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giovedì 14 febbraio 2019

La scoperta della laurea


Di Maio ora scopre la laurea (e l'inglese) come titolo privilegiato per candidarsi alle europee. E parla di "supercompetenti". E' una grande virata. Non escludo che dentro di sé si sia reso conto della propria ignoranza (la democrazia millenaria francese e tanto altro) e di quella dei suoi (Teresa Manzo: ergo cogito sum). In linea di massima sono errori che di per sé non inficiano l'attitudine a fare politica. Sono piuttosto indizi che fanno sospettare che la mente non sia attrezzata neanche a capire le ragioni del fiscal compact o cosa sia l'economia della domanda e quella dell'offerta. Fanno pensare anche, vista l'irresistibile ascesa di Di Maio, che debba esistere una metacompetenza per emergere in politica e conquistare consenso, anche da idiot savant (cioè da persona che abbia una spiccata competenza pur nella complessiva incompetenza).
Certamente la laurea non garantisce nulla oggi e nemmeno la mancanza di laurea significa troppo. Vedi i diversissimi Di Vittorio e D'Alema (i primi che mi vengono in mente) in questo simili, come brillanti non laureati.
La virata discutibile di Di Maio sarebbe comunque un'ottima occasione per porre mente al tema del rapporto fra istruzione formale e competenze reali. E per modificare in profondità il nostro sistema formativo. Ma è un tema poco affascinante. Le riforme che farebbero crescere davvero l'Italia non premiano chi le propone.

martedì 19 dicembre 2017

Da “Smetto quando voglio” ai miei voli pindarici


Ho visto l'ultimo film della saga “Smetto quando voglio”. Ho saltato il secondo. Non voglio parlare della discreta regia di Sibilia, né degli aspetti divertenti di un film di successo, ma non di straordinario successo. Voglio parlare del soggetto. Sono stupito e perplesso sul fatto che non abbia provocato indignazione e dibattito come è normale avvenga per i film di denuncia. La storia è quella di un manipolo di ricercatori eccellenti in campi diversi che l'Università e l'Italia emarginano. Sicché matura in loro l'idea di utilizzare al meglio intelligenza e competenze misurandosi sul terreno del crimine. Paradossale, ma non troppo. I rifiutati e le intelligenze sprecate già oggi cercano e trovano settori e Paesi in cui trovare valorizzazione. Già da tempo l'Italia sprecona, imballata nei suoi vizi familistici, clientelari e corporativi assiste senza battere ciglio. Ci saranno ottime ragioni – che mi sfuggono – per le quali il mio Paese si divide o si indigna per cose grandi e piccole, ma non batte ciglio per il costo immane dello spreco dei talenti su cui investe risorse fino alle lauree prestigiose per poi consegnare quei talenti all'inferno della competizione in cui contano competenze assai diverse. Vedi l'apologo incredibile del ministro del lavoro che consigliava ai giovani di praticare il calcetto con le persone giuste. Guardiamo alla extraterritorialità di fatto delle Università in cui i baroni collocano figli, amanti e mediocri fedeli che hanno fatto la scelta giusta di investire in calcetto, come guardiamo - distrattamente - territori delle periferie consegnate alle mafie. Alla extraterritorialità universitaria, per inciso, è dedicata la scena per me più gustosa e vera del film. Con il cattedratico che ritaglia uno spazio, prima del rituale della conferenza, per proporre al ministro, uno scambio, un qualche personale vantaggio. Dove – è evidente- quello è lo spazio che conta, mentre la cultura è cornice e pretesto.
Perché questo post? Perché mi sono accorto da tempo di non essere comunista. Del comunismo condivido l'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione o almeno dei più rilevanti, ma non il resto. Non il divorzio dalla democrazia ovvero dal consenso. Non l'attesa di una mitica rivoluzione nella cui attesa si possano sacrificare generazioni. Credo invece in un riformismo forte che dia risposte subito e qui e al contempo prepari un cambiamento radicale e socialista nelle nostre teste. Perciò accetto anche di fare un po' di strada assieme ai liberal. E credo in buoni compromessi. Ma, appunto, non vedo al momento forze liberal e neanche socialiste interessate ad un programma, minimo ma chiaro, fondato sulla riduzione delle diseguaglianze, sulla valorizzazione di intelligenza e competenze. Il minimo terreno comune capace di non fare affondare la barca mentre naviga senza timone.

domenica 4 giugno 2017

La competenza ignorata


La competenza di cui si straparla – oggi chiamandola spesso “merito”, ieri “professionalità” - non è quella del cameriere anziano ed esperto che serve a me e a mia moglie il caffè nel locale storico in piazza. Dove si va quando si ha voglia di vedere gente (compreso l'immancabile banchetto 5Stelle) e prendere il sole, se c'è. Sapendo di pagare quattro euro i due caffè per pagare la rendita di posizione del bar. Quattro euro invece che due. Ma non cinque. Invece il cameriere – unico italiano fra camerieri egiziani e slavi – si scorda sempre di portare il resto. Magari fingendo (con se stesso?) che sia una mancia obbligata. Si dà il caso però che io sia contrario alle mance come alle estorsioni. E che mia moglie si innervosisca più di me al ripetersi della dinamica. Sicché ogni volta, dopo aver sperato che a servirci sia il cameriere egiziano o la cameriera slava, se ci serve l'italiano il rito del caffè è avvelenato un tantino. E anche i rapporti coniugali ne soffrono un tantino. Perché, pur ottenendo il resto ogni volta, dopo una o due sollecitazioni, mia moglie trova intollerabile che io le chieda di tornare in quel bar. Dove andiamo sempre più raramente.
La competenza invece è quella della cameriera del ristorante-pizzeria vicino. Affollatissimo. Con i tavoli sempre più numerosi in piazza, oltre che dentro. L'ultima volta ancor prima delle venti a fatica conquistiamo un tavolino. Per del cibo così così, spaghetti e riso entrambi molto al dente. Forse perché i fornelli hanno troppa fretta di cuocere, vista la fila ai tavoli. Però quello strano tipo che son io si sente appagato egualmente. Perché guardo l'efficienza straordinaria dei giovani – ragazze soprattutto- che servono ai tavoli. Ognuno/a che insieme fa più cose: prende ordinazioni, sparecchia il tavolo accanto, fa segno al compagno di lavoro, sorride al tavolo di fronte per dire “arrivo”. Poiché cerco sempre segni d'altro nelle piccole cose, lo spettacolo della passione, della fatica e della competenza giovanile mi sollecita qualche speranza nel futuro. Dulcis in fundo, la ragazza carinissima che più si occupa di noi, scorgendo un attimo di perplessità nei nostri sguardi perché siamo rimasti senza forchette, ci regala un sorriso splendido. “Non vi abbandono” ci dice. Un sorriso e una esibizione di competenza vera che da soli valgono il prezzo della cena.
P.S. Mi capita di chiedermi quanti imprenditori siano consapevoli del valore dei loro collaboratori o anche della loro nocività. Penso siano pochini. Troppo intenti a fare i conti, troppo intenti a cercare il contratto meno oneroso. Insomma non immagino molti imprenditori capaci di valutare la competenza. E neanche il sindacato può farlo. Numeri. Camerieri. Ricercatori. Insegnanti. Tutti accomunati da una qualifica che li fa apparire eguali. Con la stessa qualifica nella scuola uno apre le menti alla curiosità, l'altro le chiude. Con la stessa qualifica uno ti avvelena un ottimo espresso, l'altra ti intenerisce gli spaghetti troppo al dente. Neanche il sindacato può distinguere. Teme, con ragioni inoppugnabili, di dividere distinguendo. Teme che il giovane ricercatore che troverà la soluzione alla malattia più difficile finisca con una paga di trecento euro al mese. Contro i duecento di chi non trova e non cerca niente. Vero. Infatti la soluzione va cercata proprio altrove. Non nelle dinamiche avvelenate del mercato. .

venerdì 14 giugno 2013

Oscar Giannino e l'enigma della competenza


I talentuosi imbroglioni Succedono fatti che dovrebbero indurci in riflessioni radicali o in autentiche rivoluzioni nei modi di pensare. Invece. Invece i commenti si sprecano nella periferia del fatto. Un esempio per me è lo “scandalo” Giannino. Preferisco parlarne ora proprio perché è ormai inattuale ciò che ha scandalizzato. Una forse promettente carriera politica stroncata dalla rivelazione di una bugia. Il professor Zingales, economista prestigioso e titolato, nonché membro autorevole di Fermare il declino, il movimento promosso da Giannino, scopre e senza indugi rivela che il plurilodato giornalista economico ha mentito. Ha vantato nel proprio curriculum un master nella prestigiosa Università Chigaco Booth in cui, disgraziatamente per Giannino, insegna proprio Zingales. Il master in realtà non è stato mai conseguito. Le bugie si scoprono come si mangiano le ciliegie. Una dietro l’altra. Sicché si scopre che anche le due lauree (giurisprudenza ed economia) vantate sono una bugia. Giannino si vergogna – immagino – come un bambino colto a rubare la marmellata e si dimette. Un’altra carriera politica troncata da una bugia, come per Fini, Di Pietro, etc. Che dire? Non è una storia nuova. Qua e là nel mondo ministri e politici si dimettono per analoghe bugie (anche più lievi): una tesi scopiazzata, ad esempio. Ma appunto a me non interessa il dato etico. Giustissimo dimettersi. Censurabile l’imbroglio. A me interessa il fatto che nessuno sospettasse la verità. Né i lettori, né i dotti conferenzieri cui si accompagnava Giannino, né i prestigiosi economisti come Zingales. Per tutti – economisti compresi – Giannino era un grande esperto di cose economiche e nessuno si sarebbe stupito se i master fossero stati due invece che uno e le lauree tre invece che due. Non somiglia ad altre storie questa storia? I ragazzi universitari che il giorno prima della laurea confessano che non danno esami da anni, ad esempio. Conclusione tragica qualche volta. Oppure le migliaia di dentisti mai laureati e giustamente perseguiti per esercizio abusivo della professione. Qualche differenza con Giannino, ma lieve a mio parere. La professione di giornalista economico non è tutelata da norma alcuna. E – si può dire – non si rischia di ammazzare nessuno, fingendosi laureati ad Harvard. Però, nella maggior parte dei casi neanche i falsi dentisti hanno ammazzato qualcuno. Non riesco ad escludere che molti imbroglioni abbiano acquisito la competenza odontoiatrica per vie diverse dall’università. E’ probabile che gli abusatori del titolo siano praticoni che posti, di fronte a un problema imprevisto, metterebbero a rischio la salute (o la vita) del cliente. Beh, la stessa cosa può succedere al chirurgo laureatissimo e brillantissimo che soffre di depressione o di alcolismo o di insonnia. In questo caso la vittima potrà tranquillamente dire di essere stato assassinato da un dotto e certificato laureato. E non da un imbroglione. Non da un imbroglione? Non direi: la personalità e i disturbi della personalità sono parte integrale della competenza. Doris Day/Zingales, Clark Gable/Giannino La vicenda Giannino mi ha fatto ricordare un vecchio film, una commedia americana di un certo successo del 1958: Dieci in amore (Teacher’s pet). La citai a suo tempo nella mia tesi di laurea sul tema della formazione professionale. La cito di nuovo perché il tema resta attualissimo, come un nodo irrisolto. Nel film Doris Day è una docente universitaria di giornalismo, figlia di un famoso direttore di un rinomato giornale. Clark Gable è un giornalista valente che non ha dedicato molto tempo allo studio nelle aule, ma che sa tutto del suo mestiere. Brevemente, Gable si finge studente frequentando i corsi della professoressa Day. Ne diventa l’alunno prediletto. Poi la scoperta dell’inganno. Ma, infine, la scoperta che le tesi sul buon giornalismo della professoressa e del “praticone” coincidono. Insomma, il buon apprendimento teorico e il buon apprendimento esperienziale conducono allo stesso risultato. Bene. Noi abbiamo separato da tempo i percorsi di apprendimento formale da quelli dell’apprendimento informale (sul campo). E, dopo averli separati, cerchiamo ponti per collegarli, da qualche tempo. Dopo la scuola o l’università uno stage (il famigerato stage che è diventato tutt’altra cosa dall’apprendimento guidato sul campo), il tirocinio oppure – anche in Italia – l’apprendistato. Apprendistato con un intreccio aula/lavoro che non casualmente è nell’agenda degli ultimi governi nazionali. Anzi ha smesso di essere un dispositivo pensato per i mestieri di medio-basso livello, guardando anche alle competenze più alte (formazione superiore). Importiamo dalla Germania del cosiddetto sistema duale (scuola/azienda) il favore al dispositivo. Le competenze invisibili Ma cos’è la competenza di cui parliamo?. Secondo la definizione di Guy Le Boterf, da cui peraltro altre definizioni non sono distanti, “La competenza è un insieme, riconosciuto e provato, delle rappresentazioni, conoscenze, capacità e comportamenti mobilizzati e combinati in maniera pertinente in un contesto dato”. Nella definizione è assente – giustamente – ogni riferimento alla fonte della competenza ovvero ai canali formali (scolastici, universitari), non formali (corsi e attività frequentate a scopo di apprendimento) e informali (l’apprendimento non intenzionale o risultante da attività culturali, lavorative, etc.). Secondo i teorici della descolarizzazione, in prospettiva tutti apprenderemmo in modo informale o non formale. Intanto però l’informale stenta a ricevere quel riconoscimento che può certificare la competenza. O meglio, in diversi paesi europei e in Scandinavia e Danimarca soprattutto, si affermano procedure di riconoscimento. In Italia siamo fermi a qualche sperimentazione. Su questo e sul libretto formativo che dovrebbe raccogliere le competenze maturate dal cittadino. E le sperimentazioni riguardano essenzialmente la certificazione di competenze di mestiere cui non concorre la scuola, ma al più il sistema di formazione professionale. Così per il mestiere di badante, ad esempio. Al più ragioniamo di crediti derivanti da esperienze anche di volontariato (così a scuola) che consentirebbero un punteggio aggiuntivo o (università) una riduzione dei tempi del corso. Tutto questo col frequente sospetto di attivare un meccanismo di favore. Insomma è ragionevole pensare che Giannino (e qualcuno dei dentisti imbroglioni) abbia non solo dovuto fare a meno dell’università, ma anche che abbia potuto farne a meno. Costruendo la propria competenza con i propri ritmi, pause di mesi o di anni, immersioni in convegni e biblioteche, ricerca, confronto, lavoro. Perché mai Giannino non avrebbe dovuto ricevere una certificazione equipollente al titolo di laurea o al master? O, meglio, quale giustificazione hanno due distinti e non dialoganti certificazioni, una del sistema formale, l’altra proveniente dalla vita, dal lavoro e dalla validazione continua ricevuta dai pari? Ritengo davvero che quando avremo smesso di fingere di rispondere ai bisogni dei giovani oggi, delle donne domani e degli anziani dopodomani, ci dovremo occupare di questo. Dell’immane spreco costituto dalle competenze non riconosciute che ci passano accanto irriconoscibili quando cerchiamo una badante o un manager. Al contempo siamo assediati da titoli cartacei che nulla dicono sulle competenze possedute. E sappiamo che se dietro quei titoli c’erano un giorno competenze, quelle competenze oggi sono evaporate. Già è un altro tema mai all’ordine del giorno: chi verifica se oggi merito ancora il titolo di ragioniere o quello di ingegnere che meritai trenta anni fa? Immagino che chiedere di replicare periodicamente esami e abilitazioni sarebbe una proposta di riforma senza largo consenso.