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domenica 6 dicembre 2020

Io che non riesco ad "appartenere"


Lo vorrei, ma da tempo qualunque leader (non parliamo di inesistenti partiti) al più mi convince a metà. Oggi mi è successo con Landini in una sua intervista a Repubblica. Esulto (non esagero) quando dice che vorrebbe che puntassimo sull'istruzione e formazione permanente. Esulto perché lo dice assai frequentemente, segno che ci crede. Ed anch'io ci credo moltissimo. Per capirci, non credo tanto all'obbligo scolastico che spesso la sinistra vorrebbe prolungare almeno fino ai 18 anni. E perché non fino ai 25 anni? Io credo invece che l'offerta formativa debba essere disponibile per tutto l'arco della vita e fruita al bisogno.
Bene. Però dopo Landini per giustificare la richiesta di più salario per i dipendenti pubblici usa il consueto argomento, anch'esso -ahimè- assai caro alla sinistra per cui gli aumenti debbano servire a rilanciare i consumi. Non si vuole dire - lo so - i consumi dei lavoratori che ricevono l'aumento; non si vuole dire che è giusto che essi soddisfino bisogni insoddisfatti di un paio di scarpe o di una pizza ogni tanto o di un viaggio. Sarei d'accordo ovviamente. No, si vuole dire che i consumi servono a rilanciare la benedetta "economia". Quindi il lavoratore deve avere un salario più alto non per farsi una pizza, ma per sostenere l'occupazione dei pizzaioli. E a loro volta i pizzaioli non debbono avere più salario per poter comprare un paio di scarpe, ma per sostenere l'occupazione degli operai dei calzaturifici. Così ragionando anche i frequentatori del Billionarie fanno cosa buona mangiando ostriche e dimenandosi in pista (anche in epoca covid, per inciso) sostenendo così l'occupazione dei pescatori e delle cubiste delle discoteche.
Temo di non essere condiviso, ma penso che la filosofia dei consumi di Landini (e di Bersani e un po' di tutta la cosiddetta "sinistra") sia un veleno culturale che ci fa proprio deragliare.

venerdì 5 giugno 2020

Non sprecare la crisi


Soprattutto nuovi disoccupati. Ma anche pensionati medici che tornano al lavoro, specializzandi che il lavoro lo anticipano, la proprietaria di boutique che spera di trovare un lavoro da puliziera, quelli che facevano motori che ora fanno mascherine, operatori di call center che ora raccolgono fragole, variamente abilitati della scuola che troveranno posto nelle aule - concorso o no - perché la pandemia - come già prima , ma inutilmente, l'efficacia didattica - suggerisce piccoli numeri. Insomma la pandemia ci fa scoprire che è troppo vecchio e sbagliato il paradigma "prima studio, poi lavoro, poi pensione". Pare lo abbia scoperto anche Landini che ora parla di formazione permanente come il compianto De Mauro. Ed è sbagliata l'idea di una carriera solo ascendente. Ed è sbagliato avere un solo profilo professionale. Domani avremo patenti multiple e costellazioni certificate di competenze. Se avremo anche l'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione, potremo dire di non avere "sprecato la crisi".

giovedì 28 febbraio 2019

Landini, fra sindacato e politica

Ottimo Maurizio Landini da Gruber. Non posso condividere la sua difesa dei provvedimenti salva-Ilva, ribadita anche stasera. Importante però che abbia sottolineato il suo interesse alla riforma dello Statuto dei lavoratori, aprendo alla tutela di lavoratori non dipendenti, quali le partite Iva. Penso che come leader della sinistra si emanciperebbe dai limiti propri dell'ottica difensiva inevitabile nel sindacato.

venerdì 1 febbraio 2019

Zapping, dal "compagno" Monti al "pedagogista" Landini


Il mio zapping è prima mentale che televisivo. Voglio dire che, in assenza di un progetto che io possa condividere, condivido pezzettini di qui e pezzettini di là. Sicché prendo pezzi di Monti e pezzi di Landini - mi è capitato ieri sera - e me ne servo per un progetto condivisibile solo parzialmente dai miei interlocutori. Il "compagno" Monti ieri diceva "Per dare a chi ha meno bisogna togliere a chi ha più; non togliere a quelli ancora non nati". Cioè imposte progressive e patrimoniale, non facile ricorso al deficit peraltro costoso anche per i viventi (vedi costo del debito e dello spread). Mi piacerebbe che la proposizione fosse fatta propria dai compagni i quali però al più ne sposano solo la prima parte giacché il deficit con annesse contumelie alla perfida Europa è nel repertorio della sinistra. oltre che della destra (e dei governi).
Poi ho sentito il bravo ed appassionato Landini. E mi ha assai favorevolmente sorpreso la sua proposta di "formazione permanente". Mi è sembrato che proponesse qualcosa di più delle famose 150 ore e di quel che è venuto dopo. Qualcosa che sconvolgerebbe la vigente pratica educativa che prescrive, rigidamente divise, un'età per studiare, una per lavorare, una per riposare. Bene, sposo allora un pezzo di Monti ed uno di Landini. Vorrei sposare anche un progetto di appropriazione collettiva. Però di questo nessuno parla ed anche i "comunisti" sono distratti da altre urgenze: difendere Maduro, imprecare contro Soros e cose così.

mercoledì 21 settembre 2016

Invece di Landini

Post per me difficile. Racconto un minuscolo pezzo della trasmissione “Di Martedì” per dire troppo. In confronti come quello di ieri fra Elsa Fornero e Maurizio Landini ci si aspetta che il popolo di sinistra stia con Landini. Anche io dovrei stare con Landini. In un certo modo ci sto. Nel senso che penso che Landini sia, per caratteristiche personali, il migliore dei leader possibili per una sinistra radicale. Almeno nell’epoca attuale. Giacché non può essere ad esempio Civati quel leader. E’ troppo dotto, troppo sobrio, troppo “borghese”. Landini invece ha le qualità giuste. Parla semplice e con passione. Anche se – pazienza- non insulta e non dice parolacce. Ed anche se non sappiamo più nulla di quella Coalizione Sociale che aveva fondata, nello spazio presunto fra sindacato e politica. Il problema è che ancora una volta scopro che la sinistra di Landini è una sinistra sindaca- difensiva, poco incline all'ideazione e non sostenibile. In trasmissione si parla di tener conto dei lavori usuranti per la data d’uscita verso la pensione. Si parla di anticipo pensionistico che costerebbe troppo a chi lo chiede. L’ex ministra del governo Monti si giustifica per le ingiustizie palesi contenute nella riforma, a partire dal dramma degli esodati, con l’unico argomento possibile, sebben discutibile: la fretta di far cassa per evitare il disastro. Fin qui tutto bene. Ma poi Landini dice quella cosa che temevo dicesse e che dice spesso il più accanito accusatore di Elsa Fornero: Salvini cioè. Che forse pensano quasi tutti. Più o meno così: “Allontanare l’età pensionabile allontana l’ingresso dei giovani nel lavoro”. Sembra lapalissiano, ma non lo è. Presuppone che il lavoro sia una torta data e che si tratti solo di dividerla per il meglio, secondo giustizia. Quelli che ne hanno già goduto abbastanza, vengano aiutati a farsi da parte per dare posto ai giovani. Sembrano cancellati i costi del pensionamento/inattività di lavoratori maturi ed abili al lavoro. Con gli stessi costi si potrebbero mantenere retribuiti ed inattivi i giovani. Oppure munirli di canna da pesca o computer e metterli al lavoro, rispondendo allo sterminato bisogno di beni e servizi. Introducendo elementi di socialismo, ovviamente. Ma Landini sceglie la via breve, più seducente e comunicabile. E più costosa. Infatti l’ex ministra, fra le più odiate nella storia patria, risponde così alla tesi di Landini: “E’ una tesi che si è mostrata fallimentare”. Vero. Io che non sto né con Landini né con Fornero penso che sia fallimentare: a) costringere all’ozio i giovani, b) costringere all’ozio pensionistico chi vuole, può e sa lavorare, c) costringere al lavoro chi è troppo stanco, d) costringere a scegliere fra un lavoro odiato e la miseria, e) non investire nella buona flessibilità da lavoro ad altro lavoro, da studio a lavoro, da lavoro a studio, etc, nella flessibilità e nella libertà socialista.

giovedì 12 maggio 2016

A proposito di sinistra radicale e sostenibile: le pensioni

Seguo La Gabbia stasera perché è annunciato Landini. Sono curioso di avere notizie sulla sua "Coalizione sociale", ma non ne avrò. Il tema è: "le pensioni". Due affermazioni di Landini sono del tutto condivisibili. La prima è che il sistema pensionistico garantisce i più fortunati a spese dei meno agiati. Il fondo dei dirigenti, ad esempio, vede il suo passivo appianato dai versamenti dei lavoratori dipendenti e dei... precari. E' così, in una sorta di solidarietà al rovescio, ma nessuno fa barricate su questo.
La seconda cosa condivisibile è la proposta di Landini di affidare all'Inps piuttosto che alle poco affidabili e lucrose assicurazioni private eventuali contributi integrativi per chi voglia maturare pensioni più alte.
Assolutamente non condivisibile è invece la reiterata teoria per la quale sarebbe opportuno tornare indietro (prima della riforma Fornero) ovvero tornare a pensionamenti in età meno avanzata. E' giusto, voglio dire, tener conto della tipologia di lavoro più o meno usurante. Ed è giusto consentire una flessibilità assai maggiore di quella oggi ipotizzata. Importante è trovare il giusto equilibrio di incentivi/disincentivi che non stimolino fuoriuscite precoci e nemmeno troppo tardive. Quel che trovo inaccettabile e culturalmente insidiosissimo è ritenere che si debba lasciare il lavoro prima per far posto ai giovani, come dice anche stasera Landini e dicono in troppi. Se si andasse tutti in pensione a 50 anni avremmo azzerato la disoccupazione giovanile? Persiste in Landini e in troppi l'idea che il lavoro sia una torta data da dividere al meglio. Per cui il lavoro di x è una minaccia per l'occupazione di y. Chiamo questo: neoluddismo. La follia di pensare che l'innovazione, l'informatica, i robot e soprattutto il numero e la qualità di chi lavora siano minacce alla mia vita e al mio lavoro. Quando chiedo una sinistra sostenibile ho in mente anche questa sinistra insostenibile. Il diritto EFFETTIVO al lavoro per ogni uomo è invece assolutamente sostenibile, assolutamente giusto e prioritario. Ma non con le ricette neoluddiste. Con la più ampia appropriazione collettiva degli strumenti di produzione sì.

lunedì 14 dicembre 2015

Non l'opposto di Renzi, ma un'altra direzione


Ho votato i referendum proposti da Civati non condividendoli. O meglio, condividevo molto quello contro l'Italicum. Poco o nulla gli altri. Li ho votati per incoraggiare Civati. Pentendomi subito dopo. Li ho votati contro Renzi che considero una peste per il mio Paese. Che il renzismo sia una peste non significa che ogni proposizione di Renzi sia sbagliata. Significa invece che il suo “insieme”, la sua politica e la sua “narrazione” sono pestiferi. Neanche le singole proposizioni di Salvini o Le Pen sono tutte sbagliate. E' il discorso nella sua interezza a non essere condivisibile. Esempi. Il Jobs act con la monetarizzazione del licenziamento che esclude il re-ingresso del lavoratore “ingiustamente” licenziato non mi appare sbagliato. Purché accompagnato da qualcosa che invece non c'è. Se accettiamo (o subiamo) la proprietà privata degli strumenti di produzione, proteggere il lavoratore dal licenziamento ingiusto mi appare simile al voler imporre al marito padrone di tenersi una moglie sgradita, che è violenza al marito e alla moglie. La moglie deve poter avere un altro marito invece. E il lavoratore avere un altro lavoro (o posto). Tre le condizioni perché il lavoratore licenziato non debba soffrire del licenziamento. La prima è che le sue competenze siano visibili nel mercato. La seconda è che il mercato (altre aziende) cerchi competenze e non altro (scambi, favori incrociati). La terza, infine, è che lo stato di disoccupazione provvisorio sia accompagnato da adeguato salario (di cittadinanza, di dignità, etc.), nonché da misure di sostegno formativo ed orientativo e anche da lavoro socialmente utile. Se queste misure si verificassero avremmo la flexsecurity di stampo scandinavo. Non verificandosi, abbiamo il Jobs act. Cioè nulla. Continua a mancare in Italia una efficace e credibile valutazione delle competenze, presente in molti Paesi europei: con certificazione periodica che apprezzi le competenze comunque formate (nel sistema formativo, nel lavoro, nell'autoformazione, con certificazioni e trasferimento di crediti). Continua ad essere vincente invece lo scambio fra azienda e contesto soprattutto politico (paramafioso), il cui abbattimento sarebbe fra le prime vere riforme di medio periodo e poco adatte al tweet e alla slide. Continua a mancare il salario di cittadinanza e le misure integrate che diano senso al periodo di assenza dal mercato. Magari con opzioni diverse e negoziate: se e quanta formazione, se lavoro socialmente utile o semplicemente assunzione da parte dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza. Se tutto questo ci fosse, ci divideremmo fra liberali (o liberisti) e socialisti (o collettivisti), ma entro la cornice costituzionale della effettività del diritto al lavoro (secondo comma art.3 Costituzione), effettività assolutamente tradita. Parole inutili le mie. Non accoglibili né dal partito della nazione, né dai suoi oppositori, tutti ossequienti al senso comune che dice cose strane o paradossali: che il lavoro è determinato e solo da dividere, che l'anziano che potrebbe essere pensionato o l'immigrato toglie lavoro al giovane o all'italiano, che non c'è lavoro e posto per tutti, che il lavoro è forse diritto ma non anche risorsa, che a chi lavora pesa il lavoro altrui, non l'inattività altrui. Un mondo ribaltato da rimettere in piedi. Con nuove libertà e nuovi vincoli.

giovedì 10 dicembre 2015

Senza infingimenti contro il senso comune


Lo dico senza infingimenti. Landini mi è simpatico. Per la sua passione.Per la sua chiarezza. Perché mi sembra sincero e non opportunista. Ma...ma, accipicchia, lo ascolto a Piazza Pulita e sento le solite ricette. Ricette, linguaggio, pensieri che appartengono ad un senso comune dominante senza capo e senza coda. Dopo la pseudo-evidenza che è di Landini e un po' di tutti per cui allungando la permanenza al lavoro degli anziani si sottraggono opportunità ai giovani, oggi risento questa. Poiché bisogna incrementare i consumi per stimolare produzione e quindi occupazione, detassiamo gli incrementi salariali. Come è evidente! Come non averci pensato! E perché non stampare qualche miliardino di euro e lanciarlo in carta o moneta sulle città? Lo avevo già proposto a Renzi quando finse di aver deciso il bonus ai penultimi per stimolare i consumi. Io che sono all'antica credo ancora che il denaro si guadagna perché si hanno le competenze per guadagnarlo, perché si ha bisogno e perché si ha forza. E infine per il piacere di spenderlo per quel che ci piace. Non per stimolare i consumi, l'economia e l'occupazione. Per l'economia serve invece semplicemente mettere tutti al lavoro. E la disoccupazione è invece l'invenzione di una società malata. Queste le mie semplicissime convinzioni. Appunto. Invece Landini e Renzi si credono avversari ma sono protagonisti e vittime dello stesso senso comune ,

domenica 4 ottobre 2015

Confessione della domenica


C'è un pensiero, una domanda, che occupa sempre più la mia mente. Ricordo bene com'ero fisicamente e cosa facevo 50 anni fa e giù di lì. Ma faccio una gran fatica a ricordare cosa pensavo del mondo. Stavo a sinistra, come ora: socialista lombardiano, poi simpatizzante PCI, poi iscritto, poi nuovamente fuori, etc. Ma cosa pensavo davvero? Mi pare (è solo una supposizione) che tutto mi apparisse più chiaro di ora. C'era una lotta fra sinistra e destra, fra bene e male e non si sapeva chi avrebbe prevalso. Perché allora ora mi appare tutto più complicato? E' cambiato il mondo o sono cambiato io? Sono meno intelligente per i guasti dell'età? Non lo escludo affatto. Mi è simpatico Tsipras, ma non sono convinto che sia sulla strada giusta. Mi è simpatico Landini e mi è simpatico Civati. Ma dubito che siano sulla strada giusta. Credo alla necessità dell'Europa Unita e addirittura degli Stati -Uniti del Mondo. Ma credo di capire che ciò che è giusto ed utile per tutti è impossibile perché la forza familistica e del condominio necessariamente prevale. Non so proporre una articolazione sensata e persuasiva di strategia e tattica. 50 anni fa tutto mi appariva chiaro invece. Così mi pare di ricordare.

martedì 28 aprile 2015

Ciao, Rosi


Vista ieri a Piazza Pulita Rosi Bindi. Il politico (la politica) che più apprezzo. Quelli della maggioranza del PD, che amano molto le semplificazioni e le banalizzazioni, alludono alla minoranza come ad un gruppo di nostalgici delle bandiere rosse e della tradizione del Pci. Ma per me che mi sento rosso ed ho militato nel Pci, sinistra è soprattutto Rosi. Che ho votato quando ho potuto. Per me un esempio di persona con la barra dritta, con evidente spirito etico e competenza certa. Ultimamente con qualche tono acido di troppo che le perdono. Non ha assicurato che resterà nel PD e ancor meno che questa non sia la sua ultima legislatura. Un po' stanca, un po' amareggiata. Non riesco ad "innamorarmi" di alcun leader cui consegnare anima e intelligenza. Ma, se proprio dovessi, mi fiderei di lei. Più che dei rossi Bersani, Fassina, Landini. Si leggano queste parole come attestato di stima. Nient'altro. Passerà molto tempo prima che l'Italia inizi ad apprezzare ciò che conta. Se mai questo succederà. Infatti suggerirei a Rosi di lasciar perdere e di dedicarsi a se stessa. Ciao, Rosi.

mercoledì 1 aprile 2015

La politica che non mi piace


Non mi piacque che il mese scorso il governo gioisse per il miglioramento pur tenue dei dati sugli occupati e disoccupati. Non mi piacque perché comunque era il proprio prestigio ad interessare il governo. Come sempre del resto per qualunque governo. Allora la scontata irrisione verso i gufi e l'autoesaltazione per i miracolosi effetti del Jobs Act. Oggi il sorprendente dato negativo. Nuovo peggioramento. Ieri qualche migliaio di salvati in più fra milioni di disperati. Oggi qualche migliaio di disperati in più fra milioni di disperati. E gioisce - come negarlo?- l'opposizione. Non solo quelli che vivono di politica, ma anche quelli che su fb si dilettano di politica. Normale anche questo. Troppo difficile che il disoccupato in più o in meno sia nostro figlio. Continuo a pensare che possa e debba esserci un modo diverso di partecipare alla politica. Come se ci occupassimo di milioni di persone di cui prenderci cura. Non delle fortune di Renzi o di Landini.

mercoledì 25 febbraio 2015

Uno che non ha gli 80 euro


Aspetto che mio nipote esca da scuola. Chiuso in auto con la pioggia e ascoltando annoiato le solite cose: l'ultima battuta di Renzi, le repliche dei suoi avversari, la Grecia, l'Isis e cose così. Per fortuna arriva lui. Non mio nipote. Un rom di quelli col carrettino che perlustrano fra i bidoni dell'immondizia. Li guardo sempre con strana curiosità. Quasi sempre donne. Quasi sempre danno un'occhiata veloce al bidone e vanno avanti. Qualche volta perlustrano con un uncino. E quasi mai con successo. Infatti mi chiedo sempre quale sia la produttività del loro lavoro. Questa volta è diverso. Lui mi fa compagnia per un buon quarto d'ora. Tiene sollevata l'apertura del bidone con un'asta di legno. E fruga. E trova. Per tutto il tempo mi chiederò se trova perché si accontenta di poco o perché quello è un bidone fortunato. Un po' per la distanza, un po' per la pioggia, non scorgo bene. Ecco, sembra aver trovato un porta sale. Lo pulisce con una pezzuola e lo mette nel sacco nero da immondizia. Poi qualcosa che sembra un porta olio. Sembra soddisfatto. Questa deve essere una ciabatta elettrica. Questa forse una batteria. Non dovrebbe stare lì. Si tuffa quasi nel bidone per esplorare più a fondo. Una busta da trucco, mi sembra. E' perplesso. La ripulisce un po'. Poi scuote la testa e la rificca dentro. Arriva un giovane commesso da un negozio vicino, con grandi cartoni da imballaggio. Non li butterà dentro? Mi accorgo di fare il tifo per il rom e il suo lavoro sotto la pioggia. Mi chiedo anche se non sia rischioso per il commesso buttare dentro quella roba. E se il rom si arrabbia? Invece no. Quello riempie il bidone di cartone e il rom impassibile continua, subendo la fatica supplementare di scostate quei cartoni per esplorare. Va bene. Ha finito. Si dirige sotto la pioggia verso un altro bidone. Escludo gli interessino i tweet di Renzi e le repliche di Landini. E neanche la Grecia. E neppure l'Isis. E nemmeno l'Italicum e la grande riforma del Senato.

domenica 30 novembre 2014

Art. 18 e bene comune


Federico Rampini su Donna, supplemento di Repubblica di sabato, 29 novembre, “Oggi attore, domani cameriere: così si cresce a Manhattan”, racconta del figlio che fiduciosamente transita da impiego ad impiego nella metropoli iper-competitiva degli Usa. Nessuna scuola alberghiera e nessuna scuola per attori. Preferibili i vantaggi della flessibilità e dell’inserimento e ri-posizionamento negli spazi aperti di un’offerta vasta, rispetto all’investimento in lunghi percorsi formativi dagli esiti incerti. Lo leggo come una critica implicita ai conflitti di retroguardia sull’art. 18 e cose simili. Poiché condivido Rampini, tranne le mie diverse conclusioni, domando a me stesso: “ Vado a destra? Vado a destra se non provo entusiasmo per le battaglie della CGIL e di Landini”? Non capisco se dica davvero Landini parlando di diritti da estendere e non comprimere. Diritti che prescindono da penuria e catastrofi? E non capisco, d’altra parte, cosa voglia dire il premier affermando che vuole togliere alibi alle imprese. Questo conflitto (con annessi imprenditori “eroi” , impenitenti scioperanti scioperi e manganellate) è solo per togliere alibi, sapendo che altri alibi (ma diciamo pure “ragioni” ) potranno facilmente essere trovati ? Poiché credo di pensare “a sinistra” mi chiedo –ma è una domanda retorica giacché ho già la mia risposta – se “sinistra” è credere ad un posto, sempre quello per tutta la vita. Se “sinistra” è rifiutare che le imprese evolvano seguendo la domanda e che le risorse si muovano nel globo cercando il loro impiego ottimale. Se “sinistra” è la lotta contro le delocalizzazioni per difendere lavoratori italiani contro lavoratori sloveni e domani viceversa. Se “sinistra” è credere che una indossatrice sia indossatrice per sempre e un insegnante sia insegnante per sempre, magari con qualche piccolo aggiustamento e con la mitica “formazione”. Se “sinistra” è credere che bisogna essere reintegrato in un posto di lavoro da un datore di lavoro che non ci sopporta, come da un marito prepotente da cui non possiamo separarci. A me pare che una sinistra siffatta chiede ciò che è irrealizzabile o è realizzabile a costi inaccettabili. E che chiede troppo poco. Inventarono la proprietà privata e il mercato. E gli espropriati da allora si difendono distruggendo, come i luddisti distruggevano le macchine. Perché il luddismo è insuperabile nell’ottica sindacale. Distruzione contro distruzione. Perché anche i proprietari distruggono in altro modo. Licenziando verso il rischio assoluto o il nulla della inoccupazione. O spopolando le colline, abbattendo argini e biodiversità. Ogni tanto, i più piccoli, perché i grandi non possono fallire, facendo fallimento e scegliendo il suicidio. No. Il riformismo ha spazi ristretti. Le contraddizioni non sono risolvibili con distruttivi compromessi. Si risolvono, non arrampicandosi sulla parte scivolosa, ma saltandola verso l’utopia socialista e verso il compromesso alto con proprietari (finché ci saranno) e con il mercato. L’utopia che ci vuole tutti comproprietari del mondo. Sicché ognuno si relazioni col tutto, sapendo di non essere un costo per il tutto. Il tutto, il bene comune, non può volere che siano frenate l’elettronica e i robot che risparmiano lavoro perché non sia minacciato il lavoro operaio. O che l’occupazione sia stimolata da guerre e produzione di armi. Il bene comune non può volere che mi annoi ed annoi i miei allievi insegnando perché altro non posso fare per mantenere il posto. Io, insieme al tutto, la collettività, nell’ottica del bene comune, decideremo come io non debba essere sprecato. E il bene comune non mi chiederà di andare in pensione troppo presto o troppo tardi. Il bene comune riderà a crepapelle (o ci manderà al diavolo) scoprendo che inventammo la categoria tragica degli esodati. Il bene comune semplicemente mi darà di più se lavoro fino a cent’anni e mi darà di meno se lavoro fino a cinquanta. Insomma, non è il mercato (o il capitalismo, se è possibile nominarlo) il regno della flessibilità e della libertà. E’ il bene comune il regno della flessibilità ovvero dell’evoluzione, della carriera ascendente, discendente e trasversale, della libertà massima e sostenibile. Lì, nei confini del bene comune, decideremo cosa affidare allo Stato, cosa alla cooperazione, cosa al lavoro autonomo e all’impresa privata. Attenti a che nessun sindacato, corporazione, lobby o multinazionale minacci il bene comune. Abbiamo sbagliato gravemente qualcosa nella ricetta del socialismo. Abbiamo sbagliato catastroficamente. Certamente nell’immaginare di poter sospendere la democrazia in attesa di una democrazia più alta che non poteva però essere l’obiettivo degli oligarchi ma solo l’ideologica giustificazione dell’oppressione. Tutto è stato sbagliato. Ma anche questo mondo è sbagliato e senza rimedi possibili. Altro che art. 18! Sbaglieremo ancora. Ma non c’è speranza altrove se non nel socialismo. Saremo accorti dandogli altro nome. Nell’attesa, se decidessimo di partecipare al prossimo sciopero generale contro l’abrogazione (o quasi) dell’art. 18, facciamolo pure. Sapendo di combattere una battaglia difensiva nell’interesse di alcuni, contro l’interesse - politico soprattutto – di altri cui l’aspra tenzone col sindacato dà lustro. Purché si riconquisti la consapevolezza che tutti combattiamo scaramucce di retroguardia e che, contro la pigrizia del senso comune, bisogna riattrezzare le menti a ben altre battaglie.