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giovedì 2 agosto 2018

Il premio che dà gioa ed amarezza


Il premio Fields per la matematica al "nostro" Alessio Figalli (insieme ad altri tre, invero) mi procura gioia ed amarezza. Come a molti, penso. Gioia per il riconoscimento ad un talento italiano di soli 34 anni e professore ordinario a soli 27 anni. Ordinario non Italia. Naturalmente. Fosse rimasto In Italia - gli fosse andata bene - sarebbe un ricercatore precario o al più un abilitato come professore associato (ad essere molto ottimisti). E' qui l'amarezza. Per un Paese che non riconosce i suoi talenti. Che li spreca. Che al talento preferisce la fedeltà clientelare e il baronaggio. Amarezza per un Paese che continua ad arrabbiarsi e dividersi su piccole cose. Per un Paese vittima dei grandi distrattori. Per un Paese che farebbe spallucce a questo post sconsolato. Se mai lo leggesse. Intanto, come nella Marina borbonica, il governo fa ammuina: un passo avanti, uno indietro, uno a destra, uno a sinistra. Movimento senza direzione. Nessun passo avanti verso l'indispensabile connubio di merito ed eguaglianza. Sostanziale rassegnazione al mondo come è.

martedì 19 dicembre 2017

Da “Smetto quando voglio” ai miei voli pindarici


Ho visto l'ultimo film della saga “Smetto quando voglio”. Ho saltato il secondo. Non voglio parlare della discreta regia di Sibilia, né degli aspetti divertenti di un film di successo, ma non di straordinario successo. Voglio parlare del soggetto. Sono stupito e perplesso sul fatto che non abbia provocato indignazione e dibattito come è normale avvenga per i film di denuncia. La storia è quella di un manipolo di ricercatori eccellenti in campi diversi che l'Università e l'Italia emarginano. Sicché matura in loro l'idea di utilizzare al meglio intelligenza e competenze misurandosi sul terreno del crimine. Paradossale, ma non troppo. I rifiutati e le intelligenze sprecate già oggi cercano e trovano settori e Paesi in cui trovare valorizzazione. Già da tempo l'Italia sprecona, imballata nei suoi vizi familistici, clientelari e corporativi assiste senza battere ciglio. Ci saranno ottime ragioni – che mi sfuggono – per le quali il mio Paese si divide o si indigna per cose grandi e piccole, ma non batte ciglio per il costo immane dello spreco dei talenti su cui investe risorse fino alle lauree prestigiose per poi consegnare quei talenti all'inferno della competizione in cui contano competenze assai diverse. Vedi l'apologo incredibile del ministro del lavoro che consigliava ai giovani di praticare il calcetto con le persone giuste. Guardiamo alla extraterritorialità di fatto delle Università in cui i baroni collocano figli, amanti e mediocri fedeli che hanno fatto la scelta giusta di investire in calcetto, come guardiamo - distrattamente - territori delle periferie consegnate alle mafie. Alla extraterritorialità universitaria, per inciso, è dedicata la scena per me più gustosa e vera del film. Con il cattedratico che ritaglia uno spazio, prima del rituale della conferenza, per proporre al ministro, uno scambio, un qualche personale vantaggio. Dove – è evidente- quello è lo spazio che conta, mentre la cultura è cornice e pretesto.
Perché questo post? Perché mi sono accorto da tempo di non essere comunista. Del comunismo condivido l'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione o almeno dei più rilevanti, ma non il resto. Non il divorzio dalla democrazia ovvero dal consenso. Non l'attesa di una mitica rivoluzione nella cui attesa si possano sacrificare generazioni. Credo invece in un riformismo forte che dia risposte subito e qui e al contempo prepari un cambiamento radicale e socialista nelle nostre teste. Perciò accetto anche di fare un po' di strada assieme ai liberal. E credo in buoni compromessi. Ma, appunto, non vedo al momento forze liberal e neanche socialiste interessate ad un programma, minimo ma chiaro, fondato sulla riduzione delle diseguaglianze, sulla valorizzazione di intelligenza e competenze. Il minimo terreno comune capace di non fare affondare la barca mentre naviga senza timone.

domenica 4 giugno 2017

La competenza ignorata


La competenza di cui si straparla – oggi chiamandola spesso “merito”, ieri “professionalità” - non è quella del cameriere anziano ed esperto che serve a me e a mia moglie il caffè nel locale storico in piazza. Dove si va quando si ha voglia di vedere gente (compreso l'immancabile banchetto 5Stelle) e prendere il sole, se c'è. Sapendo di pagare quattro euro i due caffè per pagare la rendita di posizione del bar. Quattro euro invece che due. Ma non cinque. Invece il cameriere – unico italiano fra camerieri egiziani e slavi – si scorda sempre di portare il resto. Magari fingendo (con se stesso?) che sia una mancia obbligata. Si dà il caso però che io sia contrario alle mance come alle estorsioni. E che mia moglie si innervosisca più di me al ripetersi della dinamica. Sicché ogni volta, dopo aver sperato che a servirci sia il cameriere egiziano o la cameriera slava, se ci serve l'italiano il rito del caffè è avvelenato un tantino. E anche i rapporti coniugali ne soffrono un tantino. Perché, pur ottenendo il resto ogni volta, dopo una o due sollecitazioni, mia moglie trova intollerabile che io le chieda di tornare in quel bar. Dove andiamo sempre più raramente.
La competenza invece è quella della cameriera del ristorante-pizzeria vicino. Affollatissimo. Con i tavoli sempre più numerosi in piazza, oltre che dentro. L'ultima volta ancor prima delle venti a fatica conquistiamo un tavolino. Per del cibo così così, spaghetti e riso entrambi molto al dente. Forse perché i fornelli hanno troppa fretta di cuocere, vista la fila ai tavoli. Però quello strano tipo che son io si sente appagato egualmente. Perché guardo l'efficienza straordinaria dei giovani – ragazze soprattutto- che servono ai tavoli. Ognuno/a che insieme fa più cose: prende ordinazioni, sparecchia il tavolo accanto, fa segno al compagno di lavoro, sorride al tavolo di fronte per dire “arrivo”. Poiché cerco sempre segni d'altro nelle piccole cose, lo spettacolo della passione, della fatica e della competenza giovanile mi sollecita qualche speranza nel futuro. Dulcis in fundo, la ragazza carinissima che più si occupa di noi, scorgendo un attimo di perplessità nei nostri sguardi perché siamo rimasti senza forchette, ci regala un sorriso splendido. “Non vi abbandono” ci dice. Un sorriso e una esibizione di competenza vera che da soli valgono il prezzo della cena.
P.S. Mi capita di chiedermi quanti imprenditori siano consapevoli del valore dei loro collaboratori o anche della loro nocività. Penso siano pochini. Troppo intenti a fare i conti, troppo intenti a cercare il contratto meno oneroso. Insomma non immagino molti imprenditori capaci di valutare la competenza. E neanche il sindacato può farlo. Numeri. Camerieri. Ricercatori. Insegnanti. Tutti accomunati da una qualifica che li fa apparire eguali. Con la stessa qualifica nella scuola uno apre le menti alla curiosità, l'altro le chiude. Con la stessa qualifica uno ti avvelena un ottimo espresso, l'altra ti intenerisce gli spaghetti troppo al dente. Neanche il sindacato può distinguere. Teme, con ragioni inoppugnabili, di dividere distinguendo. Teme che il giovane ricercatore che troverà la soluzione alla malattia più difficile finisca con una paga di trecento euro al mese. Contro i duecento di chi non trova e non cerca niente. Vero. Infatti la soluzione va cercata proprio altrove. Non nelle dinamiche avvelenate del mercato. .