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lunedì 9 marzo 2020

Patate, esterofilia e Americafobia


Ad Ostia tutti i fruttivendoli sono egiziani. Dispero di capire come si sia realizzato il monopolio. Oggi mia moglie ha consentito a cercare insieme a me le patate dolci, "americane", un mio moto nostalgico proveniente dall'infanzia e dai miei nonni materni. Le chiediamo ad una bottega, egiziana naturalmente. "Avete patate dolci americane"? Il giovane risponde: "Dolci egiziane. Perché americane"? Non ero culturalmente attrezzato a replicare. E poi avevo capito vagamente il senso della provocazione. Mi sono riservato di approfondire. Quello, il giovane egiziano, si spiega meglio: "Gli americani pensano ai fatti loro: Trump, dazi. Chiamiamole patate dolci e basta". Un conato anti-americano e contro la potenza Usa prepotente ed una larvata critica forse al provincialismo e all'esterofilia italica. Però, accidenti, le patate dolci sono americane!. L'incontro con l'egiziano mi ha costretto a spendere un'ora e più di ricerca in rete. Le patate dolci sono americane come le altre e comunque le due patate in comune hanno solo il nome, appartenendo a due distinte famiglie di ortaggi. Mi preparo così al prossimo incontro con l'egiziano.

venerdì 17 marzo 2017

L'egiziano molto italiano


Del fatto che noi italiani - i giovani soprattutto - siamo, per ragioni che non conosco, primatisti (e ossessivi) nel consumo di cellulari, ho avuto empirica conferma, dopo quella di cui ho detto in altro post, stamattina. Vado a prendere, con mia moglie, sole e caffè nel bar storico dell'isola pedonale. Ai tavolini gente di ogni età e di ogni nazionalità. Gli stranieri concentrati col mitico cappuccino. Ci sono anche due giovanissimi fidanzati, italiani. Col cellulare sul tavolino. Ovviamente. Parlano pochissimo. Il cameriere, egiziano, ma molto, molto italiano, chiede cosa desiderino. "Due cornetti" "E da bere"? "Niente". Lui capisce. Lui, molto italiano, che ci fa strapagare, come da listino al tavolo, due caffé comprensivi del sole e della gradevole piazza, suggerisce alla coppia giovanissima di scegliere e pagare i cornetti alla cassa e portarli da soli al tavolino. Esempio di giustizia distributiva italiana, fai da te. I fidanzatini consumano velocemente i due cornetti. Poi. ognuno col suo cellulare, loro vicinissimi e lontanissimi, ognuno col suo mondo distante.
P.S. Chissà perché non ho nessuna voglia di parlare di Lotti, Minzolin e cose così.

lunedì 8 febbraio 2016

Giulio


Con Giulio Regeni ci lascia uno della "meglio gioventù" d'Italia. Un altro. Molti e molte della meglio gioventù lasciano questo Paese, apparentemente senza rancore. Semplicemente vanno altrove. Per studiare, per lavorare. Dove pensano che abbia senso studiare e lavorare. Dove pensano che si trovi relazione fra impegno e riconoscimento. Ci lasciano senza polemiche alle quali faremmo spallucce. Ci lasciano ad azzuffarci sui socialnetwork, a competere su chi ce l'ha più duro, a fare "buu" dalle curve degli stadi, a tentare fortuna con le slot machine. Ci lasciano ai nostri intrallazzi con sindaci, assessori e deputati, agli intrallazzi familistici e "altruisti" ovvero per i nostri figli. Vanno dove si impara, anche perché succedono cose. Nelle Università prestigiose e meritocratiche di Usa o Regno Unito. Oppure vanno ad imparare donandosi. Donandosi alle Cause che valgono. Vanno con coraggio e giovanile imprudenza. I genitori di questa parte della "meglio gioventù" mi sembrano somigliarsi tutti. Li immagino in trepidazione e in angoscia. Ma nessuno che tenti davvero di dissuadere. E neanche lacrime vediamo quando quelle ragazze e quei ragazzi ci lasciano per sempre. Quando quella meglio gioventù ha il torto di non morire, ma è magari rapita da una banda armata, la "peggio Italia" ha rigurgiti di fiele. "Quanto si è pagato per il riscatto"? "Quanto è costato, per quota, a me che non sono testa calda"? La "peggio Italia" è bravissima in questi conti. Mentre è incapace di fare conti di ben altra grandezza. "Quanto costa all'Italia privarsi delle proprie giovani intelligenze dopo averle formate"? "Quanto costa all'Italia lasciare inattivi milioni di giovani". Oggi alegggia lo spettro di un altro calcolo. Giulio era in Egitto per studiare e capire. Certamente studiava non con la asetticità di un ricercatore di scienze esatte, ma con l'inevitabile coinvolgimento emotivo senza il quale non si fa ricerca sociale e politica, in genere e soprattutto in un Paese come l'Egitto. Nulla ho da obiettare al governo italiano che è apparso fermo nel pretendere spiegazioni non di comodo. Obietto invece preventivamente ai calcoli che sento aleggiare su quanto peso debbano avere i nostri interessi economici con quel Paese governato da un tiranno. Sarebbe bello e sarebbe utile che dalla "meglio Italia" si levasse un coro: "Quei conti non contano niente". "Vogliamo verità e giustizia, costi quel che costi". Un Paese capace di mandare al diavolo i nemici della democrazia darebbe autostima ed energia alla "meglio gioventù" e alla "meglio Italia".