Celebrandosi la riapertura della Scuola, L'Istituto comprensivo Archimede di Siracusa presenta al Presidente della Repubblica e a tutti noi una martirologia delle eroiche vittime di mafia. Ed io mi commuovo. Per quello che rappresentano, perché sono ancora siracusano dopo 13 anni a Roma, perché invecchio e divento fragile?
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lunedì 20 settembre 2021
sabato 13 luglio 2019
Vittoria, il declino e la mia tristezza
Conobbi Vittoria quando l'Istituto Ortopedico Rizzoli suggerì a me che vivevo a Siracusa - un centinaio di chilometri di distanza - di ricoverarmi nell'Ospedale di quella città nel territorio ragusano. Avevo avuto una brutta frattura per un incidente stradale. Da Bologna suggerirono il reparto ortopedico di Vittoria ritenuto fra i più avanzati in Italia. Avevano ragione: non conservo traccia di quella frattura.
Poi sono tornato a Vittoria (poco più di 60.000 abitanti) per lavoro negli anni '80. Lì aveva sede uno dei pochi Informagiovani siciliani. Che seguivo per conto della Direzione Generale dei Servizi Civili del Ministero dell'Interno. L'Informagiovani era in centro, in uno spazio comunale. Funzionante, organizzato, esemplare anche nei particolari: compresa la raccomandazione agli utenti maschi di mirare bene nell'unico bagno disponibile. Allora Vittoria era governata da un Pci che riceveva tradizionalmente la maggioranza assoluta. Imparai ad apprezzare tante cose di quel territorio a forte vocazione agricola: soprattutto il mitico "cerasuolo", vino rosato dall'aroma di ciliegia.
Poi, lontano ormai dalla Sicilia, ho sentito parlare di Vittoria solo per la condizione schiavile dei suoi nuovi braccianti immigrati, per mafia, ricatti, violenza.
Ora la cronaca mi dà notizia di Vittoria per un dodicenne ucciso e un undicenne cui hanno amputato le gambe ed è a rischio di vita per la spavalderia criminale di un rampollo della mafia locale, alla guida di un Suv. per le stradine della città, strafatto di droga ed alcol.
Niente, solo ricordi. Volevo solo comunicare la mia abissale tristezza per l'ennesimo segnale del declino in cui scivola l'isola in cui vivevo ed il Paese in cui vivo. Non è passato un secolo: solo trent'anni.
Poi sono tornato a Vittoria (poco più di 60.000 abitanti) per lavoro negli anni '80. Lì aveva sede uno dei pochi Informagiovani siciliani. Che seguivo per conto della Direzione Generale dei Servizi Civili del Ministero dell'Interno. L'Informagiovani era in centro, in uno spazio comunale. Funzionante, organizzato, esemplare anche nei particolari: compresa la raccomandazione agli utenti maschi di mirare bene nell'unico bagno disponibile. Allora Vittoria era governata da un Pci che riceveva tradizionalmente la maggioranza assoluta. Imparai ad apprezzare tante cose di quel territorio a forte vocazione agricola: soprattutto il mitico "cerasuolo", vino rosato dall'aroma di ciliegia.
Poi, lontano ormai dalla Sicilia, ho sentito parlare di Vittoria solo per la condizione schiavile dei suoi nuovi braccianti immigrati, per mafia, ricatti, violenza.
Ora la cronaca mi dà notizia di Vittoria per un dodicenne ucciso e un undicenne cui hanno amputato le gambe ed è a rischio di vita per la spavalderia criminale di un rampollo della mafia locale, alla guida di un Suv. per le stradine della città, strafatto di droga ed alcol.
Niente, solo ricordi. Volevo solo comunicare la mia abissale tristezza per l'ennesimo segnale del declino in cui scivola l'isola in cui vivevo ed il Paese in cui vivo. Non è passato un secolo: solo trent'anni.
lunedì 2 luglio 2018
La polo da 2 euro e 50
Compro quasi sempre capi di vestiario non firmati e quindi di poco costo. Anche per un'antica esperienza nel settore. Ricordo bene che già 40 anni fa gli stessi jeans, con l'etichetta di successo raddoppiavano almeno il prezzo di vendita. Oggi peraltro il prezzo - lo vedete - della merce non griffata e di quella contraffatta è più basso che mai. Ieri però ero sbalordito per una polo proposta a 2 euro e 50. Era davvero di puro cotone e di buona fattura. Non l'ho comprata perché non c'era la mia taglia. Ma ho pensato che solo un costo del lavoro irrisorio può spiegare quel prezzo. La maglietta apparentemente veniva da Dusseldorf. Ma forse lì era solo etichettata. In Bangladesh forse il luogo di produzione reale, con lavoro minorile, probabilmente. E poi costi di distribuzione ridotti all'osso, con l'uso di lavoro giovanile, quello dei nostri bravi ragazzi con lauree inutili. Avevo appena saputo di un lontano parente giovane contento di aver trovato lavoro in un negozio a 700 euro mensili per 12 ore al giorno per 7 giorni. Direi che i costi maggiori per un negozio oggi sono rappresentati dal costo dei locali e dall'inevitabile pizzo. Una economia malsana che premia i distributori delle griffe e le mafie, mentre mortifica il lavoro vero. E però consente ad un modesto pensionato di comprare polo a 2 euro e 50. Un mondo che non mi piace, difficile da raddrizzare.
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mercoledì 9 maggio 2018
Ricordare Peppino Impastato
Il 9 maggio del 1978 veniva assassinato Peppino Impastato. Non veniva assassinato "anche" Impastato. Non serve ripercorrerne la storia su fb. Chi vuole può conoscerlo in tanti modi. Non troppo interessante per i media (che però ci condizionano sì, ma sono pur condizionati dalle nostre emozioni), alcuni ne hanno scritto e Marco Tullio Giordana è. riuscito a fargli giustizia nell'anno 2000, consegnandolo alla nostra memoria con i suoi "I cento passi". La storia di Peppino è straordinaria non solo per il suo coraggio di cronista contro la mafia e i politici complici, bensì per il percorso di emancipazione che compì dal suo contesto ambientale e familiare. Liberarsi dal padre è forse il suo messaggio più prezioso. Rivedrò stasera "I cento passi" ( sulla 7) per onorarne la memoria.
P.S. Il 9 maggio di 40 anni venivano assassinati due uomini diversamente grandi. Non è colpa del più ricordato la scelta dei media e lo spazio limitato di cui comunque i media e noi stessi disponiamo per la nostra attenzione.
giovedì 25 gennaio 2018
Chinnici in Tv e senso di colpa
Ho visto il film tv su Rocco Chinnici "Quanto è lieve il tuo bacio sulla fronte". Giorni prima avevo rivisto "La mafia uccide solo d'estate". Del film di Pif mi era piaciuta soprattutto la conclusione, Con il protagonista che guida il figlioletto per le strade di Palermo alla scoperta delle lapidi in ricordo dei servitori dello Stato assassinati. In entrambi i film sgomenta la serie incredibile delle vittime. Infatti il mio imbarazzo è forte. Ho vissuto una vita in Sicilia, nel sud-est che era periferia della mafia. Di Siracusa si diceva che era "la provincia babba", cioè la provincia stupida, cioè non mafiosa. Fino ad un certo punto e fino ad una certa epoca. Vedendo quei film è come se ripassassi una storia alla quale sono stato disattento. Ricordo ovviamente quei nomi della martirologia di giudici e poliziotti. Ma mi sembra che allora non riuscissi a contarli e pesarli. Ricordo che ero in chiesa per il matrimonio di una cugina quando seppi della strage di via D'Amelio. Ricordo che seppi dell'assassinio di La Torre entrando nella Camera del lavoro fischiettando e trovandovi un glaciale silenzio. Ma dov'ero e cosa facevo quando ci fu la notizia della morte del giudice Terranova? Cosa feci dopo la morte di Livatino, il giudice ragazzino? In cosa ero impegnato quando veniva assassinato Dalla Chiesa? E quando si consumò la vendetta contro Libero Grassi? E prima quando nel centro di Palermo che ben conoscevo era stato ucciso Mattarella? E nelle altre, troppe, occasioni? Non mi basta la consapevolezza di non aver mai parteggiato per quella cultura malata e inconsapevolmente para-mafiosa che incolpava giudici e poliziotti di deprimere l'economia isolana. Di cosa mi occupavo quando fu assassinato Chinnici? Ricordo cortei e sit-in in altre occasioni. Per il Vietnam, contro Nixon, etc. Per il resto è come se avessi perso la memoria.
domenica 3 dicembre 2017
Far finta che non ci siano
In una domenica che man mano si fa più soleggiata, passeggiata nell'isola pedonale di Ostia. Grazia Liberty ed esplorazione di nuovi eleganti locali. Dov'è la mafia? Possibile che si fermi a ponente? O magari anche la graziosa barista che ci serve i mignon con crema o ricotta è messa lì da loro? Forse pagando i mignon pago la mia quota di pizzo agli Spada o ai loro concorrenti che hanno ripreso a sparare? Sì, temo che quelli siano dentro quei locali, dentro la piacevolezza, dentro le nostre passeggiate.
In piazza si fronteggiano quietamente i gazebo dei 5stelle e di Noi con Salvini. Con Salvini anche una sexi attivista tutta vestita di rosso sgargiante. Ma nessuno si avvicina ai gazebo contrapposti. Gente tranquilla che gode il sole E gli attivisti contrapposti hanno facce perplesse. Sembrano chiedersi: "Ma che stiamo a fare"? Già, che ci sta a fare la politica che si occupa di frivolezze e di stressanti conflitti sul nulla in una bella giornata di sole?
In piazza si fronteggiano quietamente i gazebo dei 5stelle e di Noi con Salvini. Con Salvini anche una sexi attivista tutta vestita di rosso sgargiante. Ma nessuno si avvicina ai gazebo contrapposti. Gente tranquilla che gode il sole E gli attivisti contrapposti hanno facce perplesse. Sembrano chiedersi: "Ma che stiamo a fare"? Già, che ci sta a fare la politica che si occupa di frivolezze e di stressanti conflitti sul nulla in una bella giornata di sole?
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venerdì 17 novembre 2017
In morte di Salvatore Riina
Cosa dire? Quello che sento, oltre l'ovvio. Mi piacerebbe dirgli ora: "A cosa ti è servito seminare sangue e dolore? A cosa ti è
servito, se oggi sei sepolto come un rifiuto? Ti resta il rispetto della tua famiglia. Che sarà dimenticato con loro. Un rispetto che non condivido affatto. Il comandamento che meno condivido è quello che ordina di rispettare il padre e la madre. Non vanno rispettati comunque. Io non avrei rispettato mio padre se ti fosse stato simile. Avrei preso atto della tua sfortuna nell'aver contratto il virus dell'idiozia sanguinaria e criminale. E avrei preso atto della sfortuna del mondo che ti ha incontrato. A cosa ti è servito?"
servito, se oggi sei sepolto come un rifiuto? Ti resta il rispetto della tua famiglia. Che sarà dimenticato con loro. Un rispetto che non condivido affatto. Il comandamento che meno condivido è quello che ordina di rispettare il padre e la madre. Non vanno rispettati comunque. Io non avrei rispettato mio padre se ti fosse stato simile. Avrei preso atto della tua sfortuna nell'aver contratto il virus dell'idiozia sanguinaria e criminale. E avrei preso atto della sfortuna del mondo che ti ha incontrato. A cosa ti è servito?"
Io fra le mafie invisibili
Ho vissuto la mia vita quasi interamente in Sicilia. Fino a nove anni fa. A Siracusa dove vivevo la mafia non c'era o era invisibile. La mia in Sicilia era chiamata "a provincia babba" (cioè stupida, bonacciona, non partecipe alla cultura celodurista e/o mafiosa). La provincia "spetta" (di uomini esperti, che ci sanno fare) era a mezz'ora di strada o poco più: Catania. Lì studiavo e lì incontravo pericoli, anche se non propriamente mafiosi. Ero vigile là. Ricordo la donna che si strusciava contro la mia auto e poi gridava che le avevo strappato il vestito. Io le rispondevo che stavo per chiamare la polizia e tutto finiva lì. Il peggiore ricordo è in una stradina a senso unico. Un'auto contro senso. Avanza. Io sto fermo. Due brutti ceffi si affacciano facendomi segno di fare marcia indietro. Subisco. Poi venne un'altra Catania con la prima sindacatura di Bianco, Il centro pedonalizzato e bellissime poliziotte a cavallo, riscoprendo bellezza e sicurezza. Ho imparato che nulla è perduto per sempre. Né conquistato per sempre.
Trasferendomi a Roma per motivi familiari, scelsi Ostia perché quartiere quieto e vivibile. Credo ancora che lo sia, almeno la Ostia in cui vivo. Non serve l'auto e i servizi sono tutti a pochi metri da casa. Nel bar vicino la barista Alessandra è deliziosa quando mi chiama per nome. A Siracusa nessuna barista mi chiamava per nome. E' più piacevole essere chiamato per nome da una barista che consumare aragoste o occuparsi di una inutile seconda casa. E' piacevole passeggiare nel centro Liberty e osservare il passeggio seduto al caffè storico di Anco Marzio.
Conosco l'altra Ostia, quella di cui oggi si parla, solo passandoci in auto (il solo caso in cui prendo l'auto) o per accompagnare amici turisti nel giardino dedicato a Pasolini là dove egli trovò la morte o per recarmi ogni tanto al porto di Roma, gradevole, ma sempre più deserto per i negozi che chiudono. Ci sono stato l'altro ieri. Poi ho deciso di non tornare per il lungomare dal mare prevalentemente invisibile perché coperto dagli stabilimenti concessi ad "amici" e malavitosi. Volevo annusare il clima di ponente. Procedo quindi all'interno per una stradina. Ed ecco, sono bloccato da un'auto in doppia fila. Aspetto che scenda una donna. Non suono mai il clacson. Sono normalmente paziente. Ma il guidatore non si sposta e non sono sicuro di riuscire a superarlo senza strusciare. Avanzo un po' per essere certo che mi veda. Sto ripensando al lontano episodio di decenni fa a Catania. Quello mi guarda torvo e sta fermo. Sicché arrischio il passaggio. Con patema d'animo.
Mi va bene, tranne mia moglie che me ne dice di tutti i colori per aver cercato l'avventura. Vado a destra e scopro che sono a Piazza Gasparri. Deserta. Il mare davanti a me come un sollievo. E via verso la "mia" Ostia.
Trasferendomi a Roma per motivi familiari, scelsi Ostia perché quartiere quieto e vivibile. Credo ancora che lo sia, almeno la Ostia in cui vivo. Non serve l'auto e i servizi sono tutti a pochi metri da casa. Nel bar vicino la barista Alessandra è deliziosa quando mi chiama per nome. A Siracusa nessuna barista mi chiamava per nome. E' più piacevole essere chiamato per nome da una barista che consumare aragoste o occuparsi di una inutile seconda casa. E' piacevole passeggiare nel centro Liberty e osservare il passeggio seduto al caffè storico di Anco Marzio.
Conosco l'altra Ostia, quella di cui oggi si parla, solo passandoci in auto (il solo caso in cui prendo l'auto) o per accompagnare amici turisti nel giardino dedicato a Pasolini là dove egli trovò la morte o per recarmi ogni tanto al porto di Roma, gradevole, ma sempre più deserto per i negozi che chiudono. Ci sono stato l'altro ieri. Poi ho deciso di non tornare per il lungomare dal mare prevalentemente invisibile perché coperto dagli stabilimenti concessi ad "amici" e malavitosi. Volevo annusare il clima di ponente. Procedo quindi all'interno per una stradina. Ed ecco, sono bloccato da un'auto in doppia fila. Aspetto che scenda una donna. Non suono mai il clacson. Sono normalmente paziente. Ma il guidatore non si sposta e non sono sicuro di riuscire a superarlo senza strusciare. Avanzo un po' per essere certo che mi veda. Sto ripensando al lontano episodio di decenni fa a Catania. Quello mi guarda torvo e sta fermo. Sicché arrischio il passaggio. Con patema d'animo.
Mi va bene, tranne mia moglie che me ne dice di tutti i colori per aver cercato l'avventura. Vado a destra e scopro che sono a Piazza Gasparri. Deserta. Il mare davanti a me come un sollievo. E via verso la "mia" Ostia.
lunedì 6 novembre 2017
Mi consolo: meglio l'avarizia che la mafia
Questa notizia non so se sia un dettaglio. Quando ho saputo che a Catania 100 presidenti di seggio su 300 hanno d'improvviso rinunciato .all'incarico e sono stati sostituiti con difficoltà, ho pensato al peggio. Non ho trovato altra spiegazione che l'intimazione mafiosa.Ma forse l'ho pensato solo io, allontanatomi dalla mia Sicilia per Ostia dove invece c'è CasaPound, oltre alla mafia. Leggo ora - e mi consolo - che i bravi cittadini avrebbero rinunciato solo per calcolo economico. Troppo pochi 155 euro per tre giorni di lavoro. Eppure avevano accettato, benché informati, leggo. In 100! Boh!
mercoledì 24 maggio 2017
25 anni dopo: pensando all'inconsapevole complicità
Ho seguito in TV il 25esimo anniversario di Capaci. Soprattutto a sera nella complicata trasmissione di Fazio. Che dire? Credo che sia stato tutto utile per ripassare qualcosa e per trasmetterla ai figli che non c'erano. Non ricordavo esattamente il numero delle conclamate vittime di mafia. Ora so che sono più di 900. Non ricordavo bene la storia della ragazza di famiglia mafiosa che denuncia la mafia e poi si suicida. Al di là del ragazzino sciolto nell'acido, non ricordavo i particolari delle vendette sulle famiglie dei pentiti, famiglie sterminate. Utile ricordare. Utile riconoscere che quelle morti illustri – Falcone, Borsellino e tanti altri - non sono stati inutili. In qualcosa però non riesco a riconoscermi. Non mi piacciono le reiterate allusioni alle complicità dello Stato. Allusioni troppo vaghe, senza nomi. In generale sono fra i pochi che non credono ai complotti. Sarà grave, ma preferisco dire come la penso. Penso che la mafia di quegli anni aveva una capacità stragista senza eguali. Penso che non tutti gli avversari di Falcone e Borsellino fossero in cattiva fede o complottisti. Penso che molti credevano ai rischi di una gestione centralizzata della lotta alla mafia. Col senno di poi sbagliavano. Ma non erano necessariamente complici consapevoli di Riina. Al più alcuni riuscivano a credere che fosse istituzionalmente corretto quanto conveniva alle loro carriere. Alcuni coltivavano umane invidie. Ma non riesco a credere a tavoli complottisti fra mafiosi e premier di governo o cose simili. Credo di più alla viltà. Credo alla paura di esporsi. Credo a patti silenziosi o impliciti fra politica e mafia, nel segno della convenienza, patti così impliciti e negati a se stessi da consentire a uomini delle istituzioni di guardarsi allo specchio. Credo al coraggio di Falcone e Borsellino. Credo alla straordinaria complessità della Sicilia in cui vivevo. Con i condomini di via Notarbartolo, dove Falcone abitava, che scrivevano lettere alla stampa lamentandosi per la loro vita disturbata dalle sirene della polizia e proponendo che i magistrati abitassero in villette fuori dal centro. Mi è capitato di verificare personalmente i segni di quella ignavia impudente. Quando visitai l'albero di Falcone, con tanti biglietti di ringraziamento per il suo sacrificio. C'era tanta gente davanti al condominio . Mia figlia che era con me e stava per iscriversi alla Sapienza di Roma pensò per un attimo che se la Sicilia era quella davanti all'albero di Falcone, poteva restare a studiare in Sicilia. Ma la Sicilia non era solo quella. Una signora elegante si fece largo fra la gente per entrare nel portone del suo condominio. Lo fece indispettita, sbuffando. La Sicilia era anche questo. Come era la folla enorme e indignata che rompe i cordoni della polizia davanti alla Chiesa in cui si celebrano i funerali perché vuole onorare Borsellino e inveire contro le istituzioni sentite come complici. E stringe in una morsa pericolosa Scalfaro, capo dello Stato. La Sicilia che ricordo era tante cose in un conflitto tragico sconosciuto altrove.
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martedì 23 maggio 2017
Manchester e Capaci
Giorno del ricordo, del dolore, della speranza e del buio assoluto. E' vero, la mafia si può sconfiggere, come diceva Falcone e ricorda Mattarella. Richiede "semplicemente" che inventiamo una nuova politica: educazione vera, rivoluzione legalitaria, inflessibilità sul familismo ed il particolarismo che l'alimenta, giustizia sociale ed un posto ad ognuno nel mondo. Difficilissimo, ma possibile. L'infezione terroristica e nichilista invece no. Non sappiamo neanche da dove cominciare. La seduzione della morte, inflitta agli altri e a se stessi, appare contagiosa e irresistibile. Dall'Isis ai giovani che giocano a suicidarsi, immortalati da un selfie. Un grazie ancora a Falcone, Borsellino e a quelli che con la morte diedero un senso alla loro vita. E un abbraccio sconsolato ai familiari delle giovani vittime di Manchester. Non so dire altro.
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sabato 5 novembre 2016
In guerra per amore: fra grottesco e militanza
Cerco di capire perché il secondo film di Pif mi è piaciuto meno del primo, “La Mafia uccide solo d’estate”. Molte cose in comune: la Sicilia, la mafia, la struttura narrativa alquanto favolistica. Nel primo film di Pif la mafia è quella sanguinaria di Riina, quella di Ciancimino e del sacco edilizio di Palermo. Nel secondo è la mafia prevalentemente agraria dell’inizio degli anni ’40.
Pif, italo-americano, o meglio siculo- americano, che si arruola nell’esercito americano che si appresta a sbarcare in Sicilia. Lo fa per amore, per chiedere la mano dell’amata al padre che vive nell’Isola. Come nel primo film l’ingenuo protagonista scoprirà pian piano il dominio mafioso che governa l’Isola. Nel film i comprimari, a partire dall’interprete del mafioso boss e poi sindaco del paesino dal nome inventato, sono più efficaci degli stessi protagonisti. Sempre sul piano del grottesco e di allusioni molto plateali. Vedi il discorso del neo sindaco mafioso con l’elogio della democrazia…cristiana, nella Sicilia liberata. Liberata dai tedeschi e consegnata alle cosche. Ove la platealità grottesca diventa un lasciapassare alla scelta militante. Toni “militanti” ed epici in entrambi i film. In “ La mafia uccide solo d’estate” mi colpì molto e mi emozionò la conclusione col protagonista, diventato padre, che guida il figlio per la Palermo delle stragi mafiose a mostrargli le targhe sui muri di cui è disseminata la capitale siciliana in ricordo degli eroi uccisi: un pellegrinaggio martirologico. Qui la conclusione vede il protagonista aspettare imperterrito davanti alla Casa Bianca di consegnare a Roosvelt la lettera testamento del tenente italoamericano assassinato, venuto anche lui in Sicilia per amore, ma per l’amore della libertà. L’allusione è al rapporto Scotten oggi desecretato in cui il governo Usa manifesterebbe di scegliere la mafia per il governo della Sicilia occupata. Ancora una volta Pif sceglie dunque il registro favolistico e grottesco, prossimo al rischio di addolcire l’orrore. Un po’ come nel Benigni di “La vita è bella”, che infatti a molti piace, a molti no. Qui si spinge un po’ oltre e forse è per questo che il film di Pif mi convince meno del primo. Poi c’è la lettura di un siciliano come me, che lasciò anni fa la Sicilia della mafia per trasferirsi nella Roma di mafia capitale e che va a vedere i film di Pif per rivedere paesaggi dimenticati e riascoltare parlate locali. Di uno come me che si infastidisce abbastanza ascoltando gli interpreti ipoteticamente concittadini del paesino del sudest parlare uno con accento palermitano, l’altro catanese, l’altro siracusano. I “continentali” non ci faranno caso.
Pif, italo-americano, o meglio siculo- americano, che si arruola nell’esercito americano che si appresta a sbarcare in Sicilia. Lo fa per amore, per chiedere la mano dell’amata al padre che vive nell’Isola. Come nel primo film l’ingenuo protagonista scoprirà pian piano il dominio mafioso che governa l’Isola. Nel film i comprimari, a partire dall’interprete del mafioso boss e poi sindaco del paesino dal nome inventato, sono più efficaci degli stessi protagonisti. Sempre sul piano del grottesco e di allusioni molto plateali. Vedi il discorso del neo sindaco mafioso con l’elogio della democrazia…cristiana, nella Sicilia liberata. Liberata dai tedeschi e consegnata alle cosche. Ove la platealità grottesca diventa un lasciapassare alla scelta militante. Toni “militanti” ed epici in entrambi i film. In “ La mafia uccide solo d’estate” mi colpì molto e mi emozionò la conclusione col protagonista, diventato padre, che guida il figlio per la Palermo delle stragi mafiose a mostrargli le targhe sui muri di cui è disseminata la capitale siciliana in ricordo degli eroi uccisi: un pellegrinaggio martirologico. Qui la conclusione vede il protagonista aspettare imperterrito davanti alla Casa Bianca di consegnare a Roosvelt la lettera testamento del tenente italoamericano assassinato, venuto anche lui in Sicilia per amore, ma per l’amore della libertà. L’allusione è al rapporto Scotten oggi desecretato in cui il governo Usa manifesterebbe di scegliere la mafia per il governo della Sicilia occupata. Ancora una volta Pif sceglie dunque il registro favolistico e grottesco, prossimo al rischio di addolcire l’orrore. Un po’ come nel Benigni di “La vita è bella”, che infatti a molti piace, a molti no. Qui si spinge un po’ oltre e forse è per questo che il film di Pif mi convince meno del primo. Poi c’è la lettura di un siciliano come me, che lasciò anni fa la Sicilia della mafia per trasferirsi nella Roma di mafia capitale e che va a vedere i film di Pif per rivedere paesaggi dimenticati e riascoltare parlate locali. Di uno come me che si infastidisce abbastanza ascoltando gli interpreti ipoteticamente concittadini del paesino del sudest parlare uno con accento palermitano, l’altro catanese, l’altro siracusano. I “continentali” non ci faranno caso.
sabato 21 novembre 2015
La scoperta della logica
venerdì 20 novembre 2015
Solidarietà al ministro dell'Interno
domenica 1 novembre 2015
L'incomprensibile
domenica 12 aprile 2015
La politica come sedativo
sabato 27 luglio 2013
Invece del lavoro
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mercoledì 30 gennaio 2013
Boccassini, Ingroia e la cultura mafiosa
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martedì 22 maggio 2012
Brindisi, il romanzo di una strage
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