Visualizzazione post con etichetta Meloni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Meloni. Mostra tutti i post

martedì 6 ottobre 2020

Fratelli tutti: un progetto di governo mondiale

 


 

Ho letto l’enciclica di Francesco con interesse. Per la mia convinzione che Francesco sia oggi l’unico leader credibile della Sinistra mondiale. Lo è per ciò che pensa, per i suoi valori e le sue priorità. Lo è perché a differenza di quelli che pensano come lui – me compreso, quasi- lui ha un megafono udibile in tutto il mondo. L’enciclica è un progetto di governo mondiale, anche se a grandi linee. Le linee essenziali sono chiare. Commento solo ciò che più mi ha colpito .C’è  l’indicazione di una necessaria dialettica fra le ragioni locali- dei popoli, delle comunità dei territori- e le ragioni del mondo. Difesa delle culture locali, ma insieme delle ragioni del globo che non conosce confini. Importante perciò l’indicazione netta di una necessaria riforma dell’Onu. Tale cioè che la Comunità internazionale possa soccorrere ogni comunità minacciata dalle potenze più forti. Un vasto programma se solo si pensa che la Palestina resta occupata a dispetto delle sterili  risoluzioni dell’Onu. Immagino che Francesco immagini l’ Onu senza posto assicurato alle privilegiate potenze  nel Consiglio di Sicurezza e senza paralizzante diritto di veto.  L’enciclica è patentemente anti-sovranista. Escludo possa essere apprezzata dai cristiani salviniani e meloniani. Qualcuno ha scritto a ragione che con Fratelli tutti la Chiesa incontra l’illuminismo di Libertè, Egalitè, Fraternitè. Direi anche che sceglie la fratellanza come il meno equivoco dei valori ed anche il più “comprensivo”. Lo penso perché ritengo che Libertà ed Eguaglianza si prestano più a fraintendimenti . Libertà di cosa? Anche di infettare il prossimo? Eguaglianza in cosa? Di reddito, di opportunità che non si concretizzano o di felicità? Penso che invece Fratellanza è valore che può chiarire ed orientare Libertà ed Eguaglianza. E’ la fratellanza del buon samaritano che unico soccorre il ferito e depredato, proprio perché  si considera fratello, proprio perché istintivamente obbedisce al comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Si comprende facilmente come l’enciclica di fatto scomunichi il First Usa,  Prima gli italiani e robaccia simile.

Inevitabilmente l’enciclica si cala anche per imitazione o per opposizione nella cultura dell’epoca. Se oggi lo sgarbo, il sarcasmo, l’irrisione, il bullismo sono valori comportamentali, alimentati peraltro dall’anonimato in rete (esplicita in ciò la denuncia di Francesco), l’appello alla gentilezza è chiaramente sovversivo. Gentilezza significa empatia, significa sentirsi nei panni dell’altro, anche dell’avversario sconfitto che resta fratello. Sarà per questo che mi colpì a suo tempo (2009) Mujica che vincendo al ballottaggio presidenziale disse: “Se tu sei allegro non vuole dire che ti devi permettere di offendere chi non lo è»,  chiedendo scusa ai suoi avversari “da vecchio combattente”  se durante la campagna elettorale “a volte mi ha tradito la lingua”.

Molti altri spunti nell’Enciclica. Ricordo infine il riconoscimento degli errori/orrori della Chiesa, riguardo l’abominio della schiavitù di cui la Chiesa fu complice. Francesco lucido, lungimirante e coragggioso.   

 

 

 

lunedì 11 novembre 2019

Manifestarsi: perché e quando


Mi accorgo che sempre più spesso mi capita di dare di gomito alla persona a me più vicina (a mia moglie, insomma) quando siamo insieme impegnati in conversazioni con conoscenti non abbastanza conosciuti. Lei è molto socievole e non esita un attimo a manifestare le sue idee, le sue convinzioni, il suo mondo. Sicché accade che lanci uno strale contro Meloni o Salvini o magari esprima una sentenza perentoria su un qualche argomento, come se desse per scontato che gli interlocutori non possano che condividere. Io la freno come per proteggerla dal rischio di compromettere quelle relazioni sociali cui tanto tiene. Quello che non so è perché questo capiti sempre più spesso. Non so se stia diventando più perentoria lei, più accorto io oppure semplicemente stia crescendo la gente attorno a noi che non può essere d'accordo con noi. Propendo per l'ultima ipotesi. E resta il dubbio: "Serve a qualcosa manifestarsi come rossi ai neri o ai grigi? Si può pensare di convincerli o almeno di aprire un confronto"? Propendo per il no. Si può pensare di farlo con amici o con persone cui ci leghi un minimo rapporto di fiducia. Con conoscenti e avventori di un bar credo non serva. Anzi è deleterio, se si pensa di provare ad avviare un rapporto che domani possa diventare amicizia o che addirittura possa produrre una qualche conversione . Questo penso. Ma la persona a me più vicina evidentemente pensa diversamente. E domani capiterà di nuovo che io le dia una gomitata per tentare di frenare una sua filippica anti-salviniana. P.S. Sospetto che amici fb e compagni mi daranno torto. Temo purtroppo che l'esibizione dell'identità prevalga sulla passione a migliorare questo mondo, anche esercitando prudenza.

mercoledì 27 marzo 2019

La verità non fa male





Ieri, seguendo Otto e mezzo, mi è capitato di stare con Giorgia Meloni. Era opposta a Damilano e Scanzi. Ma anche a Lilly Gruber. E la leader di Fratelli d'Italia lo ha fatto notare. Ha cominciato a dire "voi", riferendosi ai tre, compresa la non imparziale (come spesso) Gruber. Che si è molto arrabbiata: a torto. Soprattutto i fanatici renziani e grillini sono soliti accomunare col liquidatorio "voi" avversari , pur diversissimi, della loro fede. Ieri però Giorgia Meloni aveva ragione. Capita anche ai fascisti di avere ragione. Lei ricordava che gli immigrati, pur rappresentano l'8% della popolazione italiana, sono autori di delitti nella misura del 38%. Su questo si è levato un coro a tre di obiezioni fuor di luogo. Soffrivo sulla mia poltrona. Mi sembrava evidente che bisognava dar ragione a Meloni. Perché aveva ragione e perché da quella ragione si sarebbe potuto/dovuto dedurre che aveva torto su tutto il resto. Le ragioni dell'antirazzismo si rafforzano infatti dimostrando che la mancata integrazione (e non certo il colore della pelle) produce furti, rapine e stupri. La terapia insomma non è smacchiare i neri o nascondere la verità: la terapia è la verità.

sabato 17 febbraio 2018

Mi contraddico?


Se dico che i partiti fascisti debbono essere sciolti e l'apologia di fascismo sanzionata, come da Costituzione, legge Scelba e legge Mancino. Se poi dico che antifascismo non è infierire su un lavoratore delle forze dell'ordine a terra ed inerme e non è neanche sputare addosso a Giorgia Meloni. Se dico questo mi contraddico?

mercoledì 18 ottobre 2017

La sovranità spiegata ai bambini (e a Salvini)


Qualche volta mi capita di citare la frase che Giulio Cesare, secondo Plutarco (Vita di Cesare, 11,4), avrebbe pronunciato attraversando un piccolissimo villaggio delle Alpi.”Malo hic esse primus quam Romae secundus” (Preferirei essere primo qui che secondo a Roma). La cito contestandola giacché, ammesso che Cesare l'abbia mai pronunciata, è un pessimo programma. Oggi purtroppo programma di molti. Io penso infatti che sia più gratificante essere secondi a Roma. Assai più che primi nel piccolo villaggio.Cito la presunta affermazione di Cesare volendo trasferirla al concetto e alla pratica della sovranità. La trasferisco al concetto di sovranità popolare.
Certamente tanto più è piccolo l'ambito e il territorio in cui esercito come cittadino la mia quota di sovranità tanto più visibile è il mio apporto in quell'ambito e territorio. Padrone a casa mia, comproprietario nel condominio, un po' meno nel quartiere, meno ancora nella città, e sempre meno nella Regione, nel Paese, in Europa e nel mondo. I “sovranisti” ne deducono che giovi chiudere le frontiere per essere sovrani a Roma, in Catalogna o in Francia. Certo, i sovranisti sono divisi al loro interno. Perché qualcuno vuole essere sovrano a Milano, altri in Lombardia, altri in Italia. Vedi recente conflitto Salvini-Meloni, a proposito del referendum lombardo-veneto. A me pare che solo gli inconsapevoli possono credere di bere meno caffè se ne versano due tazzine nel quarto di litro di bianco latte che resterà chiaro. E di berne di più se bevono un nero caffè in tazzina. Non è così. Ma non è neanche necessariamente vero il contrario. Perché non tutti beviamo due tazze di caffè nel latte, né nel menù nazionale né in quello globale. Salvini e Meloni, non avendo intenzione alcuna di sottrarre un po' di caffè agli Agnelli e a Marchionne ci propongono di contenderci dosi della nera bevanda in competizione con altre Regioni e Paesi, lasciando in pace gli obesi locali.
Nella pentola dello Stato nazionale e ancor più nel pentolone della globalizzazione qualcuno neanche avverte il sapore del caffè. Questo avviene perché in ambito più largo la propria parte a volte è invisibile, ed a a volte proprio non c'è. Capita però anche (a me sì) di accorgersi che la propria volontà è ben presente nel pentolone di caffellatte e assai poco nella insipida tazzina di caffè nazionale. Sento, ad esempio che la mia volontà conta niente nell'ultima proposta di legge elettorale italiana. Invece è presente nella presunta matrigna europea quando raccomanda, inascoltata in Italia, di non legiferare in materia elettorale nell'imminenza del voto. Egualmente, più che dal mio Paese, mi sento protetto dall'Europa quando denuncia l'affollamento e il degrado delle nostri carceri nelle quali non posso escludere di finire ospitato. Allora mi pare che più che rivendicare sovranità nel villaggio delle Alpi dovremmo esercitare la competenza a capire se e quanto pesiamo nel paesino e in Europa e la volontà di pesare di più: in Italia, in Europa, nel mondo. Decidendo insieme cosa attribuiremo al piccolo e cosa al grande. Forse cosa mangiare è bene deciderlo nel piccolo. Non lasciandolo decidere alle banche e alle multinazionali e neanche però ai sofisticatori nazionali. Comprendendo altresì che quanto inquinare mare ed aria è certamente meglio deciderlo nel mondo: nel mondo dei popoli, non nel mondo delle multinazionali. Nel mondo comunque. A meno di non essere così sciocchi come cittadini da pensare che se “sovranamente” decidiamo di inquinare pur di abbuffarci di patatine oleose e distribuiamo al mondo i veleni delle nostre industrie, il resto del mondo si preoccuperà di non avvelenare il nostro mare. E' una riflessione per i cittadini, non per i governanti. A Trump conviene fingere di credere che denunciando gli accordi sul clima sta facendo un regalo ai suoi elettori. Se ci crede. Purtroppo i suoi elettori ci credono.

venerdì 8 settembre 2017

Quale militanza


Nella ricerca di un ruolo minimo ma decente nel confronto civile, parto dall'assunto che sono inadatto alla politica. Assolutamente inadatto alla politica del tempo presente e comunque abbastanza alla politica in genere. Credo di aver capito che in politica non si possa essere sinceri, non troppo almeno. Se si sposa una causa o si sposa un leader (che oggi sostituisce la causa), militando, non è pensabile tradirla o tradirlo dicendo in pubblico che il leader sta sbagliando in qualcosa. A meno che non si tratti di un dettaglio da niente. In tal caso riconoscere l'errore serve ad essere più credibili. Viceversa non si può mostrare apprezzamento per qualcosa dell'avversario. Direi addirittura che non si può pensare - e non solo dire - alcunché di divergente. Perché senza intima convinzione è troppo difficile convincere simulando. Alcuni sono bravissimi ad auto-convincersi. Io no.
Ieri a In Onda sentivo Giorgia Meloni. Il Ministero dell'Interno aveva diffuso dati sull'incidenza degli stranieri nella criminalità a sfondo sessuale. l dati dimostrano che delinquono più gli italiani. Bella scoperta, osservava Meloni. In proporzione alla popolazione i delitti degli stranieri immigrati (nordafricani in particolare) sono assai più numerosi. Inappuntabile. Non mi distinguerei da Giorgio Meloni su questo. Anche se i miei amici e compagni di sinistra – i militanti – mi rimprovereranno. Mi distinguerei e mi distinguo da lei sulle cause e sui rimedi. Ecco, penso che alle spalle della politica militante qualcuno debba esercitare studio e ricerca per contribuire ad un progetto credibile di governo. Senza timore di recepire frammenti di verità dell'avversario.
Il giorno prima, ancora sulla 7, Bersani, che mi è simpaticissimo e che probabilmente voterò in assenza di meglio, diceva cose popolari ma per me inaccettabili. A proposito della rivoluzione informatica e robotica che sottrarrebbe lavoro. La proposta conseguente sarebbe ridurre gli orari di lavoro. Vecchia storia luddista. Sembra evidente. Ma è una balla per me. Se fosse vero che il progresso della tecnica produce disoccupazione, dalla prima rivoluzione industriale ad oggi l'occupazione sarebbe del dieci per cento, se non zero. La tecnologia sposta l'occupazione da un settore ad altri nuovi. E' importante riconoscerlo per una sinistra radicale, ma responsabile e di governo. Si rischia diversamente l'impoverimento generale in cambio di niente. Per me la soluzione è il Socialismo, non il luddismo. Tutti al lavoro (che è non è una torta standard da dividersi in competizione, ma è smisurato, con tante cose da fare, con tanti bisogni cui rispondere). E governo collettivo delle tecnologie.
Ho fatto due esempi. Discutibili. Non sono gli esempi il punto. Il punto è però quel che prima suggerivo. Alle spalle della militanza e del tifo politico serve un impegno della ragione. Serve militare nella produzione di un nuovo sostenibile senso comune, oggi purtroppo impensabile. Preferirei dedicarmi a questo piuttosto che agli applausi a Bersani o Pisapia. Peraltro penso che ci avviciniamo alla democrazia reale quanto più si accorcia lo spazio fra ciò che sentiamo vero e ciò che è utile dire.

sabato 25 giugno 2016

Il patriottismo della destra

Ad Otto e mezzo c'era la trionfante Giorgia Meloni a parlare di Brexit e del suo esempio per il nostro Paese. Ho visto un Severgnini e un Padellaro incavolati come mai. La borsa italiana maglia nera oggi in Europa è l'annuncio allarmante che il rischio Europa (ovvero il pericolo della sua fine) fa pagare anticipatamente i conti ai Paesi più indebitati, il nostro soprattutto. Eppure Giorgia Meloni esulta. Domanda retorica: ma, in ultima analisi ai nazionalisti interessa qualcosa della nazione? No, naturalmente.

sabato 21 maggio 2016

Ascoltando gli applausi a Giorgia Meloni

Vado in piazza, ad Ostia, a prendere l'aperitivo e trovo la piazza affollata. Non sapevo del comizio di Giorgia Meloni che prende la parola mentre ordino al tavolino del bar. Per quanto incertissimo su chi votare a Roma, non corro il rischio di votare la leader di Fratelli d'Italia. Però mi godo (per così dire...) il suo comizio, masticando pizzettine e fumacchiando. Osservo soprattutto la gente che applaude. Gente normale. E mi chied...o se non sia conquistabile alla sinistra. Sono portato a pensare che quasi tutti, non solo in questa piazza, siano conquistabili. Ma non saranno conquistati. Meloni affonda facilmente il coltello nelle ambiguità e nei silenzi della sinistra. Non è particolarmente feroce contro gli immigrati, i rom, etc. Ma come contraddirla quando afferma che i centri di accoglienza e i campi rom sono concentrati nella periferia per non disturbare i "borghesi"?. Il popolo che una volta applaudiva Berlinguer applaude. Come contraddirla quando dice di pretendere che i bambini rom vadano a scuola mentre la sinistra lassista e pietosa fa spallucce e tollera i furti degli schiavi bambini in nome del rispetto della cultura rom? Per la parte del comizio che seguo riuscirei a contraddirla solo su un punto. Quando, manco a dirlo, confronta pensioni minime e sociali (500 euro) degli italiani con il costo medio per immigrato accolto. "Prima gli italiani", etc. Francamente io direi anche agli ultimi degli italiani che occorre pensare prima agli ultimi, italiani, siriani, libici che siano. E cercherei di spiegare l'inganno di chi promuove la guerra dei poveri. Però, sottovoce, dico che la sinistra deve recuperare singole proposizioni di Meloni, Salvini, Marchini e non solo pezzi importanti della cultura radicale, come vado dicendo in questi giorni. Se l'alfabeto ha 21 lettere non possiamo rifiutare quelle lettere perché utilizzate da Meloni. Possiamo e dobbiamo comporre un diverso poema con quelle lettere. Allora la sinistra riempirà le piazze e avrà i suoi bravi applausi.

venerdì 17 dicembre 2010

La cultura di Sallusti, di Scilipoti e degli studenti

Lo scorso 15 dicembre, due momenti di Exit sulla 7 mi hanno indotto ad una valutazione pessimistica come mai sul futuro del paese, facendomi cogliere segni eclatanti del disinvestimento in intelligenza e cultura.

La prima volta assistendo ad alcuni momenti degli scontri del 14 scorso a Roma fra studenti e forze dell’ordine. Devo premettere che, da sessantottino, non apprezzai il Pasolini che, dopo gli scontri di Valle Giulia, in forma poetica (Il PCI e i giovani), affermava di preferire i poliziotti agli studenti. Mi sembrò, come sembrò a tanti, una provocazione, nell’equivoco intenzionale fra il piano sociale (i poliziotti proletari, gli studenti borghesi) e quello politico.* Dopo sono riuscito a inquadrare meglio quella provocazione e oggi capisco ancor meglio: Nelle immagini registrate dalla 7 mi ha fatto male rivedere la “mia” Roma, allegramente attraversata con i cortei dell’11 dicembre, incendiata e brutalizzata, vedere picchiare gli inermi (a turno poliziotti e studenti: film già visto questo) e, quasi in una citazione della Corazzata Potemkin, vedere genitori cercare scampo fra il fuoco e gli scontri, spingendo il passeggino di un bimbo. Però mi ha fatto male soprattutto vedere gli scudi degli studenti. Erano gli scudi che giorni prima mi avevano emozionato, con la stupenda intuizione dei titoli di libri fondanti la cultura del tempo presente (o appena passato): Il tropico del cancro - Miller, La nausea - Sartre, etc.

Allora, pochi giorni fa e sembra un secolo, gli studenti se ne facevano scudo contro la barbarie dei tagli alla scuola e alla cultura e contro l’incultura dei governanti. Bellissimo! Che intuizione! Altro che Oliviero Toscani! Cosa farà da grande l’ideatore di quella stupenda idea di comunicazione? Forse l’hanno copiata dagli studenti francesi o inglesi? Bravissimi comunque.

Adesso, sulla 7, vedo quegli scudi utilizzati per coprire i lanciatori di sassi e fumogeni. Lo vedo più volte. Non posso sbagliarmi. Ho una fitta al cuore. Come nella improvvisa rivelazione del tradimento dell’amata. E mi viene da pensare che naturalmente quelli che usano quegli scudi non sono quelli che li hanno ideati. Sono bambini inconsapevoli che scarabocchiano la Gioconda.

Penso ancora a Pasolini, rileggo la sua poesia/invettiva: “Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo), ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri…”

E consulto i miei appunti su una precedente puntata di Exit (1 dicembre). Lì lo studio è collegato con la facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza. C’è Adinolfi, con una lucida e spietata analisi della guerra generazionale contro i giovani, risarciti dalle paghette dei padri e dei nonni detentori delle vecchie pensioni retributive. C’è Celi del cui invito al figlio a lasciare l’Italia ancora si parla. C’è l’immancabile Sallusti che al giovane studente brillante, domanda, sapendo di cogliere facilmente nel segno (nel suo segno): “Cosa sta studiando?” La risposta è: “Storia contemporanea”. E allora Sallusti può agevolmente predire un sicuro fallimento. C’è il ministro della gioventù, Giorgia Meloni, ed altri. Siamo tutti con gli studenti occupanti. Quasi tutti, diciamo. Quasi tutti i telespettatori, ritengo. Quelli in studio, tranne Sallusti (ci mancherebbe…) e la Meloni che è prudente e “moderata”. Quando però le tocca dire di non essersi laureata (come Sallusti, peraltro), la moderazione non la salva dal cartello irridente che una studentessa, esponente della generazione frustrata e impaurita, agita dall’aula universitaria: “Per essere ministro non serve la laurea. Per essere precari si (sic, senza accento)”. Inascoltata, la Meloni esibisce le sue inutili giustificazioni (la famiglia non agiata, i suoi lavori umili) e il percorso informale della sua formazione.

Sul blog della 7 poi leggerò i commenti dei telespettatori. Ed è tale Manuela a farmi notare il “si” senza accento di cui non mi ero accorto. Ridicolizza così con efficacia la spocchia dei giovani “colti”. Solo che nell’infierire contro la studentessa commette a sua volta un errore e scrive “che’ quello è il tuo posto” e non ché (congiunzione causale). Così un’altra esponente dell’Italia incattivita che non fa sconti, Roberta, le ringhia addosso la replica. E c’è poi la controreplica, anch’essa efficace:”Io ho sbagliato, ma non farò l’insegnante”. Dibattito insulso in tv e sul blog? Sì, in certo senso, ma molto interessante. Pensate alla ricchezza di spunti che studio tv e blog polarizzati sprecano, non potendo nessuno ammettere le ragioni dell’altro per riflettere su una possibile verità . Pensate quanto ci servirebbe invece condividere un concetto di competenza per decidere e promuovere cosa vale e chi vale, cosa non è segno di competenza o è segno di incompetenza. La laurea? La laurea in storia contemporanea (Sallusti)? L’accento mancato? L’apostrofo invece che l’accento? Non voglio dimenticare il segno di speranza rappresentato dall'intervento di Matteosul blog. "Peccato solo che agli italiani, così solerti nelle offese per un accento o una correzione grammaticale, manchi del tutto un talento fondamentale: la capacità di risolvere i problemi". Appunto.

Torno alla trasmissione del 15 dicembre, per l’altro episodio che mi ha messo in crisi. In collegamento telefonico, Domenico Scilipoti, medico, chirurgo, ginecologo, agopuntore, già deputato dell’Italia dei Valori, cofondatore del gruppo di Responsabilità nazionale, ha cercato di spiegare le ragioni della sua conversione e del voto di fiducia a Berlusconi. “Che coraggio!”, mi viene da pensare, formandomi una sorta di pregiudizio favorevole. Farfuglia ripetutamente qualcosa come ”E un attacco alla mia persona, mascalzoni” e continua così senza saper andare oltre davanti ai sorrisi pietosi di Adinolfi e Pardi (mia traduzione: non si può infierire; non è colpa sua). La D’Amico invero interviene e interrompe assai meno del solito ma, quel poco basta perché Scilipoti possa inventarsi un’altra “narrazione”:”Mi interrompete. Mi interrompete” . Risultato: adesso sono certo che non potrò mai votare Di Pietro, selezionatore dell’onorevole agopuntore di Barcellona Pozzo del Gotto. Faccio altre riflessioni sul tema della competenza e della comunicazione. Berlusconi, senza molta originalità, ha ironizzato durante il dibattito sulla fiducia riguardo la cultura di Di Pietro. La rozzezza di Di Pietro, il vocabolario limitato, la sintassi incerta, la fuga dai congiuntivi non mi sembra pregiudichi la sua capacità comunicativa. Quindi – ribadisco – la sua colpa irrimediabile, in nessun modo scusabile, resta rappresentata dal caso Scilipoti.

Agli studenti arrivano ora contestazioni e consigli. Oso dare il mio consiglio, consapevole di essere poco credibile, con la sicurezza della mia pensione retributiva. Proporrei di rivolgersi agli adulti, ai governanti, alla Meloni, alla Gelmini, a Sacconi: “Cosa mi chiedete di fare per uscire dall’incubo, per avere la certezza di un futuro? Che non studi storia contemporanea? Che studi ingegneria o economia? Che mi laurei con il massimo dei voti? Che faccia l’apprendista idraulico? La cubista? Che sposi un ricco? Che faccia il portaborse di un politico? Che tenti la fortuna all’Enalotto?”.

Sicuramente non avrebbero risposta. Allora, se la cercassero e la trovassero da soli, avrebbero le ragioni e le competenze per assaltare il Palazzo d’Inverno e cambiare il paese, anche ridimensionando la mia pensione retributiva (dopo aver ridimensionato benefit e patrimoni, ovviamente, perché la “rivoluzione” non può colpire i più ricchi fra i poveri, risparmiando i privilegiati).


* http://www.pasolini.net/poesia_ppp_pciaigiovani.htm