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venerdì 16 ottobre 2015

Suburra: senza riparo?


La suburra, nell'antica Roma era l'area del vizio, del piacere e del degrado. Perfetta metafora per Roma oggi e per l'Italia intera. Almeno in gran parte. Il dubbio e il dibattito possibile riguarda l'estensione della Suburra metaforica e delle sue metastasi. Perché certamente la vita prosegue normale per i più, con lavori quasi solidi o variamente precari e con i nonni che rimediano (ancora per qualche tempo) ai bisogni di figli e nipoti, inoccupati oppure occupati a consumare birrette e slot machine. E con il piacere innocente di ritrovarsi al bar per parlare di Roma e Juventus o di colf e badanti o magari di Renzi. Ma forse anche nel popolo innocente qualcosa della metastasi è visibile e qualcosa concorre a nutrirla. Quando noi, popolo innocente, aggiriamo le regole per un posto, vuoi a scuola, vuoi al cimitero, oppure compriamo oggetti contraffatti oppure taciamo. Di questo non parla il film come non indica vie d'uscita dalla suburra. Forse questo manca per parlare di capolavoro. Manca un colpo d'ali che proponga un punto di vista nuovo e una soluzione originale. Suburra resta però un film di notevole confezione e potenza. Il film che più mi ha preso in questo inizio di stagione. Peraltro anticipatorio di ciò che oggi è visibile e scontato: Mafia Capitale, i Casamonica e il potere ostentato. Suburra è ambientato nei primi giorni del novembre 2011 mentre matura il collasso del governo Berlusconi. Il film , tratto dal romanzo di De Cataldo e Bonini, vede protagonisti politici e criminalità, con anche un cenno alla finanza vaticana. Fino all'Apocalisse finale che riguarda il quadro politico insieme ai protagonisti del film. Evidente e persuasivo il rapporto fra i vizi privati del parlamentare protagonista (Favino) e la criminalità, nella forma di favori e di scambio di convenienze. Per il politico il territorio e la sua gente sono mero oggetto di saccheggio e di piacere: il saccheggio del territorio (quello ostiense) e la riduzione ad oggetto di chi detiene il dono della giovinezza e della bellezza. Chiari i riferimenti alla cementificazione di Ostia, oggi solo parzialmente realizzata rispetto alle visioni che la immaginavano come futura Las Vegas. Chiaro, chiarissimo il rimando alle pratiche del bunga bunga dove il politico spende i risultati del suo agire. Impressionante e -ahimè! - credibile il politico che di fronte alla morte per overdose di una sua vittima, mentre cerca soluzione al problema, nella notte piovosa urina dal balcone dell'albergo sulla città immortale e sfregiata. Qui molto bravo Sollima, il regista, come Favino, il protagonista. Altrettanto credibile il microcosmo della cultura degli ex nomadi con la casa pacchianamente lussuosa in cui tranquillamente si esibisce violenza, abitata da torme di ragazzini vocianti che giocano a pallone fra costosissimi arredi. Perché a loro, agli “zingari”, è affidato l'onore di contenere il calo demografico di un ceto medio (più o meno) che non ama investire nei figli e teme il futuro. Vorrei dire ogni tanto degli interpreti, praticamente tutti bravi e anche eccezionalmente bravi, intenzionalmente – credo – scelti prevalentemente fra romani. Forse non più che buono il romanissimo Claudio Amendola, nel film il superboss che conserva nel cuore gli “ideali” fascisti. Molto convincente il giovane faccendiere e procacciatore di piaceri, Elio Germano (Lavitola?) come il politico PierFrancesco Favino, che potrebbe essere questo, quello, o l'altro ancora, troppi. Senza dimenticare lo sconosciuto per me interprete dello zingaro Anacleti, Adamo Dionisi. Bravissimo soprattutto il giovane Alessandro Borghi, il boss di Ostia, già da me “scoperto” in “Non essere cattivo”. Lì piccolo criminale. Come nel suo film precedente, Alessandro Borghi mi ha accompagnato a scoprire il peggio del litorale in cui ora vivo. A tal proposito non ho potuto non notare che il conflitto a fuoco che vede coinvolti il boss di Ostia con la sua ragazza e gli “zingari” in mezzo a innocenti frequentatori del centro commerciale, è proprio, alle porte di Fiumicino, quello che più sovente frequento per jeans, calzini e porchetta. Voglio dire che mi sono facilmente immaginato lì coinvolto “innocente”, ma responsabile di fare poco o niente. La mia responsabilità però non me lo ha suggerito il film quanto il mio sterile senso di colpa. Il mio ultimo pensiero è sulla fatalità del fenomeno per cui si brucia una foresta per farsi un uovo al tegamino. Continuo a pensare che, a differenza dei più, il costo della cattiva politica non è nella somma delle ruberie dei politici. Tutto sommato pochi miliardi. Se potessi darei loro quell'uovo al tegamino senza costringerli a dar fuoco alla foresta. Pochi miliardi per non costringerli a cementificare il Bel Paese, a intossicarlo coi veleni delle auto, a imbruttirlo con le slot del gioco d'azzardo, i camion, gli ambulanti e i gladiatori dei famosi (a Roma) Tredicine. Ma non saprei come fare a convincere i miei concittadini, gli stessi politici criminali, nonché i criminali di professione. Forse i criminali, politici e non, accetterebbero i miei benefit per poi aggiungere comunque nuovi proventi illegali. Non ci saranno mai miliardi che bastano. Impossibili da godere. Che si lasciano qui quando la vita finisce, magari senza avviso, come nei protagonisti di Suburra. La malattia incurabile è la stupidità dei cinici e feroci che credono di aver capito tutto.

lunedì 25 novembre 2013

L'ultima ruota del carro: un po' per capire da dove veniamo


Con Ernesto Fioretti, il protagonista del film, interpretato da un ottimo Elio Germano, Giovanni Veronesi ci fa attraversare l'Italia dell'ultimo quarentennio con lo sguardo di un ultimo. Uno che vive una vita normale e guarda la storia che gli scorre davanti. Dall'assassinio di Moro, all'Italia da bere socialista, al berlusconismo. Tappezziere come il padre, traslocatore e poi patetico cuoco, convinto per poco alla sicurezza del posto fisso, a costo dell'incompetenza. Infine promosso a collaboratore inconsapevole di faccendieri nella fase della "intraprendenza" craxiana. Sempre un po' tirato per la giacca. Il contraltare un efficace Ricky Memphis, nella parte dell'amico Giacinto, capace di avvertire i tempi nuovi e di farsene comprimario. Esilarante la sua analisi del nascente fenomeno berlusconiano, venti anni or sono, con spiazzante inconsapevolezza. “Un uomo che fa spazio ai giovani e alle donne, molto attento alle donne”. Le risate in sala, coinvolgendo quasi l'intero pubblico, appaiono una sorta di referendum sulla storia dell'ultimo ventennio. Vedremo Giacinto alla fine, per l'ennesima volta risorto, al telefono dalla Cina, l'ultimo mito, l'ultima promessa. Ernesto guarda tutto così, senza disapprovazione apparente e senza convinzione. Per lui la vita è accontentarsi di poco, di un lavoro che piace, della famiglia e dell'affetto di Angela, la moglie. La vita è il respiro del tempo scandito dal succedersi del rituale, nelle feste, della declaratoria della formazione della Roma ad opera del più giovane della famiglia: prima Giannini, poi Totti, etc. Con accennata malinconia. Solo alla fine una caduta verso il peggio. Una grossa vincita al gratta e vinci ( o simile diavoleria), compromessa da un biglietto buttato via dalla moglie ignara. Così Ernesto smette di essere portatore dei sani valori “prolerari” (come si diceva). La scenata furibonda alla moglie consegna il protagonista al prototipo del maschio padrone e violento. Ma poi il rinsavimento, lì nella bellissima inquadratura fra le sterminate immondizie della metropoli romana dove Ernesto cerca inutilmente l'introvabile biglietto. La ritrovata saggezza austera che non abbisogna di fortuna. Così l'Ernesto ritrovato propone, a suo modo, con la felicità del ritorno a casa, un modello di “non-crescita” felice. L'ultima ruota del carro è un buon esempio della nuova commedia italiana, dallo sguardo attento agli epifenomeni dei movimenti sociali. Con il suo ultimo lavoro Giovanni Veronesi si propone erede del Dino Risi di Una vita difficile e dell'Ettore Scola di C'eravamo tanto amati .