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venerdì 13 giugno 2014

Gomorra o Song e' Napule


Ho visto Song' e ' Napule pensando a Gomorra. Non molto tempo è trascorso da quando Berlusconi attaccava Saviano. Per colpa di persone come Saviano la mafia italiana è la più famosa nel mondo. E invece è solo terza nel mondo, diceva Berlusconi, non so se documentato una volta tanto. Il leader della destra italiana vestiva panni patriottici. Patriottici ed ambigui. In sintesi: i panni sporchi si lavano in famiglia. Naturalmente l'opposizione – diciamo la sinistra - aveva facile gioco a replicare. Non è Saviano, non è la sua denuncia la causa del discredito di una città o di un Paese. Chi vuole combattere il discredito, combatta la camorra, non Saviano. La cosa curiosa è che poi a Napoli la sinistra o almeno il sindaco De Magistris abbia attaccato la neoproduzione Sky Gomorra con argomenti analoghi a quelli di Berlusconi. Magari un tantino meno rozzi, ma insomma simili. “Napoli e Scampia non sono solo camorra; c'è ben altro.” E' vero: ci sono associazioni e parrocchie attive nel sociale e nella lotta alla camorra. Ma questo non cancella che la camorra ci sia e eserciti la sua egemonia. Rende più meritevoli di elogio quelli che contrastano il degrado in un contesto così difficile e che non si sentiranno offesi nella loro napolitanità ma piuttosto sostenuti da un cinema impietoso e militante. Perché, al netto del gioco delle parti per cui sempre i governi coglieranno il meglio e le opposizioni il peggio, le domande sono: 1.Qual è il saldo della denuncia nei suoi effetti riparatori e nei suoi effetti di discredito? 2.Possiamo chiedere ad un'opera d'arte (romanzo, film, etc.) di rappresentare per intero un oggetto, città o nazione che sia? E' descrivibile un oggetto, una città o altro nella sua interezza? All'uscita dal cinema dove ho visto Song e ' Napule, commedia di discreto successo di pubblico e critica, ho pensato davvero che i registi i fratelli Manetti avessero tentato l'impossibile operazione di rappresentare Napoli intera. In realtà sommando due Napoli. Un po' come quando Mentana (e non solo lui) avendo descritto qualcosa di orrendo di una qualche parte politica, aggiunge subito, con fare cosiddetto bipartisan, che però il leader della parte opposta da bambino ha rubato la marmellata. Il protagonista di Song e ' Napule, musicista per vocazione, trova nella polizia, manco a dirlo con l'aiuto del solito assessore, una sistemazione lavorativa. E trova anche l'occasione di esercitare la propria vocazione vera in un'operazione da infiltrato. Si candiderà nell'orchestra di un talento della nuova Napoli canora, quella del neo melodico Lollo Love per cui i giovani e Napoli impazziscono e si aggregano in emozioni condivise. L'orchestra e il mitico Lollo allieteranno la festa di matrimonio in cui sarà ospite l'irraggiungibile boss della camorra. Bene, il film descrive con leggerezza la cultura della banda musicale e del suo capo. L'ingresso del poliziotto musicista è come l'ingresso di un infiltrato in una banda di gangster: supponenza, arroganza e poi, superata la prova, la fratellanza. La banda musicale appare del tutto contigua culturalmente alla banda camorristica. Un po' come siamo abituati a sospettare per molti divi napoletani, calciatori o melodici che siano. E i supporter deliranti appaiono anch'essi contigui, se non altro per la dipendenza. Lo sguardo su Napoli appare quindi critico verso i suoi miti come verso lo sfascio urbanistico e le brutture dei locali con le insegne di plastica e alluminio anodizzato di pessimo design. Non è Gomorra, per lo sguardo leggero dei registi, ma è il contrario dell'apologia di Napoli. E' la conferma del suo degrado. Poi nel finale la svolta. Il cantante, che per l'intero film abbiamo sentito contiguo alla camorra, rivela al poliziotto musicista: “Ah, temevo fossi un camorrista infiltrato”. E benedice l'amore nascente fra la sorella e il poliziotto. Così la camorra diventa un dettaglio di Napoli. Così il film è diventato obiettivo? L'immagine di Napoli è salva? Direi proprio di no. E' un finale posticcio e consolatorio come una bella copertina su un volume unto e bisunto. Si possono fare film che esaltino la bellezza e l'umanità di Napoli. Ma nessun film può descrivere contemporaneamente l'inferno e il paradiso. Se tenta di farlo fa sbiadire l'uno e l'altro. E poi, come lo stesso Saviano ricorda oggi, i riflettori sulla camorra e sulla terra dei fuochi si sono dimostrati un antidoto al malaffare. Se è vero che a Casal di Principe torna dopo vent'anni un sindaco anticamorra come Renato Natale. Anche grazie a Gomorra e alla bella rappresentazione della bruttezza civile.

sabato 12 novembre 2011

Alleluia, ma chi ha vinto?

Dopo un pomeriggio e una serata davanti alla TV. E' una sensazione strana. La festa nelle piazze e sul web. Ma anche in me una sensazione come di lutto. La perdita di un avversario ingombrante, che riempiva troppa parte della mente. Faccio qualche intervento su fb. Ne faccio uno sulla pagina del mio concittadino Fabio Granata, finiano radicale e borselliniano. E' una pagina piena di commenti trionfanti e insultanti. Il mio intervento pare troppo moderato a un finiano che mi obietta che la stagione berlusconiana non è conclusa e che bisognerà fare i conti con l'inquinamento provocato da Berlusconi nella società italiana. Beh, lo penso anch'io. E mi chiedo: "ma cosa diavolo mi differenzia (differenzia noi di sinistra) dai finiani (dagli ex neofascisti)?" Forse un po' di moderazione in più. Io per esempio mi preoccupo di non fare sentire perdenti le casalinghe e i pensionati che tifavano per lui perché "è ricco di suo", "gli piacciono le donne, embè?", "sono tutti invidiosi", "fa una bella televisione", "ha fatto vincere scudetti e coppe dei campioni al Milan", etc. Non si possono agitare bandiere di vincitori in faccia a chi si sente sconfitto. Non si può sottrarre bruscamente un mito, per sottrarsi alla fatica di aiutare a fare a meno dei miti. Altrimenti c'è il rischio di un terzo uomo della Provvidenza e non so se l'Italia sopravviverebbe al terzo. Bisognerà spiegare pazientemente alla casalinga e al pensionato che oggi hanno vinto anche loro.

C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi alle vittorie di Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia) e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti. Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati.

Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.