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giovedì 23 aprile 2020

Lo sgomento del demiurgo


Il demiurgo dava appuntamento ai pianeti dei viventi del mondo ogni millennio. Nel 2050 rivisitò la Terra. Gli umani erano divisi per genere – uomini e donne – e per competenze. Il demiurgo aveva suggerito che ognuno offrisse agli altri quello che sapeva fare e in cambio avesse quello che gli serviva. Aveva lasciato la Terra con lavoratori dei campi, operai dell'industria, ingegneri, medici, insegnanti, etc. Aveva suggerito di utilizzare una merce simbolica – il denaro- per scambiarsi i frutti del lavoro. Lui non dava ordini e lasciava liberi i viventi di fare come credevano, tranne correggere errori vistosi dopo un millennio. Quando tornò sulla Terra, si mise le mani ai capelli. In particolare lo colpirono queste cose:
A. Le terre, le fabbriche, gli ospedali, le scuole non appartenevano a tutti e neanche a chi vi lavorava. Il demiurgo non capiva. Sembrava che alcuni avessero detto “questo è mio”, comprandolo con soldi e nessuno avesse obiettato niente.
B. Le differenze di reddito erano distribuite in un intervallo da 1 a 1 milione. Negli altri pianeti il più ricco al massimo guadagnava il doppio del più povero.
C. Le donne - chissà perché - lavoravano di più e ricevevano di meno.
D. Troppo spesso i lavori più pagati non erano svolti dai più capaci, bensì dai più raccomandati. Ognuno raccomandava i suoi figli e nessuno capiva che il risultato degli egoismi era una catastrofe per tutti. Nelle cattedre universitarie spesso non c'erano i migliori, ma figli e nipoti. E in alcuni casi chi incideva i corpi, i chirurghi, e gli intagliatori di metallo avrebbero dovuto scambiarsi i compiti.
E. I più ricchi non erano quelli che lavoravano la terra o il ferro o insegnavano o curavano. Erano invece quelli che vendevano e compravano denaro, gli uomini della finanza.
Il demiurgo non ottenne ragionevoli spiegazioni. Capì che la pandemia catastrofica del 2020, come altre precedenti, non era stata provocata dal cieco Caso che col demiurgo condivideva il governo del mondo. Era un prodotto degli uomini. Capì che i più forti ed egoisti dominavano la Terra e che i dominati erano distratti o drogati da futili bersagli – l'Europa, gli immigrati, gli zingari e sciocchezzuole simili. Ci fu qualcosa soprattutto che persuase il demiurgo che i terrestri non potevano più essere corretti. La Terra, più che per correggibili egoismi, era ormai irriformabile per la irreversibile epidemia di stupidità: incurabile. Incomprensibile ed ingiustificabile gli apparve che 1/3 dei terrestri consumasse e non lavorasse. “Perché non lavorano, chiese? E come vivono, senza lavorare?". I governanti spiegarono che non c'era lavoro per tutti. Per rimediare un po' infatti mettevano in pensione persone ancora valide. Così si liberavano posti, dicevano. Questa cosa strana la chiamavano “quota 100”. “Ma come, chiese il demiurgo? Molti bambini non hanno insegnanti, molti non ricevono cure, scuole, ponti ed argini dei fiumi crollano. Mi pare che ci sia tanto lavoro. Dovreste chiamare lavoratori da Marte. E come si procurano da mangiare, come vivono quelli che non lavorano”? “Rubano oppure ricevono sussidi, risposero i governanti”. “Cioè preferite che rubino o che ricevano sussidi piuttosto che impiegarli negli infiniti lavori da fare?- chiese il demiurgo” Ma non attese risposta. Scatenò il diluvio per poi riavviare un nuovo inizio, ripopolando la Terra con la razza dell'homo intellegens.

sabato 21 marzo 2020

La Terra dopo il 2020 secondo il professore marziano


La pandemia del 2020 fu salvifica per la Terra. Tutti i nodi vennero al pettine, come si dice sulla Terra. I terrestri avevano creato un sistema assurdo e mortifero, come vi ho già spiegato. Ripassiamo. Lì avevano inventato la proprietà privata. Qualcuno possedeva fabbriche e ville. I più non possedevano niente. Se per un qualsiasi caso i terrestri si innamoravano di nutella o di tabacco o di scommesse, i proprietari facevano in modo che si innamorassero sempre di più per diventare più ricchi. Così "davano lavoro" dicevano per giustificare la loro ricchezza. E tutti ci credevano. Anche quelli che si dicevano di sinistra (cioè egualitari, più o meno).
Quel poco che invece era di proprietà pubblica, come spesso le scuole e gli ospedali, era chiamato "costo" e quindi andava ridotto al minimo. Chi lavorava nel pubblico era tenuto in scarsa considerazione o addirittura disprezzato. Si vincevano le elezioni tagliando il costo di istruzione e sanità.
Quel mondo di diseguali però credeva a modo suo nell'eguaglianza. Aveva una strana concezione dell'eguaglianza. Ad esempio diceva di assicurare eguale istruzione a tutti, offrendo scuola gratis fino a 15 anni o 18. Solo che molti studenti odiavano la scuola che non era a misura di ognuno e la fuggivano.
Anche la cosiddetta sinistra non se ne dava troppo pena. Invece pensava di prolungare ancor più la tortura dello studio in aule sovraffollate e a rischio di crolli e con docenti talvolta inadeguati. Tutti i docenti, se solo vincevano un concorso, erano considerati eguali. Anche se qualcuno avrebbe meritato più del padrone della Nutella e qualcuno niente. Non veniva in mente che apprendimento, intelligenza, cultura e voglia di studiare dipendevano soprattutto dal contesto di nascita. Ma queste cose, i privilegi veri, non si toccavano. Sembrava addirittura naturale che i figli ereditassero dai genitori ricchezze (o povertà).
Con l'epidemia vennero a luce i guasti e gli errori del sistema sanitario. Medici ed infermieri si trovarono in guerra. In Paesi come l'Italia, il più bel Paese della Terra, dovettero richiamare in servizio medici ed infermieri che prima avevano incentivato ad andare in pensione. Avevano una strana idea del lavoro per cui chi lavorava toglieva lavoro ai giovani. Molti medici ed infermieri morirono, loro che prima erano apprezzati e pagati meno del padrone della Nutella e dei campioni del pallone. Mancarono i respiratori. Per l'etica terrestre della eguaglianza il soccorso alla salute doveva essere eguale per tutti. Anche se non lo era davvero, in alcuni Paesi lo era poco e in altri per niente. I più ricchi non dovevano aspettare mesi per una visita o un esame, ma si rivolgevano a strutture private a pagamento.
Mancarono i ventilatori, dunque. Si finse di non distinguere fra giovani e vecchi. Ma si dovette distinguere alla fine. Si finse di non distinguere fra un malato assassino ed un malato scienziato prezioso. Ma si dovette distinguere.
Poi successe l'imprevedibile. Qualcuno riuscì a formulare un pensiero preciso e chiaro su quella crisi e sulla crisi mentale che l'aveva prodotta. Fu una rivoluzione dolce, senza sangue. Nacquero gli Stati Uniti Socialisti del Mondo. Ciò che più conta, le cose fondamentali, vennero decise dal potere federale. Ad esempio l'abolizione della proprietà privata, tranne piccole imprese cooperative e lavoro autonomo. Cosa produrre e cosa consumare fu scelto dagli Stati continentali e giù giù fino alle nazioni ed ai Comuni. Fu il Rinascimento che oggi ci rende simili e prossimi finalmente ad un incontro. Ne parleremo.

mercoledì 18 marzo 2020

Solidarietà buona e solidarietà così così nei giorni del coprifuoco


Nella mattinata silenziosa e spettrale prendo il mio boccone d'aria col ragionevole pretesto di buttare nel cassonetto proprio di fronte casa un bel po' di rifiuti cartacei (giornali). Non mi è sembrato necessario dotarmi di autocertificazione e carta di identità. Però poi mi viene in mente di comprare un pacchetto di veleno legale (sigarette), il cui acquisto, a differenza di mutande e calzini, non è interdetto. Debbo fare neanche 100 metri per raggiungere il tabaccaio. Però un vecchietto (cioè un signore con pochi anni più di me) con maschera e guanti mi ferma. Esercita nei miei confronti la forse malsana solidarietà di difesa dagli "sbirri" (chiedo scusa ai tutori dell'ordine). "Stia attento. mi dice, invisibili, dietro l'edicola, ci sono i carabinieri. Stanno fermando tutti. Le chiederanno perché non ha la mascherina, dove va, etc. etc.". "Debbo avere la mascherina introvabile? Non credo." Comunque dovrei affrontare i rimbrotti e rischiare la multa? Decido di no, vilmente o magari per non deludere il vecchietto. Torno a casa.
Mia moglie invece che è una cittadina migliore di me, osservante assoluta di leggi e regolamenti, lei che mi fa una lunga scenata se si accorge che sbaglio qualcosa nella differenziazione dei rifiuti, scende a comprare pane e giornali. E siccome è più empatica di me (benché io lo sia abbastanza) è presa da pena per il giovanissimo giornalaio, così disponibile nell'assisterla per scannerizzazioni o altro, per cui spesso ordinava un caffè nel bar vicino ora chiuso. "Come fai col caffè? Te lo preparo io". E gli porta una bottiglietta di caffè fatto in casa. "Me lo hai portato davvero"? Per inciso, a Roma si usa sempre il tu, a differenza che nella mia lontana Sicilia.
Nuovo vicinato solidale riscoperto nell'era del coprifuoco.

giovedì 12 marzo 2020

Incubi notturni e diurni


Da qualche tempo il mio sonno è pieno di incubi. Già prima del virus. E non so perché. Più spesso torno studente liceale o universitario alle prese con esami impossibili. E' un classico, no? Stanotte però la mia psiche deve essere stata investita da dilemmi etici provenienti dal dibattito attuale. Non so perché e non so chi lo aveva deciso. Io dovevo morire in giornata. Ingoiando una pillola. Strana era l'atmosfera. Qualcuno sapeva. Qualcuno no. Ma a nessuno interessava nulla del mio imminente e prescritto suicidio. Neanche a mia moglie. Si faceva sera. Visto che nessuno era interessato a darmi una via di uscita, mi dicevo:"A che serve aspettare?". Ed ingoiavo la pillola. Subito cominciavo a sperimentare i miei consueti esercizi consolatori. Mi ripetevo Lucrezio: "Come nulla sentimmo quando i Cartaginesi invadevano il nostro territorio, così nulla sentiremo quando gli atomi dell'anima si separeranno dagli atomi del nostro corpo". Poi pensavo, come di consueto, a "Via col vento" girato prima della mia nascita e lo usavo come usavo Lucrezio. Però non morivo. Però mi pare di stare un po' male, pensavo. Macché, non morivo. Credo di essermi svegliato grazie (grazie davvero) alla prostata. Allora mi è stato chiaro che l'incubo veniva dalle ultime sul virus. Precisamente dal dilemma morale affrontato (e talvolta negato) nei talk show e nelle interviste agli esperti ( anche di etica dell'emergenza) ed ai tuttologi. Se sia giusto riservare i residui presidi di rianimazione ai più giovani giacché i più vecchi hanno vissuto abbastanza. Se la scelta fosse obbligata io direi di sì. Poi la mente inquieta mi domanda: "E se la scelta fosse fra un giovane operaio o impiegato e uno scienziato che può salvare il mondo?" E poi penso a quel film in cui il capo dell'unità antiterrorismo deve decidere se rischiare la vita dell'innocente bambina pur di uccidere il terrorista ed evitare un massacro. "Così fra tali fantasie si annega il pensier mio e il naufragar mi è amaro in questo mare".

martedì 10 marzo 2020

Ognuno a casa sua


Ognuno a casa sua. Persone e popoli. O almeno non a casa nostra. Secoli fa (ieri) eravamo (erano) atterriti dagli sbarchi. L'Italia non può accogliere tutta l'Africa, si diceva. Come se i 100 di oggi si potessero sommare ai 100 di domani e a quelli di dopodomani nello sguardo miope della aritmetica. Ecco. Ha vinto Salvini. O ha perso Salvini? La seconda. Porti spalancati, Tanto nessuno vuole venire. Quelli che ci sono vogliono fuggire. Romeni e romene scappano a casa per non finire intrappolati in Italia. Sono soddisfazioni. L'Italia agli italiani superstiti. E ognuno cambi il pannolone dei propri vecchi. Lavorando a distanza o non lavorando proprio.

lunedì 2 marzo 2020


Maledetta epidemia, restituiscici almeno la ragione
Non darei mai il benvenuto ad una epidemia. Ragionevolmente ci costerà molto o moltissimo, a parte le vite e le sofferenze, angoscia compresa. Qualche effetto secondario positivo potremmo però scoprirlo, come ci accadde in occasione dello choc petrolifero del 73 con le splendide domeniche a piedi e in bici con i figli sul sellino. Così ora la riduzione dei flussi turistici in entrata restituisce un po' la città ai cittadini e frena l'espropriazione dei centri urbani ad opera dei bed and breakfast. Mentre quella dei fussi in uscita costituisce comunque risparmio ed occasione di riscoprire il proprio territorio.
E' vero soprattutto che l'emergenza stimola risposte e fantasie progettuali. Talune risposte politiche sono assai positive, con il solo inconveniente che, pensate per l'emergenza, saranno archiviate ad epidemia conclusa.
Le scuole chiuse stanno costringendo a promuovere attività didattiche online. Bene. Purché non vengano archiviate ad emergenza conclusa o, viceversa, non si pensi di archiviare la formazione in gruppo (la comunità "classe"), con le sue specifiche valenze. Allo stesso modo la didattica individualizzata, realizzata per i "diversamente pensanti" (i Ligabue compresi), solo in parte riesce ad ispirare un modello di scuola individualizzante per tutti.
Sul fronte più esposto, quello della Sanità, si è costretti a riflettere sugli errori e sui costi conseguenti ad un sistema sanitario penalizzato dai tagli, mentre non si tagliavano le spese militari, né le seconde o terze case, né ostriche e champagne. Si è costretti a riflettere sui numeri chiusi per l'accesso ai corsi di medicina e a quelli chiusissimi per le specializzazioni. Si è costretti a richiamare in servizio i medici in pensione, come in tempo di guerra i riservisti. La speranza è che si comprenda l'assurdo anacronistico di continuare a dividere la vita in tre fasi distinte: l'età del gioco, l'età del lavoro, l'età della pensione. Una scansione burocratica che facilita i conti, ma impoverisce, non tenendo conto del continuum della nostra esistenza. E la speranza è che non si creda più che l'occupazione giovanile si crei grazie alla disoccupazione (chiamata pensionamento) dei maturi (vedi quota 100).
Infine, l'emergenza ha sollecitato un governo unico, nazionale, del sistema sanitario. L'auspicio è che, finita l'emergenza, non si torni sic et simpliciter, alle sanità regionali, con costi amministrativi moltiplicati, il costoso turismo sanitario e le classifiche ospedaliere penalizzanti il Sud. Auspici molti, speranze pochine però.

lunedì 24 febbraio 2020

Confessioni di un igienista in epoca di corona virus


La schizofrenia è evidente. Premesso che credo nell'eccellenza del nostro sistema sanitario (inteso come medici, infermieri e ricercatori), nell'epoca del corona virus la prima raccomandazione nel decalogo del Servizio Sanitario Nazionale è quella di lavarsi le mani, spesso e soprattutto prima di portarle alla bocca. Anzi diversi cartelli sono esposti nelle sale di aspetto con dettagli minuziosi su come lavarsi queste benedette mani. Nessun sacrificio per me. Anzi mia moglie mi raccomanda di non andare oltre i miei frequenti lavaggi. Io da sempre mi lavo come se il corona virus mi minacciasse. Visti i tanti avvisi, davo per scontato che nella toilette dell'ambulatorio otorino dell'Ospedale di Ostia stavolta avrei trovato carta, sapone e -chissà- anche amuchina. Nel tempo avevo notato che ciò che si consumava non veniva sostituito fino a trovare il dispensatore di sapone vuoto e la carta assente. Come in altri reparti, ma non in tutti. Evidentemente non c'è un univoco protocollo in Ospedale per questo. Infatti normalmente mia moglie (igienista anche lei, seppur più moderata di me) ed io, qualunque sia l'ambulatorio cui ci dirigiamo, ci serviamo della toilette di radiologia. Lì però (declino pervasivo?) l'ultima volta mancava il sapone nel bagno degli uomini ed io mi sono insaponato nel bagno delle donne, subendo lo sguardo severo di una signora. Beh, oggi nel reparto otorino, quasi deserto come l'Ospedale tutto e dove il bagno è unisex, mi accorgo che, a dispetto di terroristiche raccomandazioni, non c'è né carta né sapone ed anzi il dispensatore è totalmente distrutto. Con mio moglie rimedio, come posso, con la residua amuchina personale. Che però si sta esaurendo ed è introvabile ovunque. Sarebbe il colmo che un igienista un po' patologico come me dovesse ammalarsi per non aver usato il sapone.
Sandra Del Fabro, Chiarella Meloni e altri 2
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