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domenica 1 novembre 2015

Pasolini: quel che ricordo


Decido di dire qualcosa senza pretese su Pier Paolo Pasolini che 40 anni fa, nella notte fra il 1 e il 2 novembre, moriva a due passi da dove io vivo oggi, ad Ostia. Lo ricordo spesso per questa ragione. Perché quando mi capita di andare nel ponente di Ostia, generalmente di malavoglia per quello che è quel ponente, passo da quel luogo che continua ad essere degradato malgrado il giardinetto e la lapide dedicata al poeta là dove egli trovò la morte. Accompagno lì talvolta gli amici che vengono ad Ostia. Anche se non mi è chiaro il perché. Non credo che Pasolini sappia delle mie visite, voglio dire. Però accetto il costume che vuole che si onorino i morti. Per noi vivi. In spirito foscoliano. E Foscolo è un poeta che amo. Dico poi semplicemente che Una vita violenta (1958) è un libro che mi ha segnato. Mi è più chiaro adesso che allora, quando lo lessi quindicenne. Infatti ne ricordo ancora a memoria la conclusione, ciò che mi capita solo per Foscolo, Shakespeare e qualcosa di qualcuno meno noto. Ricordo a memoria così il finale con Tommasino, il proletario, piccolo delinquente, forse redento ma non perdonato dalla Tbc, che, sentendo arrivare la morte, chiama dal suo letto la madre affaccendata in cucina ed evidentemente disturbata: - A ma'...- - Che voi Tommasì?- - A ma, che ho da volè - E lascia questo mondo. Dovrei controllare se 57 anni dopo ricordo davvero bene.

venerdì 15 agosto 2014

Fra i rifiuti di ferragosto


Parlo di quelli umani. Sconsigliato a chi non vuole guastarsi il ferragosto. Naturalmente non saprò mai se si tratti di caso oppure di una mia modalità di selezione di ciò che ho attorno. Sospetto si tratti della seconda. Intraprendo con mia moglie la passeggiata di ferragosto. Dopo la raviola di ricotta divisa a metà e il caffè,si decide di andare sul lungomare di ponente della nostra Ostia. Quello che più spesso trascuriamo o saltiamo prendendo l'auto per raggiungere il porto, lì a pochi metri dalla zona di degrado in cui si consumò l'assassinio di Pasolini. Ora la zona antistante il mare è relativamente risanata. Esteticamente. Alle spalle pulsa però la piccola e la grande mala in gran parte -dicono - proprietaria del “risanato” litorale e delle attività commerciali. Dicevo che propendo per l'ipotesi di un mio sguardo selettivo. Infatti mia moglie, passeggiando e scrutando, esercita una diversa selezione, riservando commenti pietosi per gli esercizi deserti di pubblico, che siano boutique, bar o stabilimenti balneari. “Come faranno?Come vivranno?” Etc. Io un po' meno. E la rassicuro come posso: “Forse sono attività fasulle di mero riciclaggio” oppure: “Non saranno né i primi né gli ultimi a fallire”. E così via. Invece guardo con attenzione, anche oggi, quelli che, numerosissimi, frugano fra i rifiuti. Quello che vedo oggi mi sembra molto professionale. Ha trovato una busta piena di indumenti per bambini e seleziona compiaciuto di se stesso quello da prendere e quello da ributtare nel secchio dell'indifferenziata. Più avanti, davanti alla mensa della Caritas, al confine fra centro e inizio del famigerato ponente, un gruppo di immigrati usa l'italiano come lingua veicolare, con l'esperto che spiega agli altri non so quali strategie di fruizione. Pochissimi bagnanti nei lidi privati. Molti nelle spiagge libere. Da una di queste una ragazza fugge via piangendo disperata. Ci fermiamo. Pare abbia perso il suo cane. Mi preparo mentalmente un commento sulla nuova umanità che darebbe la vita per un animale mentre tranquillamente darebbe (e dà) la morte agli uomini. Le trovano il cane. Lei torna indietro e comincia a picchiare un ragazzo, forse il suo ragazzo, che stava davanti a una tenda sulla spiaggia. Sembra invasata. Uno dell'altra epoca (un mio coetaneo) commenta: “E' l'effetto di una notte di alcol”. Intanto lei sradica la tenda e la usa come arma contro il compagno. Penso a qualcosa di più pesante di una sbronza. Ci sono altri ragazzi a contenerla ora. Andiamo avanti. Anzi indietro, tornando verso il centro. Davanti a uno degli stabilimenti balneari più rinomati, c'è una donna anziana con un pacchetto di non so cosa. Vedo bottiglie vuote e scatole vuote. Però vedo che ha il viso imbrattato di... Sembra... Faccio fatica a crederci ma dalla bocca agli occhi la donna si sparge qualcosa che sembra...Davanti allo stabilimento in cui stanno quelli che possono spendere 50 o 100 euro a ferragosto. Poi alza la gonna. E succede quello che mi aspetto. Orina in piedi. Accorrono inservienti del lido. Sul viso c'era evidentemente quello che pensavo. Torniamo a casa. Pasta con gamberi e zucchine e calamari al forno. Andiamo avanti. Ci furono epoche in cui gli scarti umani si chiudevano in lager chiamati manicomi. Ci furono epoche in cui gli scarti erano soppressi. Oggi sono in mezzo a noi. “Liberi” perché la nostra è l'epoca della libertà. Di cementificare ed inquinare perché altro modo non c'è di dare occupazione. Di licenziare perché questa attività è mia e tu mi devi essere grato finché ti pago. Di drogarsi, con qualche sanzione e qualche inutile predicozzo. Di aprire sale scommesse, finanziare politici compiacenti o farsi spennare alla slot machine. Ci sarà una volta un'epoca in cui ci prenderemo cura l'uno dell'altro? Non episodicamente. Non se si trovano generosi volontari. Ci sarà un'epoca in cui sia chiamato “sviluppo” prendersi cura l'uno dell'altro, nessuno escluso? Temo di no. La battaglia è perduta. Anche per l'imperizia, la fretta o il tradimento di alcuni che militavano nelle bandiere della speranza. Si dirà sempre che non si può perché limiteremmo la libertà umana. Gli agenti del mondo esistente ci spiegano continuamente, ora pazientemente, ora nervosamente, su facebook, che sarebbe “totalitaria” una società “piatta” in cui a nessuno venga in mente di ignorare il calcolo delle probabilità giocandosi nelle slot machine salario, paghetta di genitori e nonni o proventi da rapina; in cui a nessuno venga in mente di imbrattarsi il viso con le proprie feci. La battaglia è perduta. Buon ferragosto.

venerdì 17 dicembre 2010

La cultura di Sallusti, di Scilipoti e degli studenti

Lo scorso 15 dicembre, due momenti di Exit sulla 7 mi hanno indotto ad una valutazione pessimistica come mai sul futuro del paese, facendomi cogliere segni eclatanti del disinvestimento in intelligenza e cultura.

La prima volta assistendo ad alcuni momenti degli scontri del 14 scorso a Roma fra studenti e forze dell’ordine. Devo premettere che, da sessantottino, non apprezzai il Pasolini che, dopo gli scontri di Valle Giulia, in forma poetica (Il PCI e i giovani), affermava di preferire i poliziotti agli studenti. Mi sembrò, come sembrò a tanti, una provocazione, nell’equivoco intenzionale fra il piano sociale (i poliziotti proletari, gli studenti borghesi) e quello politico.* Dopo sono riuscito a inquadrare meglio quella provocazione e oggi capisco ancor meglio: Nelle immagini registrate dalla 7 mi ha fatto male rivedere la “mia” Roma, allegramente attraversata con i cortei dell’11 dicembre, incendiata e brutalizzata, vedere picchiare gli inermi (a turno poliziotti e studenti: film già visto questo) e, quasi in una citazione della Corazzata Potemkin, vedere genitori cercare scampo fra il fuoco e gli scontri, spingendo il passeggino di un bimbo. Però mi ha fatto male soprattutto vedere gli scudi degli studenti. Erano gli scudi che giorni prima mi avevano emozionato, con la stupenda intuizione dei titoli di libri fondanti la cultura del tempo presente (o appena passato): Il tropico del cancro - Miller, La nausea - Sartre, etc.

Allora, pochi giorni fa e sembra un secolo, gli studenti se ne facevano scudo contro la barbarie dei tagli alla scuola e alla cultura e contro l’incultura dei governanti. Bellissimo! Che intuizione! Altro che Oliviero Toscani! Cosa farà da grande l’ideatore di quella stupenda idea di comunicazione? Forse l’hanno copiata dagli studenti francesi o inglesi? Bravissimi comunque.

Adesso, sulla 7, vedo quegli scudi utilizzati per coprire i lanciatori di sassi e fumogeni. Lo vedo più volte. Non posso sbagliarmi. Ho una fitta al cuore. Come nella improvvisa rivelazione del tradimento dell’amata. E mi viene da pensare che naturalmente quelli che usano quegli scudi non sono quelli che li hanno ideati. Sono bambini inconsapevoli che scarabocchiano la Gioconda.

Penso ancora a Pasolini, rileggo la sua poesia/invettiva: “Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo), ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri…”

E consulto i miei appunti su una precedente puntata di Exit (1 dicembre). Lì lo studio è collegato con la facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza. C’è Adinolfi, con una lucida e spietata analisi della guerra generazionale contro i giovani, risarciti dalle paghette dei padri e dei nonni detentori delle vecchie pensioni retributive. C’è Celi del cui invito al figlio a lasciare l’Italia ancora si parla. C’è l’immancabile Sallusti che al giovane studente brillante, domanda, sapendo di cogliere facilmente nel segno (nel suo segno): “Cosa sta studiando?” La risposta è: “Storia contemporanea”. E allora Sallusti può agevolmente predire un sicuro fallimento. C’è il ministro della gioventù, Giorgia Meloni, ed altri. Siamo tutti con gli studenti occupanti. Quasi tutti, diciamo. Quasi tutti i telespettatori, ritengo. Quelli in studio, tranne Sallusti (ci mancherebbe…) e la Meloni che è prudente e “moderata”. Quando però le tocca dire di non essersi laureata (come Sallusti, peraltro), la moderazione non la salva dal cartello irridente che una studentessa, esponente della generazione frustrata e impaurita, agita dall’aula universitaria: “Per essere ministro non serve la laurea. Per essere precari si (sic, senza accento)”. Inascoltata, la Meloni esibisce le sue inutili giustificazioni (la famiglia non agiata, i suoi lavori umili) e il percorso informale della sua formazione.

Sul blog della 7 poi leggerò i commenti dei telespettatori. Ed è tale Manuela a farmi notare il “si” senza accento di cui non mi ero accorto. Ridicolizza così con efficacia la spocchia dei giovani “colti”. Solo che nell’infierire contro la studentessa commette a sua volta un errore e scrive “che’ quello è il tuo posto” e non ché (congiunzione causale). Così un’altra esponente dell’Italia incattivita che non fa sconti, Roberta, le ringhia addosso la replica. E c’è poi la controreplica, anch’essa efficace:”Io ho sbagliato, ma non farò l’insegnante”. Dibattito insulso in tv e sul blog? Sì, in certo senso, ma molto interessante. Pensate alla ricchezza di spunti che studio tv e blog polarizzati sprecano, non potendo nessuno ammettere le ragioni dell’altro per riflettere su una possibile verità . Pensate quanto ci servirebbe invece condividere un concetto di competenza per decidere e promuovere cosa vale e chi vale, cosa non è segno di competenza o è segno di incompetenza. La laurea? La laurea in storia contemporanea (Sallusti)? L’accento mancato? L’apostrofo invece che l’accento? Non voglio dimenticare il segno di speranza rappresentato dall'intervento di Matteosul blog. "Peccato solo che agli italiani, così solerti nelle offese per un accento o una correzione grammaticale, manchi del tutto un talento fondamentale: la capacità di risolvere i problemi". Appunto.

Torno alla trasmissione del 15 dicembre, per l’altro episodio che mi ha messo in crisi. In collegamento telefonico, Domenico Scilipoti, medico, chirurgo, ginecologo, agopuntore, già deputato dell’Italia dei Valori, cofondatore del gruppo di Responsabilità nazionale, ha cercato di spiegare le ragioni della sua conversione e del voto di fiducia a Berlusconi. “Che coraggio!”, mi viene da pensare, formandomi una sorta di pregiudizio favorevole. Farfuglia ripetutamente qualcosa come ”E un attacco alla mia persona, mascalzoni” e continua così senza saper andare oltre davanti ai sorrisi pietosi di Adinolfi e Pardi (mia traduzione: non si può infierire; non è colpa sua). La D’Amico invero interviene e interrompe assai meno del solito ma, quel poco basta perché Scilipoti possa inventarsi un’altra “narrazione”:”Mi interrompete. Mi interrompete” . Risultato: adesso sono certo che non potrò mai votare Di Pietro, selezionatore dell’onorevole agopuntore di Barcellona Pozzo del Gotto. Faccio altre riflessioni sul tema della competenza e della comunicazione. Berlusconi, senza molta originalità, ha ironizzato durante il dibattito sulla fiducia riguardo la cultura di Di Pietro. La rozzezza di Di Pietro, il vocabolario limitato, la sintassi incerta, la fuga dai congiuntivi non mi sembra pregiudichi la sua capacità comunicativa. Quindi – ribadisco – la sua colpa irrimediabile, in nessun modo scusabile, resta rappresentata dal caso Scilipoti.

Agli studenti arrivano ora contestazioni e consigli. Oso dare il mio consiglio, consapevole di essere poco credibile, con la sicurezza della mia pensione retributiva. Proporrei di rivolgersi agli adulti, ai governanti, alla Meloni, alla Gelmini, a Sacconi: “Cosa mi chiedete di fare per uscire dall’incubo, per avere la certezza di un futuro? Che non studi storia contemporanea? Che studi ingegneria o economia? Che mi laurei con il massimo dei voti? Che faccia l’apprendista idraulico? La cubista? Che sposi un ricco? Che faccia il portaborse di un politico? Che tenti la fortuna all’Enalotto?”.

Sicuramente non avrebbero risposta. Allora, se la cercassero e la trovassero da soli, avrebbero le ragioni e le competenze per assaltare il Palazzo d’Inverno e cambiare il paese, anche ridimensionando la mia pensione retributiva (dopo aver ridimensionato benefit e patrimoni, ovviamente, perché la “rivoluzione” non può colpire i più ricchi fra i poveri, risparmiando i privilegiati).


* http://www.pasolini.net/poesia_ppp_pciaigiovani.htm