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martedì 15 ottobre 2019

Arrendersi al senso comune


Nel bar dove ogni giorno consumo il caffè di mezza mattina talvolta ai compagni consueti di break si aggiungono altri e talvolta si fanno nuove amicizie, o almeno nuove conoscenze. Con i nuovi naturalmente si è prudenti. Cerco di capire se c'è spazio per un confronto. Se capisco che non c'è mi defilo verso conversazioni sul tempo, oltre destra e sinistra. Stamani ho trovato un pensionato carabiniere – maresciallo, mi pare - impegnato in conversazione con gli amici consueti. "Ho capito bene – ho chiesto- è in pensione"? Mi sembrava troppo giovane. Infatti era andato in pensione a 56 anni. Con una pensione retributiva pari allo stipendio. Lui era contento – mi è sembrato – che io lo vedessi giovane. Ma poi debbo averlo infastidito. A me interessava capire come avesse acquisito un trattamento privilegiato e soprattutto se convenisse con me sullo spreco costituito da quel pensionamento precoce. Anche se il suo impegno in strada fra incidenti e assassini era da qualificarsi "usurante", come si dice oggi. L'ho presa da lontano, chiedendogli se non avrebbe potuto essere impiegato in compiti di ufficio. Deve essergli sembrato che mettessi in discussione la sua pensione. Mi ha spiegato che un maresciallo abituato a lavorare in strada si trova incompetente e a disagio se spostato fra le carte. Come viceversa quelli che stanno in ufficio se spostati a livello operativo. Lo ha spiegato con una perentorietà modello facebook, diciamo. E' così e chi la pensa diversamente è imbecille o in malafede. Avrei voluto dirgli che avrebbe potuto fare il vigilante, se non il burocrate Allora dico qui quel che non potuto dire a lui. Dico che non progettare percorsi flessibili di carriera lavorativa con transizioni a compiti diversi, anche in altri settori ed Amministrazioni, dosando bene incentivi e disincentivi è uno spreco di dimensioni abissali. Bisognerebbe moltiplicare per mille o forse diecimila o forse centomila le economie da taglio delle poltrone per arrivare a grandezze comparabili. Invece siamo qui, con quota 100 e festa per 345 poltrone in meno. Invece siamo qui, con carenza di medici, di badanti, di forze dell'ordine, di operatori culturali, di netturbini. No, non sarei stato capace di spiegare al maresciallo in pensione che in un diverso assetto del rapporto lavoro/tempo libero/istruzione non correremmo il rischio di restare un giorno intero o più parcheggiati in barella al pronto soccorso, non correremmo il rischio di finire a camminare in fila nella galleria per la metro in tilt, non correremmo il rischio di ricevere uno sbadiglio come risposta dell'incompetente custode museale ad una domanda sulla scultura di Canova. Non sarei stato capace di spiegarlo. Troppo forte è la pseudo evidenza che ci dice che i robot che liberano gli uomini dal lavoro pesante sono un cataclisma, che bisogna mandare in panchina gli anziani per dare lavoro ai giovani, che bisogna fabbricare armi e slot machine, insieme a tutte le porcherie che il mitico mercato richiede. Mi arrendo. 

domenica 16 novembre 2014

Andiamo a quel paese. In che senso?


Dopo l’impegnativo Leopardi di Martone, sono andato a cercare la leggerezza di Ficarra e Picone di Andiamo a quel paese. Sperando di sorridere e anche per rivedere la mia Sicilia e ascoltare la lingua della sua gente. Accipicchia, vedevo e assaporavo le immagini di posti - rocce, vallate e chiese barocche - noti, ma non sapevo dire quali fossero. Ho appreso dopo che si trattava di Rosolini, più volte viistata, a un tiro di schioppo dalla città in cui vivevo. Rosolini è l’immaginario paesino di Monteforte, paesino natio in cui Ficarra e Picone ritornano per il fallimento delle esperienze di vita e lavoro a Palermo. Il film è un buon esempio della nuova commedia italiana impegnata a far sorridere delle sciagure nazionali, talvolta aiutando a scoprirne il senso. I due provvisoriamente falliti cercano inizialmente di sbarcare il lunario da semplici parassiti che sfruttano la protettiva e generosa rete familiare. Come molti. Come sempre più. Così Ficarra, ospite della suocera, rivela però il suo spirito d’impresa. Cos’ è l’imprenditore se non chi chiarisce a chi ha bisogni, spesso inconsapevoli, la natura dei suoi bisogni e attrezza risposte? Ficarra scopre il bisogno di socializzazione di anziani soli e autosufficienti. Prepone così un servizio più personalizzato e familiare di quanto non possa essere la moderna Casa di riposo. La casa della suocera e quella dell’amico Picone (che al solito subisce) sono i mezzi di produzione. Mentre le pensioni degli ospiti sono il profitto. Funziona tutto bene. Tranne che la morte degli ospiti in una serie di eventi sfortunati fa crollare tutto. Un po’ come quando il volo della farfalla in Brasile ovvero una scoperta o una crisi che viene da lontano vanifica l’intelligenza imprenditoriale. Che magari dovrebbe rendersi conto di non essere il solo artefice della propria fortuna/sfortuna. Ma questo è un volo pindarico, leggermente malizioso. Torniamo al detto del film. Poiché è un vero imprenditore, Ficarra comunque non spreca la sostanza di quanto ha intuito. La sostanza è che il paese (e il Paese) altra risorsa non ha che il monte pensioni accumulato dalle vecchie generazioni e che oggi è prevalentemente disponibile nelle pensioni di reversibilità di cui dispongono le anziani abitanti. Allora in una economia dell’emergenza che pretende re-distribuzioni la soluzione minima è sposare una pensionata. Se possibile farla sposare all’amico Picone. Non importa il finale del film. Importa che l’intuizione di Ficarra si trasmette a una generazione di giovani che scelgono l’ozio o ai quali è stato assegnato l’ozio. Si generalizza quindi nel paesino del Sud il corteggiamento con serenate dei giovani verso le anziane “abbienti”. “Abbienti” nel senso che hanno magre ma sicure pensioni, più sicure degli impieghi casuali e precari). Qui gli autori – gli stessi Ficarra e Picone – propongono note delicate: la consapevolezza da parte delle pensionate della natura del gioco. Conoscono l’inganno e scelgono di viverlo. Insomma ho sorriso e anche riso in sala. Uscito, ho incontrato, come spesso, nel centro di Ostia, “strane” coppie. “Strane” rispetto a quelle che una volta erano le coppie. Molti pensionati ad esempio che stringono il braccio o la mano di giovani slave o rumene. Non più l’eccezione dell’anziano benestante e della giovane partner. Ora il frequente scambio pubblico di reddito (anche modesto) e giovinezza. Effetti salvifici della globalizzazione che distrugge e poi cura (talvolta). Mutatis mutandis, lo scenario disegnato da Ficarra e Picone mi è sembrato plausibile. Impossibile avviare i giovani al lavoro. Perché le imprese licenziano e delocalizzano. Non possono essere trovate risorse nuove né per formare davvero i giovani né per fornirli di “doti” che li sostengano nell’avvio ad un lavoro autonomo. Non possono essere aumentate le tasse sui redditi più alti perché si perderebbe consenso e si griderebbe al socialismo. Tanto meno è lecito parlare di patrimoniale. Si potrebbe racimolare qualche spicciolo dal taglio sugli stipendi pubblici più alti perché gli impiegati e dirigenti pubblici sono più garantiti e più antipatici dei privati. Ma in questo la Corte Costituzionale spesso blocca tutto. Non resta che la redistribuzione con le buone o le cattive fra anziani e giovani del ceto medio e medio basso che precipita in giù. Con le buone o con le cattive. Con le “buone” delle paghette o dei matrimoni inter-generazionali suggeriti da Ficarra. O con le “cattive” della espropriazione che le avanguardie del “nuovo” cominciano a proporre nei talk show, come saggiando il terreno. Perché l’erosione lenta, tropo lenta, da mancata rivalutazione delle pensioni potrebbe non bastare. Un grazie a Ficarra e Picone.