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sabato 22 maggio 2021

Le briciole di Socialismo di Enrico Letta


Dopo l’infelicissima sortita nel Ghetto ebraico accanto ai filoisraeliani Salvini, La Russa, Boschi, Tajani, Letta ha cercato semplicemente di dire qualcosa di sinistra con la dote di cittadinanza da finanziare mediante piccola quota delle eredità più corpose. “Dire”, non “fare” perché sa bene che il governo Draghi-Salvini non potrà mai fare nulla di simile, non potrà mai istituire alcuna imposta patrimoniale, nulla che sia platealmente opposto alla tassa piatta voluta dalle destre. Infatti Draghi gli ha risposto con toni salviniani (anche distanti dal suo stile solito). Più o meno: “il governo non mette le mani nelle tasche degli italiani”. Il governo dà e non prende. Ammesso e non concesso che esista una sporta da cui si dà e che non è alimentata da nulla. Per la verità alimentata dal debito: cioè dalla dote negativa consegnata alle generazioni future. La proposta di una dote di cittadinanza che accompagni a partire dall’età adulta in progetti di formazione, di lavoro o di vita non è nuova per niente. E’ sul tappeto delle proposte del Forum Diseguaglianze e Diversità (Barca- Giovannini) da anni. Anche se il Forum per la verità la prevede come misura universale e incondizionata a differenza di Letta che la pensa solo per i meno abbienti. Ha ragione il Forum se la dote deve essere strumento di emancipazione, anche dei giovani di famiglie abbienti, dai condizionamenti familiari. Ma questo – capisco – è impopolare nell’Italia populista e pauperista. Quindi in questo Letta si è adeguato alla corrente. Credo che la misura, anche, se si vuole, con la sua portata risarcitoria verso una generazione valga di per sé, al di là delle forme scelte per finanziarla. Benché il prelievo dai patrimoni ereditati – oltre il milione – possa suggerire (tiepidamente) una filosofia di pari opportunità e il progetto di essere giovani persone e non già solo figli di Berlusconi, Agnelli, Briatore o Grillo.

domenica 7 marzo 2021

Lo scandalo McKinsey


Si crede di dire qualcosa di intelligente ed incontrovertibile quando si dice che la politica è una cosa e la tecnica un’altra cosa. In realtà politica e tecnica si intrecciano sempre. Allora succede che  un governo di tecnici e dei "migliori" (il sogno platonico del governo affidato agli aristoi/filosofi), comunque politico perché votato da rappresentanti del popolo,  affida i dettagli operativi a tecnici più tecnici e così poi sempre più giù fino ai manovali/operatori. Dov’è lo scandalo? A me sembra indispensabile ed ovvio che  sempre un politico debba essere un po’ tecnico almeno per sapere se il tecnico di cui si avvale si muove entro la cornice affidatagli. Quando il politico non sa nulla di tecnico si fanno pasticci. Vedi l’esemplare caso Di Maio che, come ministro del lavoro, si lascia incantare per ignoranza dall’invenzione, nominalisticamente affascinante dei navigator e dall’italo-americano che porta in Italia la scoperta dell’acqua calda. P.S. Con questo non sposo Draghi, anche se sembrerà così come ogniqualvolta mi capitasse di essere d’accordo con lui o addirittura con Salvini sul fatto che piove o non piove. Sarò con il politico Draghi però se, con il Recovery Plan o in qualunque modo, privilegerà di assicurare un tetto ed un lavoro dignitoso ad ognuno. Se poi ridurrà sensibilmente gli storici divari Nord/Sud e Uomo/Donna diventerò un suo entusiasta sostenitore, McKensey o non McKensey. Improbabile che accada. Ma su questo lo giudicherò.