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domenica 3 maggio 2020

La Scuola oltre l'emergenza: lo squisito errore nella torta


Leggo che Raham Emmanuel, capo dello staff di Obama, diceva: “Non bisognerebbe mai sprecare una crisi”. Ci sto pensando molto in questi giorni. Perché succede che quando hai una visione tutto ti pare che parli di questo. Infatti anche l'ultima squisita torta di arancia e ricotta preparata dalla persona a me più vicina mi è sembrata alludere ad una occasione imprevista di rinascita. Quei pezzetti di bucce di arance sfuggiti al frullatore, al di là delle intenzioni, e con imprevisto effetto di massima squisitezza della torta. E' ben vero che da un disastro può scaturire un vantaggio imprevisto. Anche se, ragionevolmente, non conviene produrre disastri per cercare vantaggi. E' più probabile infatti che i vantaggi eventuali saranno minimi rispetto agli effetti nefasti di una pandemia. E nondimeno giacché la pandemia c'è, pur non avendola gli uomini intenzionalmente prodotta (prodotta senza intenzione però sì), è ragionevole massimizzarne gli effetti positivi. Penso alla Scuola. La didattica online è stata una conseguenza subita per limitare il danno della chiusura delle aule. Indubbiamente però la didattica a distanza, attuata con docenti talvolta incompetenti nelle tecnologie e/o con studenti privi di tablet o con smartphone condivisi dai fratelli in spazi angusti, ha prodotto nuovi apprendimenti in docenti ed allievi nella gestione degli strumenti. Oltre che farci scoprire le ineguaglianze prima ignorate. Pare proprio d'altra parte che docenti e studenti dopo settimane o mesi, prendano a soffrire del nuovo status didattico. Rimpiangono classi ed aule e le interazioni docente/studente ed anche studente/studente tipici della scuola ante pandemia. Tornare indietro appena possibile dunque? O no? La pandemia e l'esigenza di una didattica non virtuale stanno suggerendo anche un ritorno in aula in piccoli gruppi. Per motivi di prevenzione ovviamente. Ma dovrebbero essere solo igienici i motivi per scegliere il piccolo gruppo? Mi pare di no. Credo ci siano tante modalità utili per apprendere e credo che la meno efficace sia proprio la più praticata nelle scuole e nelle università: tutti di fronte al docente che “spiega”, tutti di fronte, mostrandosi solo nuca o profilo. Come atomi impermeabili, che nulla possono apprendere l'uno dall'altro. Mi pare che gli elementi di identità vincano su quelli di differenza nella didattica frontale in aula e in quella online che è comunque frontale, cioè priva di interazioni. Significativo mi è apparso il giudizio di uno studente online: “avrei voluto chiedere chiarimenti, ma non l'ho fatto perché temevo di disturbare”. Come in classe, assai spesso.
Ora si propone di tornare in aula in piccoli gruppi. 4 o 5 per non rischiare di infettarsi. Bene. Ma la didattica per piccoli gruppi esiste da tempo, ben prima della pandemia. Perché è la didattica che più favorisce il dialogo puntuale con il docente-facilitatore che può intervenire per sciogliere nodi dell'apprendimento, per evidenziare nessi e proporre sistematizzazioni. E con compagni collaboranti, non più nuche e profili, ma gruppi di apprendimento in quello che si chiama “peer education” (educazione fra pari). Un po' come nel lavoro, un po' come nella vita. Un po' come nei gruppi di pari che oggi nei laboratori del mondo sperimentano farmaci e vaccini. Solo un po' ovviamente, perché resta distinta nella scuola l'intenzione dell'apprendimento rispetto a quella del produrre. Non sarebbe stata necessaria la pandemia per questo, si potrebbe dire. Ma invece sì. Perché le buone pratiche didattiche in Italia e nel mondo restano circoscritte negli ambiti che le hanno elaborate. Per motivi di gelosia o di pigrizia, giacché il modello millenario del docente frontale che trasferisce informazioni e saperi nei sacchi vuoti degli allievi è vischioso, fortissimo, quasi invincibile.
La pandemia ha sollevato anche dilemmi nelle dimensioni valutative e del merito. Con soluzioni anche opinabili. Scoprendosi che non tutti gli studenti dispongono di strumenti telematici o di spazi adeguati domestici, si pensa di non doverli sanzionare. Ma sono già sanzionati vivendo in contesti familiari e sociali non “ideali”. Quindi (l'ho già detto altrove) facciamo loro uno sconto, in realtà assolvendo politica e società discriminanti. Poi evitiamo di “bocciare” cioè di costringere a replicare l'esperienza di un ciclo scolastico con gli stessi contenuti e con nuovi compagni. Si attribuiranno debiti invece, da colmare nel prossimo anno. Ragionevole. Più ragionevole sarebbe segnalare sempre competenze deboli e competenze forti ed anche suggerire le competenze da rafforzare in progetti assistiti di autoprogettazione del futuro. Servirebbe articolare le funzioni in un'area di progettazione- docenza- orientamento- tutorato, magari con un tutor che assista non solo in un ciclo scolastico, ma in un ciclo di transizioni formative e di vita. E infine più che un indifferenziato diploma servirebbe la certificazione di personali costellazioni di competenze, da ri-certificare periodicamente in un vero disegno di formazione permanente. Chissà perché ci appare ovvio rinnovare la patente o il certificato di sana e robusta costituzione e non rinnovare egualmente diplomi o certificazioni scolastiche-universitarie.
Davvero l'ingegnere e l'insegnante sono sempre ingegnere e insegnante, anche se fermi ai vecchi saperi non rielaborati? E perché non utilizzare in funzione di aiuto-docenti nella Scuola i laureati come già si sta facendo, mutatis mutandis, nella medicina? Perché non disegnare un progetto lungo di apprendistato docente e perché non disporre di un repertorio di competenze didattiche messe in pensione ed interessate ad essere nuovamente utili? Spero davvero che l'emergenza ci faccia cogliere l'ovvio sepolto dalle stratificazioni delle vecchie abitudini.

martedì 19 dicembre 2017

Da “Smetto quando voglio” ai miei voli pindarici


Ho visto l'ultimo film della saga “Smetto quando voglio”. Ho saltato il secondo. Non voglio parlare della discreta regia di Sibilia, né degli aspetti divertenti di un film di successo, ma non di straordinario successo. Voglio parlare del soggetto. Sono stupito e perplesso sul fatto che non abbia provocato indignazione e dibattito come è normale avvenga per i film di denuncia. La storia è quella di un manipolo di ricercatori eccellenti in campi diversi che l'Università e l'Italia emarginano. Sicché matura in loro l'idea di utilizzare al meglio intelligenza e competenze misurandosi sul terreno del crimine. Paradossale, ma non troppo. I rifiutati e le intelligenze sprecate già oggi cercano e trovano settori e Paesi in cui trovare valorizzazione. Già da tempo l'Italia sprecona, imballata nei suoi vizi familistici, clientelari e corporativi assiste senza battere ciglio. Ci saranno ottime ragioni – che mi sfuggono – per le quali il mio Paese si divide o si indigna per cose grandi e piccole, ma non batte ciglio per il costo immane dello spreco dei talenti su cui investe risorse fino alle lauree prestigiose per poi consegnare quei talenti all'inferno della competizione in cui contano competenze assai diverse. Vedi l'apologo incredibile del ministro del lavoro che consigliava ai giovani di praticare il calcetto con le persone giuste. Guardiamo alla extraterritorialità di fatto delle Università in cui i baroni collocano figli, amanti e mediocri fedeli che hanno fatto la scelta giusta di investire in calcetto, come guardiamo - distrattamente - territori delle periferie consegnate alle mafie. Alla extraterritorialità universitaria, per inciso, è dedicata la scena per me più gustosa e vera del film. Con il cattedratico che ritaglia uno spazio, prima del rituale della conferenza, per proporre al ministro, uno scambio, un qualche personale vantaggio. Dove – è evidente- quello è lo spazio che conta, mentre la cultura è cornice e pretesto.
Perché questo post? Perché mi sono accorto da tempo di non essere comunista. Del comunismo condivido l'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione o almeno dei più rilevanti, ma non il resto. Non il divorzio dalla democrazia ovvero dal consenso. Non l'attesa di una mitica rivoluzione nella cui attesa si possano sacrificare generazioni. Credo invece in un riformismo forte che dia risposte subito e qui e al contempo prepari un cambiamento radicale e socialista nelle nostre teste. Perciò accetto anche di fare un po' di strada assieme ai liberal. E credo in buoni compromessi. Ma, appunto, non vedo al momento forze liberal e neanche socialiste interessate ad un programma, minimo ma chiaro, fondato sulla riduzione delle diseguaglianze, sulla valorizzazione di intelligenza e competenze. Il minimo terreno comune capace di non fare affondare la barca mentre naviga senza timone.