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sabato 1 agosto 2015

Lavoro come pena o come gioia


Torno sulle minacce del responsabile economia del PD Taddei: "Dovremo andare molto più tardi in pensione". Minacce risibili. Come risibili le repliche degli oppositori. Cade a proposito una notiziola da niente che nessuno avrà letto. Un ex maestro di 92 anni di Pordenone, Benito Beltrame, 92 anni, da 37 in pensione. Torna in cattedra per insegnare italiano a un gruppo di immigrati. Sentite le sue parole: "Non pensavo che qualcuno potesse avere ancora bisogno del mio aiuto". Ci leggo (come - immagino - voi) la noia di 37 anni di inattività. E la scoperta di valere e contare ancora. Bellissimo. E tremendo. Tremendo che la istituzionalizzazione e ingessatura giuridico-burocratica dei tempi della vita (un'età per il gioco, una per il lavoro, una per essere inutile) ci facciano dimenticare che possiamo essere utili agli altri fino all'ultimo giorno. Purché vogliamo. Purché qualcuno faccia incontrare le nostre competenze con i bisogni infiniti della gente attorno a noi. Ecco, mi piacerebbe un governo che si occupasse di questo: buona scuola davvero e buona vita. Con un po' meno di gusto a punire e un po' più a gratificare con lavoro premiante. Ma pare non sia all'ordine del giorno. Le risse fra Renzi e renziani e oppositori interni occupano 100 volte lo spazio dedicato al pensionato di Pordenone.

sabato 11 febbraio 2012

Il gelo e i sensi di colpa

Della settimana scorsa e della prima emergenza neve ricordo il senso di colpa. Al normale, quotidiano, senso di colpa verso chi è senza lavoro si aggiungeva il senso di colpa eccezionale per chi andava al lavoro, affrontando pioggia, neve, gelo, mezzi pubblici in tilt. Insomma, mentre in genere il pensionato mi appare come un escluso dai piaceri della vita attiva, all'improvviso sentivo tutto il privilegio di quella condizione. Ero chiuso e protetto nella mia casa calda sul litorale romano, già risparmiato dall'infierire climatico su Roma, mentre anche le mie figlie, come milioni di italiani, non avevano altra scelta che sfidare la tormenta per apparire lavoratrici affidabili.
Così oggi la nemesi. Non posso mancare all'appuntamento in un ospedale lontano da casa nella capitale d'Italia, metropoli troppo estesa. Prendo il trenino e poi il bus imbacuccato come non mai, addirittura con cappello, sciarpa, guanti, ombrello, etc.. Mancano solo i mutandoni di lana e il pigiama felpato che portavo quando d'inverno, a Bologna, ero di guardia all'aperto davanti alla caserma del 17° Reggimento di artiglieria contraerea, giacché con gli anni comunque mi sono ringiovanito e liberato sempre più dei pesi eccessivi. All'andata soffro con moderazione: freddo e nevischio in faccia nello spostamento da un mezzo pubblico all'altro e nient'altro. Al ritorno è un incubo. Un'ora in attesa di un bus che non arriva, mentre la temperatura si abbassa e i piedi si congelano, sotto (???) una pensilina strettissima che finge di ripararti da pioggia, neve e vento. Un'anima buona poi mi avverte che il bus da lì passa ad ore imprecisate. Conviene prenderne un altro in direzione opposta, arrivare alla metro e prendere il trenino per Ostia. Così faccio, sperando di arrivare a casa prima che arrivi il peggio. Insomma ora sono qui di nuovo al calduccio e mi viene da pensare ai lavoratori mostrati l'altro giorno a Piazza Pulita, che fanno il cottimo all'inferno a spostare scatole di surgelati in un ambiente a -30 gradi, rinunciando alle pause per arrivare ai fatidici 1.000 euro al mese. I sensi di colpa e lo stupore per un mondo incomprensibile ritornano.