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giovedì 23 agosto 2018

Facce della Sicilia


Da dieci anni lontano dalla terra in cui ho vissuto il più della mia vita, guardo spesso alla mia Sicilia con curiosità e stupore. Come se la scoprissi adesso. E con sentimenti contrastanti. L'ammirazione per l'invenzione deliziosa di quei volontari catanesi che regalano ai 177 ostaggi della motonave Diciotti 177 arancini, una delle più gustose invenzioni siciliane. Gustose come la commedia di Teocrito. Ho pensato a lui leggendo che i tifosi di Siracusa, la città in cui sono nato, hanno imitato pedissequamente, senza un briciolo di fantasia i tifosi della Lazio. Così hanno chiesto alle tifose organizzate nel gruppo delle Aretusee di farsi più giù nelle gradinate per dare spazio al tifo maschile. Le Aretusee, se ho ben capito, hanno espresso dissenso, però si sono sciolte. Ecco, pensavo a Teocrito che nelle "Siracusane" descriveva le mie antiche concittadine come donne fiere fino all'arroganza. "Siracusane siamo" gridavano, turiste nella città di Alessandria d'Egitto, a chi le contestava - se ben ricordo - per comportamenti discutibili. Orgoglio municipalistico e femminile allora. Ora tutt'altro. In compenso grazie ancora ai cugini e alle cugine catanesi.

martedì 14 novembre 2017

Le buone e le cattive ragioni di lutto


Sento oggi un'Italia depressa: il clima, l'incertezza totale, la nazionale di calcio. Soprattutto quest'ultima, oggi. Tifosi (almeno metà degli italiani, poveri, ricchi e così così) uniti nello stesso lutto. Partecipo al lutto che non è mio. Non è mio giacché con gli anni sono diventato sempre meno tifoso. Fino allo 0 attuale. Pero come molti, più o meno consapevoli, sento la catastrofe calcistica come segno del generale declino. Il Paese per il quale debbo necessariamente tifare perché in larga misura dal suo benessere dipende il mio benessere e quello delle persone che mi sono care, sembra scivolare in basso. Nella crescita: ultimi in Europa. Ultimi o giù di lì nella povertà, nel numero di chi non ha un tetto sulla testa, nell'indice che misura la distanza fra più ricchi e più poveri, nel tasso di abbandono scolastico, nel tasso di laureati, nel tasso di chi non studia e non lavora, nella percentuale di giovani che lascia il Paese, cercando futuro ove le competenze valgono più delle reti amicali costruite col calcetto. Si può dire che il calcio rappresentasse da tempo una relativa anomalia con i suoi successi pur declinanti. Finisce anche quella anomalia. Non più campioni, ma gente che insulta Anna Frank negli spalti della serie A. E giocatorini di seconda divisione che insultano la memoria dei martiri di Marzabotto. Indietro tutta, insomma.
Ma non voglio contribuire alla depressione generale. Cerco di concludere con una nota positiva. Cerco di apprezzare l'ottimismo di Paolo Gentiloni. Lui che mostra (o simula) soddisfazione perché nell'alta marea che tutte le economie solleva, anche il Pil dell'Italia cresce. Lo dice senza dire "io" e senza esibire grandi meriti personali. Ottimismo della volontà. diciamo. Forse servirebbe a qualcosa, insieme ad una capacità di diagnosi e voglia di discontinuità che invece non vedo. La mia nota positiva è un'altra. Affidata al Caso che largamente ci governa. L'attesa che qualcuno e qualcosa ci metta quasi tutti insieme con sguardi limpidi e passione di riscossa. Immaginando che la vecchia talpa stia scavando a nostra insaputa.

martedì 28 aprile 2015

Basta calcio e metadone


Facciamo tutti, più o meno (qualcuno, magari, per niente), uno sforzo per capire le ragioni degli altri, anche dei più lontani da noi. Riesco facilmente a capire - mi sembra - le ragioni di Bersani e dei bersaniani. Riesco a capire abbastanza - mi sembra - quelle di Renzi e dei renziani. Addirittura capisco qualcosa delle ragioni di Salvini e dei salviniani. La cosa strana è il fatto che non capisco una cosa che evidentemente è chiara e accettata da tutti. Finalmente lo dico. Dopo l'ultima bomba carta lanciata allo stadio di Torino, dopo le precedenti uccisioni di non so quanti tifosi e poliziotti e dopo tutto il resto. Ma insomma, è così indispensabile offrire a valanghe di rincoglioniti i mitici circenses? Forse perché non sappiamo offrire panem? Cambiare verso davvero per me è chiudere il campionato di calcio. E costringere i rincoglioniti a fare a meno del metadone (per dirla con Letta) e affrontare la realtà

mercoledì 9 luglio 2014

BRASILE: L'INFERNO PER UNA SCONFITTA


Debbo farmene una ragione. Mi è più facile capire (capire, non giustificare) la sconcezza di uno stupro o la ferocia idiota del terrorismo e del fondamentalismo. Ma capire le lacrime a dirotto di un intero Paese, il Brasile, gli incendi e le devastazioni per una stupidissima sconfitta nello stupidissimo sport del calcio è al di là delle mie capacità empatiche. Una sconfitta che fa male più di un amore perduto, più di un posto di lavoro perduto. Apprendo che nel '50 la sconfitta ad opera dell'Uruguay nel campionato del mondo costò al Brasile 54 suicidi. Dobbiamo aspettarci una strage? Qualcuno mi aiuti a capire.