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giovedì 31 gennaio 2019

Se non sai inventare qualcosa, inventa un nome


Ricordo che nell'89 parlavo a lungo sul lungomare di Catania con una dirigente dell'Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione dei lavoratori) di un progetto di reddito di cittadinanza che allora appariva maturo. Non si chiamava così, anzi non ricordo come si chiamasse. Allora ci si occupava poco di trovare il nome giusto; ci si occupava un tantino di più di trovare l'idea giusta.
Questa storia dei navigator ha diversi aspetti. Innanzitutto: si inventa una nuova miracolosa funzione capace di realizzare l'incontro fra domanda ed offerta oppure si inventa un nome che renda affascinante ciò che già c'è? Direi la seconda. Per quel che so, avendo lavorato per i centri per l'impiego. A parte l'apparato amministrativo addetto a registrazioni varie, gli operatori si dedicavano e si dedicano a pratiche di orientamento e/o di inserimento lavorativo. Con persistente scarso successo. Un po' per limiti di numero (avevamo ed abbiamo forse 1/10 degli addetti in Germania), talvolta per limiti di competenza e di motivazione. E soprattutto perché le aziende non si fidavano di segnalazioni che temevano "interessate", preferendo scegliere secondo il loro criteri di scambio con i segnalatori che avevano qualcosa da dare in cambio. Cosa aggiungeranno i navigator, importati dagli Usa (come nome, solo come nuovo nome di vecchie funzioni)? Le lauree richieste sono quelle vecchie degli operatori dei centri per l'impiego (quando laureati): psicologia, sociologia, scienze della formazione, economia, giurisprudenza). Di fatto aumenta il numero degli operatori, ma non si aggiungono competenze nuove. Si conferma invece che inventare un nome apre spazi di carriera e successo. Strano che in una società in cui quasi tutto è comunicazione (intesa anche come tecnica sofistica dell'imbroglio) i laureati in scienze della comunicazione siano derisi per le loro scelte. Forse l'Università è incapace di produrre la competenza "furbizia".

giovedì 10 ottobre 2013

Il patriottismo nell'Italia malata


Assisto a Ballarò al doloroso confronto fra i servizi pubblici di trasporto di due capitali: Helsinki e Roma. Inutile dettagliare troppo. A parte la guerra romana di tutti contro tutti per un posto sul tram, si noti almeno che a Helsinki i servizi pubblici sono ampi e puliti come - immagino - i servizi delle case private. Di contro - si sa - la nostra pedagogia nazionale ci suggerisce che "pubblico" significa "di nessuno" e quindi... Oggi il mio amico Fabio, da Londra, con controllata amarezza, confronta Londra e il suo spirito innovativo con la stagnazione malata che colpisce l'Italia e le sue città. Dulcis in fundo, leggo ora i risultati dell'indagine Ocse-Piacc (Isfol per l'Italia) sulle competenze alfabetiche e matematiche. Sempre peggio. Prima eravamo fra gli ultimi. Oggi, fra i Paesi dell'Ocse, siamo ultimi nelle competenze alfabetiche e penultimi in quelle matematiche. Ho qualche difficoltà a unirmi al coro disfattista. Confesso di cercare (patriotticamente?) giustificazioni e attenuanti. Forse la tale indagine non tiene conto che in Italia abbiamo una intelligenza diversa che i test internazionali non riescono ad apprezzare. Forse in Italia abbiamo vesciche più continenti per cui giustamente non dissipiamo risorse in troppo costose toilette pubbliche addirittura pulite. Forse, forse... No, non so cosa dire. Escludo solo le spiegazioni etniche. Poi mi chiedo cosa diavolo sia questa specie di amore per il mio Paese. Compassione? Un grido disperato: "dai, dai, facciamo vedere che possiamo avere i trasporti e le toilette di Helsinki, insieme alla dolcezza italiana". Non mi direte che i nostri disastri sono il rovescio della medaglia della nostra dolcezza? Non ci credo. Mi piace · · Promuovi · Condividi