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venerdì 3 agosto 2018

I sofisti al potere


Mi riferisco ai sofisti della vulgata, non a quelli veri che erano filosofi capaci di interrogarsi sull'uomo e sulle sue “verità”. Quelli della vulgata sono invece “populisti” ovvero imbroglioni esperti nel fare apparire vero il falso e costruire paralogismi cioè ragionamenti apparentemente inconfutabili che sono di fatto frodi linguistiche. Sere fa ho sentito un sofista imbroglione: il leghista e presidente della commissione bilancio alla Camera, Claudio Borghi. E' lo stesso che contestava Mattarella perché avrebbe rifiutato il ministero dell'economia a Savona “per le sue idee”. Mi sono chiesto: il Presidente, nell'ambito delle sue prerogative, avrebbe potuto rifiutarlo invece per il suo aspetto? Per il suo odore? Per il luogo di nascita?
L'altra sera il sofista si chiedeva cosa ci fosse da eccepire al sovranismo. E' la Costituzione – diceva – che è sovranista. Infatti – spiegava- la Carta afferma che “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1). Per la verità la Carta aggiunge che il popolo la esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Lo afferma perché non è pensabile che il popolo sia sovrano senza regole che definiscano i percorsi con i quali la sovranità si afferma. Ad esempio, la maggioranza è il popolo o il popolo è anche la minoranza? Ad esempio, chi formula le domande al popolo sovrano? Ad esempio, su Roma cosa decidono i romani e cosa gli italiani? Per inciso mi sembra inappropriato parlare di “limiti”, se posso criticare i costituenti. Non c'è alcun limite tranne quello del principio di non contraddizione. E allora chi sarebbero i non sovranisti secondo Borghi? Tiro ad indovinare. Forse sono quelli che hanno letto e compreso l'art. 11 della Costituzione dove si si afferma che la Repubblica “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Insomma la Costituzione vuole i cittadini sovrani nel loro Paese, ma anche partecipi della sovranità super-nazionale, europea, atlantica, mondiale. La furbizia sofistica dei sovranisti invece ci fa immaginare un Paese in cui gli stranieri non mettano il becco e che però continui a mettere il becco nelle faccende degli altri Paesi. Delocalizzare in Italia no, ma che francesi e americani delocalizzino in Italia va benissimo. Caspita, come non averci pensato prima? Il problema è che i sovranisti di ogni Paese si ritengono furbi. Sono alleati contro i globalizzatori, come le gang rivali contro la polizia, ma restano rivali. Salvini cercherà di fregare il sovranista Orban e viceversa. Sta già succedendo. Il conflitto dei furbi è assicurato. La catastrofe è annunciata, nel mentre il popolo sovrano dei disoccupati e dei precari festeggia perché i padroni della sua vita saranno caporali e proprietari italiani doc. Sono soddisfazioni. .

venerdì 16 ottobre 2015

Suburra: senza riparo?


La suburra, nell'antica Roma era l'area del vizio, del piacere e del degrado. Perfetta metafora per Roma oggi e per l'Italia intera. Almeno in gran parte. Il dubbio e il dibattito possibile riguarda l'estensione della Suburra metaforica e delle sue metastasi. Perché certamente la vita prosegue normale per i più, con lavori quasi solidi o variamente precari e con i nonni che rimediano (ancora per qualche tempo) ai bisogni di figli e nipoti, inoccupati oppure occupati a consumare birrette e slot machine. E con il piacere innocente di ritrovarsi al bar per parlare di Roma e Juventus o di colf e badanti o magari di Renzi. Ma forse anche nel popolo innocente qualcosa della metastasi è visibile e qualcosa concorre a nutrirla. Quando noi, popolo innocente, aggiriamo le regole per un posto, vuoi a scuola, vuoi al cimitero, oppure compriamo oggetti contraffatti oppure taciamo. Di questo non parla il film come non indica vie d'uscita dalla suburra. Forse questo manca per parlare di capolavoro. Manca un colpo d'ali che proponga un punto di vista nuovo e una soluzione originale. Suburra resta però un film di notevole confezione e potenza. Il film che più mi ha preso in questo inizio di stagione. Peraltro anticipatorio di ciò che oggi è visibile e scontato: Mafia Capitale, i Casamonica e il potere ostentato. Suburra è ambientato nei primi giorni del novembre 2011 mentre matura il collasso del governo Berlusconi. Il film , tratto dal romanzo di De Cataldo e Bonini, vede protagonisti politici e criminalità, con anche un cenno alla finanza vaticana. Fino all'Apocalisse finale che riguarda il quadro politico insieme ai protagonisti del film. Evidente e persuasivo il rapporto fra i vizi privati del parlamentare protagonista (Favino) e la criminalità, nella forma di favori e di scambio di convenienze. Per il politico il territorio e la sua gente sono mero oggetto di saccheggio e di piacere: il saccheggio del territorio (quello ostiense) e la riduzione ad oggetto di chi detiene il dono della giovinezza e della bellezza. Chiari i riferimenti alla cementificazione di Ostia, oggi solo parzialmente realizzata rispetto alle visioni che la immaginavano come futura Las Vegas. Chiaro, chiarissimo il rimando alle pratiche del bunga bunga dove il politico spende i risultati del suo agire. Impressionante e -ahimè! - credibile il politico che di fronte alla morte per overdose di una sua vittima, mentre cerca soluzione al problema, nella notte piovosa urina dal balcone dell'albergo sulla città immortale e sfregiata. Qui molto bravo Sollima, il regista, come Favino, il protagonista. Altrettanto credibile il microcosmo della cultura degli ex nomadi con la casa pacchianamente lussuosa in cui tranquillamente si esibisce violenza, abitata da torme di ragazzini vocianti che giocano a pallone fra costosissimi arredi. Perché a loro, agli “zingari”, è affidato l'onore di contenere il calo demografico di un ceto medio (più o meno) che non ama investire nei figli e teme il futuro. Vorrei dire ogni tanto degli interpreti, praticamente tutti bravi e anche eccezionalmente bravi, intenzionalmente – credo – scelti prevalentemente fra romani. Forse non più che buono il romanissimo Claudio Amendola, nel film il superboss che conserva nel cuore gli “ideali” fascisti. Molto convincente il giovane faccendiere e procacciatore di piaceri, Elio Germano (Lavitola?) come il politico PierFrancesco Favino, che potrebbe essere questo, quello, o l'altro ancora, troppi. Senza dimenticare lo sconosciuto per me interprete dello zingaro Anacleti, Adamo Dionisi. Bravissimo soprattutto il giovane Alessandro Borghi, il boss di Ostia, già da me “scoperto” in “Non essere cattivo”. Lì piccolo criminale. Come nel suo film precedente, Alessandro Borghi mi ha accompagnato a scoprire il peggio del litorale in cui ora vivo. A tal proposito non ho potuto non notare che il conflitto a fuoco che vede coinvolti il boss di Ostia con la sua ragazza e gli “zingari” in mezzo a innocenti frequentatori del centro commerciale, è proprio, alle porte di Fiumicino, quello che più sovente frequento per jeans, calzini e porchetta. Voglio dire che mi sono facilmente immaginato lì coinvolto “innocente”, ma responsabile di fare poco o niente. La mia responsabilità però non me lo ha suggerito il film quanto il mio sterile senso di colpa. Il mio ultimo pensiero è sulla fatalità del fenomeno per cui si brucia una foresta per farsi un uovo al tegamino. Continuo a pensare che, a differenza dei più, il costo della cattiva politica non è nella somma delle ruberie dei politici. Tutto sommato pochi miliardi. Se potessi darei loro quell'uovo al tegamino senza costringerli a dar fuoco alla foresta. Pochi miliardi per non costringerli a cementificare il Bel Paese, a intossicarlo coi veleni delle auto, a imbruttirlo con le slot del gioco d'azzardo, i camion, gli ambulanti e i gladiatori dei famosi (a Roma) Tredicine. Ma non saprei come fare a convincere i miei concittadini, gli stessi politici criminali, nonché i criminali di professione. Forse i criminali, politici e non, accetterebbero i miei benefit per poi aggiungere comunque nuovi proventi illegali. Non ci saranno mai miliardi che bastano. Impossibili da godere. Che si lasciano qui quando la vita finisce, magari senza avviso, come nei protagonisti di Suburra. La malattia incurabile è la stupidità dei cinici e feroci che credono di aver capito tutto.