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mercoledì 9 maggio 2018

Ricordare Peppino Impastato

Il 9 maggio del 1978 veniva assassinato Peppino Impastato. Non veniva assassinato "anche" Impastato. Non serve ripercorrerne la storia su fb. Chi vuole può conoscerlo in tanti modi. Non troppo interessante per i media (che però ci condizionano sì, ma sono pur condizionati dalle nostre emozioni), alcuni ne hanno scritto e Marco Tullio Giordana è. riuscito a fargli giustizia nell'anno 2000, consegnandolo alla nostra memoria con i suoi "I cento passi". La storia di Peppino è straordinaria non solo per il suo coraggio di cronista contro la mafia e i politici complici, bensì per il percorso di emancipazione che compì dal suo contesto ambientale e familiare. Liberarsi dal padre è forse il suo messaggio più prezioso. Rivedrò stasera "I cento passi" ( sulla 7) per onorarne la memoria. 
P.S. Il 9 maggio di 40 anni venivano assassinati due uomini diversamente grandi. Non è colpa del più ricordato la scelta dei media e lo spazio limitato di cui comunque i media e noi stessi disponiamo per la nostra attenzione.

Eleonora Moro che consegna le Brigate cosiddette “rosse” all'abisso dell'infamia


Nei 55 giorni fra il sequestro (e sterminio della scorta) e l'esecuzione, ho trovato il momento più atroce nel colloquio telefonico fra il giustiziere Moretti ed Eleonora, moglie di Moro. Moretti dice ad Eleonora che solo un intervento della DC può fare recedere le Br dall'eseguire la sentenza. Le voci si accavallano. Moretti teme di essere intercettato e vuole chiudere. Allora Eleonora ha parole tremende, parole semplici, parole di sconvolgente “ipocrisia” dettate da un amore senza limiti. “Le chiedo scusa” dice al carnefice. Al carnefice che dispone della vita dell'uomo amato. Non basteranno le scuse. Non basterà niente. Ma quel colloquio per me consegna definitivamente le Br alla spazzatura della Storia. L'assassinio, preceduto da torture infami a Moro e alla sua famiglia, non avvierà rivoluzione alcuna. La Storia ci dirà che il proletariato non sarà emancipato, ma sconfitto e frantumato. La Storia ci dice che la violenza cieca, perpetrata da sedicenti interpreti del proletariato, non conduce alla Rivoluzione, ma all'abisso.

lunedì 19 marzo 2018

Balzerani e l'oltraggio

Dice Barbara Balzerani: "C'è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te".
Bontà sua, anche i familiari della vittima hanno diritto a dire la loro. Penso semplicemente che Barbara Balzerani sia una criminale rincoglionita, oltre che per nulla pentita. Aggiungo che mi sfugge la ratio per cui sia in libertà.

venerdì 16 marzo 2018

Ricordando via Fani


Non ho nulla di intelligente da dire sulla tragedia di via Fani. Questa nota mi serve solo per sentirmi partecipe di un rito civile. Perché in questo sono un conservatore o un conformista. Voglio dire però del mio sbigottimento assoluto ascoltando le testimonianze dei brigatisti Fiore, Gallinari, Moretti, Morucci nel servizio di Purgatori (Atlantide). In nessuno di loro si scorge ombra di pentimento. Dissociati al più solo perché consapevoli di una sconfitta. Ma non c'è turbamento alcuno per il sangue versato. Solo puntuale descrizione delle strategie politiche e militari. Turbamento che invece c'è in Adriana Faranda, intervista da Ezio Mauro. Che infatti dice: "Davamo la morte noi che ci eravamo battuti contro la pena di morte negli Usa". Già. Diffido dal vezzo di spiegare gli orrori con i complotti. Cia e Kgb, Usa e Urss solidali nel volere la morte di Moro? Più semplice spiegare l'orrore con la malattia dell'Ego, la malattia di dar senso alla propria vita immaginandosi artefici di cambiamenti epocali. Che invece a mio avviso possono avvenire solo in due modi: O per il Caso che mette in moto processi e/o per un contagio culturale che ci fa d'improvviso tutti scandalizzare per l'ordine delle cose fino a ieri subito. Credo che Gandhi, Mandela, Mujica abbiano visto assai più lontano di Moretti ed assassini presunti "rossi".

venerdì 29 luglio 2016

Obama, la grazia democratica

Ci sono parole che ti suggeriscono quel che non riuscivi a dire. Fra queste quelle della scrittrice preferita di Obama, Marilynne Robinson. Ebbe il privilegio di essere intervistata dal Presidente. Ed oggi dice di lui: "Rimpiangeremo la sua grazia democratica". Grazia democratica è quella che non scorgo da troppo tempo fra i protagonisti della politica italiana. Anche se poi non saprei ben definirla. Forse un delicato equilibrio di fermezza nei principi,duttilità comunicativa, rispetto vero per le ragioni degli altri. Debbo andare troppo indietro nel tempo: Berlinguer, Moro, Anselmi.

mercoledì 11 dicembre 2013

Grillo e il primato eversivo


Dispiacerà ai miei amici M5S il mio giudizio e me lo contesteranno. Ma per me la lettera aperta ai responsabili delle forze dell'ordine nel blog di Grillo supera addirittura per incoscienza, irresponsabilità ed eversione il peggiore Berlusconi. Grillo invita quindi le forze dell'ordine a non difendere i palazzi del potere. Vi stanno delinquenti sicuramente eletti molto indirettamente dal popolo. Infatti il popolo - in buona parte - ha votato e sostenuto con entusiasmo chi ha nominato quei delinquenti. Ci stanno i ragazzi del M5S e ci sta Giacchetti oltre i due mesi di sciopero della fame per sollecitare una nuova legge elettorale. Un giorno scopriremo magari che ci sta un nuovo Moro o un nuovo Berlinguer, invisibile fra i delinquenti e oscurato dal casino populista. Invitare le forze dell'ordine a non difendere quei palazzi, oltre che una idiozia eversiva, è un chiaro richiamo ai folli o agli sprovveduti che sono occupati con birrette e slot machine a dilettarsi invece con bombe e pistole.

venerdì 12 aprile 2013

La politica nuova secondo il cinema italiano


Due film, due commedie con cui il cinema italiano riflette sulla politica. Uno è Viva la libertà di Roberto Andò, con la “solita” interpretazione godibile di Toni Servillo. L’altro è Benvenuto Presidente di Riccardo Milani, con Claudio Bisio. Anticipo la mia sintesi. La sintesi, a mio avviso, è la casualità della politica o almeno della leadership. Molti i punti di contatto fra le due storie. Nel primo c’è il segretario del maggiore partito della sinistra, Enrico Oliveri. Dire Bersani e dire PD è ovvio. Il partito è stanco, privo di slanci, impigrito nei rituali consueti delle direzioni e delle segreterie. Il segretario ne è lo specchio fedele. Quando infine la noia diventa contestazione esplicita, il segretario fugge semplicemente via a Parigi, verso la libertà e il tentativo di riprendere il filo smarrito della vita. Panico nel partito. Il suo braccio destro crede di avere trovato una soluzione provvisoria alla scomparsa. In attesa del ritorno, il segretario sarà sostituito dal suo gemello. Il “doppio” è persona colta, già docente di filosofia, ma col difetto di essere reduce da una casa di cura per malattie mentali. La soluzione provvisoria si dimostra la soluzione ideale e insperata. Il gemello ha le parole giuste. Ha il tono giusto e l’approccio giusto. Il leader è stato trovato e il partito rimonta alla grande verso la vittoria. Cosa dice il nuovo leader? Propone ricette contro la disoccupazione e la crisi? Nulla di questo e nulla di niente. Non è questo che conta. Il film critico verso la politica politicante è neanche troppo sottilmente ammiccante verso la politica del personaggio e dello spettacolo. Anni luce distanti dal cinema “impegnato” di tempi lontani, di Rosi, delle Mani sulla città. E distantissimo dal cinema dell’impegno sociale in cui le classi e le condizioni sociali sono definite dal possesso di una bicicletta. Nel film di Bisio, un Parlamento chiamato ad eleggere il nuovo Presidente è paralizzato dalle furbizie e dai veti reciproci. L’ultima deleteria furbizia è quella di credere di buttare la palla fuori campo, eleggendo per perdere tempo (l’equivalente, direbbe qualcuno, di nominare due commissioni di saggi) il defunto eroe nazionale per antonomasia: Giuseppe Garibaldi. Il problema è che un Giuseppe Garibaldi esiste ed ha i requisiti giusti, a partire da quelli anagrafici. E anche qui, un uomo qualunque, un precario bibliotecario di provincia, assume per caso un ruolo e dimostra di svolgerlo assai meglio di quelli selezionati da una lunga carriera politica. Con tutti i prevedibili atteggiamenti irrispettosi di forme e convenzioni. Quelli cui ci stanno abituando ad esempio gli adorabili parlamentari grillini, così normali, così incompetenti talvolta, che però – udite, udite !- mangiano in pizzeria. Il verificarsi dell’utopia leninista con la cuoca che è a capo dello Stato. Solo che la cuoca vagheggiata da Lenin arrivava a conclusione di un processo di semplificazione della politica e dell’amministrazione. Non arrivava per sostituire ai riti un happening come l’invito a danza alla Merkel di Oliveri/Servillo, non troppo diverso dal cucù di Berlusconi o come la corsa coi bersaglieri in cui si cimenta il Presidente ex precario. Cosa ci dicono quindi i due film e i due autori, un po’ troppo apprezzati da critica e soprattutto pubblico? Lisciano il pelo al sentimento comune che è in estasi se papa Francesco dice alla folla “Buon giorno” o addirittura “Buon pranzo”. Basta con la seriosità della politica, quella di Moro e di Berlinguer e basta con i papi dottrinari e distanti. E basta anche alla politica come professione o intrallazzo. Sentimenti condivisibili. Manca però nei film proprio uno sguardo critico al nuovo senso comune. Gli scopi della nuova rappresentazione della politica non sono né visibili né accennati. In cosa la nuova politica vuole cambiare i nostri costumi e i nostri rapporti sociali? Vuole che i ladri di bicicletta (oggi di auto) siano severamente puniti? O vuole che nessuno abbia bisogno di rubare una bicicletta (o un’auto)? Come vuole risolvere il dramma degli imprenditori e lavoratori suicidi e quello della immane disoccupazione degli edili? Cementificando ancora e stimolando ampliamenti e terrazzini? L’essenziale insomma non è in discussione. La politica è competizione fra spettacoli, con folle che plaudono o inveiscono. Folle senza storia, classe sociale e appartenenze. Tra politica e vita non c’è contatto. La politica spettacolo è l’anestesia dei bisogni. E lo spettacolo continua.

lunedì 21 gennaio 2013

Il valore della coerenza


Antagonisti" della nuova generazione ai funerali di Prospero Gallinari, il brigatista assassino della scorta di Moro e carceriere dello statista. Uno dei giovani antagonisti dichiara: "Prospero non ha mai rinnegato le sue idee, assumendosi la responsabilità delle scelte, giuste o sbagliate che siano, mai rinnegate". Insomma, che le idee siano giuste o sbagliate (uccidere o salvare, ad esempio) è un dettaglio. Ciò che importa è la coerenza: essere assassini fino alla fine. Urgente una riforma della semantica e dell'etica (compresa quella "rivoluzionaria"). La coerenza non è un valore. Il pentimento lo è.

martedì 22 maggio 2012

Brindisi, il romanzo di una strage


L’ultimo scempio di umanità consumato a Brindisi mi ha riportato alla storia tragica delle stragi italiane e a un film visto da poco. Marco Tullio Giordana, col suo Romanzo di una strage, ha svolto un'opera meritoria. Ha raccontato ai giovani che non sapevano e agli adulti che avevano dimenticato cosa accadde a Milano quel 12 dicembre del '69. Ne ha raccontato il sangue e il dolore. Ne ha raccontato le vittime e i carnefici più o meno accertati. Con un po' di conformismo, ha preso atto delle parziali conclusioni attuali e della riconciliazione delle vedove, facendo degli antagonisti di allora, Pinelli e Calabresi, due avversari leali, diversamente schierati entrambi contro il male, l’anarchico testa calda, Valpreda, da un lato, la questura di Milano, complice o omertosa, dall'altro. Il resto però, il perché e il come, i mandanti, la catena delittuosa ha potuto solo ipotizzarlo, suggerirlo, se non inventarlo. Ha sceneggiato le ipotesi della cultura democratica e della teoria del complotto. Gli anarchici forse manovrati da servizi stranieri e da pezzi dello Stato, i fascisti infiltrati (Merlino) che si fingono anarchici, i milionari "radicali" (Feltrinelli) che vogliano altro che il denaro. E' vero, nella stagione delle stragi si è ipotizzato il concorso straniero: la Cia, il Kgb, addirittura entrambi, collaboranti. Per ottenere cosa? Per allontanare la sinistra dalle stanze del potere, evento sgradito perché "eversivo" dagli Usa, perché riformista e compromissorio per il Partito comunista sovietico. Però quello che gli uni e gli altri avrebbero tentato di impedire, anche con la complicità delle Br e il sequestro Moro, avvenne invece con l'ingresso del Pci nella maggioranza di solidarietà nazionale (1978). Una strategia fallita con ogni evidenza. Come per Piazza della Loggia, come per Bologna. Come oltre le nostre frontiere. Quale fu nel settembre 2001 la strategia di Osama bin Laden, con l’abbattimento delle Twin Towers? Seguì l’invasione dell’Afghanistan (stesso anno) e dell'Irag (2002) fino all’esecuzione dello stesso santone di Al Qaeda. Era questa la raffinata strategia di Osama? Era questo che voleva? Morire? E con l’attentato ai treni a Madrid (2004) si voleva quel che ci fu, la vittoria di Zapatero? La storia delle stragi “politiche” pare intrecciarsi talvolta in Italia alle stragi di mafia. Difficile contestare la contiguità fra mafia e politica (pezzi della politica) e probabile che servitori dello Stato siano finiti nel libro paga di Cosa nostra. In compenso la mafia, quella che uccise Falcone e Borsellino e poi congegnò gli attentati degli Uffizi, del Velabro, etc. è disintegrata. Rimane l’istituzione mafiosa, ma capi e gregari sono in galera. Il capo supremo, dopo Riina, il mandante degli assassini degli ultimi decenni, Bernardo Provenzano, malato e forse demente, è disperato al punto di tentare il suicidio infilando la testa in un sacchetto di plastica. Anche la libertà di morire gli è preclusa. E’ questo il premio atteso per una stagione di stragi? No, non voglio dire che non ci siano stati complotti. Ma insomma non con tanti eterogenei protagonisti alleati nell’arco di una e più generazioni. Sì, nella lunga lista di colpevoli e complici tratteggiata, Marco Tullio Giordana (come tutti i teorici del complotto politico) qualcosa avrà azzeccato. Il perché politico di tale mobilitazione di agenti del male però resta oscuro. Resta oscura la ratio politica perché a mio avviso, essa, quando è presente è spesso un pretesto, non negli "impiegati" dei servizi segreti quanto negli ideologi della violenza. I loro progetti quasi inevitabilmente falliranno. Vico e altri dopo di lui hanno parlato di eterogenesi dei fini. Gli effetti delle nostre azioni sono spesso opposti alle nostre azioni. Quanto più complessa è la realtà, per la molteplicità di azioni e retro-azioni, tanto più probabile è ottenere risultati opposti a quelli desiderati. Credo che noi mitizziamo le potenze occulte che manovrerebbero alle nostre spalle, sia quando ne ipotizziamo a sproposito l’esistenza sia quando le immaginiamo dotate di una straordinaria intelligenza. Credo che il dolore e il sangue di questi anni nascano dalla disperazione dei manovali delle stragi più che dalla presunta intelligenza di menti raffinate. Se cresce la disperazione, i sempre più numerosi disperati hanno sempre facilità a crearsi capi e santoni (cioè pretesti) e viceversa questi ultimi hanno facilità di trovarsi entusiasti assassini e kamikaze. E nel brodo di cultura del nichilismo anche i gesti isolati (il norvegese Breivik è solo l'ultimo) si moltiplicano. Il benessere, frutto del saccheggio delle ultime risorse della terra e quindi del futuro, ci ha regalato una società con tassi decrescenti della violenza primordiale e "razionale", quella di chi cerca cibo, sesso, denaro. Meno rapine, meno stupri. Crescente invece la violenza gratuita “ideologica”, quella che cerca bandiere e appartenenze, simboli da coltivare e simboli da abbattere, per riempire il vuoto di vita e progetti. In tal senso è possibile transitare dalle bandiere del tifo a quelle dei clan mafiosi a quelli politici delle estreme che offrono appartenenze e semplificazioni alla portata di tutti. Credendo questo, non mi interessa molto il chi e le cosiddette responsabilità che la giustizia talvolta riesce ad accertare. Mi interessa più il perché che però credo di conoscere. Non appartiene alla politica. La politica lo produsse e ne è prodotta: è la mutazione antropologica che fa scoprire all'uomo la sua solitudine. Per questo di Romanzo di una strage mi sono rimasti i pochi minuti di Moro (uno straordinario Fabrizio Gifuni) con la sua “confessione” all’amico prete. A fronte del male, delle omissioni colpevoli, delle stragi, un Moro sfinito confessa di arrivare ad auspicare che la natura prenda il sopravvento e cancelli quel progetto andato a male, l’Uomo, per poi ricominciare pian piano la sua opera rigeneratrice. Ecco, credo che lì nei guasti irredimibili denunciati da Moro ci sia il massimo di verità, quella che l'arte è capace di suggerire. Non sento come una contraddizione che quella verità mi stimoli a renderla falsa, a fare politica per cambiarmi e cambiarci.