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venerdì 29 maggio 2020

Gli storici diranno

Gli storici si chiederanno: perché la Sinistra italiana non abrogò mai le leggi della Destra che aveva aspramente avversate? E perché non fece le leggi che aveva promesso? Perché restò pressocché intatto il codice Rocco? Perché non fu ripristinata la scala mobile? Perché non fu abrogato il Jobs Act e ripristinato l'art. 18? Perché non furono abrogati i decreti sicurezza? Perché non fu abrogata quota 100? Perché non si introdusse lo ius culturae?
Gli storici si divideranno. Alcuni diranno che la Sinistra ebbe paura di essere sconfessata da un Paese di Destra. Altri diranno che sotto sotto la Sinistra condivideva i provvedimenti della Destra, anche se non poteva dirlo. Fece fare cioè alla Destra, "tecnici" compresi, il lavoro sporco. In sintesi, con varie sfumature, gli storici diranno che la Sinistra in Italia non c'è mai stata. Ci sono stati riformisti scoloritissimi (liberal socialisti?). Ci sono stati "comunisti" e massimalisti impotenti, paghi di avere ragione e indifferenti a governare e cambiare il Paese, forse consapevoli di non disporre di progetti avanzati e sostenibili. Qualcuno dirà che ci fu solo un uomo capace di visioni radicali e insieme di concretezza politica. Un uomo mite e forte che si chiamava Enrico Berlinguer.

sabato 13 aprile 2019

Il presente rossonero, cioè nero


Ieri a Propagandalive ho assistito alla più plastica narrazione della fine della Sinistra. Spero abbiate visto. Io non sapevo se ridere o piangere. Il contesto era Torre Maura (Roma), periferia resa celebre per la recente sommossa anti-rom. Diego Bianchi mostrava e poi intervistava un anziano "compagno", per una vita comunista e grande ammiratore di Berlinguer. Le immagini mostravano il "compagno" in strada a protestare, confuso con quelli di CasaPound, contro la minaccia rom. Quelli di CasaPund con il braccio teso nel saluto fascista, lui con il pugno chiuso e cantando le stesse cose (Fratelli d'Italia) e urlando gli stessi slogan. Convinto. Senza alcun cenno di dubbio. "Ma Berlinguer avrebbe approvato?" gli chiedeva l'intervistatore. E lui: "Forse sì, i tempi sono cambiati e i rom di oggi non sono gli stessi rom di allora". Non dava l'impressione di essere labile di mente. Inimmaginabile quest'epoca rosso-nera 40 anni fa (ed anche 10 anni fa). Inimmaginabile il nostro futuro.

giovedì 28 febbraio 2019

Oltre il No, un'altra visione


Penso che fra i guasti maggiori del renzismo, come del salvinismo o del grillismo, ci sia questo: essere indotti a giocare di rimessa, cioè limitarsi a dire No, restando nell'agenda che essi propongono. Un progetto socialista però non è banalmente il contrario del renzismo: è un'altra cosa. Possiamo dire che vivevamo tempi felici prima di Renzi? Bastava dire no al Jobs act e al referendum? A me non piaceva per nulla un Paese in cui c'era sì più occupazione stabile, ma insieme all'assenza di protezione per precari e disoccupati. Se devo immaginare un Paese migliore e diverso, non immagino mio nipote arroccato in un qualsiasi lavoro e posto da difendere con i denti. Non lo immagino a timbrare per una vita gli stessi documenti o ad insegnare la stessa storia. Lo immagino crescere professionalmente, meritare nuove responsabilità, trovare nuovi interessi, cambiare lavoro. Lo immagino parte di una società interessata a non sprecarlo, interessata a non sprecare nessuno. Non immagino neanche uno Stato che lo inciti ad andare al più presto in pensione per liberare il suo posto di lavoro. Immagino invece uno Stato Socialista in cui si cerca sempre la giusta negoziazione dei bisogni personali e di quelli collettivi. Immagino uno Stato Socialista che riscopre l'austerità nell'accezione anticonsumistica di Berlinguer. Niente a che vedere né con Renzi né con l'antirenzismo, né con Salvini né con l'antisalvinismo. Un'altra visione.

venerdì 1 giugno 2018

Quel che resta della sinistra


Cosa resta della sinistra sempre più salvinizzata e sovranista? Quasi niente. Il nemico non è più il capitale. Il nemico è la finanza senza volto, è l'Europa, è la Germania, è l'austerità (che invece Berlinguer proponeva come sobrietà anticonsumistica). Il nemico non è il capitale patriottico (?), non sono le slot machine che succhiano sangue ai pensionati e che però forniscono introiti alle casse svuotate dello Stato. L'obiettivo non è più l'ampliamento dell'area dei Beni comuni. Non è la progressività fiscale. Non è la patrimoniale e la tassa di successione. Non è il Socialismo ovviamente. Non è la buona accoglienza dei migranti da condividere con l'Europa. Quel che resta della sinistra si distingue da Salvini solo per il linguaggio più educato e per le buone maniere. La sinistra che resta infatti non intende cannoneggiare i barconi e sterminare i migranti. Vuole consegnarli a Turchia e Libia perché facciano loro il lavoro sporco. Cerco altrove la Sinistra.

martedì 19 settembre 2017

Diritto a sinistra


Faccio fatica a seguire il dibattito a sinistra del Pd. Non capisco alcune cose. Non capisco perché si parli di partito o lista di centrosinistra. Ma il centro o il centrosinistra non c'è già? Alfano, Pd o giù di lì? Forse si vuole rassicurare che non sarà una “cosa rossa”. A me, da radicale ragionevole, pare che la “cosa” debba dichiararsi ed essere di sinistra. Dire e proporre cose chiaramente di sinistra. Puntare a prendere tutto (vocazione maggioritaria?) e, se non si prende tutto, allearsi responsabilmente con i meno lontani per governare. Soprattutto a ragione di una legge elettorale proporzionale. Non credo che i cittadini sentano bisogno di una forza moderata (nel senso di scolorita). Non credo che si vinca al centro. Credo si possa vincere con parole d'ordine forti: quelle che possono mobilitare precari ed esclusi. Io oserei dire: “Nessuno sia più sprecato”. Tutti al lavoro, con la leva pubblica. Tutti. Per rispondere ai bisogni del Paese che sono sterminati: l'istruzione per tutto l'arco della vita, presidi sanitari capillari, cura degli anziani e dei meno dotati, officina nazionale di restauro della bellezza italiana, prevenzione dei disastri ambientali con messa in sicurezza del territorio. Parlerei di introdurre, con il lessico di Enrico Berlinguer, “elementi di socialismo”. Magari chiamerei “Democrazia Socialista” la formazione che aspira a cambiare davvero il Paese.
Direi questo: da realizzare in una legislatura o almeno da avviare inequivocabilmente in una legislatura. Non perderei fiato in un antirenzismo ormai inutile e di maniera. Né direi pavidamente, come qualcuno a sinistra fa: “un po' di questo e un po' di quello”, un po' di consumi, un po' di lavoro in più. Gli esclusi non si consolano perché c'è un escluso in meno (e domani nuovamente uno in più), se restano nella quota sfortunata e non c'è la certezza che si va nella direzione “disoccupazione ed esclusione zero”. Direi chiaramente come si acquisiranno le risorse, a partire da una fiscalità a forte progressività. Non direi parole stupide ed acide come “anche i ricchi piangano”. Sorriderei ai ricchi spiegando che toglieremo loro l'adipe superfluo e malsano e saranno più felici in un Paese non più frustrato, impotente e incattivito. Dovrei annunciare anche le cose ovvie che si promettono e non si fanno. E che infatti è difficile nominare: lotta agli sprechi e ai privilegi, non solo dei benedetti politici, ma nelle Università, negli Ospedali, nelle nomine e nelle consulenze. Cose che non si fanno anche perché la competenza e la passione alla guida di progetti sono normalmente surrogati da trame amicali, spiegherei. Infatti facce credibili servono, soprattutto in una fase di transizione in cui l'identità partitica deve faticosamente riconquistare credibilità. Facce e parole con la bussola visibilmente orientata a sinistra.

mercoledì 16 novembre 2016

Il Veltroni di “ma anche”: più con me che con Renzi

E’ la mia sintesi disinvolta dell’intervista di ieri sera di Gruber a Veltroni.  Che Veltroni votasse Sì  lo immaginavo bene.  Lo  davo meno  scontato per Letta.  Che però votando Sì fa un figurone di uomo  sopra le meschinità degli uomini comuni e degli “staisereno”. Spiego a me stesso allora perché io sento Veltroni più vicino al mio mondo che a al mondo di Renzi.  Malgrado il suo Sì e il mio No.  Veltroni, dopo aver illustrato le scontate ragioni del suo Sì, denuncia il clima di rissa e personalizzazione di cui fa carico a Renzi e ai suoi avversari. Ma implicitamente più al primo che avviò la personalizzazione. Poi dice che a  referendum concluso la sinistra  dovrà occuparsi dei problemi della sofferenza di milioni di cittadini. Alla domanda se Renzi sia sinistra non risponde apparentemente , ma in pratica risponde  dicendo che “sinistra” non è parola da cancellare dal vocabolario del Partito Democratico.  Tutt’altro. Serve una risposta di sinistra alla sofferenza. E alla domanda di Gruber “Cosa pensa della rimozione della bandiera europea  nell’ufficio del Presidente del Consiglio?” risponde che ne pensa malissimo. Più o meno come aveva dichiarato Prodi. E ancora: “Sbagliato confondere Grillo con Salvini. Da una parte ci sono contraddizioni ed un programma confuso ma con idee  rispettabilissime. Dall’altra parte  c’è  il populismo della destra”  . E infine : “Non si debbono rincorrere i populismi sul loro terreno. Bisogna proporre  visioni diverse”.  Insomma tutta l’intervista è una polemica netta contro il renzismo.  C’è anche in Veltroni la nota rivendicativa del suo “ma anche”. E’ connessa all’aspirazione maggioritaria del partito che aveva fondato. Che voleva essere maggioritario  nel senso di aperto all’ascolto delle ragioni altrui e intenzionalmente inclusivo. Perché “E’  così…ma anche…”. Nessun rapporto, a mio avviso, con gli  stratagemmi di leggi elettorali truffa che trasformano in maggioritaria una corposa minoranza.  Sento invece un’assonanza con la rivendicazione della locuzione “nella misura in cui”  di Berlinguer in un’intervista di tanto tempo fa. Berlinguer  che quietamente  difendeva quella locuzione  con l’intervistatore che la riteneva vaga. 

giovedì 14 aprile 2016

Onestà, onestà

Ho detto la mia sugli insulti alla delegazione del PD ai funerali di Casaleggio. Nella comoda posizione di un senza partito al momento. Lontano dal PD e lontano da M5S. Vorrei dire qualcosa sulla parte meno criticabile del funerale. Quel grido "Onestà, Onestà' " dei leader (se si può dire...) M5S e rilanciati dalla folla. Un messaggio intenso e ingenuo, stupidamente sciupato da alcuni con gli insulti agli "ospiti". Ingenuo perché pare come chiedere bellezza o forza o gentilezza in un mondo irrimediabilmente imbruttito, infiacchito, inacidito. Prendo sul serio quel grido forse equivalente alla "questione morale" sollevata da Berlinguer, in forma più dotta e argomentata. Lo prendo sul serio perché sono convinto che la questione morale (ovvero la corruzione, il familismo, lo scambio di favori, etc.) sia all'origine dello stallo del Paese. Malgrado il cieco movimentismo attuale. Stallo economico, povertà diffusa cui si risponde con pannicelli caldi, declino culturale fin negli indici di analfabetismo funzionale, fuga dall'Italia e, in definitiva - ciò che più conta - infelicità diffusa. Impossibile un Risorgimento se non si vince la battaglia culturale e politica per una nuova etica condivisa. Quella, ad esempio, che ridarebbe motivazione allo studio, oggi impedita dalla certezza che non sarà premiato il migliore ma gli amici ignoranti dei circoli magici, delle migliaia di circoli amicali che infestano e azzoppano il Paese, dagli appalti, alle Università, alla conquista di una visita specialistica, ad un loculo cimiteriale. D'accordo quindi su quel grido. Che dovrebbe chiedere una lunga fase giacobina con tolleranza verso l'illecito. Come il No ad ogni sorso di alcol nella terapia anti-alcolista. D'accordo su quel grido. Un po' meno e molto meno sul resto. La democrazia sequestrata nelle chiavi del blog, i votati da quattro gatti e i leader non votati da nessuno. E poi le strane alleanze con la xenofobia, una eurofobia e fantasie stregonesche in stile Scientology.

mercoledì 11 dicembre 2013

Grillo e il primato eversivo


Dispiacerà ai miei amici M5S il mio giudizio e me lo contesteranno. Ma per me la lettera aperta ai responsabili delle forze dell'ordine nel blog di Grillo supera addirittura per incoscienza, irresponsabilità ed eversione il peggiore Berlusconi. Grillo invita quindi le forze dell'ordine a non difendere i palazzi del potere. Vi stanno delinquenti sicuramente eletti molto indirettamente dal popolo. Infatti il popolo - in buona parte - ha votato e sostenuto con entusiasmo chi ha nominato quei delinquenti. Ci stanno i ragazzi del M5S e ci sta Giacchetti oltre i due mesi di sciopero della fame per sollecitare una nuova legge elettorale. Un giorno scopriremo magari che ci sta un nuovo Moro o un nuovo Berlinguer, invisibile fra i delinquenti e oscurato dal casino populista. Invitare le forze dell'ordine a non difendere quei palazzi, oltre che una idiozia eversiva, è un chiaro richiamo ai folli o agli sprovveduti che sono occupati con birrette e slot machine a dilettarsi invece con bombe e pistole.

giovedì 12 settembre 2013

L'undici settembre di Salvador Allende


L'undici settembre di quarant'anni fa, moriva Salvador Allende, Presidente della Repubblica cilena. Conserviamo foto e ricordo di lui affacciato a una finestra del Palazzo de La Moneda, con elmetto e fucile, perché fosse chiara e visibile con la sua impossibile resistenza l'opposizione al golpe che consegnava il Cile alla dittatura di Pinochet. Fra le sue ultime parole infatti queste: Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. Ha avuto ragione. Non per caso questo circolo oggi lo ricorda con gratitudine mentre Pinochet è confinato da morto nel disprezzo di tutti i democratici. Ha avuto ragione. A cosa serve prolungare la vita a costo di renderla detestabile? Aveva tentato, da Presidente minoritario, vincitore, ma con la maggioranza del parlamento ostile, di realizzare il cambiamento socialista nella democrazia e nella legalità assoluta. Nazionalizzazioni, esproprio dei latifondi e svariate misure di sostegno ai deboli. Coalizzò contro di sé forze smisurate, interne ed esterne: gli Usa, i militari, i latifondisti, le corporazioni (a partire dagli autotrasporti). Non poteva farcela. Enrico Berlinguer trasse ispirazione dalla tragedia cilena per una svolta strategica verso il compromesso storico. Impossibile il socialismo o il governo della sinistra senza il sostegno della grande maggioranza del popolo o di una larga coalizione di forze.

venerdì 12 aprile 2013

La politica nuova secondo il cinema italiano


Due film, due commedie con cui il cinema italiano riflette sulla politica. Uno è Viva la libertà di Roberto Andò, con la “solita” interpretazione godibile di Toni Servillo. L’altro è Benvenuto Presidente di Riccardo Milani, con Claudio Bisio. Anticipo la mia sintesi. La sintesi, a mio avviso, è la casualità della politica o almeno della leadership. Molti i punti di contatto fra le due storie. Nel primo c’è il segretario del maggiore partito della sinistra, Enrico Oliveri. Dire Bersani e dire PD è ovvio. Il partito è stanco, privo di slanci, impigrito nei rituali consueti delle direzioni e delle segreterie. Il segretario ne è lo specchio fedele. Quando infine la noia diventa contestazione esplicita, il segretario fugge semplicemente via a Parigi, verso la libertà e il tentativo di riprendere il filo smarrito della vita. Panico nel partito. Il suo braccio destro crede di avere trovato una soluzione provvisoria alla scomparsa. In attesa del ritorno, il segretario sarà sostituito dal suo gemello. Il “doppio” è persona colta, già docente di filosofia, ma col difetto di essere reduce da una casa di cura per malattie mentali. La soluzione provvisoria si dimostra la soluzione ideale e insperata. Il gemello ha le parole giuste. Ha il tono giusto e l’approccio giusto. Il leader è stato trovato e il partito rimonta alla grande verso la vittoria. Cosa dice il nuovo leader? Propone ricette contro la disoccupazione e la crisi? Nulla di questo e nulla di niente. Non è questo che conta. Il film critico verso la politica politicante è neanche troppo sottilmente ammiccante verso la politica del personaggio e dello spettacolo. Anni luce distanti dal cinema “impegnato” di tempi lontani, di Rosi, delle Mani sulla città. E distantissimo dal cinema dell’impegno sociale in cui le classi e le condizioni sociali sono definite dal possesso di una bicicletta. Nel film di Bisio, un Parlamento chiamato ad eleggere il nuovo Presidente è paralizzato dalle furbizie e dai veti reciproci. L’ultima deleteria furbizia è quella di credere di buttare la palla fuori campo, eleggendo per perdere tempo (l’equivalente, direbbe qualcuno, di nominare due commissioni di saggi) il defunto eroe nazionale per antonomasia: Giuseppe Garibaldi. Il problema è che un Giuseppe Garibaldi esiste ed ha i requisiti giusti, a partire da quelli anagrafici. E anche qui, un uomo qualunque, un precario bibliotecario di provincia, assume per caso un ruolo e dimostra di svolgerlo assai meglio di quelli selezionati da una lunga carriera politica. Con tutti i prevedibili atteggiamenti irrispettosi di forme e convenzioni. Quelli cui ci stanno abituando ad esempio gli adorabili parlamentari grillini, così normali, così incompetenti talvolta, che però – udite, udite !- mangiano in pizzeria. Il verificarsi dell’utopia leninista con la cuoca che è a capo dello Stato. Solo che la cuoca vagheggiata da Lenin arrivava a conclusione di un processo di semplificazione della politica e dell’amministrazione. Non arrivava per sostituire ai riti un happening come l’invito a danza alla Merkel di Oliveri/Servillo, non troppo diverso dal cucù di Berlusconi o come la corsa coi bersaglieri in cui si cimenta il Presidente ex precario. Cosa ci dicono quindi i due film e i due autori, un po’ troppo apprezzati da critica e soprattutto pubblico? Lisciano il pelo al sentimento comune che è in estasi se papa Francesco dice alla folla “Buon giorno” o addirittura “Buon pranzo”. Basta con la seriosità della politica, quella di Moro e di Berlinguer e basta con i papi dottrinari e distanti. E basta anche alla politica come professione o intrallazzo. Sentimenti condivisibili. Manca però nei film proprio uno sguardo critico al nuovo senso comune. Gli scopi della nuova rappresentazione della politica non sono né visibili né accennati. In cosa la nuova politica vuole cambiare i nostri costumi e i nostri rapporti sociali? Vuole che i ladri di bicicletta (oggi di auto) siano severamente puniti? O vuole che nessuno abbia bisogno di rubare una bicicletta (o un’auto)? Come vuole risolvere il dramma degli imprenditori e lavoratori suicidi e quello della immane disoccupazione degli edili? Cementificando ancora e stimolando ampliamenti e terrazzini? L’essenziale insomma non è in discussione. La politica è competizione fra spettacoli, con folle che plaudono o inveiscono. Folle senza storia, classe sociale e appartenenze. Tra politica e vita non c’è contatto. La politica spettacolo è l’anestesia dei bisogni. E lo spettacolo continua.