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sabato 15 dicembre 2018

Dei delitti, delle pene e della cura


Ognuno di noi ha la sua personale graduatoria degli orrori. Chi è inorridito soprattutto dagli stupri, chi dalle torture, etc. Io non avrei nulla da obiettare all'ergastolo in questi casi, se non fosse per il rischio di indurre il violento ad uccidere. Ma darei due ergastoli - per così dire - a chi fa violenza sugli inermi nel chiuso delle case e delle istituzioni addette alla cura ed alla custodia. Credo peraltro che ce ne occupiamo troppo poco. Tranne quando qualcuno non dedica la propria vita a rivendicare giustizia. Vedi Ilaria Cucchi. Ma sembra che non sappiamo né punire né tanto meno prevenire le violenze nelle caserme, nelle carceri, nelle scuole d'infanzia nelle cosiddette "case di riposo" degli anziani. Le notizie e le cronache nei pochi casi in cui i sadici vengono scoperti durano solo lo spazio di un giorno. Poi più nulla sappiamo di processi e sanzioni. Forse non vogliamo sapere, avendo nipoti o genitori affidati a sconosciuti. A modo mio con questo post minimamente riparo, ricordando l'ennesimo caso, quello nella casa di riposo nel riminese. Anziani abbandonati al freddo e alla fame. Uno sguardo politico mi suggerisce che la causa è da un lato nella ricerca del profitto massimo nei privati. Dall'altro lato nell'incompetenza degli operatori, se è vero che sistema valoriale, oltre ai saperi professionali, è parte della competenza (o incompetenza) di poliziotti, insegnanti ed operatori socio-sanitari. Ma la politica a sua volta non ha priorità valoriali congrui, né competenze né convenienze nel dare priorità al tema. Ha più convenienza a promettere meno anni di lavoro e più deficit in barba a Bruxelles, deficit che contribuirà ad elevare il debito e così giustificare l'impossibilità di rimuovere ingiustizia e sopraffazione degli indifesi.

giovedì 14 agosto 2014

Lo sguardo paterno


Tra le diverse occasioni di animazione ad Ostia l'altra sera ho scelto la rassegna filmica “L'etica libera la bellezza” . Si propone Biutiful cauntri , sul disastro colpevole nella terra dei fuochi. Ne avevo visto solo una parte a suo tempo e non mi va bene neanche stavolta. Riesco a vedere l'incredibile visita di Bertolaso nella terra dei veleni, con la gente che gli chiede conto. Lui che usa un volgare diversivo protestando perché lo chiamano “onorevole”. Come – ricordate? – quel prefetto che fa la scenata tempo fa al prete anticamorra perché ha chiamato “signora” invece che “eccellenza” un prefetto donna. Esempi da manuale di una classe dirigente irresponsabile. Ma – dicevo – vedo poc'altro e sono costretto a fuggire dopo una mezz'ora per aggressione da zanzare. Nessuno normalmente ti chiede nulla se lasci un cinema o un locale. Tanto hai pagato il biglietto. Stavolta è diverso. Gli spettatori non sono tantissimi. Cabaret e canzonette sul lungomare prevalgono. Mi si avvicinano una ragazza e un ragazzo poco più che ventenni. Tentano di capire. “Poi c'è un altro film” mi dicono. Spiego il problema zanzare. “Domani metteremo la citronella” mi rassicurano. Anch'io rassicuro loro: “Tornerò”. Sono dispiaciuto più di loro. Per averli delusi, più che per il film perduto. Loro sono parte di Cinemovel Foundation, convenzionata col Comune per l'estate romana e aderente a Libera. Che io vada o resti non è indifferente per loro, per la loro passione di cinefili e per il loro impegno di militanti, ai nostri giorni frequentemente deriso. Adesso mi è chiaro che sto esercitando il mio sguardo paterno. Quel mix di sentimento di apprensione e di “tifo” con cui talvolta guardiamo al faticoso farsi largo dei giovani oggi. A volte è come se volessimo soffiare su vele incerte che non prendono il largo. E mi sembra proprio uno sguardo paterno questo, non solo genitoriale. Madri e sorelle custodiscono e proteggono corpi vivi o morti e memoria, fin da Antigone. Come la sorella di Cucchi, la madre di Aldrovandi, etc. Noi padri – quando (più spesso) non siamo assenti – proviamo a soffiare su quelle deboli vele. Pur temendo il naufragio. Mi viene in mente il confronto fra le mie emozioni e quelle di mia moglie quando mia figlia lavorava alla sua tesi. Riguardava i writer (graffitari). Lei girava a tarda sera cercando il contatto con gli anonimi “artisti” di strada. Pur condividendo sentimenti, in mia moglie prevaleva l'apprensione; in me quel soffiare sulle vele. Con la difficile ricerca di sintesi: “Fallo, se serve, ma stai attenta e fatti accompagnare, magari a distanza”. Ci sto pensando ascoltando l'intervista al padre di Simone Camilli, ucciso a Gaza. Un padre fiero e senza lacrime. Ci penso leggendo l'intervista al padre di Vanessa Marzullo, una delle due volontarie rapite in Siria. Contro il cinismo volgare di chi fa calcoli su quanto costerà il riscatto eventuale per le rapite. Insomma, stasera forse mi armerò contro le zanzare e vedrò Generale su Alberto Dalla Chiesa o riproverò con Fortapàsc a ferragosto. Apritevi, vele.

sabato 22 ottobre 2011

La passione di Gheddafi, come Cristo in croce

E’ strano che io, ateo, debba cercare condivisione e conforto in Cristo. I cristiani non contesteranno l’analogia fra il calvario del dittatore e quella di Cristo. Credo. Sennò, pazienza. Mi è mancato il respiro, gli occhi mi si sono gonfiati di lacrime e ho odiato la mia appartenenza alla razza umana. Questa la mia reazione alle scene bestiali che la TV mi ha mostrato. Avevo registrato il compiacimento dei leader europei e statunitensi, il requiem incredibile e gaglioffo del nostro premier “sic transit gloria mundi”. Gli intellettuali e gli opinionisti del civile Occidente hanno preso le distanze: non doveva morire così. Poi hanno preso le distanze dalle distanze: non dimentichiamo le stragi operate dal dittatore e le torture sugli oppositori e comprendiamo la rabbia di un popolo. Comprendiamo o giustifichiamo? Il comprendere è dono dell’intelligenza, la giustificazione che assolve in nome della legge del taglione è figlia della barbarie. Qualcuno mi dice che la mia emozione è indotta dai mass media. Abbiamo visto lo scempio sul corpo ferito e poi ucciso di Gheddafi. Non abbiamo visto altri e numerosi scempi di cui furono autori gli uomini del dittatore. Vero. Infatti piangendo per Gheddafi piango per le sue vittime. So anche che è una storia che si ripete, naturalmente. I cadaveri di Mussolini, dei gerarchi e di Claretta per terra a Piazza Loreto. Tra la folla c’è chi lancia ortaggi sui cadaveri, chi esplode colpi di pistola sui corpi, chi orina sul corpo della Petacci. E nessuno, no, fra le autorità del nuovo ordine democratico nascente che sappia sfidare l’impopolarità, contrastando lo scempio. Poi i corpi appesi e l’intimità di Claretta (colpevole di che? Di avere amato un dittatore), priva di biancheria, pietosamente protetta, prima con uno spillone da una anonima Maddalena, poi dalla cintura di un sacerdote, cappellano della Resistenza: i giusti e pietosi da cui ripartire . Non credo che la Resistenza – con lo Stato democratico cui diede vita - che celebriamo e che celebro possa mai veramente sanare quelle sfregio. E’ parte ineliminabile della nostra formazione, del legno storto della nostra umanità: qualcosa che silentemente ispira le viltà e le ferocie di ogni giorno. “Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’ altrui”. I versi del Foscolo sono nelle mie orecchie in queste ore orribili. Il civile Occidente ripudia i linciaggi. Ai nemici la morte vien data senza guardarli negli occhi, senza odio, professionalmente. Anche agli innocenti se il massacro serve a impedire morti più numerose. Come a Hiroshima e Nagasaki. Anche a distanza di anni e decenni nel caso di esecuzioni capitali. Come avvenne con Charil Chesmann – prima assassino (forse), poi scrittore – per il quale non si poté fermare la macchina anonima e burocratica che lo consegnò alla camera a gas. Grazie alla “invenzione” dei tribunali e della giustizia, il colpevole non è più linciato per strada. Al più è torturato e ucciso a Guantanamo e nelle caserme di polizia e carabinieri. Senza darne spettacolo. Dobbiamo sapere apprezzare questo. Dobbiamo ricordarci di apprezzare questa misura e questa ipocrisia. E’ il segno che qualcosa nel disegno di incivilimento tiene e non consente di esibire l’infamia. Non so se saprebbero essere d’accordo le Antigone dei nostri giorni, Lucia e Ilaria, sorelle di Giuseppe Uva e di Stefano Cucchi. Ho detto per Chessmann di una macchina burocratica che non si riesce a fermare. Volevo ricordare che forse nessuno allora – anche fra i più colpevolisti – avrebbe schiacciato il bottone per uccidere l’assassino, dodici anni dopo la condanna. Era sentimento comune che l’uomo che si mandava a morte era un altro uomo rispetto a quello condannato a morire atrocemente. Solo non si può dichiarare questo. Dobbiamo fingere di credere all’identità e alla responsabilità di ogni uomo, per sempre. Dobbiamo credere che il fiume x sia sempre quel fiume, anche se nulla resta delle acque che lo costituivano. D’altra parte credere nel cambiamento è credere nella educabilità dell’uomo: educabile dalla scuola, dagli eventi, dalle tragedie. Così io credo che il Gheddafi colpito dai civili razzi della Nato (ma il mandato dell’Onu non era limitato alla no fly zone?) e poi oltraggiato e ucciso dalle folle selvatiche non fosse più il dittatore probabilmente assassino, sicuramente tronfio e vanitoso, cui si offrivano giovani vergini. Lì nella Sirte c’era un’altra persona, un animale ferito, solo e atterrito, che chiedeva pietà e ha visto l’inferno. Vorrei poterlo consolare, insieme alle sue vittime. Non posso dirgli, da miscredente, le parole che Cristo pronunciò verso il ladro e assassino che gli moriva accanto, pentito, altro uomo (come io traduco), promettendogli il paradiso. Potrei dirgli: è successo, ma è passato. Non hai memoria per fortuna del male che hai fatto e che hai ricevuto. Potrei citargli Lucrezio e la promessa dell’oblio, morire come non essere nati: “come nulla sentimmo quando i Cartaginesi invadevano le nostre contrade, nulla sentiremo…” (De rerum natura III, 2). Potrei dirgli: “ l’Onu e Amnesty International sembrano voler indagare sull’assassinio e rendere giustizia a te che fosti ingiusto.” Che non tutto è perduto ancora per l’umanità.

sabato 5 marzo 2011

La violenza come incompetenza

La violenza disgustosa esercitata in una caserma romana verso una donna lì custodita da tre carabinieri e un vigile urbano è stata ampiamente commentata dai media. Io aggiungo un punto di vista da diversa angolatura. Sorvolo sul fatto che i bellimbusti siano ancora in servizio, seppur trasferiti: nell’Italia che un giorno dovremo pur cambiare il posto di lavoro, soprattutto per quelli che lo hanno pubblico, è sacro.
Rifletto invece sulle giustificazioni degli appartenenti alle “forze dell’ordine”: “era consenziente”, “era una cosa amichevole”, “volevamo passare una seratina”, “avevamo bevuto”. Nessuno – che io sappia – ha preso sul serio queste “giustificazioni” che non giustificano niente. Io però sono esterrefatto che quei “professionisti” abbiano potuto pronunciare quelle parole, credendo di giovarsene. Che la divisa procuri in tanti una vertigine di potere e di impunità è un fatto. E’ un fatto che abbiamo toccato con mano nella storia recente, da Genova della Diaz a Stefano Cucchi. E’ un fatto anche che i democratici siano spesso timidi nel denunciare tali soprusi, preoccupati di non perdere simpatie fra le forze dell’ordine. E’ un fatto poi che sempre, e ancor più nell’Italia della precarietà e del mercato del lavoro duale, la famiglia e le risorse amicali si mobilitino nel progetto di assicurare un posto di lavoro stabile e rispettato, al giovane in cerca di “sistemazione”. Nell’anarchia del sistema familistico vincente, dalla Sicilia cuffarizzata, alla Roma di parentopoli e Alemanno, alla Milano di Moratti, le persone assumono ruoli fuori da ogni logica di competenza o incompetenza. Tutte vittime alla fine della propria furbizia o, meglio, di un sistema che induce a coltivarla. Giacché se è “razionale” la mobilitazione della famiglia per ogni suo membro, non è razionale la disattenzione verso i costi che il sistema ci fa inevitabilmente pagare: quando in ospedale siamo operati dal chirurgo raccomandato o quando, in prigione, siamo custoditi dal carabiniere senza vocazione. Chissà, l’operatore ecologico che deve oggi ringraziare Alemanno sarebbe stato un ottimo carabiniere e il carabiniere imbecille sarebbe stato un ottimo operatore ecologico, non dovendo essere chiamato a capire che una persona in cella non è libera e non può essere consenziente, concetto non facilissimo per persona dalle competenze cognitive modeste.
Riassumendo, dal punto di vista delle competenze, gli uomini dell’ordine (per così dire), come persone, hanno dimostrato di non essere capaci di sentire l’altro e i suoi sentimenti; di non essere capaci di chiedere né sesso né, con ogni probabilità, amore.
E, nell’occasione, come professionisti:
1. Credevano che una persona “custodita” potesse esprimere consenso verso le proposte del “custode”
2. Credevano che una ragazza madre, peraltro colta a rubare, fosse di per sé una ragazza disponibile
3. Credevano di violare un imperativo categorico maschile, rinunciando all’opportunità di sesso facile e gratuito
4. Credevano che la solidarietà maschile avrebbe fatto muro contro una improbabile pretesa di diritto.
Insomma, se la competenza è l’insieme delle caratteristiche personali, dei saperi e dei saper fare relativi ad una posizione lavorativa, quei tutori dell’ordine erano assolutamente incompetenti.
Erano incompetenti i loro selezionatori.
Erano incompetenti i loro formatori che avranno preparato splendidi lucidi e powerpoint con le cose inutili che si propongono nei programmi formativi.
Infine siamo cittadini incompetenti noi che scegliamo di occuparci di tutt’altro.