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mercoledì 9 maggio 2018

Eleonora Moro che consegna le Brigate cosiddette “rosse” all'abisso dell'infamia


Nei 55 giorni fra il sequestro (e sterminio della scorta) e l'esecuzione, ho trovato il momento più atroce nel colloquio telefonico fra il giustiziere Moretti ed Eleonora, moglie di Moro. Moretti dice ad Eleonora che solo un intervento della DC può fare recedere le Br dall'eseguire la sentenza. Le voci si accavallano. Moretti teme di essere intercettato e vuole chiudere. Allora Eleonora ha parole tremende, parole semplici, parole di sconvolgente “ipocrisia” dettate da un amore senza limiti. “Le chiedo scusa” dice al carnefice. Al carnefice che dispone della vita dell'uomo amato. Non basteranno le scuse. Non basterà niente. Ma quel colloquio per me consegna definitivamente le Br alla spazzatura della Storia. L'assassinio, preceduto da torture infami a Moro e alla sua famiglia, non avvierà rivoluzione alcuna. La Storia ci dirà che il proletariato non sarà emancipato, ma sconfitto e frantumato. La Storia ci dice che la violenza cieca, perpetrata da sedicenti interpreti del proletariato, non conduce alla Rivoluzione, ma all'abisso.

lunedì 19 marzo 2018

Balzerani e l'oltraggio

Dice Barbara Balzerani: "C'è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te".
Bontà sua, anche i familiari della vittima hanno diritto a dire la loro. Penso semplicemente che Barbara Balzerani sia una criminale rincoglionita, oltre che per nulla pentita. Aggiungo che mi sfugge la ratio per cui sia in libertà.

venerdì 16 marzo 2018

Ricordando via Fani


Non ho nulla di intelligente da dire sulla tragedia di via Fani. Questa nota mi serve solo per sentirmi partecipe di un rito civile. Perché in questo sono un conservatore o un conformista. Voglio dire però del mio sbigottimento assoluto ascoltando le testimonianze dei brigatisti Fiore, Gallinari, Moretti, Morucci nel servizio di Purgatori (Atlantide). In nessuno di loro si scorge ombra di pentimento. Dissociati al più solo perché consapevoli di una sconfitta. Ma non c'è turbamento alcuno per il sangue versato. Solo puntuale descrizione delle strategie politiche e militari. Turbamento che invece c'è in Adriana Faranda, intervista da Ezio Mauro. Che infatti dice: "Davamo la morte noi che ci eravamo battuti contro la pena di morte negli Usa". Già. Diffido dal vezzo di spiegare gli orrori con i complotti. Cia e Kgb, Usa e Urss solidali nel volere la morte di Moro? Più semplice spiegare l'orrore con la malattia dell'Ego, la malattia di dar senso alla propria vita immaginandosi artefici di cambiamenti epocali. Che invece a mio avviso possono avvenire solo in due modi: O per il Caso che mette in moto processi e/o per un contagio culturale che ci fa d'improvviso tutti scandalizzare per l'ordine delle cose fino a ieri subito. Credo che Gandhi, Mandela, Mujica abbiano visto assai più lontano di Moretti ed assassini presunti "rossi".

domenica 22 settembre 2013

Br, Rodotà, Alfano: comprendere e non comprendere


Le Br in un comunicato tentano di collegarsi alla No-Tav, promuovendola come nuova occasione di scontro violento. Stefano Rodotà commenta:" parole deprecabili ma comprensibili". Bufera. Per Alfano questo è tipico dei cattivi maestri. Anche a dispetto della storia personale di Rodotà mai indulgente col terrorismo. Cosa avrebbe potuto o dovuto dire Rodotà? Che quelle delle Br erano parole incomprensibili? Che lui non le capiva? Che non era abbastanza intelligente per capirle? Rodotà ha dovuto precisare l'ovvio: che comprendere non significa giustificare. Alfano non è abbastanza intelligente per non capire la differenza? Forse. O forse gioca col senso comune e con il logoramento del nostro linguaggio. Per prendere le distanze da qualcuno o qualcosa siamo avvezzi a definire quel qualcuno o qualcosa: "incomprensibile". A forza di dire così però finiamo per non capire davvero e di censurare l'intelligenza. Comunque credo che Alfano, che non è un'aquila, non sia neanche così stupido. Semplicemente gioca sporco.

martedì 22 maggio 2012

Brindisi, il romanzo di una strage


L’ultimo scempio di umanità consumato a Brindisi mi ha riportato alla storia tragica delle stragi italiane e a un film visto da poco. Marco Tullio Giordana, col suo Romanzo di una strage, ha svolto un'opera meritoria. Ha raccontato ai giovani che non sapevano e agli adulti che avevano dimenticato cosa accadde a Milano quel 12 dicembre del '69. Ne ha raccontato il sangue e il dolore. Ne ha raccontato le vittime e i carnefici più o meno accertati. Con un po' di conformismo, ha preso atto delle parziali conclusioni attuali e della riconciliazione delle vedove, facendo degli antagonisti di allora, Pinelli e Calabresi, due avversari leali, diversamente schierati entrambi contro il male, l’anarchico testa calda, Valpreda, da un lato, la questura di Milano, complice o omertosa, dall'altro. Il resto però, il perché e il come, i mandanti, la catena delittuosa ha potuto solo ipotizzarlo, suggerirlo, se non inventarlo. Ha sceneggiato le ipotesi della cultura democratica e della teoria del complotto. Gli anarchici forse manovrati da servizi stranieri e da pezzi dello Stato, i fascisti infiltrati (Merlino) che si fingono anarchici, i milionari "radicali" (Feltrinelli) che vogliano altro che il denaro. E' vero, nella stagione delle stragi si è ipotizzato il concorso straniero: la Cia, il Kgb, addirittura entrambi, collaboranti. Per ottenere cosa? Per allontanare la sinistra dalle stanze del potere, evento sgradito perché "eversivo" dagli Usa, perché riformista e compromissorio per il Partito comunista sovietico. Però quello che gli uni e gli altri avrebbero tentato di impedire, anche con la complicità delle Br e il sequestro Moro, avvenne invece con l'ingresso del Pci nella maggioranza di solidarietà nazionale (1978). Una strategia fallita con ogni evidenza. Come per Piazza della Loggia, come per Bologna. Come oltre le nostre frontiere. Quale fu nel settembre 2001 la strategia di Osama bin Laden, con l’abbattimento delle Twin Towers? Seguì l’invasione dell’Afghanistan (stesso anno) e dell'Irag (2002) fino all’esecuzione dello stesso santone di Al Qaeda. Era questa la raffinata strategia di Osama? Era questo che voleva? Morire? E con l’attentato ai treni a Madrid (2004) si voleva quel che ci fu, la vittoria di Zapatero? La storia delle stragi “politiche” pare intrecciarsi talvolta in Italia alle stragi di mafia. Difficile contestare la contiguità fra mafia e politica (pezzi della politica) e probabile che servitori dello Stato siano finiti nel libro paga di Cosa nostra. In compenso la mafia, quella che uccise Falcone e Borsellino e poi congegnò gli attentati degli Uffizi, del Velabro, etc. è disintegrata. Rimane l’istituzione mafiosa, ma capi e gregari sono in galera. Il capo supremo, dopo Riina, il mandante degli assassini degli ultimi decenni, Bernardo Provenzano, malato e forse demente, è disperato al punto di tentare il suicidio infilando la testa in un sacchetto di plastica. Anche la libertà di morire gli è preclusa. E’ questo il premio atteso per una stagione di stragi? No, non voglio dire che non ci siano stati complotti. Ma insomma non con tanti eterogenei protagonisti alleati nell’arco di una e più generazioni. Sì, nella lunga lista di colpevoli e complici tratteggiata, Marco Tullio Giordana (come tutti i teorici del complotto politico) qualcosa avrà azzeccato. Il perché politico di tale mobilitazione di agenti del male però resta oscuro. Resta oscura la ratio politica perché a mio avviso, essa, quando è presente è spesso un pretesto, non negli "impiegati" dei servizi segreti quanto negli ideologi della violenza. I loro progetti quasi inevitabilmente falliranno. Vico e altri dopo di lui hanno parlato di eterogenesi dei fini. Gli effetti delle nostre azioni sono spesso opposti alle nostre azioni. Quanto più complessa è la realtà, per la molteplicità di azioni e retro-azioni, tanto più probabile è ottenere risultati opposti a quelli desiderati. Credo che noi mitizziamo le potenze occulte che manovrerebbero alle nostre spalle, sia quando ne ipotizziamo a sproposito l’esistenza sia quando le immaginiamo dotate di una straordinaria intelligenza. Credo che il dolore e il sangue di questi anni nascano dalla disperazione dei manovali delle stragi più che dalla presunta intelligenza di menti raffinate. Se cresce la disperazione, i sempre più numerosi disperati hanno sempre facilità a crearsi capi e santoni (cioè pretesti) e viceversa questi ultimi hanno facilità di trovarsi entusiasti assassini e kamikaze. E nel brodo di cultura del nichilismo anche i gesti isolati (il norvegese Breivik è solo l'ultimo) si moltiplicano. Il benessere, frutto del saccheggio delle ultime risorse della terra e quindi del futuro, ci ha regalato una società con tassi decrescenti della violenza primordiale e "razionale", quella di chi cerca cibo, sesso, denaro. Meno rapine, meno stupri. Crescente invece la violenza gratuita “ideologica”, quella che cerca bandiere e appartenenze, simboli da coltivare e simboli da abbattere, per riempire il vuoto di vita e progetti. In tal senso è possibile transitare dalle bandiere del tifo a quelle dei clan mafiosi a quelli politici delle estreme che offrono appartenenze e semplificazioni alla portata di tutti. Credendo questo, non mi interessa molto il chi e le cosiddette responsabilità che la giustizia talvolta riesce ad accertare. Mi interessa più il perché che però credo di conoscere. Non appartiene alla politica. La politica lo produsse e ne è prodotta: è la mutazione antropologica che fa scoprire all'uomo la sua solitudine. Per questo di Romanzo di una strage mi sono rimasti i pochi minuti di Moro (uno straordinario Fabrizio Gifuni) con la sua “confessione” all’amico prete. A fronte del male, delle omissioni colpevoli, delle stragi, un Moro sfinito confessa di arrivare ad auspicare che la natura prenda il sopravvento e cancelli quel progetto andato a male, l’Uomo, per poi ricominciare pian piano la sua opera rigeneratrice. Ecco, credo che lì nei guasti irredimibili denunciati da Moro ci sia il massimo di verità, quella che l'arte è capace di suggerire. Non sento come una contraddizione che quella verità mi stimoli a renderla falsa, a fare politica per cambiarmi e cambiarci.

venerdì 15 aprile 2011

Vittorio Arrigoni: la vita degna di essere vissuta

Il mio primo pensiero è questo: spero intensamente che Vittorio Arrigoni abbia sentito prima di morire che la sua vita è stata degna di essere vissuta. E’ il pensiero che consola sua madre: lo dimostra con il suo quieto dolore, la sobrietà che non appartiene alle madri degli omicidi uccisi, perché anche i figli educano le madri. Questo è il mio modo di esprimere il mio amore per lui. Dico apposta amore perché in suo omaggio vorrei restituire significato alle passioni importanti, come il sentimento gratuito che lui ebbe per Gaza e per le sofferenze della sua gente: è giusto chiamare amore quel sentimento, più che i sentimenti che riguardano i nostri rapporti interessati con l'altro sesso o con i parenti. La sua morte adesso mi conduce a una rete contraddittoria di significati. Ho cercato velocemente su internet di ripassare qualche informazione sui suoi assassini. Ma francamente non mi attraggono molto i dettagli sui salafiti. Mi avvalgo dei miei utili pre-giudizi per arrivare all’essenziale. Sono attratto e atterrito, riscoprendo sinistre vocazioni umane, dalle analogie con altri assassinii e altri assassini, i gruppi minoritari che credono (o fingono di credere) ad una rivelazione - divina o laica che sia -riservata a pochi eletti. Penso agli assassini delle Brigate rosse (fra quelli che fingono di credere, per riempire una vita priva di amore e priva del dono dell'intelligenza) che finsero di credere di spiegare all’operaio Guidi Rossa, col suo sangue, cosa fosse la lotta di classe. Penso a un’altra vittima che conobbi fuggevolmente, ma intensamente: Ezio Tarantelli, incontrato a un seminario, uomo inequivocabilmente mite e generoso, dolcemente "imbranato" con i suoi lucidi e la lavagna luminosa.
E' il mio modo per dare un significato all'assassinio di Vittorio Arrigoni.
Un altro rimando mi suggerisce la ritualità di quegli assassinii: la ritualità delle esecuzioni di Stato in cui la macchina cieca della giustizia asetticamente uccide, in assenza di passioni, ormai spente, come accadde per Saddam.
E allora sento l'amore indignato di Lucrezio (De rerum natura, Liber I) nel ricordare il sacrificio di Ifigenia: "Tantum religio potuit suadere malorum"! A quanti orrori inducono religioni (o superstizioni), anche laiche, nella sconfitta della ragione!
Restiamo umani era l’invito di Vittorio. Diventiamo umani è la correzione che gli proporrei, oppure Torniamo animali, amputando da noi le perversioni dell’umano.