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giovedì 19 febbraio 2015

Inattualità della lotta di classe e del sindacato. O no?


Michele Ferrero (Nutella, Kinder, etc.), forse l'uomo più ricco d'Italia, muore. Dicono fosse un grande imprenditore e - pare - un imprenditore illuminato, paterno e generoso di servizi ai dipendenti e alle loro famiglie. Grande rimpianto della città di Alba e omaggio del premier. Pare che nella sua azienda non si fosse mai verificato uno sciopero. Il premier fa anche visita a Marchionne. I successi della Fiat - dice il premier - lo hanno gasato. Marchionne ricambia più o meno così: "Mai nessuno aveva fatto tante cose in 13 mesi". A Pomigliano giorni fa lo sciopero indetto dalla Fiat è un flop pauroso ammesso dallo stesso Landini. E come non ammetterlo? Contro gli straordinari del sabato hanno scioperato solo in 5, tutti delegati sindacali. Il 31 dicembre scorso, in occasione della visita di Renzi a Tirana, il premier Albanese, Edi Rama, uomo comunicativo, ex giocatore di pallacanestro, musicista, già sindaco, socialista (che non so bene cosa significhi oggi), insomma abbastanza somigliante al nostro premier, invita gli imprenditori italiani ad investire nel suo Paese. Lì non ci sono sindacati né scioperi, assicura il leader socialista. Ma forse fra poco non ci saranno più neanche in Italia. Perché dovrebbero esserci? Conta trovare un datore di lavoro illuminato. Ma se anche non lo si trova, il sindacato e lo sciopero sono egualmente inutili. La spada di Damocle del licenziamento individuale o collettivo e della globalizzazione spegne ogni pretesa redistributiva. Né al sindacato è permesso ormai scendere in politica, protestare per questo o proporre quest'altro. Se osa, cori di improperi sono pronti sulla stampa e nel web. In epoca berlusconiana si poteva fingere di trattare (legge Biagi e cose simili). In realtà si otteneva esattamente quanto il governo aveva già deciso. Un rituale in cui fu specialista il collateralismo della Cisl e che serviva solo come foglia di fico, pretesto per giustificare l'esistenza della casta sindacale. Meglio ora quindi con il sindacato platealmente in angolo e beffeggiato. La lotta di classe è finita. Ed è finito anche il sindacato. A meno che... A meno che all'unità del capitale che non conosce patria alcuna, non si opponga l'unità dei lavoratori. Italiani, albanesi,cinesi, etc. Inverosimile, vero? Beh, quasi. Anche se mi piacerebbe occuparmi di questo, come di ogni cosa difficile e che vale. Prepariamoci quindi alla crescente osmosi di redditi e condizioni di vita. Aspettiamo che i cinesi ci raggiungano fra qualche decina di anni. E speriamo che ai nostri figli e nipoti la sorte regali un imprenditore paterno. P.S. Scritto in un momento di lucido malumore.

martedì 4 settembre 2012

Quelli di Alcoa e di Sulcis e quelli invisibili


I lavoratori di Alcoa che marciano su Roma. I minatori della Sulcis che si autosequestrano sottoterra circondati di esplosivo, ricatto non nominato contro la violenza del mercato che non si chiama violenza. Centinaia di lavoratori in lotta per la difesa del posto di lavoro. Loro quelli più combattivi e più fantasiosi, loro i gruppi più numerosi, loro quelli di cui si parla. Ma i tavoli della crisi sono centinaia. I lavoratori che mensilmente perdono il lavoro migliaia. Quelli che rischiano di perderlo decine, centinaia di migliaia, quelli che lo hanno perso milioni. Più numerosi ancora quelli che hanno smesso di cercare lavoro e non chiedono più nulla. Prima di continuare dico subito che tutti potrebbero e dovrebbero essere salvati o recuperati a un lavoro e un progetto. Però mi si dice che tutti non si può. Cominciamo con quelli che non si può. Non si può (non conviene) dare un lavoro a chi non lo ha mai avuto o lo ha perso da un pezzo. Fra tante emergenze loro non sono una emergenza. Non chiedono niente allo Stato. Sono donne tornate a casa ad occuparsi di bambini e genitori anziani. Sono giovani fuggiti all’estero. Sono uomini e donne che tirano a campare con un lavoretto in nero o delinquendo o chiedendo un reddito alle cosche. Queta non movere. Non sono un problema di ordine pubblico. Non si può dare un lavoro ai lavoratori licenziati dalle piccole e medie imprese in crisi. Alla commessa licenziata dal negozio che vede dimezzati gli acquisti di coca cola, patatine fritte o bermuda. Al manovale licenziato dall’impresa edile che non trova più nessuno e niente per cui cementificare. Sì, beh, si potrebbero pagare i crediti contratti verso la pubblica amministrazione. Vedremo di pagare qualcosa. Si salveranno mille. E gli altri centomila? Pazienza. Così per i precari storici e invecchiati della scuola o per i giovani laureati che vorrebbero insegnare. Chi scegliere? Facciamo metà e metà. Geniale! Sì certo si può fare un po’ di ammuina, spostare di qua, rinviare questo o quello promesso o deciso. Tanto chi se lo ricorda? Si potrebbe rilanciare la liberalizzazione berlusconiana delle ristrutturazioni: un piano in più qua, un garage là. Tanto il prezzo dell’Italia insicura e imbruttita lo pagheranno le future generazioni. Ma ci sono quei rompiscatole degli ecologisti e c’è il professor Settis e gente come lui, intellettuali che nulla sanno di economia e strepitano e lanciano il discredito sul paese se crolla un muro sul Pincio o qualche rudere a Pompei. Insomma praticamente non si può far nulla. Si può aspettare che la ruota misteriosa dell’economia giri. E intanto mettere in moto per quel che si può (se si può) il motore macroeconomico, quello che iniettando denaro salverebbe mille o un milione di posti, rigorosamente anonimi, perché la macroeconomia non conosce curricula e carte di identità, se non all’ingrosso. Sì, però salterebbero i conti, l’Europa e i mercati ci punirebbero. Allora facciamo finta di sapere come fare. Questi soldi li togliamo per mettere a posto i conti, poi li restituiamo per il capitolo sviluppo. Lo sviluppo è una cosa così. Di che parliamo domani in Consiglio dei ministri? Parliamo di pensioni? Parliamo di diritti civili? No, quelli il mese prossimo, domani parliamo di sviluppo. Domani risolveremo il problema dello sviluppo. Quello che non abbiamo risolto in quest’ultimo anno perché c’erano altre priorità. Quello che non abbiamo risolto negli ultimi decenni con lo stop and go della macroecomonia e con i provvedimenti per la Fiat. Già quanta saggezza in Giuseppe Bortolussi (CNA di Mestre) che diceva: "Vi siete chiesti quanti manutentori meccanici hanno perso il lavoro per le rottamazioni che salvavano posti di lavoro in Fiat?" Già, gli invisibili. Intanto risolviamo il problema dei minatori, quello più esplosivo (metaforicamente e no). Facciamo finta di aver realizzato la quadratura del cerchio, che ciò che era fuori mercato ridiventi competitivo - oplà, come in un gioco di prestigio – nascondendo come si può il costo attribuito allo Stato. Perché altro non si può. Non si può con queste regole. La verità dell’economia reale tace. L’evidenza direbbe che i bisogni umani sono sterminati. Che si potrebbe/dovrebbe armare di zappa o computer l’esercito di inoccupati, prendendo le risorse dove sono disponibili, abbondanti e sterili (rendite, evasione, ricchezze spropositate). E che se – per assurdo -non ci si riuscisse, pur volendolo, bisognerebbe chiedere a padri e nonni di consegnare l’equivalente delle sterili paghette per acquistare zappe e computer per figli e nipoti. Sembra evidente e razionale. Ma gli invisibili tacciono e non chiedono niente. E noi chiamiamo l’assurdo “realismo”.