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sabato 20 febbraio 2021

Stagione che vai, ingiustizia che trovi

 


Ci fu e c'è ingiustizia e irragionevolezza nel socialismo realizzato ed anche quello immaginato, nel sogno talvolta di un salario a prescindere e senza rischio alcuno di mobilità coatta o di declassamento. Retribuzioni simili, ma prestazioni di qualità e quantità dissimili. Chi passa giorni al sole che brucia raccogliendo pomodori o notti insonni a cercare farmaci e cure e chi sonnecchia annoiato. A monte anche lì il Grande Caso che assegna padri e il Grande Arbitrio che assegna privilegi.

Nel Capitalismo però le distanze si accentuano a dismisura, mentre il trionfo del  Grande Caso e il Grande Arbitrio diventa assoluto. Perché conta la nascita – nascere donna o nascere nel Sud del mondo-  ma conta anche passare per caso dalla viuzza in cui incontri la fortuna o in cui poi un qualsiasi evento ti premia a dismisura con algoritmi esponenziali o ti punisce crudelmente, mentre  tanti sono in bilico fra successo e fallimento. Perché, malgrado quel che ti succede sia frutto di infiniti fattori, in gran parte imprevedibili, per cui non hai né colpa né merito, il Sistema ha deciso che tu sei responsabile, da condannare o premiare. Se no, il Sistema non regge.

Sto pensando a tali ovvietà pensando alla presente oscura stagione che ha introdotto la specifica lotteria pandemica entro la lotteria capitalistica. Con ognuno che dice: "a me no". Non a me che lavoro nella stazione sciistica, non a me che lavoro in albergo, non a me che lavoro nel bar, non a me che lavoro in palestra, nel museo, nel cinema  o in teatro. “Non a me che lavoro come attore e sono alla fame se non recito, mentre gli impiegati del teatro ricevono lo stipendio comunque”, diceva oggi in  una intervista un celebre attore. Intanto  la Destra, per inciso, sposa con facile furbizia tutti gli " a me no" e la Sinistra, affascinata dal senso del dovere pubblico,  appare propensa a chiudere tutto. Ma non può chiudere le multinazionali del commercio elettronico.  Così Amazon  vistosamente si giova delle disgrazie altrui, sostituendosi  ai piccoli esercizi rovinati. Profitti cresciuti di un terzo nell’anno della lotteria pandemica. Con quale merito? Magari ci consoleremo con i quasi 500mila di neo assunti, piccola parte dei milioni che hanno perso il lavoro.

 P.S. Coltivo la speranza che i milioni di “a me no” scoprano che collettivamente siamo artefici del nostro destino e insieme dobbiamo condividere premi e disastri. Che possiamo espropriare i padroni della Grande Lotteria, scoprendo una nuova evidenza.  

lunedì 16 novembre 2020

Il dopo pandemia marziana secondo lo storico venusiano

 

Nell’anno 0 dall’avvento della Ragione (epoca marziana) cioè 2030 anni dall’unificazione politica del pianeta, i marziani ebbero una rivoluzione che fu conseguenza di una pandemia importata dai disordinati traffici con un pianeta vicino e allora ricchissimo, chiamato Terra. La popolazione fu decimata. Anche politici e capitalisti morirono. Non era mai successo prima che i capitalisti morissero come i loro dipendenti. Non c’erano cure esclusive e non c’erano posti in cui fuggire o ripararsi. La pandemia rovesciò ogni scala di valori e di prezzi. Persero ogni valore le auto di lusso, i vestiti firmati, le case inutilmente grandi. E pensare –incredibile! –che prima un abito firmato che vestiva una sola persona valeva quanto 1000 chili di pasta o 500 di frutta con cui si nutrivano in migliaia. D’improvviso nessuno ebbe voglia di abiti firmati o di ubriacarsi o giocare a dadi. Conservarono ed acquistarono valore i prodotti della terra, i farmaci, le cure, i medici, gli insegnanti (solo quelli veri, non quelli che per caso avevano vinto un concorso), chi si prendeva cura degli altri, dei loro corpi e delle loro menti.
C’erano prima su Marte persone chiamate mendicanti che si nutrivano con elemosine. Perché non avevano lavoro. Non lo avevano perché per meccanismi chiamati della “domanda e dell’offerta” nessuno li assumeva. Sulla Terra avevano imparato a sopprimere i disoccupati, oltre che gli anziani. Era una pratica feroce e stupida, ma certo più intelligente di quella praticata su Marte dove i disoccupati restavano inutilizzati e però erano mantenuti. Per dire cosa cambiò con la rivoluzione, d’improvviso su Marte apparve crudele, stupido e ridicolo sia il mantenere i disoccupati che l’ucciderli. Poiché di colpo non ci fu più proprietà privata semplicemente i mendicanti smisero di essere tali e furono inseriti in attività utili secondo le loro capacità. Si stava scoprendo che tutto era più semplice di come sembrasse prima. Apparvero contemporaneamente insopportabili e ridicoli favori, clientele e raccomandazioni. Ci furono rettori universitari donne come uomini. Non fu più un vantaggio essere bianco o maschio o figlio di x o di y. Oggi Marte è prospero e socialista come Venere e nessuno può guardare più con invidia la Terra ormai spopolata, divisa in nazioni tutte chiuse in se stesse che, benché prossime all’estinzione demografica, follemente respingono i migranti e li fanno annegare. Idiozia e follia prosperano ancora in angoli dell’universo.
Emanuela Di Mauro, Gianni Grillo e altri 3
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giovedì 8 ottobre 2020

La pandemia nel mio mondo normale-ideale

 

In un mondo normale, anzi no, ideale, cioè governato dalla ragione, si prende atto del problema provocato dall'incuria umana: la pandemia. Si prende atto del conflitto fra salute e lavoro (economia) e si risponde con intelligenza. Si chiude ciò che non è essenziale e quanto più alto è il rischio più si chiude. Allora innanzitutto si chiudono gli stadi (non in parte, ma totalmente), insieme a lotterie e giochi di denaro vari. Poi si chiudono le discoteche. Poi si chiudono i bar e i ristoranti (totalmente o parzialmente). I tabaccai possono essere sostituiti dai distributori automatici. Si chiudono le fabbriche di armi. Si chiudono le fabbriche di coca cola e bibite gasate. Etc. Le scuole si aprono per piccoli gruppi o anche per uno studente alla volta: un docente, uno studente. E si sostituisce così la qualità alla qualità. Cosa pensi di dover apprendere? Ti spiego perché devi apprendere qualcosa che credi di poter non sapere. Ti suggerisco cosa e come studiare. Da solo, con un amico, con due amici. Cosa non riesci a capire? Ecco, non capisci perché...Ora puoi capire e godere di capire. Del resto si può fare a meno, ottenendo di più: a scuola. come altrove. P.S. La pandemia dovrebbe (avrebbe dovuto) essere l'occasione per definire ciò che conta, ciò che conta poco e ciò che non conta niente.

domenica 5 luglio 2020

Fine settimana ad Ostia


Nel fine settimana gli ostiensi sembrano tutti "congiunti", come una sola famiglia, stretta stretta, che riscopre il divertimento (pizza, gelato o muretto). Non ricordo tanta gente negli anni scorsi, quando di pandemie non si parlava. Osservo. I costumi cambiano. La scena sul muretto affollato da adolescenti non l'avevo mai vista prima. La naturalezza esibita con cui il ragazzino (quindicenne?) stringe da tergo fra le mani i seni acerbi della coetanea fino a farla gridare. Cameratismo?
Poi c'è qualcosa che mi lascia al solito senza fiato: la carrozzina con un bambino disabile spinta dalla madre. Come se io non fossi cresciuto abbastanza per capire o digerire l'ingiustizia che ogni tanto non sembra venire dalla politica. Come se questo ridimensionasse radicalmente Marx ed il mio marxismo. Lui a questo non ha dato risposta. Perché dico di questi pensieri non so.

venerdì 5 giugno 2020

Non sprecare la crisi


Soprattutto nuovi disoccupati. Ma anche pensionati medici che tornano al lavoro, specializzandi che il lavoro lo anticipano, la proprietaria di boutique che spera di trovare un lavoro da puliziera, quelli che facevano motori che ora fanno mascherine, operatori di call center che ora raccolgono fragole, variamente abilitati della scuola che troveranno posto nelle aule - concorso o no - perché la pandemia - come già prima , ma inutilmente, l'efficacia didattica - suggerisce piccoli numeri. Insomma la pandemia ci fa scoprire che è troppo vecchio e sbagliato il paradigma "prima studio, poi lavoro, poi pensione". Pare lo abbia scoperto anche Landini che ora parla di formazione permanente come il compianto De Mauro. Ed è sbagliata l'idea di una carriera solo ascendente. Ed è sbagliato avere un solo profilo professionale. Domani avremo patenti multiple e costellazioni certificate di competenze. Se avremo anche l'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione, potremo dire di non avere "sprecato la crisi".

domenica 3 maggio 2020

La Scuola oltre l'emergenza: lo squisito errore nella torta


Leggo che Raham Emmanuel, capo dello staff di Obama, diceva: “Non bisognerebbe mai sprecare una crisi”. Ci sto pensando molto in questi giorni. Perché succede che quando hai una visione tutto ti pare che parli di questo. Infatti anche l'ultima squisita torta di arancia e ricotta preparata dalla persona a me più vicina mi è sembrata alludere ad una occasione imprevista di rinascita. Quei pezzetti di bucce di arance sfuggiti al frullatore, al di là delle intenzioni, e con imprevisto effetto di massima squisitezza della torta. E' ben vero che da un disastro può scaturire un vantaggio imprevisto. Anche se, ragionevolmente, non conviene produrre disastri per cercare vantaggi. E' più probabile infatti che i vantaggi eventuali saranno minimi rispetto agli effetti nefasti di una pandemia. E nondimeno giacché la pandemia c'è, pur non avendola gli uomini intenzionalmente prodotta (prodotta senza intenzione però sì), è ragionevole massimizzarne gli effetti positivi. Penso alla Scuola. La didattica online è stata una conseguenza subita per limitare il danno della chiusura delle aule. Indubbiamente però la didattica a distanza, attuata con docenti talvolta incompetenti nelle tecnologie e/o con studenti privi di tablet o con smartphone condivisi dai fratelli in spazi angusti, ha prodotto nuovi apprendimenti in docenti ed allievi nella gestione degli strumenti. Oltre che farci scoprire le ineguaglianze prima ignorate. Pare proprio d'altra parte che docenti e studenti dopo settimane o mesi, prendano a soffrire del nuovo status didattico. Rimpiangono classi ed aule e le interazioni docente/studente ed anche studente/studente tipici della scuola ante pandemia. Tornare indietro appena possibile dunque? O no? La pandemia e l'esigenza di una didattica non virtuale stanno suggerendo anche un ritorno in aula in piccoli gruppi. Per motivi di prevenzione ovviamente. Ma dovrebbero essere solo igienici i motivi per scegliere il piccolo gruppo? Mi pare di no. Credo ci siano tante modalità utili per apprendere e credo che la meno efficace sia proprio la più praticata nelle scuole e nelle università: tutti di fronte al docente che “spiega”, tutti di fronte, mostrandosi solo nuca o profilo. Come atomi impermeabili, che nulla possono apprendere l'uno dall'altro. Mi pare che gli elementi di identità vincano su quelli di differenza nella didattica frontale in aula e in quella online che è comunque frontale, cioè priva di interazioni. Significativo mi è apparso il giudizio di uno studente online: “avrei voluto chiedere chiarimenti, ma non l'ho fatto perché temevo di disturbare”. Come in classe, assai spesso.
Ora si propone di tornare in aula in piccoli gruppi. 4 o 5 per non rischiare di infettarsi. Bene. Ma la didattica per piccoli gruppi esiste da tempo, ben prima della pandemia. Perché è la didattica che più favorisce il dialogo puntuale con il docente-facilitatore che può intervenire per sciogliere nodi dell'apprendimento, per evidenziare nessi e proporre sistematizzazioni. E con compagni collaboranti, non più nuche e profili, ma gruppi di apprendimento in quello che si chiama “peer education” (educazione fra pari). Un po' come nel lavoro, un po' come nella vita. Un po' come nei gruppi di pari che oggi nei laboratori del mondo sperimentano farmaci e vaccini. Solo un po' ovviamente, perché resta distinta nella scuola l'intenzione dell'apprendimento rispetto a quella del produrre. Non sarebbe stata necessaria la pandemia per questo, si potrebbe dire. Ma invece sì. Perché le buone pratiche didattiche in Italia e nel mondo restano circoscritte negli ambiti che le hanno elaborate. Per motivi di gelosia o di pigrizia, giacché il modello millenario del docente frontale che trasferisce informazioni e saperi nei sacchi vuoti degli allievi è vischioso, fortissimo, quasi invincibile.
La pandemia ha sollevato anche dilemmi nelle dimensioni valutative e del merito. Con soluzioni anche opinabili. Scoprendosi che non tutti gli studenti dispongono di strumenti telematici o di spazi adeguati domestici, si pensa di non doverli sanzionare. Ma sono già sanzionati vivendo in contesti familiari e sociali non “ideali”. Quindi (l'ho già detto altrove) facciamo loro uno sconto, in realtà assolvendo politica e società discriminanti. Poi evitiamo di “bocciare” cioè di costringere a replicare l'esperienza di un ciclo scolastico con gli stessi contenuti e con nuovi compagni. Si attribuiranno debiti invece, da colmare nel prossimo anno. Ragionevole. Più ragionevole sarebbe segnalare sempre competenze deboli e competenze forti ed anche suggerire le competenze da rafforzare in progetti assistiti di autoprogettazione del futuro. Servirebbe articolare le funzioni in un'area di progettazione- docenza- orientamento- tutorato, magari con un tutor che assista non solo in un ciclo scolastico, ma in un ciclo di transizioni formative e di vita. E infine più che un indifferenziato diploma servirebbe la certificazione di personali costellazioni di competenze, da ri-certificare periodicamente in un vero disegno di formazione permanente. Chissà perché ci appare ovvio rinnovare la patente o il certificato di sana e robusta costituzione e non rinnovare egualmente diplomi o certificazioni scolastiche-universitarie.
Davvero l'ingegnere e l'insegnante sono sempre ingegnere e insegnante, anche se fermi ai vecchi saperi non rielaborati? E perché non utilizzare in funzione di aiuto-docenti nella Scuola i laureati come già si sta facendo, mutatis mutandis, nella medicina? Perché non disegnare un progetto lungo di apprendistato docente e perché non disporre di un repertorio di competenze didattiche messe in pensione ed interessate ad essere nuovamente utili? Spero davvero che l'emergenza ci faccia cogliere l'ovvio sepolto dalle stratificazioni delle vecchie abitudini.

giovedì 23 aprile 2020

Lo sgomento del demiurgo


Il demiurgo dava appuntamento ai pianeti dei viventi del mondo ogni millennio. Nel 2050 rivisitò la Terra. Gli umani erano divisi per genere – uomini e donne – e per competenze. Il demiurgo aveva suggerito che ognuno offrisse agli altri quello che sapeva fare e in cambio avesse quello che gli serviva. Aveva lasciato la Terra con lavoratori dei campi, operai dell'industria, ingegneri, medici, insegnanti, etc. Aveva suggerito di utilizzare una merce simbolica – il denaro- per scambiarsi i frutti del lavoro. Lui non dava ordini e lasciava liberi i viventi di fare come credevano, tranne correggere errori vistosi dopo un millennio. Quando tornò sulla Terra, si mise le mani ai capelli. In particolare lo colpirono queste cose:
A. Le terre, le fabbriche, gli ospedali, le scuole non appartenevano a tutti e neanche a chi vi lavorava. Il demiurgo non capiva. Sembrava che alcuni avessero detto “questo è mio”, comprandolo con soldi e nessuno avesse obiettato niente.
B. Le differenze di reddito erano distribuite in un intervallo da 1 a 1 milione. Negli altri pianeti il più ricco al massimo guadagnava il doppio del più povero.
C. Le donne - chissà perché - lavoravano di più e ricevevano di meno.
D. Troppo spesso i lavori più pagati non erano svolti dai più capaci, bensì dai più raccomandati. Ognuno raccomandava i suoi figli e nessuno capiva che il risultato degli egoismi era una catastrofe per tutti. Nelle cattedre universitarie spesso non c'erano i migliori, ma figli e nipoti. E in alcuni casi chi incideva i corpi, i chirurghi, e gli intagliatori di metallo avrebbero dovuto scambiarsi i compiti.
E. I più ricchi non erano quelli che lavoravano la terra o il ferro o insegnavano o curavano. Erano invece quelli che vendevano e compravano denaro, gli uomini della finanza.
Il demiurgo non ottenne ragionevoli spiegazioni. Capì che la pandemia catastrofica del 2020, come altre precedenti, non era stata provocata dal cieco Caso che col demiurgo condivideva il governo del mondo. Era un prodotto degli uomini. Capì che i più forti ed egoisti dominavano la Terra e che i dominati erano distratti o drogati da futili bersagli – l'Europa, gli immigrati, gli zingari e sciocchezzuole simili. Ci fu qualcosa soprattutto che persuase il demiurgo che i terrestri non potevano più essere corretti. La Terra, più che per correggibili egoismi, era ormai irriformabile per la irreversibile epidemia di stupidità: incurabile. Incomprensibile ed ingiustificabile gli apparve che 1/3 dei terrestri consumasse e non lavorasse. “Perché non lavorano, chiese? E come vivono, senza lavorare?". I governanti spiegarono che non c'era lavoro per tutti. Per rimediare un po' infatti mettevano in pensione persone ancora valide. Così si liberavano posti, dicevano. Questa cosa strana la chiamavano “quota 100”. “Ma come, chiese il demiurgo? Molti bambini non hanno insegnanti, molti non ricevono cure, scuole, ponti ed argini dei fiumi crollano. Mi pare che ci sia tanto lavoro. Dovreste chiamare lavoratori da Marte. E come si procurano da mangiare, come vivono quelli che non lavorano”? “Rubano oppure ricevono sussidi, risposero i governanti”. “Cioè preferite che rubino o che ricevano sussidi piuttosto che impiegarli negli infiniti lavori da fare?- chiese il demiurgo” Ma non attese risposta. Scatenò il diluvio per poi riavviare un nuovo inizio, ripopolando la Terra con la razza dell'homo intellegens.

domenica 19 aprile 2020

Imperscrutabili nuove solitudini


Esco per munirmi della mia dose di veleno. Con mascherina e guanti, imbarazzato a scrivere “sigarette” (bene essenziale?) nell'auto-dichiarazione. Ma non è il momento migliore per smettere di fumare, mi dico. C'è la fila dal tabaccaio. Qualcuno – mi accorgo – esce con un gratta e vinci. Essenziale pure quello? Prima giudico severo e poi, per fortuna, mi ricordo che non ho titoli per giudicare: dipendente lui e dipendente io. C'è però qualcosa che attrae chi è in attesa di entrare. Sulla panca di fronte, sotto il sole, c'è una signora sdraiata. Come capita di vedere, non lì in centro, ma in periferia sì e spesso, con i senza tetto che la pioggia di provvidenze governative non raggiunge. Solo che la signora non sembra proprio una poveretta. Ha 40 anni più o meno. E' piuttosto elegante e curata. E poggia la testa su qualcosa che sembra il cuscino di una sedia. Sta male? Non sembra. Glielo chiedono in tanti. Ha bisogno di qualcosa? Lei fa cenno di no. E non parla. Così tutti diventiamo Sherlock Holmes, in un capannello igienico, tipico dei tempi nuovi, con le debite distanze, scambiandoci e gridando ipotesi. Ha lasciato casa fuggendo da un compagno molesto? E' stufa di intrattenere i figli con compiti e giochi? Non ha un balcone in cui prendere il sole? Ha capito che le convenzioni sono abrogate? Forse oggi dovrei uscire alla stessa ora, col pretesto del solito veleno e vedere se lei è tornata. Esercitando uno spirito samaritano o semplicemente la curiosità di un investigatore sulle misteriose vite degli altri.