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giovedì 23 luglio 2020

I delinquenti in divisa: a Piacenza come a Minneapolis, come quasi ovunque, quasi sempre


Mele marce? Sì, come quelli di Cucchi, di Aldrovandi, etc. etc. etc. Come quelli della Diaz, di Bolzaneto, etc. etc, etc.
Mele marce in una cesta sottratta al controllo democratico e a rischio perenne di infettarsi. Mele esposte al gusto malsano della prevaricazione ed alla impunità. Strano il silenzio, strana la sottovalutazione. Inaccettabile. Come se si avesse paura di irritare il cane che dorme. Come se dovessimo sempre essere grati se mele più o meno marce non ti vengono a casa per pestarti. Come se lo Stato di polizia simil Gomorra in divisa fosse dietro l'angolo.
P.S. Naturalmente la maggioranza di carabinieri e poliziotti è fatta di servitori onesti dello Stato, magari con alcuni distratti. E con questa dichiarazione rituale sono a posto.

giovedì 20 luglio 2017

A proposito dei fatti di Genova


Non ho mai chiamato "sbirro" un poliziotto. Neanche in mente. Solidarizzo con i poliziotti impegnati nell'ordine pubblico. Sono convinto che dovrebbero godere di ben più alta considerazione e retribuzione. Sono molto perplesso anche per quella libertà concessa all'accoltellatore del poliziotto cui esprimo la mia solidarietà e gratitudine. Ciò detto, non ritengo che l'infezione che si manifestò a Genova nei corpi di polizia e fu confermata con Cucchi, Aldrovandi, etc. sia guarita. La notizia che i colpevoli (una parte), scontata la lieve pena, stiano per essere reintegrati nel loro lavoro mi fa gelare il sangue. In ciò peraltro d'accordo con lo scandalizzato Roberto Settembre, già giudice nella Corte d'Appello che giudicò i fatti della Diaz. Con il Jobs act si accetta che anche ottimi lavoratori possano perdere senza colpa il loro lavoro. I poliziotti torturatori invece no. Io non chiedo che non abbiano più lavoro. Chiedo e pretendo che si occupino d'altro: di spalare immondizie o di qualsiasi altra cosa che non li metta a contatto con esseri umani. Lo pretendo in nome della credibilità dello Stato, oltre che per il rispetto dovuto alle vittime.

giovedì 26 aprile 2012

La passione dei vecchi, la ricerca dei giovani e la stanchezza degli altri

Oggi siamo pochi a lezione di inglese nel circolo territoriale Pd di Ostia levante. Entra un signore anziano. Ha voglia di parlare e non sa cosa facciamo attorno a un tavolo né gli interessa. Quindi poggia fra i nostri libri e quaderni ritagli di giornali; c'è una pagina del Messaggero con l'hit parade dei miliardari italiani. C'è Ferrero in testa, non ricordo il secondo, un po' sotto Armani, ancor più giù Berllusconi, etc. L'anziano compagno (così si è qualificato intanto) è scatenato contro Monti che non tassa i patrimoni miliardari, si scandalizza che sia tassata sempre più la sua pensione di 1.500 euro; però lui è con Monti, dice (come diciamo tutti noi del PD). Insomma nessuno sa come dirgli che siamo lì per studiare e anch'io sono un po' contrariato o almeno annoiato a sentire discorsi giusti ma scontati. Poi va via e Simona, giovanissima democratica, ci dice qualcosa dell'anziano compagno. Benedetto (mi pare si chiama così) è un ex professore di latino e greco e soprattutto ha 97 anni. 97. Ora non mi interessa più l'inglese. L'irritazione è verso me stesso. Penso a me fra 20 anni e mi sento di escludere che, se sarò vivo, avrò voglia di ritagliare la pagina del Messaggero, contestare il governo tecnico di Fornero junior e tanto meno dibattere se si tratti di un governo tecnico o tecnico-politico o politico, malgrado le apparenze. Poi vado al cinema a vedere Diaz e mi accorgo di essere solo con quattro coppie di ragazzi attorno ai 20 anni. Non sono una comitiva. Ogni coppia sta su una fila diversa ed è lì per vedere il film, evidentemente per capire cosa accadde a Genova durante il G8 del 2001. Naturalmente mi avveleno lo spirito, rimuginando sull'antropologia dei poliziotti, sul gusto della mattanza, sulla poliziotta che non è più donna ma complice nella umiliazione dell'intimità della giovane arrestata. Anche se fosse successo la metà di quel che il film mostra, sarebbe troppo e intollerabile. E poi i titoli finali che ci ricordano che, per la prescrizione, nessuno pagherà e che nessuno è stato sospeso dal servizio. Così intossicato, solo vagamente consolato dal ricordo dell'anziano compagno che protesta e progetta e magari dalle quattro coppie di ventenni che vogliono sapere cosa accadde a Genova in quei giorni maledetti, sento che il sonno non arriva. Perciò mi confido nel web.

sabato 5 marzo 2011

La violenza come incompetenza

La violenza disgustosa esercitata in una caserma romana verso una donna lì custodita da tre carabinieri e un vigile urbano è stata ampiamente commentata dai media. Io aggiungo un punto di vista da diversa angolatura. Sorvolo sul fatto che i bellimbusti siano ancora in servizio, seppur trasferiti: nell’Italia che un giorno dovremo pur cambiare il posto di lavoro, soprattutto per quelli che lo hanno pubblico, è sacro.
Rifletto invece sulle giustificazioni degli appartenenti alle “forze dell’ordine”: “era consenziente”, “era una cosa amichevole”, “volevamo passare una seratina”, “avevamo bevuto”. Nessuno – che io sappia – ha preso sul serio queste “giustificazioni” che non giustificano niente. Io però sono esterrefatto che quei “professionisti” abbiano potuto pronunciare quelle parole, credendo di giovarsene. Che la divisa procuri in tanti una vertigine di potere e di impunità è un fatto. E’ un fatto che abbiamo toccato con mano nella storia recente, da Genova della Diaz a Stefano Cucchi. E’ un fatto anche che i democratici siano spesso timidi nel denunciare tali soprusi, preoccupati di non perdere simpatie fra le forze dell’ordine. E’ un fatto poi che sempre, e ancor più nell’Italia della precarietà e del mercato del lavoro duale, la famiglia e le risorse amicali si mobilitino nel progetto di assicurare un posto di lavoro stabile e rispettato, al giovane in cerca di “sistemazione”. Nell’anarchia del sistema familistico vincente, dalla Sicilia cuffarizzata, alla Roma di parentopoli e Alemanno, alla Milano di Moratti, le persone assumono ruoli fuori da ogni logica di competenza o incompetenza. Tutte vittime alla fine della propria furbizia o, meglio, di un sistema che induce a coltivarla. Giacché se è “razionale” la mobilitazione della famiglia per ogni suo membro, non è razionale la disattenzione verso i costi che il sistema ci fa inevitabilmente pagare: quando in ospedale siamo operati dal chirurgo raccomandato o quando, in prigione, siamo custoditi dal carabiniere senza vocazione. Chissà, l’operatore ecologico che deve oggi ringraziare Alemanno sarebbe stato un ottimo carabiniere e il carabiniere imbecille sarebbe stato un ottimo operatore ecologico, non dovendo essere chiamato a capire che una persona in cella non è libera e non può essere consenziente, concetto non facilissimo per persona dalle competenze cognitive modeste.
Riassumendo, dal punto di vista delle competenze, gli uomini dell’ordine (per così dire), come persone, hanno dimostrato di non essere capaci di sentire l’altro e i suoi sentimenti; di non essere capaci di chiedere né sesso né, con ogni probabilità, amore.
E, nell’occasione, come professionisti:
1. Credevano che una persona “custodita” potesse esprimere consenso verso le proposte del “custode”
2. Credevano che una ragazza madre, peraltro colta a rubare, fosse di per sé una ragazza disponibile
3. Credevano di violare un imperativo categorico maschile, rinunciando all’opportunità di sesso facile e gratuito
4. Credevano che la solidarietà maschile avrebbe fatto muro contro una improbabile pretesa di diritto.
Insomma, se la competenza è l’insieme delle caratteristiche personali, dei saperi e dei saper fare relativi ad una posizione lavorativa, quei tutori dell’ordine erano assolutamente incompetenti.
Erano incompetenti i loro selezionatori.
Erano incompetenti i loro formatori che avranno preparato splendidi lucidi e powerpoint con le cose inutili che si propongono nei programmi formativi.
Infine siamo cittadini incompetenti noi che scegliamo di occuparci di tutt’altro.