2015

La politica come sedativo


Vado verso il centro di Ostia stamani per godere al solito bar una giornata di sole. Per strada, disegnato sul marciapiede, il contorno in gesso di una figura umana. E il cartello di una onlus che spiega che lì viveva le sue ore un barbone, morto ieri, credo. Si spiega anche che il contatto con la onlus lo aveva come rivitalizzato. Ora aveva preso a lavarsi. Troppo tardi, ma si può, insomma, se decidiamo di riempire in parte la nostra vita in missioni difficili e non impossibili. In piazza Anco Marzio non c'è posto al solito bar. In compenso c'è posto al bar di fronte al banco di "Noi con Salvini". Gusto il mio caffè guardando gli attivisti e un po' di gente che si ferma a firmare qualcosa. Moderatamente sorpreso e abbastanza interessato. Penso a quelli che sacrificano la domenica al banchetto e a quelli che firmano. Mi chiedo anche, a tutt'altro proposito, se col mio caffè non stia finanziando la mafia del litorale romano. Giacché -pare -la gran parte delle attività economiche ad Ostia sono controllate dalla mafia. Cosa fare? Rinunciare al caffè? Poi decido di prendere un volantino al banchetto di fronte. Mi chiedono se voglio firmare. No, naturalmente. Mi chiedo invece se davvero quelli che me lo propongono ritengano che le loro vite e i loro redditi siano minacciati dalla "invasione" degli immigrati. No, non credo che lo credano. Penso che non sappiano come dar nome al malessere, della noia o dei figli disoccupati. Inventiamo qualcosa allora. Un nemico visibile come l'immigrato o uno invisibile o lontano come la mitica finanza o la Merkel. Qualcuno ci aggiunga i politici e la casta. Stranamente a nessuno viene in mente il vecchio "capitalista" di una volta e neanche il giovane e inetto erede dell'impresa paterna. Neanche i supermanager privati naturalmente (solo quelli pubblici) e neanche i grandi notai e i grandi avvocati. Qualcuno o qualcosa ci indirizza altrove e indirizza altrove i poveri attivisti salviniani. Non riesco a trovarli antipatici. Hanno trovato il loro sedativo. Buona domenica.

sabato 27 luglio 2013

Invece del lavoro


Lo classificherei come un esempio di turismo low cost, abbondantemente oltre i confini del lecito. Oppure della versione giovanile del tirare a campare, dei percettori irregolari di reddito, esclusi dal lavoro produttivo, forse non meno numerosi degli inoccupati. Entro nel bar dello stabilimento balneare e assisto a una scenata impietosa dell'anziana titolare che sta alla cassa. Lui è un giovane saccopelista che, mogio mogio, sorseggia un caffè. Non so come faccia a goderselo. Lei inveisce e lui continua a scusarsi: "le ho chiesto scusa, le ho chiesto scusa". Insomma - capisco dall'invettiva implacabile della titolare - lui ha provato a fregarla asserendo di averle dato un biglietto da 10 euro. Invece era da 5 e lui lo sapeva bene. Perciò non c'è nulla da scusare. Purtroppo credo alla signora. Un po' perché la conosco, ma anche per l'atteggiamento del giovane, tipico di chi è preso con le mani nel sacco. E mentre la politica discute di nulla, tanti, troppi, sempre più sopravvivono rubacchiando nei supermercati, se donne o anziani, lavando vetri o tentando di vendere oggetti orribili e inutili alla gente al mare, se giovani e "abbronzati", esercitando piccoli tentativi di imbroglio, se giovani saccopelisti. La base autenticamente produttiva sempre più ristretta e insofferente alla pressione fiscale, non percepisce come tassa occulta il mantenimento di chi tira a campare. Del resto nel litorale di Ostia ripetutamente incendiato dal racket ci si lagna del rischio dell'incremento dell'1 % di IVA ma mai dell'esproprio progressivo attuato dai clan mafiosi. L'Italia in compenso si assomiglia sempre più. Tanto tempo fa mi sconvolse in Sicilia sentire un venditore di preziosi, intervistato sul pizzo, affermare: "Il peggiore estortore è lo Stato". Prova di viltà assoluta di chi, abituato a subire soprusi, finge (a se stesso) di pensare che è meglio pagare la mafia piuttosto che tasse, scuole e ospedali. Coraggio quindi ai pochi lavoratori veri sopravvissuti. Dovranno lavorare per figli, genitori, mafiosi, venditori di cianfrusaglie e giovani turisti low cost. Però, forse, non pagheranno l'Imu.

mercoledì 30 gennaio 2013

Boccassini, Ingroia e la cultura mafiosa


Stimavo Boccassini e stimavo Ingroia. Ma cosa succede alle persone che stimiamo e che sono un esempio per il Paese che resiste? Inutilmente cattiva Boccassini. Ingroia non si era paragonato a Falcone. Non più di come potrei farlo io dicendo di essere siciliano o di fumare come lui. Ingroia, replicando, ha fatto addirittura di peggio. "Non dirò quello che pensava di lei Borsellino". Linguaggio incredibilmente mafioso. Da parte di quello che conoscevamo come duro avversario della mafia. Prima mi ero già sorpreso per meno. Per un uomo, Albertini, che mi sembrava il meno peggio della destra lombarda. Albertini che dice di Formigoni:"Lui sa cosa potrei dire di lui". Altro messaggio mafioso. La mafia sembra aver vinto, anche se si arrestassero tutti i mafiosi. La mafia è entrata nelle vene di quelli che erano i migliori. Dovremo pensarci. Capire. Porvi rimedio. Subito.

martedì 22 maggio 2012

Brindisi, il romanzo di una strage


L’ultimo scempio di umanità consumato a Brindisi mi ha riportato alla storia tragica delle stragi italiane e a un film visto da poco. Marco Tullio Giordana, col suo Romanzo di una strage, ha svolto un'opera meritoria. Ha raccontato ai giovani che non sapevano e agli adulti che avevano dimenticato cosa accadde a Milano quel 12 dicembre del '69. Ne ha raccontato il sangue e il dolore. Ne ha raccontato le vittime e i carnefici più o meno accertati. Con un po' di conformismo, ha preso atto delle parziali conclusioni attuali e della riconciliazione delle vedove, facendo degli antagonisti di allora, Pinelli e Calabresi, due avversari leali, diversamente schierati entrambi contro il male, l’anarchico testa calda, Valpreda, da un lato, la questura di Milano, complice o omertosa, dall'altro. Il resto però, il perché e il come, i mandanti, la catena delittuosa ha potuto solo ipotizzarlo, suggerirlo, se non inventarlo. Ha sceneggiato le ipotesi della cultura democratica e della teoria del complotto. Gli anarchici forse manovrati da servizi stranieri e da pezzi dello Stato, i fascisti infiltrati (Merlino) che si fingono anarchici, i milionari "radicali" (Feltrinelli) che vogliano altro che il denaro. E' vero, nella stagione delle stragi si è ipotizzato il concorso straniero: la Cia, il Kgb, addirittura entrambi, collaboranti. Per ottenere cosa? Per allontanare la sinistra dalle stanze del potere, evento sgradito perché "eversivo" dagli Usa, perché riformista e compromissorio per il Partito comunista sovietico. Però quello che gli uni e gli altri avrebbero tentato di impedire, anche con la complicità delle Br e il sequestro Moro, avvenne invece con l'ingresso del Pci nella maggioranza di solidarietà nazionale (1978). Una strategia fallita con ogni evidenza. Come per Piazza della Loggia, come per Bologna. Come oltre le nostre frontiere. Quale fu nel settembre 2001 la strategia di Osama bin Laden, con l’abbattimento delle Twin Towers? Seguì l’invasione dell’Afghanistan (stesso anno) e dell'Irag (2002) fino all’esecuzione dello stesso santone di Al Qaeda. Era questa la raffinata strategia di Osama? Era questo che voleva? Morire? E con l’attentato ai treni a Madrid (2004) si voleva quel che ci fu, la vittoria di Zapatero? La storia delle stragi “politiche” pare intrecciarsi talvolta in Italia alle stragi di mafia. Difficile contestare la contiguità fra mafia e politica (pezzi della politica) e probabile che servitori dello Stato siano finiti nel libro paga di Cosa nostra. In compenso la mafia, quella che uccise Falcone e Borsellino e poi congegnò gli attentati degli Uffizi, del Velabro, etc. è disintegrata. Rimane l’istituzione mafiosa, ma capi e gregari sono in galera. Il capo supremo, dopo Riina, il mandante degli assassini degli ultimi decenni, Bernardo Provenzano, malato e forse demente, è disperato al punto di tentare il suicidio infilando la testa in un sacchetto di plastica. Anche la libertà di morire gli è preclusa. E’ questo il premio atteso per una stagione di stragi? No, non voglio dire che non ci siano stati complotti. Ma insomma non con tanti eterogenei protagonisti alleati nell’arco di una e più generazioni. Sì, nella lunga lista di colpevoli e complici tratteggiata, Marco Tullio Giordana (come tutti i teorici del complotto politico) qualcosa avrà azzeccato. Il perché politico di tale mobilitazione di agenti del male però resta oscuro. Resta oscura la ratio politica perché a mio avviso, essa, quando è presente è spesso un pretesto, non negli "impiegati" dei servizi segreti quanto negli ideologi della violenza. I loro progetti quasi inevitabilmente falliranno. Vico e altri dopo di lui hanno parlato di eterogenesi dei fini. Gli effetti delle nostre azioni sono spesso opposti alle nostre azioni. Quanto più complessa è la realtà, per la molteplicità di azioni e retro-azioni, tanto più probabile è ottenere risultati opposti a quelli desiderati. Credo che noi mitizziamo le potenze occulte che manovrerebbero alle nostre spalle, sia quando ne ipotizziamo a sproposito l’esistenza sia quando le immaginiamo dotate di una straordinaria intelligenza. Credo che il dolore e il sangue di questi anni nascano dalla disperazione dei manovali delle stragi più che dalla presunta intelligenza di menti raffinate. Se cresce la disperazione, i sempre più numerosi disperati hanno sempre facilità a crearsi capi e santoni (cioè pretesti) e viceversa questi ultimi hanno facilità di trovarsi entusiasti assassini e kamikaze. E nel brodo di cultura del nichilismo anche i gesti isolati (il norvegese Breivik è solo l'ultimo) si moltiplicano. Il benessere, frutto del saccheggio delle ultime risorse della terra e quindi del futuro, ci ha regalato una società con tassi decrescenti della violenza primordiale e "razionale", quella di chi cerca cibo, sesso, denaro. Meno rapine, meno stupri. Crescente invece la violenza gratuita “ideologica”, quella che cerca bandiere e appartenenze, simboli da coltivare e simboli da abbattere, per riempire il vuoto di vita e progetti. In tal senso è possibile transitare dalle bandiere del tifo a quelle dei clan mafiosi a quelli politici delle estreme che offrono appartenenze e semplificazioni alla portata di tutti. Credendo questo, non mi interessa molto il chi e le cosiddette responsabilità che la giustizia talvolta riesce ad accertare. Mi interessa più il perché che però credo di conoscere. Non appartiene alla politica. La politica lo produsse e ne è prodotta: è la mutazione antropologica che fa scoprire all'uomo la sua solitudine. Per questo di Romanzo di una strage mi sono rimasti i pochi minuti di Moro (uno straordinario Fabrizio Gifuni) con la sua “confessione” all’amico prete. A fronte del male, delle omissioni colpevoli, delle stragi, un Moro sfinito confessa di arrivare ad auspicare che la natura prenda il sopravvento e cancelli quel progetto andato a male, l’Uomo, per poi ricominciare pian piano la sua opera rigeneratrice. Ecco, credo che lì nei guasti irredimibili denunciati da Moro ci sia il massimo di verità, quella che l'arte è capace di suggerire. Non sento come una contraddizione che quella verità mi stimoli a renderla falsa, a fare politica per cambiarmi e cambiarci.