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venerdì 5 giugno 2020

Dove sto? Con chi sto?


Se dovessi tentare di dire tutto ciò che penso ovvero i miei dilemmi, la mia difficoltà a leggere, interpretare e dire la complessità come la sento, i miei post sarebbero illeggibili. Dovrei premettere un "forse" ad ogni cosa che dico. Sono sicuro solo di questo: se non si sceglie la guerra di tutti contro tutti, non esiste diritto alcuno ad essere titolari di felicità, per il luogo in cui si è nati o per chi ci ha generati. Credo invece che abbiamo tutti eguale diritto alla felicità. Tutti la stessa felicità e tutti il massimo possibile. Ma qui è già il problema: nel rapporto fra eguaglianza e massimo. Quelli che la pensano diversamente da me, a Destra, ritengono che il “massimo” sia incompatibile con l'eguaglianza. La competizione e l'ineguaglianza – dicono - producono il massimo medio (Pil pro-capite e felicità pro-capite). A Sinistra spesso entro in conflitto con chi invece ritiene l'eguaglianza il solo obiettivo, a maggior ragione se intende solo l'eguaglianza economica e mette fra parentesi malattia e salute, solitudine e solidarietà. Ma il conflitto è anche nella frequente indifferenza al quanto. Per semplificare, indifferenza all'efficienza, alla produttività che io invece voglio inglobare nell'orizzonte socialista. Anche la scelta della “decrescita felice” per me richiede efficienza: per combattere spreco e per contenere, se si vuole, il tempo del lavoro e della fatica. Invece efficienza e austerità sono state categorie consegnate alla Destra, la prima da esaltare, la seconda da squalificare.
Sotto sotto l'eguaglianza predicata dai miei interlocutori a sinistra è spesso eguaglianza solo dei nostri simili: occidentali, ceto medio garantito. Perciò c'è talvolta in loro un eccesso di realismo ovvero di arrendevolezza sui diritti e i bisogni degli altri, migranti, senza tetto, disabili, deboli in genere. L'impegno pare essere quello di tenere saldi i nostri diritti di occupati dipendenti (l'art. 18 è l'esempio più facile): gli altri vi accederanno un giorno, quando lavoreranno, se lavoreranno. Intanto ricevano la nostra simpatia e la nostra sterile solidarietà. La ridefinizione delle protezioni in senso universale è cosa che i garantiti di sinistra guardano con sospetto. Anche se molti (o alcuni), che si dicono comunisti auspicano la Rivoluzione che cambierà tutto. Auspicano e basta. Non credono veramente che avverrà né sanno quale contributo dare al suo avverarsi. Sono paghi di insultare i fascisti, inveire contro i padroni ed i politici senza falce e martello. Nient'altro. Sono paghi di avere ragione. Non posso stare con loro. Io tengo fermo l'orizzonte della massima felicità universale, con strumenti che da subito combattano il dolore e trattino ogni uomo come fratello e con narrazioni persuasive.

venerdì 1 marzo 2019

L'eguaglianza impossibile


Avevo letto che ricerche Usa dimostrano che la classe sociale (il reddito dei genitori) più che il livello di istruzione predice il successo professionale di una persona. Oggi leggo che ricerche a Napoli e a Torino dimostrano che la durata media della vita è fortemente correlata ai poli "periferia-centro"; addirittura, inequivocabilmente, nei territori corrispondenti ad ogni fermata di un bus che attraversa la città di Torino dal centro alla periferia l'età media della vita scende di 6 mesi. Similmente nelle due città si dimostra che i malati di cancro curati negli stessi ospedali e con gli stessi farmaci vivono di più se di reddito più elevato. Perché, come sintetizza bene Francesco Merlo oggi, su Repubblica, i meno abbienti faticano di più anche per raggiungere gli ospedali e perché hanno case meno accoglienti e perché non si permettono l'assistenza domiciliare più costosa. Riferisco grossolanamente e solo per ribadire quanto già mi appariva ovvio. E' una grande conquista l'istruzione per tutti, con obbligo scolastico e borse ai "meritevoli bisognosi". Egualmente dobbiamo essere felici di avere una Sanità pubblica, con servizi essenziali eguali per tutti. Però l'eguaglianza vera è un'altra cosa.

sabato 8 dicembre 2018

A proposito di diversità ed eguaglianza


Un piccolo episodio. Stamani nel percorso per andare al bar vicino casa vedevo da lontano persone che aggiravano un ostacolo. Avvicinandomi ho visto meglio. Aggiravano un ramo che ingombrava il marciapiede. Poi ho visto di spalle un uomo dalla pelle nera. Si è chinato per raccogliere il ramo che ha poi depositato nel bidone lì presso. Ho pensato che probabilmente, seguendo il branco, neanche io avrei rimosso quel ramo. Ho pensato che siamo diversi. Ho pensato ai pro e ai contro di ogni cultura. Ho pensato a quel che ogni cultura può apprendere da altre culture. Nessuna grande scoperta. Solo una piccola esperienza, interessante per la sua evidenza.

martedì 29 dicembre 2015

Felice 2016 (per quanto possibile)


Auguro ad ogni amica/o il meglio possibile. Per l'Italia il meglio possibile non è molto. Cosa posso augurare di possibile? 1. Che ci si guardi in faccia e si smetta di primeggiare nel peggiore stile facebook. Ovvero che si abbia maggiore voglia di studiare e confrontarsi per rimettere in piedi il Paese 2. Che ci sbarazzi un po' delle verità preconfenzionate di cui siamo nutriti. 3. Che si riconosca un po' la verità per cui gli uomini nascono eguali da capo Passero alle Alpi, dall'Amazzonia all'Antartide e che la diseguaglianza ammessa è quella minima per premiare l'impegno, finché servirà, non la nascita o la rendita; e che se non è vero questo è vero il terrificante opposto per cui gli uomini sono in guerra l'uno contro l'altro e tutto è permesso. Ogni presunta via di mezzo è una parete scivolosa da cui si cade giù. 4. Infine che ci si mobiliti al momento del referendum per bocciare la pessima riforma costituzionale che, insieme all'Italicum, può consegnare il Paese ad una minoranza o ad un uomo solo. Tra i miei moderati auspici questo peraltro è il più a portata di mano e foriero di cambiamenti veri.

mercoledì 23 dicembre 2015

Auguri agli ultimi


Gli ultimi sono ultime, mi sembra. Se debbo scegliere qualcuno che ha più bisogno di auguri, intesi come condivisione di speranze, scelgo le giovani rom che quotidianamente ad Ostia si affaccendano fra i cassonetti delle immondizie per recuperare qualcosa che abbiamo ritenuto inutile. Le conosco tutte quelle che lavorano nella mia zona del centro. Perché le scruto sempre con curiosità. Essenzialmente cerco di indovinare i loro pensieri. Se hanno paura di qualcosa o di qualcuno. Forse sì: del padre o del compagno che magari beve le sue birre da qualche parte. Se hanno speranze. Temo di no. Se hanno gioie. Penso di sì. Le vedo sorridere ogni tanto, se trovano nel bidone qualcosa di prezioso. Qualche volta le vedo in gruppo ai tavoli di una pasticceria. Ed oggi ho visto un gruppetto con sacchetti di regali, immagino per padri e compagni. Allora decido di associarmi al clima festoso ed augurale, augurando loro non un buon Natale o un anno felice, ma una vita nuova. Penso sia giusto scegliere loro perché, se il mio augurio si realizzasse, non solo le giovani rom sarebbero liberate da un lavoro sgradevole e dalla "tutela" nefasta dei loro uomini, tutti invece saremmo liberati: dall'ossessione dei consumi i cui avanzi riempiono i bidoni, dalle teorie spericolate dell'anti-austerità, dal pensiero che solo i consumi dei ricchi mettono in moto la famosa "economia", dalla rassegnazione alla diseguaglianza.

sabato 19 dicembre 2015

Buon Natale con perplessità


Gironzolare per il centro di Ostia, ovviamente ricco di luci e di persone affaccendate e festose. Con inevitabile malinconia. Forse invidia per chi sente la festa e per la forza della Chiesa che ci detta e mi detta l'agenda. Con l'inutile, perdente pensiero di sostituire il Natale o aggiungere una festa laica. Ci sono già le feste laiche. Ma sono poco sentite. Ogni tanto soppresse quando si decide che per l'economia dobbiamo lavorare di più. Poi magari si decide che per l'economia dobbiamo lavorare di meno: andare prima in pensione per far posto ai giovani o lavorare meno per lavorare tutti e altre futili invenzioni. Come si fa per il risparmio -no?- che prima dà luogo alla giornata del risparmio, poi è deprecato perché deprime i consumi, poi è taglieggiato o derubato dalle banche e cose così...Ma se inventassimo la festa della Ragione? E se inventassimo la festa dell'Eguaglianza? E se inventassimo la festa dell'Accoglienza? Divagazioni. Si può rispondere facilmente che la Ragione non è per un giorno. Che non lo è l'Eguaglianza e l'Accoglienza. Il popolo immenso di chi ha idee chiarissime, assolutamente maggioritario su fb, mi rimbrotterà. Come mi rimbrottano certe femministe quando mi unisco a festeggiare l'8 marzo. Forse inventerò una festa per me solo dedicata a chi dubita, fortissimamente dubita. Buon Natale.

lunedì 23 marzo 2015

Quale bussola?


Provo a dire la mia sul presunto superamento delle categorie politiche di “destra” e “sinistra”. Oggi si preferisce dividere la politica in “buona” e “cattiva”, ad esempio. Buffo, come se chi sposa una “vecchia” appartenenza la potesse sposare, pur sapendola “cattiva”. Oppure si divide la politica in “riformista” e “conservatrice”. E’ di moda e di effetto anche dire: “Io sto con l’Italia, non con destra o sinistra”. E’ una banalità vincente. Nessuno oserebbe controbattere infatti:” Io sto con la destra o la sinistra e me ne infischio dell’Italia”. Quasi nessuno. Io sì. Ma sono proprio un’eccezione di cui non tenere conto e non faccio politica politicante. Infatti io non sto con tutti gli italiani. Non sto con Briatore e con Incalza. Non sto con i mafiosi e con i furbi. Qualcuno, più dotto, ha provato a salvare le categorie “destra”-“sinistra” integrandole in nuove coordinate che sarebbero capaci di meglio rappresentare le differenze in campo. Lo ha fatto Pietro Ichino che in un asse ortogonale alle categorie destra e sinistra sulle ordinate ha aggiunto sulle ascisse “pro strategia europea dell’Italia”/ “contro strategia europea dell’Italia”. Pensando così di meglio rappresentare la complessità delle possibili posizioni politiche. Precisando anzi che le nuove coordinate sono più importanti oggi e che le vecchie torneranno importanti domani. Discutibile comunque – direi – che per Ichino europeismo e nuovo coincidano così come all'opposto antieuropeismo e conservatorismo. Un po’ vero, ma non troppo. E perché non porre su ascisse o ordinate l’opzione per l’ampliamento dei diritti civili (matrimonio gay, testamento biologico, etc.) e il suo contrario? (le coordinate di Ichino:http://www.pietroichino.it/…/uploads/2013/10/Diagramma-poli…) Poiché ritengo, a differenza di Ichino, che le polarità destra/sinistra siano, non esaustive del discorso politico, ma certamente da privilegiare, cerco la mia bussola per cercare la sinistra nelle parole di Bersani che a Vieni via con me, alla 7, ebbe a dire: “Sinistra è credere che non stiamo bene se accanto a noi gli altri non stanno bene”. Mi sembrò ben detto. Gli altri stanno bene significa – mi pare – che c’è più eguaglianza. Resterebbe da definire: “eguaglianza quanta”,, “eguaglianza di cosa”, “eguaglianza di chi”, ma anche “eguaglianza quando”. Eguaglianza quanta Se l’eguaglianza degli altri è quella che serve a me stesso. L’eguaglianza che ragionevolmente posso proporre è quella che non faccia venir meno la possibilità di perseguire altri obiettivi. Quello dello sviluppo comunque lo si intenda, ad esempio: l’esigenza di una organizzazione sociale idonea a sconfiggere ignoranza, malattie, infelicità. Che verosimilmente richiede di premiare il merito. Almeno per un po’. Fino a quando l’abbondanza non renderà inutile ogni discriminazione. Ma, nell’attesa, non è detto che ci si debba appagare con il merito definito dal mercato. Il mercato non riesce ad incentivare e premiare l’intelligenza e la ricerca. Madame Curie o Einstein non sarebbero retribuiti oggi quanto Briatore o Incalza. Ancor meno il mercato riesce a premiare i genitori del ricercatore, meritevoli probabilmente del suo successo. E il mercato non riesce nemmeno a punire diseconomie esterne e disastri ecologici. Eguaglianza di cosa Si dà per scontato si debba intendere eguaglianza come eguaglianza economica. Ma nessuno direbbe che lo scopo della vita umana è tale eguaglianza. Direbbe piuttosto che lo scopo sia eguale felicità. Giacché non chiameremmo eguali due persone di cui uno fortunato per salute, amore, etc. e l’altro di pari reddito continuamente tentato di togliersi la vita per la disperazione che lo possiede. Solo che questo obiettivo non appare pienamente perseguibile dalla politica. Lo disse Lorenzo Milani: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Infatti la sinistra un po’ tenta di rimediare con discriminazioni positive verso i più svantaggiati: servizi esclusivi e/o gratuiti. Quindi – diciamo – l’eguaglianza economica è una approssimazione perseguibile rispetto all’obiettivo della pari felicità. Eguaglianza di chi Possiamo dire che l’eguaglianza dei sudafricani o dei mongoli ci interessa meno di quella degli europei. Abbiamo pochi motivi per ritenerci in pericolo se in Sud Africa o in Mongolia l’eguaglianza non vince. Le tensioni della ineguaglianza in plaghe remote non ci toccheranno, non si scaricheranno fra noi o troppo poco ci riguarderanno. Però è anche vero che il criterio della nostra personale utilità economica non è l’unico che fa desiderare l’eguaglianza a chi sta a sinistra. Quando piangiamo di fronte ad una strage più o meno lontana stiamo piangendo semplicemente perché ci stiamo identificando con le vittime. Ci identifichiamo di più quanto più ci somigliano, mi pare. Sia a destra che a sinistra. A sinistra con più larga empatia. Perché in ultima analisi è di noi stessi che piangiamo. Perciò piangiamo le vittime di Charlie. E cerchiamo di piangere le vittime dei missili statunitensi. Pensiamo che dovremmo piangerle ma non ci riusciamo. Non ci somigliano e non hanno storie. Poiché gli israeliani ci somigliano soffriamo sdegnati per il loro bimbo ucciso ma se dieci bimbi palestinesi muiono sotto i missili israeliani troveremo ragioni per non commuoverci troppo. La colpa è di Hamas che ne fa scudi viventi. Mi dispiace ma… E, se la globalizzazione estromette dal lavoro mille operai di una fabbrica, la sinistra data, che riconosce l’eguaglianza, ma fino a un certo punto, protesta e si batte per i “diritti” dei mille e non vuole sapere che in Romania mille rumeni aspettano con speranza che mille italiani perdano il posto. Se stiamo a destra tutto è più facile. Non dobbiamo neanche cercare di commuoverci. Per la destra eguali sono solo da un lato i connazionali, dall’altro quelli dello stesso censo. Soprattutto quelli dello stesso censo e connazionali. E’ permesso detestare invece, oltre che i barbari immigrati, i politici e i dirigenti pubblici troppo pagati. I miliardari no, ovviamente. Sennò andiamo verso sinistra. Dico andiamo perché destra e sinistra sono direzioni con incerti luoghi sulla via. Luoghi che possono essere i partiti, ad esempio, che stabilizzano ed organizzano mix di emozioni e progetti. Bene o male. Ma poi sono stravolti dalle leadership che sequestrano bandiere e abbattono l’edificio. Che diventa altra cosa. Eguaglianza quando Quando perché se l’eguaglianza è un’emozione etico/ estetica e non già solo il calcolo di Bersani, è accettabile che l’eguaglianza venga domani, fra dieci o cento anni. Purché io possa credere che ho lavorato per essa. Vale per l’eguaglianza come vale per valori di destra. Martiri sono sia a destra che a sinistra. Martiri di una idea di cui non si vedrà la realizzazione. I martiri del Risorgimento, dell’antimafia e dell’Isis. Con quei secondi prima di morire che riempiono la vita. Il quando potrebbe riguardare anche solo le future generazioni. Ma questo livello empatico è raro. Credo che la sinistra, innamorata della coerenza, lo finga. Il Bersani di Vieni via con me non avrebbe potuto sostenere agevolmente: Io sto meglio se i miei discendenti stanno meglio”. Quest’empatia pare appartenere piuttosto alle menti religiose dei fondamentalisti ecologisti. O alla pretestuosa religione laica del socialismo reale che giustificò tutto, compreso l’orrore, alla vittoria del socialismo in un domani che non si sarebbe visto. Il socialismo come “luogo” nella direzione della sinistra Il socialismo – come il laburismo o il liberalsocialismo – è uno dei luoghi della sinistra. Ovvero uno spazio di idee/progetti/valori presuntivamente coerente. E’ un luogo però perennemente devastato ovvero ridefinito. Assai più di quanto non lo sia a destra il “liberalismo”. La sua ridefinizione continua lo ha reso vago. Oggi, leggendo i programmi dei partiti non capiremmo facilmente quali aderiscono al PSE o al PPE in Europa. Perché, dopo Bad Godesberg il confine fu abbattuto ed oggi i socialisti si dicono tali non già perché promettono o operano per l’eguaglianza ma solo perché dicono di voler ridurre le diseguaglianze. Quando possibile e nella misura possibile. Misure del tutto indefinite. Quindi anche mai. Sicché, in opposta direzione, la destra liberale/liberista, altrettanto pragmatica, può predicare la libera iniziativa contemperata da welfare. E di fatto, pensare allo stesso modello dei socialisti. Ne deduco che luogo organizzato e definito della sinistra oggi non possa essere che il socialismo inteso come scommessa sull’eguaglianza. Nulla di meno. Solo giudicare eventi ed azioni rispetto a tali obiettivi può fornire ancoraggio solido. Questo non esaurisce la politica. Perché pause, deviazioni e mix con altri obiettivi (ambiente, crescita, etc.) persistono e dividono. Ma solo l’invenzione ideale/emotiva dell’eguaglianza degli uomini può ancorarci a sinistra, nel socialismo. Sennò, navigando sull’asse destra/sinistra, avanti e indietro, dimostreremo di giocare con le parole o di essere agiti da altre forze. Chi presidia il socialismo Cosa ha sconfitto il socialismo reale? Forse la competizione impossibile con i paesi sviluppati dell’Occidente. Il socialismo era perdente nei consumi esibiti o addirittura proprio nei consumi. Sconfitta di immagine e/o sconfitta economica. Perché quello che il socialismo comunque realizzò – salute, istruzione, etc. - non era tangibile e visibile. Ma mancò soprattutto ciò che avrebbe potuto correggere il sistema in corso d’opera: la democrazia. La democrazia sequestrata dalla presunta avanguardia. Non si potrà riavviare il filo dove fu smarrito. Né da Lenin né da Dubcek né da Gorbaciov. Se si dovesse riavviare una storia simile il nesso socialismo-democrazia dovrà essere stringente. Anche recuperando forse l’antica saggezza ateniese delle cariche per sorteggio, oltre che a tempo.