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mercoledì 10 settembre 2014

Renzi a Porta a Porta


Commento solo alcuni spunti offerti ieri dalla trasmissione. Una è l'ondivaga filosofia del bonus. In questi mesi il bonus è stato spiegato alternativamente almeno in due modi. A volte come strumento di politica economica. Si immetteva una liquidità di 10 miliardi annui per stimolare consumi e domanda. Per ottenere l'effetto non si sceglieva di far cadere dal cielo banconote nelle città o introdurre gratuiti gratta e vinci. Non ci si affidava cioè alla casualità dei “funzionari della domanda”, cittadini indotti al consumo dalla insperata regalia e da ringraziare come nel vecchio spot berlusconiano di pubblicità progresso in cui si diceva “grazie” al patriottico consumatore. Si sceglieva invece di favorire i non ricchi ma neanche troppo poveri: quelli che comunque hanno uno (o due, se sposati) stipendi. Perché quelli avrebbero facilmente consumato pizze o comprato scarpe nuove ai figli. Infatti si escludevano i poveri veri: pensionati (poveri e no, per la verità), partite iva, inoccupati e incapienti . Perché loro non si sarebbero prestati al sacrificio di consumare per la patria. Si diceva che la povertà avrebbe loro suggerito di mettere gli 80 euro sotto il mattone, in attesa del peggio. Altre volte però si diceva che la filosofia del bonus era quella della giustizia sociale: restituire a chi ha dato troppo o avuto troppo poco. A me è sempre parso che i due obiettivi fossero abbastanza divergenti. Non sarebbe stato così se si fosse deciso semplicemente di elargire 80 euro ai più poveri. Dal primo bonus di maggio si aspetta il benefico effetto del bonus. Gli oppositori di Renzi umanamente (si fa per dire...) sperando che ci fosse effetto benefico alcuno. Perché – sapete? - la nostra è una democrazia saldamente fondata sul “tanto peggio, tanto meglio”. Invece capivo benissimo anche io (che poco so di economia) che gli effetti sarebbero stati visibili a distanza di mesi. Quindi giudicavo severamente i “gufi” e la loro esultanza per il mancato effetto a giugno e poi a luglio e poi anche ad agosto. Anzi avrei voluto suggerire a Renzi di spiegare non solo che gli effetti sarebbero stati tardivi. Ma che forse sarebbero stati invisibili. Come fare ad escludere, ad esempio, che l'effetto benefico degli 80 euro sulla domanda fosse negativamente compensato da altri fattori deprimenti? Bisognava cioè dire che gli 80 euro stavano svolgendo il loro compito frenando un tantino la corsa verso il calo precipitoso dei consumi. Ieri, a Porta a Porta, Renzi non ha detto proprio questo. Anzi, quasi avesse ascoltato le mie critiche (scherzo, ovviamente) alla funzione meramente di politica economica del bonus, ha recuperato la funzione sociale (di giustizia distributiva) del provvedimento. Ha pure ironizzato quasi con le mie parole (scherzo, scherzo) sulla pretesa di imporre ai percettori del bonus di consumare patriotticamente. Purtroppo lasciando così senza risposta la domanda: “Perché non ai più poveri?” A loro dopo, se possibile, ha detto. Così non capisco ancora perché non a loro prima e agli stipendiati dopo. Altra cosa che mi ha colpito nell'incontro a Porta a Porta è la questione incremento del Pil grazie alla rilevazione dell'economia criminale nelle statistiche nazionali, come voluto o permesso dall'Europa. Prima la domanda di Vespa. Poi il nuovo entrato Sallusti dà per scontato che il nuovo sistema di rilevazione ci giovi notevolmente. Senza cattiveria dico che Renzi e Sallusti fanno la figura di scolaretti. Renzi infatti nega i salvifici effetti. E sinceramente (ingenuamente) ammette che si è fatta spiegare la cosa tre volte da Padoan. Ogni tanto (o sempre) i professori servono a qualcosa. E Sallusti incassa, compìto, come mai l'ho visto fare. Insomma, mi dichiaro soddisfatto di essere ignorante come il famoso giornalista e come il premier. Per la verità Renzi (Padoan?) dice che un effetto positivo sui conti c'è ma che è trascurabilissimo. Questa non la capisco proprio. Ma pazienza. Capisco solo un tantino di più Tito Boeri che oggi su Repubblica stronca il nuovo calcolo con l'articolo dal titolo chiarissimo “Perché non siamo diventati più ricchi”. Spero ardentemente che abbia ragione Boeri. Perché sennò, come lui stesso afferma, un'attività repressiva sull'attività criminale (droga, contrabbando, prostituzione) avrebbe un effetto depressivo sulla nostra economia. Resto confuso. E se lo avesse? O si può dire che avrebbe un effetto positivo sul Pil ma non sull'economia?

venerdì 29 aprile 2011

Un filosofo in ogni azienda, ma gli studenti non lo sanno

Ho partecipato ieri a un incontro sul tema “Un filosofo in ogni azienda” presso l’Università Roma Tre. Relatori erano i protagonisti di una esperienza formativa/lavorativa realizzata, oltre che da Roma Tre e dalla Sapienza (facoltà di lettere e filosofia), da Epistematica, società di servizi di knowledge management alle imprese. In breve la società sostiene le aziende interessate a formalizzare e archiviare il patrimonio di conoscenze possedute affinché non siano disperse e ne sia socializzata e ottimizzata la fruizione. Dopo essersi naturalmente dotata di competenze informatiche, Epistematica ha compreso il bisogno di una competenza diversa che mettesse in comunicazione e unificasse i linguaggi multidisciplinari prima di immetterli nel calcolatore. La competenza è stata individuata nella filosofia e nella logica filosofica. E l’Università ha completato la preparazione filosofica di base, “curvandola” al compito previsto, con un tirocinio rivolto a laureati specialistici di filosofia. Attualmente Epistematica collabora, ad esempio, con l’Ente Spaziale Europeo cui fornisce strumenti logico-filosofici-informatici.
La filosofia in azienda non è una novità assoluta. E’ presente da qualche tempo, in competizione con sociologia o psicologia delle organizzazioni, nella forma di consulenza filosofica per chiarire e sostenere le motivazioni aziendali, in particolare dei dirigenti. Su questo cerco di esprimere il mio favore e la mia perplessità. Il mio favore riguarda la giusta intuizione che il clima aziendale, i valori e le credenze di proprietari, dirigenti e operatori siano decisive quanto e più di una battaglia vinta con la concorrenza o con il sindacato. La mia perplessità riguarda invece il rischio che vedo concreto della inefficacia pratica di molte “consulenze”, della ritualizzazione della formazione e consulenza con formule seduttive, della ricerca snob in talune aziende di atteggiamenti “colti” e innovatori. Su questo avevo e conservo una riserva critica. Altra diffidenza riguarda quello che a mio avviso è il risultato di spinte “corporative” contrapposte che stabiliscono gratuiti steccati fra albi e discipline (psicologi, sociologi, filosofi, appunto) e inibiscono l’ottimale collocazione delle competenze.
Più pienamente convinto sono sugli esiti di altre esperienze filosofiche non consuete come Philosophy for children, pratica non nuova eppur poco diffusa, intenzionata a fornire ai giovanissimi strumenti concettuali indebitamente sequestrati dai licei e dalle facoltà universitarie. Ragionevolmente convinto sono stato altresì dall’esperienza incontrata ieri a Roma Tre.
Questa è la prima parte della mia riflessione sulla giornata di ieri. La seconda è solo apparentemente più marginale. Ho impiegato mezz’ora a trovare nella facoltà di filosofia di Roma Tre l’indicata sala delle conferenze. Non era presente nella segnaletica. Non era conosciuta dai diversi studenti interrogati né dal personale incontrato. Non era l’aula magna verso cui mi aveva indirizzata una studentessa, meritevole per aver cercato di reinterpretare un codice linguistico. Insomma, infine ho trovato per caso la sala conferenze, salendo e scendendo scale e girando qua e là. Questo mi ha fatto interrogare sull’orientamento degli studenti e sulla loro possibilità di fruire di spazi e opportunità. La perplessità è cresciuta entrando nella sala, accolto con grade cortesia. Non più di 20 ascoltatori. Forse un paio di studenti.
Concludo. Ero e sono convinto che – a differenza di quanto ritengono la Gelmini, Sacconi e Sallustri - non siano troppi i laureati in filosofia o in scienze della comunicazione, come, per altri aspetti, non siano troppi gli attuali docenti precari. Non basta riferirsi alla mitica domanda cui dovrebbe adeguarsi l’offerta. La qualità dell’offerta determina altresì la domanda. Se i cineasti italiani producessero più capolavori la domanda degli italiani si sposterebbe un tantino dal consumo di pizzette e gratta e vinci al consumo di film. Sono troppi filosofi, comunicatori e docenti se restano invariate le attuali opzioni politiche, le nostre scelte di vita e di consumo, se resta quella che è l’intelligenza media degli imprenditori. Sono comunque troppi se non crescono le motivazioni degli studenti, le loro capacità di orientamento, le loro capacità di autoimprenditività e marketing. E se non cresce l’investimento sociale e delle istituzioni formative nella guida e nell’orientamento continuo dei giovani. Nella sala conferenze di Roma Tre ieri non dovevano essere presenti un paio di studenti.

venerdì 17 dicembre 2010

La cultura di Sallusti, di Scilipoti e degli studenti

Lo scorso 15 dicembre, due momenti di Exit sulla 7 mi hanno indotto ad una valutazione pessimistica come mai sul futuro del paese, facendomi cogliere segni eclatanti del disinvestimento in intelligenza e cultura.

La prima volta assistendo ad alcuni momenti degli scontri del 14 scorso a Roma fra studenti e forze dell’ordine. Devo premettere che, da sessantottino, non apprezzai il Pasolini che, dopo gli scontri di Valle Giulia, in forma poetica (Il PCI e i giovani), affermava di preferire i poliziotti agli studenti. Mi sembrò, come sembrò a tanti, una provocazione, nell’equivoco intenzionale fra il piano sociale (i poliziotti proletari, gli studenti borghesi) e quello politico.* Dopo sono riuscito a inquadrare meglio quella provocazione e oggi capisco ancor meglio: Nelle immagini registrate dalla 7 mi ha fatto male rivedere la “mia” Roma, allegramente attraversata con i cortei dell’11 dicembre, incendiata e brutalizzata, vedere picchiare gli inermi (a turno poliziotti e studenti: film già visto questo) e, quasi in una citazione della Corazzata Potemkin, vedere genitori cercare scampo fra il fuoco e gli scontri, spingendo il passeggino di un bimbo. Però mi ha fatto male soprattutto vedere gli scudi degli studenti. Erano gli scudi che giorni prima mi avevano emozionato, con la stupenda intuizione dei titoli di libri fondanti la cultura del tempo presente (o appena passato): Il tropico del cancro - Miller, La nausea - Sartre, etc.

Allora, pochi giorni fa e sembra un secolo, gli studenti se ne facevano scudo contro la barbarie dei tagli alla scuola e alla cultura e contro l’incultura dei governanti. Bellissimo! Che intuizione! Altro che Oliviero Toscani! Cosa farà da grande l’ideatore di quella stupenda idea di comunicazione? Forse l’hanno copiata dagli studenti francesi o inglesi? Bravissimi comunque.

Adesso, sulla 7, vedo quegli scudi utilizzati per coprire i lanciatori di sassi e fumogeni. Lo vedo più volte. Non posso sbagliarmi. Ho una fitta al cuore. Come nella improvvisa rivelazione del tradimento dell’amata. E mi viene da pensare che naturalmente quelli che usano quegli scudi non sono quelli che li hanno ideati. Sono bambini inconsapevoli che scarabocchiano la Gioconda.

Penso ancora a Pasolini, rileggo la sua poesia/invettiva: “Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo), ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri…”

E consulto i miei appunti su una precedente puntata di Exit (1 dicembre). Lì lo studio è collegato con la facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza. C’è Adinolfi, con una lucida e spietata analisi della guerra generazionale contro i giovani, risarciti dalle paghette dei padri e dei nonni detentori delle vecchie pensioni retributive. C’è Celi del cui invito al figlio a lasciare l’Italia ancora si parla. C’è l’immancabile Sallusti che al giovane studente brillante, domanda, sapendo di cogliere facilmente nel segno (nel suo segno): “Cosa sta studiando?” La risposta è: “Storia contemporanea”. E allora Sallusti può agevolmente predire un sicuro fallimento. C’è il ministro della gioventù, Giorgia Meloni, ed altri. Siamo tutti con gli studenti occupanti. Quasi tutti, diciamo. Quasi tutti i telespettatori, ritengo. Quelli in studio, tranne Sallusti (ci mancherebbe…) e la Meloni che è prudente e “moderata”. Quando però le tocca dire di non essersi laureata (come Sallusti, peraltro), la moderazione non la salva dal cartello irridente che una studentessa, esponente della generazione frustrata e impaurita, agita dall’aula universitaria: “Per essere ministro non serve la laurea. Per essere precari si (sic, senza accento)”. Inascoltata, la Meloni esibisce le sue inutili giustificazioni (la famiglia non agiata, i suoi lavori umili) e il percorso informale della sua formazione.

Sul blog della 7 poi leggerò i commenti dei telespettatori. Ed è tale Manuela a farmi notare il “si” senza accento di cui non mi ero accorto. Ridicolizza così con efficacia la spocchia dei giovani “colti”. Solo che nell’infierire contro la studentessa commette a sua volta un errore e scrive “che’ quello è il tuo posto” e non ché (congiunzione causale). Così un’altra esponente dell’Italia incattivita che non fa sconti, Roberta, le ringhia addosso la replica. E c’è poi la controreplica, anch’essa efficace:”Io ho sbagliato, ma non farò l’insegnante”. Dibattito insulso in tv e sul blog? Sì, in certo senso, ma molto interessante. Pensate alla ricchezza di spunti che studio tv e blog polarizzati sprecano, non potendo nessuno ammettere le ragioni dell’altro per riflettere su una possibile verità . Pensate quanto ci servirebbe invece condividere un concetto di competenza per decidere e promuovere cosa vale e chi vale, cosa non è segno di competenza o è segno di incompetenza. La laurea? La laurea in storia contemporanea (Sallusti)? L’accento mancato? L’apostrofo invece che l’accento? Non voglio dimenticare il segno di speranza rappresentato dall'intervento di Matteosul blog. "Peccato solo che agli italiani, così solerti nelle offese per un accento o una correzione grammaticale, manchi del tutto un talento fondamentale: la capacità di risolvere i problemi". Appunto.

Torno alla trasmissione del 15 dicembre, per l’altro episodio che mi ha messo in crisi. In collegamento telefonico, Domenico Scilipoti, medico, chirurgo, ginecologo, agopuntore, già deputato dell’Italia dei Valori, cofondatore del gruppo di Responsabilità nazionale, ha cercato di spiegare le ragioni della sua conversione e del voto di fiducia a Berlusconi. “Che coraggio!”, mi viene da pensare, formandomi una sorta di pregiudizio favorevole. Farfuglia ripetutamente qualcosa come ”E un attacco alla mia persona, mascalzoni” e continua così senza saper andare oltre davanti ai sorrisi pietosi di Adinolfi e Pardi (mia traduzione: non si può infierire; non è colpa sua). La D’Amico invero interviene e interrompe assai meno del solito ma, quel poco basta perché Scilipoti possa inventarsi un’altra “narrazione”:”Mi interrompete. Mi interrompete” . Risultato: adesso sono certo che non potrò mai votare Di Pietro, selezionatore dell’onorevole agopuntore di Barcellona Pozzo del Gotto. Faccio altre riflessioni sul tema della competenza e della comunicazione. Berlusconi, senza molta originalità, ha ironizzato durante il dibattito sulla fiducia riguardo la cultura di Di Pietro. La rozzezza di Di Pietro, il vocabolario limitato, la sintassi incerta, la fuga dai congiuntivi non mi sembra pregiudichi la sua capacità comunicativa. Quindi – ribadisco – la sua colpa irrimediabile, in nessun modo scusabile, resta rappresentata dal caso Scilipoti.

Agli studenti arrivano ora contestazioni e consigli. Oso dare il mio consiglio, consapevole di essere poco credibile, con la sicurezza della mia pensione retributiva. Proporrei di rivolgersi agli adulti, ai governanti, alla Meloni, alla Gelmini, a Sacconi: “Cosa mi chiedete di fare per uscire dall’incubo, per avere la certezza di un futuro? Che non studi storia contemporanea? Che studi ingegneria o economia? Che mi laurei con il massimo dei voti? Che faccia l’apprendista idraulico? La cubista? Che sposi un ricco? Che faccia il portaborse di un politico? Che tenti la fortuna all’Enalotto?”.

Sicuramente non avrebbero risposta. Allora, se la cercassero e la trovassero da soli, avrebbero le ragioni e le competenze per assaltare il Palazzo d’Inverno e cambiare il paese, anche ridimensionando la mia pensione retributiva (dopo aver ridimensionato benefit e patrimoni, ovviamente, perché la “rivoluzione” non può colpire i più ricchi fra i poveri, risparmiando i privilegiati).


* http://www.pasolini.net/poesia_ppp_pciaigiovani.htm

mercoledì 24 novembre 2010

I discorsi e le facce della politica

Molti segnali suggeriscono la crisi grave dei discorsi politici e dei discorsi tout court. Oliviero Beha – nel suo blog su I Nuovi Mostri – lo scorso 11 novembre, in un pezzo dal titolo “Se faccio il nome di Berlusconi s’aizza la canizza” sembrava esterrefatto per le risposte ricevute ad un precedente intervento. Come se l’interlocutore si fosse limitato a leggere un nome, prescindendo da tutto il resto, per scatenarsi in una reazione che non teneva conto delle argomentazioni cui avrebbe dovuto replicare. Uno fra i segnali della crisi dei discorsi. Del resto, mi pare, l’ultimo discorso politico è stato il programma dell’Unione di Prodi del 2006, con le sue 281 pagine che pochissimi lessero e che non bastarono a tenere compatta la maggioranza vincente. Da allora, “melodie”, “narrazioni” e “facce”.

A Silvio Berlusconi dobbiamo la scoperta e l’invenzione delle facce e delle narrazioni: “scoperta” perché non sapevamo prima quanto contassero; “invenzione” perché lui le ha rese decisive.

Luisella Costamagno e Luca Telese, il 6 novembre a In onda realizzano il consueto stratagemma di sinistra: opporre alla destra italiana e berlusconiana l’opinione di un uomo non omogeneo alla sinistra, possibilmente classificabile di destra, possibilmente straniero, possibilmente autorevole. Il serbatoio è sterminato ed il gioco è facile, ma è il segno di una perdita di egemonia della sinistra: il riconoscimento che i suoi argomenti non possono essere vincenti per la loro forza argomentativa. Lo sono se provengono da “insospettabili”. In questo caso i giornalisti si servono di Bill Emmott, già direttore di “The economist” ed autore dell’etichettatura di Berlusconi come “unfit” (inaffidabile). Il giornalista naturalmente non delude le aspettative dello studio, con critiche a Berlusconi che è inutile ripetere. Come risponderà Alessandro Sallusti? Questo è interessante. Sallusti sorride come sa sorridere lui. Un po’ come Belpietro, un po’ come Cicchitto, un po’ come Bondi. Ci siamo capiti. C’è una fisiognomica dei berlusconiani, degli alieni. E’ razzismo lombrosiano o antropologia di buon senso? Comunque il discorso sulle facce che io uso come contorno, magari subendo il nuovo senso comune, per “loro” può essere addirittura l’unico criterio di valutazione. Come replica Sallusti a Emmott? Bofonchia qualcosa. “E’ un tipo strano…Ora si capisce perché gli piace Vendola”. Tutti crediamo di capire che c’è una allusione all’omosessualità di Vendola, dichiarata, e a quella di Emmott, percepita da Sallusti. Non saprei giurare di aver capito da cosa. Forse da un fiore all’occhiello della giacca. Poi, dopo questa spiazzante critica, c’è un riferimento al fatto – orrore! – che i professori critici verso Berlusconi quando sono invitati da un politico di sinistra (Vendola), prendono soldi per fare conferenze. Che volete? Ci sono stereotipi di sinistra e stereotipi di destra. Quello del look “strano” e quello degli intellettuali che si fanno pagare è un consolidato stereotipo di destra. Evidentemente i sondaggi ne avranno certificato l’efficacia..

A Ballarò del 9 novembre è Bondi a esercitare il suo talento nella distruzione di un discorso politico delegittimando la faccia che lo pronuncia. Qui è la sociologa Chiara Saraceno, intervistata da Berlino. L’operazione di delegittimazione è più facile perché la Saraceno non è straniera e non è di destra: è solo una intellettuale. Come risponderà quindi Bondi alla Saraceno che dice della pessima immagine all’estero di Berlusconi e del suo governo? Niente di più facile. “Lei, professoressa, è chic…radical chic…di sinistra” Non c’è altro da dire. Non è il caso certamente di rispondere ad argomenti con argomenti. Bondi non è una persona intelligente (bella scoperta!), però è una persona furba, capace di parlare alla pancia della sua gente. Dice “chic” prima di affibbiare l’etichetta distruttiva, ma magari un po’ consunta di “radical chic”. Perché è sull’essere “chic” che deve stimolare la bava della sua gente, del popolo che “non mangia cultura”. In cosa Chiara Saraceno merita quell’appellativo “infamante”? Ha capelli corti e un taglio semplice. Non scorgo gioielli. Indossa due maglioncini, un golf su un collo alto, su diversi sfumature di rosa. Io avrei definito il suo aspetto “sobrio” Non ha la pettinatura “complessa” della Santanchè né i labbroni della Mussolini. “Chic” forse è sinonimo di “sobrio”. Anzi lo è certamente, pur spiazzandomi il premier, utilizzando ieri paradossalmente - proprio lui -il termine per invitare i suoi a litigare di meno.

Temo che dovremo imparare a ragionare di questo. Non è tempo di programmi per la politica. Per adesso. E’ tempo di facce. Bisognerà offrire le facce giuste ad un popolo involgarito dall’impero mediatico. Il popolo berlusconiano ha individuato giustamente nella sobrietà una caratteristica tipica della sinistra vissuta come la parte dei ricchi, come dicevano i ragazzi di “Caterina va in città” e con qualche ragione. Qualche. Il blocco berlusconiano è infatti costituito prevalentemente da plebe, corteggiata da uno strato di spregiudicati affaristi che coi suoi consumi lussuosi riesce a far credere di stimolare economia e occupazione. Tale mito o “narrazione” è sostanzialmente subito a sinistra. Sicché la Santanché può impavidamente esaltare l’opera sociale del Billionaire appartenente al pregiudicato Flavio Briatore che con le ostriche e lo champagne dei suoi ricchi avventori garantisce il lavoro di decine di cuochi, camerieri e ragazze immagine. Al contempo Fazio, Benigni e Saviano debbono con imbarazzo difendere i loro contratti perché loro no, quelli di sinistra non producono lavoro, la cultura non si mangia e comunque, essendo di sinistra, non debbono avere retribuzioni superiori ad un metalmeccanico. Praticamente lo dice anche il parlamentare Pd Boccia, parlando di danarosi intellettuali da salotto convenuti allo sciopero della Fiom a Roma. E non si accorge che Berlusconi e il popolo degli affaristi gli suggeriscono il copione.

Facce quindi e, al più, qualche insulto, come quel “vada a farsi fottere” di D’Alema a Sallusti che sollevò per un attimo il morale del popolo di sinistra e – quasi – un ritorno di stima per un leader inviso.

Non per niente il conflitto Carfagna- Mussolini diventa irrimediabile quando la prima apostrofa la seconda napoletanamente “vajassa”: donna dei “bassi” – sguaiata, volgare, incline al pettegolezzo e alla rissa”. Il divorzio dalla Mussolini è quindi la rottura con la nuova plebe dal viso rifatto e dalle meches improbabili. Sappia la Carfagna incontrare, sobrietà, cultura e popolo contro le devastazioni antropologiche della nuova destra. Gli interventi recenti del ministro delle Pari Opportunità contro le circolari dei sindaci leghisti, stupidamente vessatori verso gli immigrati, lasciano ben sperare. Osserverei però al ministro: non si può contestare con linguaggio sguaiato una persona sguaiata. Quando lo avrà capito le darò il benvenuto nella casa della sobrietà e della democrazia.*

* Ho parlato della “conversione” del ministro dall’omofobia in un post,” Mara Carfagna e il fascino della democrazia” su rossodemocratico.ilcannochiale.it