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martedì 18 luglio 2017

La Sicilia dell'oltraggio

Non può esserci un dna siciliano a spiegare tanti eroi, tante vittime e tanti che non so come chiamare. Da dove nasce in Sicilia lo straordinario impegno di tanti al dovere fino a dare la vita fra troppi indifferenti? Da dove nasce in Sicilia il piacere di oltraggiare i monumenti alle virtù civili? Ieri il busto di Falcone. Oggi la stele di Livatino, irriso in vita come "giudice ragazzino" dalla massima autorità repubblicana. Guardo da lontano, come da esiliato, la mia Sicilia e non so davvero se ho voglia di rivederla. A volte sì. Oggi no. Come se avessi repulsione a respirare la stessa aria di quelli che non so nominare


P.S. Aggiungo questa nota a distanza di ore, al risveglio. Ieri ero troppo turbato. Vorrei dire che quelli che non so nominare non sono i mafiosi. Sono quelli che incontrai all'ingresso del condominio dove viveva Falcone. I condomini infastiditi per i capannelli di gente davanti all'albero di Falcone dove erano affissi biglietti di ringraziamento. Sono quelli che chiedevano a Falcone e Borsellino di abitare fuori città per non disturbare col suono delle sirene i vicini di casa e per non metterli in pericolo. Sono quelli che dicevano e dicono che il nemico è lo Stato e che lo Stato è il peggiore estorsore (parole che mi rivolse un gioielliere della mia città durante una ricerca/azione sul pizzo in cui ero impegnato quando militavo nel Pci). Ho la certezza morale che i loro figli siano gli autori degli oltraggi ai giudici assassinati.

mercoledì 24 maggio 2017

25 anni dopo: pensando all'inconsapevole complicità


Ho seguito in TV il 25esimo anniversario di Capaci. Soprattutto a sera nella complicata trasmissione di Fazio. Che dire? Credo che sia stato tutto utile per ripassare qualcosa e per trasmetterla ai figli che non c'erano. Non ricordavo esattamente il numero delle conclamate vittime di mafia. Ora so che sono più di 900. Non ricordavo bene la storia della ragazza di famiglia mafiosa che denuncia la mafia e poi si suicida. Al di là del ragazzino sciolto nell'acido, non ricordavo i particolari delle vendette sulle famiglie dei pentiti, famiglie sterminate. Utile ricordare. Utile riconoscere che quelle morti illustri – Falcone, Borsellino e tanti altri - non sono stati inutili. In qualcosa però non riesco a riconoscermi. Non mi piacciono le reiterate allusioni alle complicità dello Stato. Allusioni troppo vaghe, senza nomi. In generale sono fra i pochi che non credono ai complotti. Sarà grave, ma preferisco dire come la penso. Penso che la mafia di quegli anni aveva una capacità stragista senza eguali. Penso che non tutti gli avversari di Falcone e Borsellino fossero in cattiva fede o complottisti. Penso che molti credevano ai rischi di una gestione centralizzata della lotta alla mafia. Col senno di poi sbagliavano. Ma non erano necessariamente complici consapevoli di Riina. Al più alcuni riuscivano a credere che fosse istituzionalmente corretto quanto conveniva alle loro carriere. Alcuni coltivavano umane invidie. Ma non riesco a credere a tavoli complottisti fra mafiosi e premier di governo o cose simili. Credo di più alla viltà. Credo alla paura di esporsi. Credo a patti silenziosi o impliciti fra politica e mafia, nel segno della convenienza, patti così impliciti e negati a se stessi da consentire a uomini delle istituzioni di guardarsi allo specchio. Credo al coraggio di Falcone e Borsellino. Credo alla straordinaria complessità della Sicilia in cui vivevo. Con i condomini di via Notarbartolo, dove Falcone abitava, che scrivevano lettere alla stampa lamentandosi per la loro vita disturbata dalle sirene della polizia e proponendo che i magistrati abitassero in villette fuori dal centro. Mi è capitato di verificare personalmente i segni di quella ignavia impudente. Quando visitai l'albero di Falcone, con tanti biglietti di ringraziamento per il suo sacrificio. C'era tanta gente davanti al condominio . Mia figlia che era con me e stava per iscriversi alla Sapienza di Roma pensò per un attimo che se la Sicilia era quella davanti all'albero di Falcone, poteva restare a studiare in Sicilia. Ma la Sicilia non era solo quella. Una signora elegante si fece largo fra la gente per entrare nel portone del suo condominio. Lo fece indispettita, sbuffando. La Sicilia era anche questo. Come era la folla enorme e indignata che rompe i cordoni della polizia davanti alla Chiesa in cui si celebrano i funerali perché vuole onorare Borsellino e inveire contro le istituzioni sentite come complici. E stringe in una morsa pericolosa Scalfaro, capo dello Stato. La Sicilia che ricordo era tante cose in un conflitto tragico sconosciuto altrove.

martedì 23 maggio 2017

Manchester e Capaci


Giorno del ricordo, del dolore, della speranza e del buio assoluto. E' vero, la mafia si può sconfiggere, come diceva Falcone e ricorda Mattarella. Richiede "semplicemente" che inventiamo una nuova politica: educazione vera, rivoluzione legalitaria, inflessibilità sul familismo ed il particolarismo che l'alimenta, giustizia sociale ed un posto ad ognuno nel mondo. Difficilissimo, ma possibile. L'infezione terroristica e nichilista invece no. Non sappiamo neanche da dove cominciare. La seduzione della morte, inflitta agli altri e a se stessi, appare contagiosa e irresistibile. Dall'Isis ai giovani che giocano a suicidarsi, immortalati da un selfie. Un grazie ancora a Falcone, Borsellino e a quelli che con la morte diedero un senso alla loro vita. E un abbraccio sconsolato ai familiari delle giovani vittime di Manchester. Non so dire altro.

giovedì 5 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate: fra sorrisi e singhiozzi


Pier Francesco Diliberto (detto Pif) è al suo primo lungometraggio, dopo essere stato aiuto di Marco Tullio Giordana ne I cento passi. L'esempio gli viene da Benigni de La vita è bella. E' possibile sorridire e provare tenerezza anche per storie ambientate in contesti tragici. Il sorriso e la tenerezza possono essere le armi della critica militante alla cupezza del male e alla ferocia e stupidità dei carnefici. Ho visto La mafia uccide solo d'estate con varie emozioni. Compreso il compatimento verso Riina, il boss spietato che davanti al telecomando è sprovveduto come qualunque anziano non digitale; ed è un padre sdolcinato verso la figlia neonata. Del resto – ammetto – ho provato pena per il Riina attuale visto tempo fa in Tv, in carcere circondato dall'affetto del figlio, istupidito, come tutti rischiamo, dall'Alzeimer o dal deterioramento delle arterie e che esibiva i segni di una possibile violenza subita. Una violenza incomparabile a quella di cui lui fu artefice, ma comunque inaccettabile per quelli radicalmente diversi da lui e che pure come umani gli somigliano in qualcosa. Ma il regista suggerisse (anzi lo dice): imparate a riconoscere il male fra la gente che ci somiglia, fra i padri che sorridono teneri alla figlia neonata.Nella mia visione del film ci sono dettagli personali. Che ci sono sempre nello spettatore. Nel mio caso la nostalgia e la malinconia di chi ha visto ripetutamente – in trasferte di lavoro - i luoghi della storia narrata. I luoghi di Palermo, a partire dall'abbagliante splendore della Conca d'oro che mi mozzava il respiro quando dall'autostrada, dopo la curva, si rivelava all'improvviso. Gli iris imbottiti di ricotta con cui il protagonista bambino nel film tenta la conquista della piccola amata e i cannoli con la scorza caramellata di arancia. Mondello e i vialetti che la collegano all'Addaura. Quel vialetto di Mondello, che percorsi tante volte, in cui fu massacrato Lima. L'Addaura, vicinissima, dove Falcone subì il primo attentato. Il ricordare per ogni assassinio, nella lunga martirologia dei caduti: "io ero lì, io facevo questo". Entravo con una battuta scherzosa nella sede del sindacato e nessuno rideva. Così seppi dell'assassinio di Pio La Torre. Vedere la rappresentazione efficace delle due Sicilie, Quella dei mafiosi, invisibili anche se ci passano accanto, dei molti amici e collusi e dei moltissimi che non vedono o vogliono vedere. La Sicilia vigliacca che protesta per l'ululato disturbante delle auto di scorta. “Ma perché non vanno tutti ad abitare fuori città questi giudici?” L'ho vista quella Sicilia, visitando l'albero di Falcone. L'ho vista nella condomina del palazzo in cui viveva il giudice, la condomina che sbuffa per la gente che un po' le ostruisce l'ingresso. E poi l'altra Sicilia, quella che appende biglietti di ringraziamento ai rami dell'albero. Claudia, mia figlia, leggendoli, per un po' pensò di poter restare in Sicilia e studiare a Palermo. L'altra Sicilia c'è. E' quella che ai funerali di Falcone grida furente: fuori la mafia dallo Stato. Ecco, il film è la storia di una transizione dal ventre molle di chi non vede o non vuole vedere verso la Sicilia dei giovani di Addio Pizzo e di quel funerale. Percorriamo quella storia fra sorrisi e singhiozzi. La storia che il film conclude con la proposta di una nuova pedagogia, di educazione delle nuove generazioni. Con il protagonista che illustra al figlio bambino, strada per strada, lapide per lapide, il martirio dei troppi caduti.

sabato 19 maggio 2012

Mentana e il politicamente scorretto


Che c'è di peggio dello schierarsi coprendosi con una foglia di fico? Ieri Mentana si è prodotto in un esercizio di viltà assoluta. Commentava il film diffuso dalla 7 "Vi perdono ma inginocchiatevi". Protagoniste erano le donne degli uomini della scorta, a partire dalla giovane Rosaria Schifani che col grido urlato ai funerali nel duomo di Palermo ha ispirato il titolo del film. Ma di fatto il commento era un tentativo di riflessione sulla esperienza del giudice assassinato e sui suoi nemici. I nemici nelle istituzioni, oltre che gli uomini della mafia. Ora io penso semplicemente che non tutti gli avversari di Falcone fossero suoi nemici o vicini alla mafia. Il martirio non rende ipso facto detestabili quelli che furono avversari della vittima. Un pensiero semplice il mio, ma evidentemente controcorrente. Mentana, che non è un eroe, non ha fatto eccezione, facendo intravvedere garbatamente (?) una coalizione aggregatosi contro Falcone, dalla mafia, a uomini della polizia, della magistratura, della politica. Certo, sparando nel mucchio, si può colpire anche chi davvero fu complice della mafia. Peccato che si colpisca egualmente chi ebbe il torto di dissentire dal giudice e che, se avesse previsto la strage di Capaci, prudentemente magari sarebbe stato zitto. Poi l'esercizio spericolato di Mentana. Più o meno questo: "Fra gli avversari a Palermo anche politici attualmente impegnati e - non è corretto far nomi - anche impegnati nel prossimo turno di ballottaggio". Immagino che aver additato Orlando, senza farne il nome, bastasse secondo Mentana a coprirsi dall'accusa di faziosità. Io non dirò invece che il celebrato direttore del TG della 7 abbia voluto tirare la volata al competitore di Orlando a Palermo. Dico che ho assistito a una pessima prova di giornalismo. E metto le mani avanti: qualunque cosa succeda a Mentana, io non c'entro niente.