Nel bar dove ogni giorno consumo il caffè di mezza mattina talvolta ai compagni consueti di break si aggiungono altri e talvolta si fanno nuove amicizie, o almeno nuove conoscenze. Con i nuovi naturalmente si è prudenti. Cerco di capire se c'è spazio per un confronto. Se capisco che non c'è mi defilo verso conversazioni sul tempo, oltre destra e sinistra. Stamani ho trovato un pensionato carabiniere – maresciallo, mi pare - impegnato in conversazione con gli amici consueti. "Ho capito bene – ho chiesto- è in pensione"? Mi sembrava troppo giovane. Infatti era andato in pensione a 56 anni. Con una pensione retributiva pari allo stipendio. Lui era contento – mi è sembrato – che io lo vedessi giovane. Ma poi debbo averlo infastidito. A me interessava capire come avesse acquisito un trattamento privilegiato e soprattutto se convenisse con me sullo spreco costituito da quel pensionamento precoce. Anche se il suo impegno in strada fra incidenti e assassini era da qualificarsi "usurante", come si dice oggi. L'ho presa da lontano, chiedendogli se non avrebbe potuto essere impiegato in compiti di ufficio. Deve essergli sembrato che mettessi in discussione la sua pensione. Mi ha spiegato che un maresciallo abituato a lavorare in strada si trova incompetente e a disagio se spostato fra le carte. Come viceversa quelli che stanno in ufficio se spostati a livello operativo. Lo ha spiegato con una perentorietà modello facebook, diciamo. E' così e chi la pensa diversamente è imbecille o in malafede. Avrei voluto dirgli che avrebbe potuto fare il vigilante, se non il burocrate Allora dico qui quel che non potuto dire a lui. Dico che non progettare percorsi flessibili di carriera lavorativa con transizioni a compiti diversi, anche in altri settori ed Amministrazioni, dosando bene incentivi e disincentivi è uno spreco di dimensioni abissali. Bisognerebbe moltiplicare per mille o forse diecimila o forse centomila le economie da taglio delle poltrone per arrivare a grandezze comparabili. Invece siamo qui, con quota 100 e festa per 345 poltrone in meno. Invece siamo qui, con carenza di medici, di badanti, di forze dell'ordine, di operatori culturali, di netturbini. No, non sarei stato capace di spiegare al maresciallo in pensione che in un diverso assetto del rapporto lavoro/tempo libero/istruzione non correremmo il rischio di restare un giorno intero o più parcheggiati in barella al pronto soccorso, non correremmo il rischio di finire a camminare in fila nella galleria per la metro in tilt, non correremmo il rischio di ricevere uno sbadiglio come risposta dell'incompetente custode museale ad una domanda sulla scultura di Canova. Non sarei stato capace di spiegarlo. Troppo forte è la pseudo evidenza che ci dice che i robot che liberano gli uomini dal lavoro pesante sono un cataclisma, che bisogna mandare in panchina gli anziani per dare lavoro ai giovani, che bisogna fabbricare armi e slot machine, insieme a tutte le porcherie che il mitico mercato richiede. Mi arrendo.
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martedì 15 ottobre 2019
lunedì 27 novembre 2017
In dissenso col senso comune
L'ultimo soggetto politico in cui mi sono imbattuto fra quelli che dicono di guardare radicalmente a sinistra è una Assemblea per una Lista popolare. Assemblea che si terrà domani e cui non parteciperò. Mi è bastato leggere un cartello nella foto. Diceva:" Lavorare meno lavorare tutti". Vorrei dirlo con gentilezza e simpatia. Per me è l'ennesimo esempio di confusione e inconsistenza ideale e strategica. E' un esempio antico, anzi, e continuamente rilanciato. Simile alla trovata per cui la pensione sempre più ritardata sottrarrebbe opportunità ai giovani. O a quella per cui i robot sottrarrebbero lavoro. Chissà se riesco a spiegarmi. Lavorare tutti è possibile e necessario. Lavorare meno è desiderabile e possibile per alcuni, molti o anche tutti, ma non è affatto una ricetta per lavorare tutti. Si può e si deve lavorare tutti semplicemente perché i bisogni umani cui rispondere col lavoro non hanno fine. Per lo stesso motivo non serve mandare presto in pensione gli anziani che abbiano capacità e voglia di lavorare,piuttosto, eventualmente, quelli che non hanno più l'una o l'altra. E infine i robot sono una benedizione se ci consentono di eliminare lavori ingrati e faticosi. Purché i robot siano guidati dal governo dei cittadini e non da quello del capitale. In sintesi serve un progetto socialista che apra a nuove libertà. Non serve a nulla la ricorrente tentazione luddista che immagina il lavoro come una torta predefinita da spartirsi. Essa è solo il sintomo di una resa e di una strategia difensiva contro l'anarchia del mercato che rende goffa e disarma la prospettiva socialista. Questo penso in solitudine.
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