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giovedì 23 aprile 2020

Palombelli e Feltri: perché non me ne frega niente


A differenza di mia moglie, siciliana come me, indignata, ho fatto spallucce a suo tempo, quando lei mi riferì che Barbara Palombelli aveva seriamente ipotizzato che al Nord ci fossero più contagi che al Sud perché al Nord sono "più ligi al lavoro". Pensai che era uno stereotipo, e che uno stereotipo, contenendo sempre un pizzico di verità, resta un fenomeno di menti pigre, ferme alla superficie delle cose. La verità più probabile è che il virus trovi habitat più favorevole nelle metropoli e nelle grandi fabbriche prevalentemente nordiste. Insomma una mezza verità, quella di Palombelli, ovvero una sostanziale mistificazione, come ogni mezza verità. Che poi al Nord si lavori di più e che al Sud, lavorandosi meno, più facilmente possa succedere che qualcuno si abitui a fare a meno del lavoro è cosa anch'essa sostenibile.
Ora succede che mia moglie mi chieda di firmare non so cosa contro Vittorio Feltri. Il noto reazionario ha sostenuto provocatoriamente che non avrebbe senso per quelli del Nord cercare scampo nel Sud. "Andare nel Sud per fare i parcheggiatori abusivi, si è chiesto"? Il Sud dei professionisti e dei ricercatori valenti, il Sud dei lavoratori, la mia Sicilia, quella che stava con Falcone e Borsellino, si arrabbia. Io, controcorrente, faccio spallucce e me ne frego. Se c'è qualcosa che mi preoccupa è la pericolosa reazione alle provocazioni reazionarie. Un serrate le fila che in Sicilia ho ben conosciuto in nome di un territorio offeso. Un serrate le fila che nel passato era ispirato dalla mafia ostile al cambiamento e che distribuiva (e distribuisce) le licenze di posteggiatore abusivo. Quindi, consapevole di dover rispondere non del Sud, ma di me stesso, consapevolezza che mi accomuna alla mia prole che, benché sudista, è abituata a sgobbare quanto (o più, mediamente) dei nordici, faccio spallucce sia agli estemporanei provocatori, sia a chi risponde irritato. Non voglio posteggiatori abusivi, non voglio intrallazzatori sulla salute dei vecchi. Non mi presto al gioco di chi, per putride convenienze, vuole dividere il mio Paese. Sicché, col consenso di mia moglie, con la quale tranquillamente ora consento, ora dissento, ricordo che la mia prima ragazza - avevo 15 anni - fu una veneta. Ricordo che da lei che 40 anni dopo i miei 15 anni, si trovava nella mia Siracusa, ricevetti la più inaspettata delle telefonate. "Sono in Ortigia, con mio marito. Volevo salutarti. Ti ricordi di me"? "Certo che mi ricordo di te". "Debbo andare. Ora vivo a Treviso, Telefonami, se ti capita di essere lì". E mi disse il nome del marito per poterla trovarla. 40 anni dopo.
Insomma, se per caso al governatore del Veneto venisse in mente di fare il Palombelli o il Feltri, dovrei io inveire contro i veneti, contro i veneti, compresa Carla, il mio primo amore di adolescente? Non mi passa per la mente. Spallucce.

venerdì 12 giugno 2015

La scabbia e il turismo


Se mi dicessero "ospitali a casa tua" potrebbe scapparmi un cazzotto. Potrei anche, se necessario. Ma perché dovrei? L'Italia ha una riserva sterminata di case sfitte e edifici inutilizzati. Uno spreco enorme. Trovo paradossale e vergognoso che città di milioni di abitanti (e di milioni di metri cubi di cemento), come Roma e Milano, trattino da bestie uomini, donne e bambini in fuga dalle guerre. Uomini, donne e bambini per terra, con un panino al formaggio e due toilette per centinaia di persone. I prodi governatori di Liguria, Veneto e Lombardia temono, malgrado le rassicurazioni di tanti operatori sanitari, la scabbia (come la temevano i miei nonni) e temono per il turismo. Non sia mai detto che turisti che fingono di godersi il mare di Rimini si trovino accanto in spiaggia persone con la pelle scura e dall'igiene precaria. O addirittura che gli immigrati siano ospitati in alberghi a 5 stelle. No, le 5 stelle solo per noi. Per loro il pavimento della stazione o magari una stella sola. Per quanto mi riguarda, a casa mia preferirei di no, come preferirei non ospitare senza fondato motivo passanti o conoscenti. Ma in albergo, accanto a me sì. Se il turismo è una esperienza di contatto arricchente col diverso, l'accoglienza e il dialogo con i diversi di noi, magari nella hall di un albergo a quante stelle volete voi, sarebbe assai più gratificante del bagno con ombrellone e coca cola.

lunedì 8 giugno 2015

Quando amo la Sicilia


Sono un siciliano molto critico con la Regione in cui ho vissuto fino alla pensione. Mi è più facile condividere critiche che non elogi alla mia Sicilia. Oggi però sono preso da emozioni diverse. Ho appena sentito le dichiarazioni dei governatori del Nord, Zaia, Toti e Maroni. Tutti rifiutano di condividere il peso dell'ospitalità degli immigrati. Addirittura Maroni minaccia i Comuni lombardi disobbedienti di punirli tagliando quote di trasferimenti. Poi ho ascoltato Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, territorio che subisce più di ogni altro gli oneri dell'immigrazione e dei salvataggi in mare. Parole nette le sue contro il presunto diritto dei governatori a rifiutare l'ospitalità di poche centinaia di disperati. E parole quiete e orgogliose per la sua Lampedusa ospitale che riesce ad essere vivibile e fare turismo malgrado tutto. Un abbraccio colmo di stima allora per Giusi Nicolini. Mi fa scoprire qualcosa di assai simile alla fierezza per la mia terra cui non ho mai perdonato nulla. D'accordo, la mafia, i maneggi della politica,il familismo, le raccomandazioni, la pigrizia, la presunzione di cui scrisse l'autore del Gattopardo. Ma nessun siciliano pronuncerebbe mai le parole idiote e incivili dei governatori di Veneto, Liguria, Lombardia. P.S. Credo mi passerà presto il momento di sicilianitudine acuta. Per ora me lo godo.