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giovedì 28 gennaio 2021

Meme potenti ovvero bufale mortifere

 

Se dovessi scegliere due riforme decisive per cambiare il Paese e farlo prospero, sceglierei di cancellare dalle menti due meme ( 'unità auto-propagantesi" di evoluzione culturale), insomma due bufale mortifere, Per la prima il lavoro altrui è una minaccia al mio lavoro. Ergo più gente si manda in pensione più lavoro c'è per me e i miei figli. Vedi la "geniale" (?) esaltazione – salviniana, ma di senso comune anche a Sinistra- di quota 100. La seconda dice che più si desidera consumare più lavoro si crea. Viva quindi le discoteche, le sale Bingo e le seducenti ultime Nike. Berlusconi, Briatore, Santanché e gente simile lo dicono proprio così. La cosiddetta Sinistra, che è più austera (Bersani), non parla di discoteche, ma di trattorie. Mi scuso per l'accostamento di personaggi anche eticamente diversissimi, però "amicus Bersani, sed magis amica veritas". Il mio amico marziano si dice sorpreso che noi terrestri pensiamo davvero che se non ci fossero più bisogni materiali e quindi lavoro la Terra sarebbe l'inferno e non già il paradiso.

mercoledì 27 febbraio 2019

Quali priorità?


Permane la mia sensazione che l'opposizione scelga male le sue priorità. Ad esempio subisce il dominio assoluto del governo sulla Tv pubblica ed anche privata. Tv in cui si concede sì qualche spazio al Pd ed anche qualcosina ai Bersani. Ma in Tv non ascoltiamo la voce dei "minori": Radicali, Potere al Popolo, Pci, Pc, Rifondazione, etc. Ieri ho ascoltato in prima serata Borgonzoni (Lega), Bersani, Boschi. Solo sul fare della notte, mentre mi apprestavo ad andare a letto, ho sentito qualche parola di Viola Garofalo (Potere al Popolo) in un tavolo con tanti altri. Insomma, pluralismo di facciata ed ipocrita. Va bene così? Io penso che al contrario i minori debbano avere una presenza ben oltre il loro peso elettorale. Anche per compensare la forza dei maggiori e dell'esistente. Richiesta impossibile ad essere ascoltata? Sì, ma serve ribadirne l'esigenza al fine della costruzione di un nuovo senso comune. Come per la fine dei premi di maggioranza e degli sbarramenti liberticidi. A tempo perso cerchiamo di riavvolgere il nastro a prima di Craxi -Berlusconi e poi verso l'appropriazione collettiva dei media e della rete. Missione Impossible, ma necessaria.

venerdì 31 agosto 2018

Quale fronte?


Si susseguono gli appelli - da Cacciari a Boldrini - per un fronte unico antisovranista. Se si forse dovrò comunque votarlo. Ma qualcosa non torna. Contro Di Maio, d'accordo. Contro Salvini ancora più d'accordo. Ma per fare cosa? Solo per tornare indietro? Per tornare a Prodi, a Veltroni, a D'Alema, a Bersani? Per tornare alla sinistra che volle privatizzazioni e liberalizzazioni? Ammesso che quel fronte vincesse (e non lo credo) porrebbe le premesse per una nuova fase di rigetto e nazionalistica. Chiederei invece poche parole chiare. Almeno tre proposizioni. La PRIMA: nessuno sarà sprecato, nessuno abbandonato, nessuno privato del diritto effettivo a reddito e lavoro. Nessuno. Perché una sola eccezione rende poco credibile il messaggio. La SECONDA:: percorriamo di buona lena il percorso inverso. Restituiamo alla collettività ciò che fu ceduto o regalato ai privati. Autostrade, telefonia, sanità, etc. Ma stranamente su questo la sinistra in campo tace. Quando non consuma pop corn. E si fa superare a sinistra da Fico, Di Maio e addirittura Meloni invece che incunearsi nell'incoerente grumo gialloverde. La TERZA : le facce non sono tutto, ma sono qualcosa. Non è credibile un programma di vera sinistra, un progetto di DEMOCRAZIA SOCIALISTA con le brave persone che scelsero privatizzazioni e bombe per accreditarsi coi padroni della "modernità".

mercoledì 28 febbraio 2018

Note per pochi intimi: la musica e le parole


LeU e PaP che - diciamo così- si contendono il mio voto hanno in comune qualcosa. Entrambi propongono di lottare la disoccupazione riducendo a 32 ore l'orario di lavoro. In base al senso comune per cui la torta divisa in più fette nutre più commensali. Dimenticando - mi pare - che meno si lavora meno la torta cresce. Aggiungere poi che la riduzione oraria deve avvenire a parità di salario mi pare quanto meno grottesco. Sarebbe compatibile solo con l'esproprio forzato degli imprenditori. E comunque incompatibile per lungo tempo anche nel passaggio ad una economia collettivizzata. Almeno fino a quando l'economia socialista non dimostrasse di poter attuare recuperi di produttività macroscopici e tali da salvare capre e cavoli. Però di nazionalizzazioni non parla LeU. Ne parla in parte PaP che coraggiosamente progetta di ri-nazionalizzare settori strategici privatizzati. Perché questa proposta nei programmi di LeU e di PaP? Debbo pensare necessariamente ad una proposta seducente e inattuabile, cioè elettorale. Ieri alla 7 non casualmente e saggiamente Bersani sfumava la proposta di Grasso. Accetto e chiedo chiarimenti e correzioni. Comunque dividerò il mio voto fra LeU e PaP. Diciamo che apprezzo nell'esecuzione in parte gli interpreti, in parte il motivo con l'arrangiamento, pur non comprendendo le parole o considerandole banali. Come accade per lo più con le canzoni che ogni tanto canticchio.

venerdì 29 settembre 2017

La politica e l'amicizia


Essere stato “bannato” da una “amica” non mi ha sconvolto. Era una “amica” con virgolette o poco più. Lo stesso io per lei. Un po' più di una “amica” fb, perché a differenza di ciò che avviene (o non avviene) quasi sempre su facebook, in questo caso ci eravamo incontrati, ci eravamo sentiti al telefono, avevamo progettato gite insieme. Lo dico perché anche lei lo ha pubblicamente ricordato. Non sono sconvolto, dicevo. Sono perplesso e sollecitato a rimuginare su cosa significhi “amicizia”. Questo abbozzo di amicizia è stato bruciato dalla politica o da cosa? So bene che oggi l'alternativa “Minniti o Strada” divide quanto ieri quella “Renzi o Bersani”. Tempo fa bannai un “amico” facebook che mi aveva mandato letteralmente a quel paese per una mia critica (non insolita) a Renzi. Ero rimasto di sasso perché c'era stato un dialogo personale intenso fra noi. Eppure...Da allora ogni tanto sono indotto a pensare che forse non si può essere amici se non si condivide simile visione politica. E, dal suo punto di vista, bene aveva fatto quell'amico a mandarmi al diavolo se sentiva Renzi come spartiacque fra il bene ed il male. Per lui mi ero rivelato una forza ostile al suo mondo e ai suoi sogni. Altro che amico... Aveva ragione. Forse. Dico “forse” perché d'altra parte ricordo a me stesso che fra i miei più intimi amici il più intimo è il mio ex compagno di banco al Liceo. A lui “affidavo” (erano altri tempi...) la mia ragazza (ora mia moglie) quando ero lontano. Eppure politicamente eravamo assai divisi. Lui sempre a destra. Io sempre a sinistra, pur con i miei ondeggiamenti e tormenti. Lui berlusconiano, poi renziano e solo ora quasi vicino al mio mondo politico. Cosa è questa benedetta amicizia? Forse il bisogno di condivisione, il dialogo e la condivisione di emozioni, paure, desideri,speranze. Mai però una condivisione totale che ci renderebbe l'uno doppione dell'altro, reciprocamente non interessanti. Forse la politica può essere messa fra parentesi. Addirittura riconosciuta come ininfluente rispetto al condividere il gusto di un cannolo di ricotta, di un caffè, uno con tanto zucchero e uno senza, e ragionarci futilmente su. Beh, sì. Sto scoprendo che per me la politica non è la cartina di tornasole con la quale distinguere amici e no. Sto scoprendo che la politica è un'altra cosa e che la condivisione politica è solo una delle possibili fonti di amicizia. Sto scoprendo che facebook è occasione di amicizia e di distruzione di amicizie. Quando per ragioni che non saprei dire il nostro Io non tollera di essere contraddetto: su Minniti, Bersani e, più raramente, su una ricetta di pesce.
P.S. Ho fatto leggere il post a mia moglie, soprattutto per sapere se la disturbava la mia espressione “affidavo la mia ragazza” (cioè lei). Non la disturba. Capisce bene che rappresentavo la cultura di un'epoca lontana. Meno male. Un fraintendimento in meno.
P.S. 2. Ho scritto “forse” più volte. Sono ancora in fase di ricerca. E dubito abbastanza che benvenuti commenti riescano a farmi capire. Ma chissà...

martedì 19 settembre 2017

Diritto a sinistra


Faccio fatica a seguire il dibattito a sinistra del Pd. Non capisco alcune cose. Non capisco perché si parli di partito o lista di centrosinistra. Ma il centro o il centrosinistra non c'è già? Alfano, Pd o giù di lì? Forse si vuole rassicurare che non sarà una “cosa rossa”. A me, da radicale ragionevole, pare che la “cosa” debba dichiararsi ed essere di sinistra. Dire e proporre cose chiaramente di sinistra. Puntare a prendere tutto (vocazione maggioritaria?) e, se non si prende tutto, allearsi responsabilmente con i meno lontani per governare. Soprattutto a ragione di una legge elettorale proporzionale. Non credo che i cittadini sentano bisogno di una forza moderata (nel senso di scolorita). Non credo che si vinca al centro. Credo si possa vincere con parole d'ordine forti: quelle che possono mobilitare precari ed esclusi. Io oserei dire: “Nessuno sia più sprecato”. Tutti al lavoro, con la leva pubblica. Tutti. Per rispondere ai bisogni del Paese che sono sterminati: l'istruzione per tutto l'arco della vita, presidi sanitari capillari, cura degli anziani e dei meno dotati, officina nazionale di restauro della bellezza italiana, prevenzione dei disastri ambientali con messa in sicurezza del territorio. Parlerei di introdurre, con il lessico di Enrico Berlinguer, “elementi di socialismo”. Magari chiamerei “Democrazia Socialista” la formazione che aspira a cambiare davvero il Paese.
Direi questo: da realizzare in una legislatura o almeno da avviare inequivocabilmente in una legislatura. Non perderei fiato in un antirenzismo ormai inutile e di maniera. Né direi pavidamente, come qualcuno a sinistra fa: “un po' di questo e un po' di quello”, un po' di consumi, un po' di lavoro in più. Gli esclusi non si consolano perché c'è un escluso in meno (e domani nuovamente uno in più), se restano nella quota sfortunata e non c'è la certezza che si va nella direzione “disoccupazione ed esclusione zero”. Direi chiaramente come si acquisiranno le risorse, a partire da una fiscalità a forte progressività. Non direi parole stupide ed acide come “anche i ricchi piangano”. Sorriderei ai ricchi spiegando che toglieremo loro l'adipe superfluo e malsano e saranno più felici in un Paese non più frustrato, impotente e incattivito. Dovrei annunciare anche le cose ovvie che si promettono e non si fanno. E che infatti è difficile nominare: lotta agli sprechi e ai privilegi, non solo dei benedetti politici, ma nelle Università, negli Ospedali, nelle nomine e nelle consulenze. Cose che non si fanno anche perché la competenza e la passione alla guida di progetti sono normalmente surrogati da trame amicali, spiegherei. Infatti facce credibili servono, soprattutto in una fase di transizione in cui l'identità partitica deve faticosamente riconquistare credibilità. Facce e parole con la bussola visibilmente orientata a sinistra.

venerdì 8 settembre 2017

Quale militanza


Nella ricerca di un ruolo minimo ma decente nel confronto civile, parto dall'assunto che sono inadatto alla politica. Assolutamente inadatto alla politica del tempo presente e comunque abbastanza alla politica in genere. Credo di aver capito che in politica non si possa essere sinceri, non troppo almeno. Se si sposa una causa o si sposa un leader (che oggi sostituisce la causa), militando, non è pensabile tradirla o tradirlo dicendo in pubblico che il leader sta sbagliando in qualcosa. A meno che non si tratti di un dettaglio da niente. In tal caso riconoscere l'errore serve ad essere più credibili. Viceversa non si può mostrare apprezzamento per qualcosa dell'avversario. Direi addirittura che non si può pensare - e non solo dire - alcunché di divergente. Perché senza intima convinzione è troppo difficile convincere simulando. Alcuni sono bravissimi ad auto-convincersi. Io no.
Ieri a In Onda sentivo Giorgia Meloni. Il Ministero dell'Interno aveva diffuso dati sull'incidenza degli stranieri nella criminalità a sfondo sessuale. l dati dimostrano che delinquono più gli italiani. Bella scoperta, osservava Meloni. In proporzione alla popolazione i delitti degli stranieri immigrati (nordafricani in particolare) sono assai più numerosi. Inappuntabile. Non mi distinguerei da Giorgio Meloni su questo. Anche se i miei amici e compagni di sinistra – i militanti – mi rimprovereranno. Mi distinguerei e mi distinguo da lei sulle cause e sui rimedi. Ecco, penso che alle spalle della politica militante qualcuno debba esercitare studio e ricerca per contribuire ad un progetto credibile di governo. Senza timore di recepire frammenti di verità dell'avversario.
Il giorno prima, ancora sulla 7, Bersani, che mi è simpaticissimo e che probabilmente voterò in assenza di meglio, diceva cose popolari ma per me inaccettabili. A proposito della rivoluzione informatica e robotica che sottrarrebbe lavoro. La proposta conseguente sarebbe ridurre gli orari di lavoro. Vecchia storia luddista. Sembra evidente. Ma è una balla per me. Se fosse vero che il progresso della tecnica produce disoccupazione, dalla prima rivoluzione industriale ad oggi l'occupazione sarebbe del dieci per cento, se non zero. La tecnologia sposta l'occupazione da un settore ad altri nuovi. E' importante riconoscerlo per una sinistra radicale, ma responsabile e di governo. Si rischia diversamente l'impoverimento generale in cambio di niente. Per me la soluzione è il Socialismo, non il luddismo. Tutti al lavoro (che è non è una torta standard da dividersi in competizione, ma è smisurato, con tante cose da fare, con tanti bisogni cui rispondere). E governo collettivo delle tecnologie.
Ho fatto due esempi. Discutibili. Non sono gli esempi il punto. Il punto è però quel che prima suggerivo. Alle spalle della militanza e del tifo politico serve un impegno della ragione. Serve militare nella produzione di un nuovo sostenibile senso comune, oggi purtroppo impensabile. Preferirei dedicarmi a questo piuttosto che agli applausi a Bersani o Pisapia. Peraltro penso che ci avviciniamo alla democrazia reale quanto più si accorcia lo spazio fra ciò che sentiamo vero e ciò che è utile dire.

venerdì 2 giugno 2017

La timidezza di Rossi, l'arroganza di D'Alema e il salvagente Bersani


So di dare forse un dispiacere agli amici indirizzati, come me (pur senza entusiasmo) a votare Art. 1. Ma è giusto ed utile essere sinceri. Ieri mi è capitato di entrare in crisi seguendo sulla 7 prima Enrico Rossi poi Massimo D'Alema. Rossi alla domanda se ritenesse opportuno nazionalizzare le banche salvate dal danaro pubblico rispondeva con qualche timidezza che no, non pensava a nazionalizzazioni. Pensava semplicemente ad una partnership pubblico-privato. Era chiaro che la parola “nazionalizzazione” lo metteva in imbarazzo. Insomma non ci venga in mente di avere in Art. 1 qualcosa che assomigli troppo al Labour di Corbyn. A Corbyn invece la parola “nazionalizzazione” piace. E lo dice.
Poi ho sentito D'Alema. Diceva cose abbastanza condivisibili. Col solito tono del primo della classe. Un po' come un antirenziano sfegatato che condivide stile e arroganza dell'avversario. Damilano ha osato farglielo notare. Poi, soprattutto ha osato contestargli la famosa caduta di Prodi attribuita alle manovre dalemiane. Mal gliene incolse all'imprudente Damilano. D'Alema gli ha dato seccamente dello stupido. Francamente io avrei lasciato immediatamente lo studio. Damiliano è rimasto invece . Imbarazzato. Molto imbarazzato. Fino a ricevere qualcosa di simile alle scuse. Dico che continuo a non riconoscermi nello stile dalemiano, troppo simile a quello renziano. Si dirà che lo stile non è sostanza. Ma non lo credo. In assenza di progetti davvero radicalmente alternativi, lo stile è quel che ci rimane. E' la condizione per una fase di convivenza in cui si possa confrontarsi e progettare. E scrivere qualcosa di radicale e sensato sulla lavagna bianca. Poi stamattina ho letto l'intervista di Bersani a Repubblica. Altro stile per fortuna e altra concretezza. Meglio che niente per un altro clima. Senza radicalità purtroppo. Ed anche l'ipotetico nome della lista alle imminenti elezioni – Alleanza per il cambiamento – mi appare scialbo e - direi - renziano. Nonché timido come il definirsi di centrosinistra e non chiaramente di sinistra. Di centro-sinistra sono eventualmente le coalizioni che vedono insieme centro e sinistra, come credo volesse dire l'amico Alfredo Morganti in un post recente. Aspetto qualcuno e qualcosa che nomini la parola proibita: “Socialismo”.

lunedì 15 maggio 2017

Ieri sera: Veltroni come terapia dell'inclusione


Ieri sera, stremato da conflitti sulla mia pagina aperti da un innocente resoconto del mio viaggio in Spagna, mi sono rifugiato su Rai 3 dove ho seguito prima Walter Veltroni intervistato da Fabio Fazio, poi "Operai" l'inchiesta in più puntate di Gad Lerner.
Veltroni presentava il suo nuovo film inchiesta "Indizi di felicità". L'ho ascoltato interrogandomi sulle ragioni della mia antica e perdurante "simpatia" per lui. Simpatia che prescindeva e prescinde dal consenso su specifiche linee politiche. Probabilmente agisce in me una convinzione latente sulla futilità della politica praticata, in assenza di grandi opzioni. Perciò in definitiva prediligo un politico più per la sua paideia sottesa (idea del mondo), più per la “musica” del messaggio che per i cosiddetti “contenuti”. Anche perché ritengo che quella “musica”, quella emozione possa produrre alla fine o distruggere totalmente la convivenza. Perciò percepisco totalmente lontano da Veltroni il presunto epigono Renzi la cui musica mi infastidisce e mi annoia. Ieri percepivo chiaramente ancora una volta che Veltroni è un uomo intero e non un mestierante della politica. Capace di transitare da una dimensione all'altra. Problematico e inclusivo a differenza del mitico rivale D'Alema. Peraltro ieri Veltroni ha ribadito con convinzione la radice sociale della felicità. Che è incompatibile con l'infelicità del prossimo. Toni simili a quelli di Francesco e anche a quelli del Bersani più incisivo di anni fa che diceva: "Sinistra è sapere che non si può star bene se gli altri non stanno bene". Vedrò il suo film fra poco in uscita.
P.S. Ovviamente, conoscendo la composizione variegatissima dei miei amici fb so bene che i simpatizzanti per Veltroni sono una minoranza. Quietamente me ne faccio una ragione.

mercoledì 22 febbraio 2017

Perplesso, parte seconda: applausi a destra e a manca


Oltre al low cost della prostituzione in Grecia, altri servizi mi hanno dato molto da pensare, ieri, seguendo di Martedì. Di Bersani mi è piaciuta .l'onestà intellettuale con cui ha preso le distanze dalle narrazioni di destra e sinistra riguardo il governo Monti, anche in un confronto in diretta con Elsa Fornero. In sintesi quel governo attuò provvedimenti impopolari, necessari per dimensione, ma che avrebbero potuto avere un segno diverso nel segno dell'equità. “Abbiamo dimenticato lo spread oltre i 500 punti – chiede Bersani – noi che ora siamo terrorizzati per lo spread a 200”? Applausi ripetuti del pubblico in studio a Bersani e qualche applauso anche all'ex ministra. Applausi anche quando Bersani contesta l'abolizione indiscriminata dell'Imu, nonché la narrazione berluscon-renziana della riduzione della pressione fiscale tout court ovvero del “non mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Pubblico di sinistra? Poi arriva Salvini. Immancabile. Propone per l'ennesima volta la flax tax ovvero una tassazione del 15% indifferenziata sui redditi di poveri, ceto medio e ricchi. Tutti pagherebbero le tasse – dice Salvini – e il saldo per lo Stato sarebbe positivo. A parte che abbassare le tasse stimolerebbe investimenti nazionali e dall'estero, stimolerebbe i consumi (immagino anche di champagne, slot machine e prostituzione). Ricetta opposta alla famosa e ingiuriata “decrescita felice”. Applausi scroscianti. Come per Bersani. Solo più intensi e più lunghi. Da parte dello stesso pubblico di prima. Immagino che quelli fra il pubblico che sono tassati del 16% calcolano che risparmierebbero l'1%. Quindi, bravo Salvini! Non è il caso di dubitare evidentemente che il risparmio di un 1% di irpef sarebbe strapagato con la privatizzazione di sanità, scuola, trasporti, etc. Ma appunto, i populisti sono bravissimi ad esibire paradisi nascondendo la polvere delle diseconomie e delle ingiustizie sotto il tappeto. Poi, come da copione, Salvini mostra i benefici effetti dell'uscita dall'euro e dalla Europa. Applausi vibranti. Ma segue l'intervista a Salvatore Rossi, direttore della Banca d'Italia. Praticamente demolisce, pur senza citare il leader della Lega, l'intera narrazione eurofobica salviniana. E disegna scenari catastrofici se il progetto di Salvini si realizzasse. Contesta anche la favola salviniana (ma un po' di tanti) di uno sviluppo precluso da Bruxelles che non ci consente di indebitarci. Non risultano storicamente casi di sviluppo avviati dal debito disinvolto. Dice su questo cose simili a quelle di Bersani che aveva proposto di chiedere all'Europa solidarietà nell'accoglienza piuttosto che sforamenti di due miliardini. Che, per inciso, nella narrazione populista sembrano due miliardi che l'Europa ci ruba, piuttosto che miliardi sottratti alle generazioni future. Non potevo crederci: applausi anche al direttore della Banca d'Italia. Non proprio intensi come al leader della destra, ma quasi. Dallo stesso pubblico che prima aveva applaudito Bersani e poi Salvini. Sono stato attento: erano proprio gli stessi. Conclusione. Vado a letto stremato e coi capogiri. Con una provvisoria conclusione. Il mondo sarà distrutto da quella che a sproposito chiamiamo “democrazia”. Che, senza iniezioni massicce di istruzione e ragione, ci consegna a votare contro noi stessi.

sabato 18 febbraio 2017

Qullo che raccatta la cicca, la rom col bimbo condannato, il treno lurido e la sinistra PD al Teatro Vittoria

Prendo il trenino di Ostia per andare al Teatro Vittoria ad ascoltare le ragioni “degli scissionisti”. Al solito quello che vedo nel percorso mi ispira nelle lenti che inforcherò durante l'incontro.. Alla stazione di Ostia osservo un uomo non particolarmente sospettabile di povertà raccogliere una cicca per terra, esaminarla e metterla in tasca. Poi salgo su una carrozza più indecente che mai. Vecchia e fatiscente, imbrattata di annunci di Giovanni che ama Maria e di Stefania che ama Alfredo (ma nessuno/a ama la sua città evidentemente). Poi osservo lo sporco di anni sui finestrini, fuliggine ed altro in un impasto osceno. Per fortuna non vedo turisti sul trenino: una vergogna in meno. Mi dico la solita cosa del tutto inutilmente: “Ma in che senso manca il lavoro”?C'è un mucchio di lavoro che aspetta i disoccupati. Ci penserò anche dopo camminando veloce verso il Teatro Vittoria e osservando il verde pubblico e i giardini (compreso quello dedicato ad una “resistente”) trascurato e ingombro di immondizie varie. Non c'è lavoro? Prima di scendere ho visto una rom che attraversa le carrozze con un neonato e chiede elemosina. Un neonato usato e già condannato. Perché salvarlo non è nell'agenda politica delle tassazioni e dei bonus. Arrivo quindi al Teatro Vittoria già notevolmente irritato. Il Teatro è già pieno. Sono entrati prima gli invitati, dicono a me e all'amico Giuseppe con cui mi accompagno. Centinaia di persone restano fuori. Di tutte le età. Molti giovani: colti. Due addirittura discutono del sistema elettorale australiano. Seguiremo i lavori in piazza su uno schermo. Lo schermo esibisce il logo di democraticisocialisti di Enrico Rossi. Ha i colori del logo PD. Lo interpreto come un segnale che oggi non si annuncerà la scissione. Col piccolo dubbio che si tratti invece di una svista, una dimenticanza.

Parla Rossi, poi Speranza, poi Emiliano. Nessuna differenza avvertibile nei tre candidati. Le differenze sono quasi solo di stile. Con Emiliano che confessa che nell'intesa fra i tre lui è quello che deve fare ridere un po'. La differenza più evidente è in Rossi che ha deciso di scomodare una parola impegnativa: “Socialismo”. In un'epoca in cui solo le facce sono diverse mentre i nomi delle cose da combattere sono eguali, a destra e sinistra: austerità, troika, finanza, neoliberismo. Una vecchia parola - con i concetti e le passioni che porta con sé – quale “Socialismo” è una scommessa interessante e coraggiosa. Anzi una sola volta Rossi dice “Socialdemocrazia”, invece che “Socialismo”. Credo perché imbarazzato per lo scolorimento della socialdemocrazia un po' ovunque e in Europa soprattutto dove i partiti aderenti al Partito Socialista Europeo mai pronunciano la parola “Socialismo”. Abbastanza coerente il discorso di Rossi rispetto a quella parola impegnativa. E simile ai discorsi di Speranza ed Emiliano che pur non scomodano il socialismo. Gli ultimi e le periferie abbandonati dalle sinistre mondiali e dal PD renzizzato e consegnati alle destre che almeno sono capaci di agitare un comodo nemico cioè gli immigrati. Abbandonata dal PD o banalizzata con risorse risibili la lotta alla povertà. Mentre il PD di Renzi distribuisce bonus, incentivi e detassa la prima casa anche ai miliardari. Emiliano aggiunge l'argomento ecologico a proposito delle belle coste pugliesi devastate da trivelle. Insomma, secondo i tre, nulla di sinistra è rimasto nel PD di Renzi. Che ha scelto l'amicizia di Marchionne e l'inimicizia col sindacato. E perso, ad esempio, il favore dell'elettorato storico degli insegnanti Infatti il PD è già stato abbandonato da larga parte del suo popolo. I tre candidati in sintesi chiedono: a) una svolta programmatica, da definire in apposita Conferenza, b) l'impegno ad un sostegno al governo Gentiloni fino a conclusione della legislatura, c) una gestione condivisa del partito.


L'ultima richiesta mi sembra quella assolutamente non esaudibile, pena l'appannamento definitivo del ragazzo prodigio che non fa patti, rottama qui e là e litiga con tutti, Europa compresa, per non perdere il match con i populisti, magari rimuovendo la bandiera della Ue. Più probabile addirittura è che mantenga la promessa di un tempo, uscendo dalla politica, per poi tornarvi magari a sperato furor di popolo. Dei tre candidati è Speranza quello che più chiaramente sembra chiedere a Renzi una uscita di scena più che collegialità decisionale. Anche oggi col ricordo della generosità di Veltroni e di Bersani nel farsi da parte. 

lunedì 7 novembre 2016

Fuori, fuori: da che?


Il “fuori fuori” della Leopolda urlato contro i protagonisti del primo PD ha un suono sinistro. Lo ha per l’apparato narrativo, non già per il merito. Chi disegna il recinto rispetto al quale ci si possa dire dentro o fuori? Si potrebbe dire lo Statuto o il Manifesto dei valori. Ho provato a rileggere il Manifesto dei Valori del PD (2008). Beh, mi è sembrato che dentro possano starci comodamente sia Renzi che Bersani. E anche Fassina e Civati. E anche Alfano. Magari Monti. Magari addirittura Meloni. Nessuno legge manifesti e statuti. Neanche prima di chiedere una espulsione dal recinto. Perché i manifesti sono vaghi e hanno bisogno di interpreti. Nel PD oggi l’interprete è Renzi. Come nel M5S è Grillo. Con la differenza che il secondo, da fondatore (id est “da padrone”) del movimento, decide chi è fuori linea, chi da ammonire, chi da perdonare, chi da espellere. Io non credo affatto che le espulsioni siano in sé non democratiche. Mi pare ovvio e desiderabile che si dimetta o sia espulso chi fuoriesce dai valori del recinto. Renzi però non ama le espulsioni. Preferisce le dimissioni. Ancor più preferisce che gli oppositori ci siano, che schiamazzino e non contino. Perché i “traditori”, quelli non obbedienti al leader, sono indispensabili per aizzare la folla. Il “traditore” interno al partito è figura assai più stimolante del normale avversario esterno (Berlusconi, Salvini, Grillo). Più stimolante per stringere le fila attorno al capo. Così il capo, novello Marco Antonio scespiriano sul cadavere di Cesare (il partito), aizza la folla contro i traditori, magari dopo professioni di rispetto (formula usata e abusata da Renzi e consapevolmente ipocrita). “E Bruto è uomo d’onore” diceva Marco Antonio. Lo diceva da spregiudicato provocatore fino a indurre la folla ad apparentemente contraddirlo: “Non uomini d’onore sono; traditori sono”. E si dispiaceva –così diceva Marco Antonio - di aver provocato tanta ira e rivolta. Lui uomo buono e aperto, circondato da traditori.
Ecco, questo apparato narrativo mi sconvolge assai più delle arbitrarie espulsioni grilline. Forse è un problema di estetica. O forse no. Mi sconvolge forse l’immagine del partito in cui ho militato, ridotto a figuranti che fischiano, applaudono e gridano “fuori” secondo un copione scritto da altri.
Credo di capire che oggi i recinti statutari e valoriali sono vaghi perché i partiti sono scatole vuote acquisibili dal miglior acquirente. Forse è inevitabile così perché nulla come una faccia può disegnare oggi i confini del recinto. Solo l’arbitrio personale cioè. Le narrazioni vincenti hanno sconfitto la storia lenta dei partiti, i partiti che evolvevano con te sicché non avvertivi discontinuità e sconquassi ad ogni nuovo segretario. Oggi un leader nuovo pretende un partito nuovo. conservando il marchio del vecchio e del suo patrimonio di fedeli alla Ditta. Pessima parola “La Ditta” vorrei dire al Bersani dai troppi errori. “Ditta” sa di bandiera futile del tifo per una squadra in cui siano cambiati giocatori e proprietari. Bersani disse qualcosa anni fa che mi piacque. Disse: “Sinistra è credere che non puoi star bene se gli altri attorno a te gli altri non stanno bene”. Io mi riconosco in quel valore, non in una bandiera che passa di mano in mano. Perciò chiedo a quel Bersani di non permettere più agli invasati di gridargli ”fuori”, mentre Marco Antonio volge il capo per celare il sorriso compiaciuto. Chiedo a Bersani di uscire da quel recinto e cercare i compagni con cui costruire la sinistra.

martedì 28 aprile 2015

Basta calcio e metadone


Facciamo tutti, più o meno (qualcuno, magari, per niente), uno sforzo per capire le ragioni degli altri, anche dei più lontani da noi. Riesco facilmente a capire - mi sembra - le ragioni di Bersani e dei bersaniani. Riesco a capire abbastanza - mi sembra - quelle di Renzi e dei renziani. Addirittura capisco qualcosa delle ragioni di Salvini e dei salviniani. La cosa strana è il fatto che non capisco una cosa che evidentemente è chiara e accettata da tutti. Finalmente lo dico. Dopo l'ultima bomba carta lanciata allo stadio di Torino, dopo le precedenti uccisioni di non so quanti tifosi e poliziotti e dopo tutto il resto. Ma insomma, è così indispensabile offrire a valanghe di rincoglioniti i mitici circenses? Forse perché non sappiamo offrire panem? Cambiare verso davvero per me è chiudere il campionato di calcio. E costringere i rincoglioniti a fare a meno del metadone (per dirla con Letta) e affrontare la realtà

Ciao, Rosi


Vista ieri a Piazza Pulita Rosi Bindi. Il politico (la politica) che più apprezzo. Quelli della maggioranza del PD, che amano molto le semplificazioni e le banalizzazioni, alludono alla minoranza come ad un gruppo di nostalgici delle bandiere rosse e della tradizione del Pci. Ma per me che mi sento rosso ed ho militato nel Pci, sinistra è soprattutto Rosi. Che ho votato quando ho potuto. Per me un esempio di persona con la barra dritta, con evidente spirito etico e competenza certa. Ultimamente con qualche tono acido di troppo che le perdono. Non ha assicurato che resterà nel PD e ancor meno che questa non sia la sua ultima legislatura. Un po' stanca, un po' amareggiata. Non riesco ad "innamorarmi" di alcun leader cui consegnare anima e intelligenza. Ma, se proprio dovessi, mi fiderei di lei. Più che dei rossi Bersani, Fassina, Landini. Si leggano queste parole come attestato di stima. Nient'altro. Passerà molto tempo prima che l'Italia inizi ad apprezzare ciò che conta. Se mai questo succederà. Infatti suggerirei a Rosi di lasciar perdere e di dedicarsi a se stessa. Ciao, Rosi.

lunedì 23 marzo 2015

Quale bussola?


Provo a dire la mia sul presunto superamento delle categorie politiche di “destra” e “sinistra”. Oggi si preferisce dividere la politica in “buona” e “cattiva”, ad esempio. Buffo, come se chi sposa una “vecchia” appartenenza la potesse sposare, pur sapendola “cattiva”. Oppure si divide la politica in “riformista” e “conservatrice”. E’ di moda e di effetto anche dire: “Io sto con l’Italia, non con destra o sinistra”. E’ una banalità vincente. Nessuno oserebbe controbattere infatti:” Io sto con la destra o la sinistra e me ne infischio dell’Italia”. Quasi nessuno. Io sì. Ma sono proprio un’eccezione di cui non tenere conto e non faccio politica politicante. Infatti io non sto con tutti gli italiani. Non sto con Briatore e con Incalza. Non sto con i mafiosi e con i furbi. Qualcuno, più dotto, ha provato a salvare le categorie “destra”-“sinistra” integrandole in nuove coordinate che sarebbero capaci di meglio rappresentare le differenze in campo. Lo ha fatto Pietro Ichino che in un asse ortogonale alle categorie destra e sinistra sulle ordinate ha aggiunto sulle ascisse “pro strategia europea dell’Italia”/ “contro strategia europea dell’Italia”. Pensando così di meglio rappresentare la complessità delle possibili posizioni politiche. Precisando anzi che le nuove coordinate sono più importanti oggi e che le vecchie torneranno importanti domani. Discutibile comunque – direi – che per Ichino europeismo e nuovo coincidano così come all'opposto antieuropeismo e conservatorismo. Un po’ vero, ma non troppo. E perché non porre su ascisse o ordinate l’opzione per l’ampliamento dei diritti civili (matrimonio gay, testamento biologico, etc.) e il suo contrario? (le coordinate di Ichino:http://www.pietroichino.it/…/uploads/2013/10/Diagramma-poli…) Poiché ritengo, a differenza di Ichino, che le polarità destra/sinistra siano, non esaustive del discorso politico, ma certamente da privilegiare, cerco la mia bussola per cercare la sinistra nelle parole di Bersani che a Vieni via con me, alla 7, ebbe a dire: “Sinistra è credere che non stiamo bene se accanto a noi gli altri non stanno bene”. Mi sembrò ben detto. Gli altri stanno bene significa – mi pare – che c’è più eguaglianza. Resterebbe da definire: “eguaglianza quanta”,, “eguaglianza di cosa”, “eguaglianza di chi”, ma anche “eguaglianza quando”. Eguaglianza quanta Se l’eguaglianza degli altri è quella che serve a me stesso. L’eguaglianza che ragionevolmente posso proporre è quella che non faccia venir meno la possibilità di perseguire altri obiettivi. Quello dello sviluppo comunque lo si intenda, ad esempio: l’esigenza di una organizzazione sociale idonea a sconfiggere ignoranza, malattie, infelicità. Che verosimilmente richiede di premiare il merito. Almeno per un po’. Fino a quando l’abbondanza non renderà inutile ogni discriminazione. Ma, nell’attesa, non è detto che ci si debba appagare con il merito definito dal mercato. Il mercato non riesce ad incentivare e premiare l’intelligenza e la ricerca. Madame Curie o Einstein non sarebbero retribuiti oggi quanto Briatore o Incalza. Ancor meno il mercato riesce a premiare i genitori del ricercatore, meritevoli probabilmente del suo successo. E il mercato non riesce nemmeno a punire diseconomie esterne e disastri ecologici. Eguaglianza di cosa Si dà per scontato si debba intendere eguaglianza come eguaglianza economica. Ma nessuno direbbe che lo scopo della vita umana è tale eguaglianza. Direbbe piuttosto che lo scopo sia eguale felicità. Giacché non chiameremmo eguali due persone di cui uno fortunato per salute, amore, etc. e l’altro di pari reddito continuamente tentato di togliersi la vita per la disperazione che lo possiede. Solo che questo obiettivo non appare pienamente perseguibile dalla politica. Lo disse Lorenzo Milani: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Infatti la sinistra un po’ tenta di rimediare con discriminazioni positive verso i più svantaggiati: servizi esclusivi e/o gratuiti. Quindi – diciamo – l’eguaglianza economica è una approssimazione perseguibile rispetto all’obiettivo della pari felicità. Eguaglianza di chi Possiamo dire che l’eguaglianza dei sudafricani o dei mongoli ci interessa meno di quella degli europei. Abbiamo pochi motivi per ritenerci in pericolo se in Sud Africa o in Mongolia l’eguaglianza non vince. Le tensioni della ineguaglianza in plaghe remote non ci toccheranno, non si scaricheranno fra noi o troppo poco ci riguarderanno. Però è anche vero che il criterio della nostra personale utilità economica non è l’unico che fa desiderare l’eguaglianza a chi sta a sinistra. Quando piangiamo di fronte ad una strage più o meno lontana stiamo piangendo semplicemente perché ci stiamo identificando con le vittime. Ci identifichiamo di più quanto più ci somigliano, mi pare. Sia a destra che a sinistra. A sinistra con più larga empatia. Perché in ultima analisi è di noi stessi che piangiamo. Perciò piangiamo le vittime di Charlie. E cerchiamo di piangere le vittime dei missili statunitensi. Pensiamo che dovremmo piangerle ma non ci riusciamo. Non ci somigliano e non hanno storie. Poiché gli israeliani ci somigliano soffriamo sdegnati per il loro bimbo ucciso ma se dieci bimbi palestinesi muiono sotto i missili israeliani troveremo ragioni per non commuoverci troppo. La colpa è di Hamas che ne fa scudi viventi. Mi dispiace ma… E, se la globalizzazione estromette dal lavoro mille operai di una fabbrica, la sinistra data, che riconosce l’eguaglianza, ma fino a un certo punto, protesta e si batte per i “diritti” dei mille e non vuole sapere che in Romania mille rumeni aspettano con speranza che mille italiani perdano il posto. Se stiamo a destra tutto è più facile. Non dobbiamo neanche cercare di commuoverci. Per la destra eguali sono solo da un lato i connazionali, dall’altro quelli dello stesso censo. Soprattutto quelli dello stesso censo e connazionali. E’ permesso detestare invece, oltre che i barbari immigrati, i politici e i dirigenti pubblici troppo pagati. I miliardari no, ovviamente. Sennò andiamo verso sinistra. Dico andiamo perché destra e sinistra sono direzioni con incerti luoghi sulla via. Luoghi che possono essere i partiti, ad esempio, che stabilizzano ed organizzano mix di emozioni e progetti. Bene o male. Ma poi sono stravolti dalle leadership che sequestrano bandiere e abbattono l’edificio. Che diventa altra cosa. Eguaglianza quando Quando perché se l’eguaglianza è un’emozione etico/ estetica e non già solo il calcolo di Bersani, è accettabile che l’eguaglianza venga domani, fra dieci o cento anni. Purché io possa credere che ho lavorato per essa. Vale per l’eguaglianza come vale per valori di destra. Martiri sono sia a destra che a sinistra. Martiri di una idea di cui non si vedrà la realizzazione. I martiri del Risorgimento, dell’antimafia e dell’Isis. Con quei secondi prima di morire che riempiono la vita. Il quando potrebbe riguardare anche solo le future generazioni. Ma questo livello empatico è raro. Credo che la sinistra, innamorata della coerenza, lo finga. Il Bersani di Vieni via con me non avrebbe potuto sostenere agevolmente: Io sto meglio se i miei discendenti stanno meglio”. Quest’empatia pare appartenere piuttosto alle menti religiose dei fondamentalisti ecologisti. O alla pretestuosa religione laica del socialismo reale che giustificò tutto, compreso l’orrore, alla vittoria del socialismo in un domani che non si sarebbe visto. Il socialismo come “luogo” nella direzione della sinistra Il socialismo – come il laburismo o il liberalsocialismo – è uno dei luoghi della sinistra. Ovvero uno spazio di idee/progetti/valori presuntivamente coerente. E’ un luogo però perennemente devastato ovvero ridefinito. Assai più di quanto non lo sia a destra il “liberalismo”. La sua ridefinizione continua lo ha reso vago. Oggi, leggendo i programmi dei partiti non capiremmo facilmente quali aderiscono al PSE o al PPE in Europa. Perché, dopo Bad Godesberg il confine fu abbattuto ed oggi i socialisti si dicono tali non già perché promettono o operano per l’eguaglianza ma solo perché dicono di voler ridurre le diseguaglianze. Quando possibile e nella misura possibile. Misure del tutto indefinite. Quindi anche mai. Sicché, in opposta direzione, la destra liberale/liberista, altrettanto pragmatica, può predicare la libera iniziativa contemperata da welfare. E di fatto, pensare allo stesso modello dei socialisti. Ne deduco che luogo organizzato e definito della sinistra oggi non possa essere che il socialismo inteso come scommessa sull’eguaglianza. Nulla di meno. Solo giudicare eventi ed azioni rispetto a tali obiettivi può fornire ancoraggio solido. Questo non esaurisce la politica. Perché pause, deviazioni e mix con altri obiettivi (ambiente, crescita, etc.) persistono e dividono. Ma solo l’invenzione ideale/emotiva dell’eguaglianza degli uomini può ancorarci a sinistra, nel socialismo. Sennò, navigando sull’asse destra/sinistra, avanti e indietro, dimostreremo di giocare con le parole o di essere agiti da altre forze. Chi presidia il socialismo Cosa ha sconfitto il socialismo reale? Forse la competizione impossibile con i paesi sviluppati dell’Occidente. Il socialismo era perdente nei consumi esibiti o addirittura proprio nei consumi. Sconfitta di immagine e/o sconfitta economica. Perché quello che il socialismo comunque realizzò – salute, istruzione, etc. - non era tangibile e visibile. Ma mancò soprattutto ciò che avrebbe potuto correggere il sistema in corso d’opera: la democrazia. La democrazia sequestrata dalla presunta avanguardia. Non si potrà riavviare il filo dove fu smarrito. Né da Lenin né da Dubcek né da Gorbaciov. Se si dovesse riavviare una storia simile il nesso socialismo-democrazia dovrà essere stringente. Anche recuperando forse l’antica saggezza ateniese delle cariche per sorteggio, oltre che a tempo.

domenica 9 dicembre 2012

La destra che piace alla sinistra


Parto dall’assunto di due destre e di due sinistre. Chiamo destra la cultura della conservazione: di abitudini, assetti sociali, proprietà. Chiamo sinistra la cultura del cambiamento e dell’eguaglianza. Nella destra c’è un’area ribellistica che usa i valori come pretesto per menare le mani. A sinistra lo stesso. Mutatis mutandis, mutati i valori che sono un pretesto per quella destra e quella sinistra. Populismo è il contenitore comune, in cui è ospitato l’antieuropeismo d’accatto, l’enfasi contro la casta politica che dimentica la sostanza del privilegio diffuso, la pretesa congiura giudaica-massonica, l’invenzione del capro espiatorio Banca-Finanza-Equitalia che assolve i parassiti produttivi (???), Agnelli, Berlusconi, Briatore, etc.. Politicamente –io credo – il contenitore è più importante dei diversi valori presi a pretesto. Il contenitore cioè è il vero valore. Perciò, ovviamente, consento con l’iniziativa di Monti di qualche tempo fa per un vertice sul populismo, avversario della politica tout court (di destra e di sinistra). Anche per me che credo di stare con la sinistra “vera” il populismo è il primo avversario. Perché sostituisce la rabbia impotente alla fatica della progettazione di una società giusta, ecocompatibile, rispettosa del futuro delle nuove generazioni. Però so bene che questa mia sinistra che guarda, capisce ed aspetta non è amata dagli altri. Non è amata dai disperati che – se proprio debbono morire – ritengono di farlo dopo aver affrontato e aggredito un nemico visibile, qui ed ora. Non sto citando il centro perché grosso modo lo assimilo alla destra pulita e ragionevole (e classista) che oggi guarda a Monti. Noi, la sinistra borghese dei professionisti colti, dei lavoratori e dei pensionati sostanzialmente garantiti, abbiamo salutato l’avvento di Monti come una liberazione. Non credevamo che avrebbe riformato chissà che. Nulla che facesse troppo male a qualcuno. Nessuna epocale riforma della scuola nel segno dell’apprendimento permanente ovvero del mandiamo tutti a scuola ad imparare a comprendere un testo o a comprendere i saperi chimici e fisici sottesi alle energie rinnovabili o a comprendere con strumenti matematico-statistici l’imbroglio del super enalotto e del gratta e vinci o a comprendere i meccanismi e la ratio della legge, dell’economia e della politica. Non pensavamo che Monti avrebbe garantito l’effettivo diritto al lavoro per tutti e neanche per un maggior numero di cittadini forse. Non pensavamo che ci avrebbe messo all’opera per mettere in sicurezza e ripulire l’Italia: monumenti, paesaggio, colline, città. Non pensavamo che avrebbe reso più progressive le imposte o che avrebbe introdotto una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Queste cose appartengono alla sinistra, no? Ai politici di sinistra, ai tecnici di sinistra, alla gente di sinistra. Con Monti ci siamo accontentati di salvare la barca comune che rischiava di andare a fondo col suo carico così composito di benestanti, ceto medio e disperati variamente invisibili. Con Monti ci siamo accontentati di recuperare un nuovo spettacolo della politica fatto di sobrietà, humor inglese, compostezza. Uno show in cui – addirittura – si aspetta che l’avversario concluda il suo intervento prima di prendere la parola. Da Monti abbiamo avuto il rigore che non sapevamo/potevamo imporre (perché elettoralmente impraticabile) ai ceti che rappresentiamo. Abbiamo avuto la generalizzazione del sistema contributivo (vittime della scure poche centinaia di migliaia di esodati, dimenticati), senza flessibilità, e il blocco delle indicizzazioni. Abbiamo avuto una riforma dei meccanismi di accesso e uscita riguardo il lavoro, farraginosa, compromissoria e pasticciata. Non abbiamo avuto l’equità. Non potevamo chiederla al governo dei tecnici. In fondo non eravamo così certi di poterla realizzare noi stessi. Troppo difficile colpire privilegi e capitali pronti a fuggire verso i lidi più accoglienti moltiplicati dalla globalizzazione. E - appunto – ci avremmo pensato noi. Il più tardi possibile. Perché non c’è fretta ad assumere compiti così difficili. Neanche nella declinazione, prudentissima, bersaniana (un po’ di crescita, un po’ di salario, un po’ di domanda, un po’ di consumi, un po’ di lavoro). Un po’. Per qualcuno. Puntando a migliorare indici e statistiche del Pil , della disoccupazione, di quella femminile e di quella giovanile. Sapendo che ci saranno comunque clochard e disoccupati di cui si occuperà la Caritas e ci saranno pensionati a frugare fra gli avanzi del mercato o a contendersi coi rom, fra i cassonetti, i rifiuti della società opulenta che impreca alla crisi. Ce ne saranno di meno. Saremo contenti se quei numeri cambieranno. L’economia farà un balzo in avanti. E tutti saremo contenti come se l’economia fosse il bambino che prende sicurezza e impara a camminare e poi a correre. Ma il bambino, quello vero, non è l’economia. E’ il bambino che intravvedevo ieri accucciato per terra, esposto al freddo dal padre mendicante per indurre all’elemosina. E’ il bambino che gioca fra i veleni di Taranto. La sinistra riformista guarda alla gradualità e ai numeri. Guarda all’economia e a migliorare i numeri. Che poi peggioreranno di nuovo e ci sarà un nuovo Monti. Ma sempre ci sarà un bambino al gelo o fra i veleni di Taranto. In attesa di una sinistra che consideri scandalo abbandonare chiunque. Anche un solo bambino. Una sinistra che abbia l’ambizione di non separare valori irrinunciabili quali il lavoro e la salute, l’efficienza e l’equità. Comunque grazie a Monti davvero. Il suo governo ha garantito il nucleo duro delle mie garanzie, mi ha colpito con sobrietà. Mi ha liberato – forse per sempre -dello spettacolo osceno di un pover’uomo solo al comando con codazzo di gente senza stima di sé. Per me va bene così. In attesa che il mondo si fermi considerando intollerabile un solo bambino al gelo, un solo pensionato che frughi fra le immondizie. E si rimuova per sempre lo scandalo. P.S. Né il bimbo né il pensionato si sono accorti della transizione da Berlusconi a Monti. E non riescono a gioire per i sondaggi elettorali che ci danno vincenti.