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lunedì 11 febbraio 2013

Le dimissioni di Benedetto XVI e i paradossi del coraggio


E' già stato detto tutto dai Tg. Tranne una cosa. Chi lo aveva previsto? Nanni Moretti, l'antipatico Moretti, che in Habemus papam anticipò la storia di un papa che rinuncia. Moretti intuì la desacralizzazione del soglio pontificio di fronte alle urgenze (ansie, desideri) della modernità. Fra i più palesi segni del linguaggio sterile, scelgo la parola "coraggio". Qualcuno parla del coraggio di Giovanni Paolo II che porta a termine il suo mandato fra sofferenze dure e visibili. Poi dice del coraggio di Benedetto XVI a lasciare, compiendo in libertà un gesto che non ha precedenti da secoli, dal gran rifiuto di Celestino V. Sono sotto attacco i simboli. Credo che a tutti abbiamo talvolta immaginato che a un papa possa capitare di non poter reggere il suo compito, per invalidità della mente, più che per mali del corpo. E tutti abbiamo pensato forse che comunque non cambi nulla, essendo il potere reale, al di là dell'apparenza dei simboli, ben saldo nella continuità della curia. Così nel papato, così nelle monarchie. Così addirittura nelle "democrazie" in cui i redditieri della politica possono godersi le Maldive, mettendo al lavoro abili faccendieri e ghost writers per qualche bel discorso ogni tanto. Così, mi pare, Benedetto XVI mette in crisi il sacro, riducendo a "mestiere" l'ufficio del papa. E' un esempio che può avere forza trascinante. Un aiuto a tutti a percepirci per quello che siamo: sempre diversi, rispetto a un attimo prima: più forti, più deboli. Quanto dureranno i miti e le burocrazie che nascondono il continuum (e le sue rotture improvvise), immaginando cose eterne (monarchi e papa) e cose segnate da ritmi burocraticamente predefiniti (gioco fino a 5 anni, studio fino a 18, lavoro fino a 67, torno ad oziare fino alla fine)? Insomma, decido di prendere la decisione di Ratzinger come un invito alla libertà.

venerdì 24 agosto 2012

La cugina del giudice


Non ci sono altri clienti in farmacia. La farmacista prende in mano la mia carta sanitaria e fa un cenno alla mia origine siciliana. Lei è di Canicattì, molto lontano dalla mia Siracusa. Parliamo di cannoli, di dove trovarli a Ostia o a Roma, somiglianti agli originali. Discutiamo anche della differenza fra cannoli dell'est e dell'ovest. Insomma le solite cose di cui parlano due siciliani che si incontrano. Dico qualcosa di Canicattì. Ne ho un pessimo ricordo, per quel poco che l'ho vista, come di una città urbanisticamente sconvolta, senza forma. Ma questo non lo dico alla farmacista. Dico solo qualcosa sulla mafia locale, particolarmente feroce: la Stidda, costola scissionista di Cosa nostra. Arrivano clienti. D'impulso faccio il nome di Cesare Livatino, il giudice ragazzino, massacrato il 21 settembre del '90 sulla strada che dalla sua Canicattì lo portava al tribunale di Agrigento dove prestava servizio. Lei ha un sobbalzo: "Era mio cugino - dice - cugino di mia madre". I clienti aspettano. Ma non sembrano disturbati. Ascoltano. E la farmacista continua. Dice di quel parente "ragazzino" così studioso, dalla carriera scolastica, universitaria e professionale brillantissima e veloce. Dice del suo impegno militante anche nella fede. Sì, ne so qualcosa. L’essere “laico”non mi impedisce di apprezzarlo. Mi chiede se so che è in corso una causa di beatificazione. Lo so. Fu avviata dopo che Giovanni Paolo II ebbe a chiamarlo "martire della giustizia e quindi della fede". Mi chiede se so della piazza intitolata a Roma in onore del giudice. Non lo sapevo. Vivo da poco tempo a Roma, mi scuso. Ci andrò. Mi chiede se ho visto il film a lui dedicato. L'ho visto. Non ho mai letto il libro di Nando Dalla Chiesa invece, intitolato al “giudice ragazzino”. Commento il significato sprezzante che aveva l'aggettivo "ragazzino" in Cossiga che lo pronunciò, anche se poi negò di averlo attribuito a Livatino. Parlava in Cossiga la cattiva politica di quelli che conoscono il mondo com'è -dei compromessi e delle trattative - e non hanno sentore di un mondo diverso. Vado via, salutando la farmacista e scansando la fila in attesa. Perché ho raccontato questo incontro? Probabilmente per i sensi di colpa che tormentano i siciliani che, pur ostili alla mafia, si sentono colpevoli di non essersi spesi abbastanza. Che hanno vissuto in una terra di troppi eroi e troppi martiri, grazie ai quali però è ancora pensabile di vivere in Sicilia. Forse anche per altro. Non è giusto sentirsi colpevoli per aver criticato un assassinato. Anche ai martiri in vita capita di aver torto. Ma se ci facciamo beffa dell’impegno è diverso. Molto diverso. Quando lo facciamo, ricordiamo i rischi di doverci pentire dopo e di detestarci, ad assassinio consumato.