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giovedì 6 febbraio 2020

1917: il grande massacro





Candidato all'Oscar come film, regia, sceneggiatura. Film ben costruito, quello di Sam Mendes con George MacKay e Dean-Charles Chapman ( ed un cammeo di Colin Firth). Non un capolavoro però e forse neanche da Oscar Mi aspetterei invece tanti Oscar per l'ultimo Loach, quello di "Sorry we missedi you". 2017 è una storia esemplare di coraggio e di solidarietà cameratesca. Il protagonista affronta un viaggio nel territorio di nessuno fra le linee del suo esercito e quelle dei tedeschi per consegnare un messaggio che può salvare un battaglione dal massacro. L'aspetto più crudo e più efficace del film è in quei cadaveri abbandonati di commilitoni e nemici calpestati nel viaggio: rappresentazione puntuale di quella guerra di trincee, di assalti e carneficine. Non evidente però – se c'è nelle intenzioni – un messaggio antimilitarista. Nulla di paragonabile in questo con i "miei" classici pacifisti del cuore: da "All'ovest niente di nuovo" di Lewis Milestone, ad "Orizzonti di Gloria" di Stanley Kubrik, con la migliore prova di Kirk Douglas proprio oggi scomparso (a 103 anni) fino all'italiano "Uomini contro" di Francesco Rosi, con GianMaria Volontè.

martedì 4 ottobre 2016

Il mio Fuocammare

 Ribadisco che non esistono film, romanzi, opere d’arte, in sé, a prescindere da chi vi viene in contatto e dal momento in cui avviene il contatto. Ieri in Tv ho rivisto Fuocammare di Gianfranco Rosi. E mi ha preso più e diversamente rispetto a quando l’ho visto sul grande schermo. Più o meno quanto mi prese a suo tempo Sacro Gra dello stesso autore. Entrambi film-documento, entrambi frammenti arditamente connessi in un contenitore spaziale: il grande raccordo anulare di Roma e l’isola di Lampedusa (guarda caso rispettivamente nei pressi di dove vivo oggie di dove vivevo una volta). In Fuocammare la vita di Lampedusa procede eguale a se stessa con pochi contatti con il mondo che irrompe dal Mediterraneo dei migranti. Penso di aver visto un film diverso per la ragione che d’improvviso lo vedevo con gli occhi della riscoperta e della nostalgia. Giacché, per ragioni che non conosco, d’improvviso la vita dal ragazzino Samuele e della gente attorno a lui e dei colori, suoni e sapori, mi hanno prodotto la nostalgia di una Sicilia in cui vivevo fino a pochi anni fa e che d’improvviso mi sembra di non aver mai conosciuta. Troppo occupato a capire gli astratti comun denominatori del mondo. Perdendo sempre più la concretezza di colori, suoni e sapori. Sicché l’aria di “E vui durmiti ancora” che la stazione locale di Lampedusa nel film di Rosi trasmette mi fa ricordare con un tuffo al cuore che scoprii quel canto da mia madre che tanto tempo fa -non so perché - volle intonarlo mentre mi stava accanto. Anch’io facevo come lui, come Samuele, intagliando le “pale” di ficodindia per disegnarvi volti. Lo avevo dimenticato. D’improvviso sento l’odore della pala incisa e il calore dell’estate siciliana. Avevo dimenticato anche questo. Anch’io foggiavo fionde, pur senza essere mai riuscito a colpire un volatile. Mi sono stupito soprattutto che nei giochi e nella vita di Samuele sia del tutto assente la vita senza odori, sapori e sensazioni tattili della rete. Stupito della sua curiosità per la vita trascorsa degli adulti, fin nei dettagli (“Quanto stavi in mare? Un anno? Meno di un annoi?), per il suo recepire lezioni dai grandi e il suo impartire lezioni di fionda al più piccolo. Lampedusa oggi come la Sicilia di 60 anni fa che non saprei ritrovare lì dove vivevo. Con ruoli, pratiche e valori fermi e condivisi. Lì avviene l’impatto col nuovo mondo, quello in cui si scommette la vita in un viaggio per mare, un mondo in cui tutto è opinabile, nessuno educa nessuno, tutto è occasione di conflitto.

domenica 28 settembre 2014

Italy in a day.Come la corazzata Potemkin?


Beh, scherzo. Per fare appello alla libertà di espressione, di amare e non amare, rivendicata dal ragioniere Fantozzi nel grido liberatorio: "La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca". Nulla di simile di fatto per l'opera di Salvatores, e ancor meno per quella di Ėjzenštejn vorrei dire; però difendo il principio. Col supporto decisivo di Rai Cinema, Gabriele Salvatores ha operato il tentativo ambizioso di fotografare l'Italia in un giorno qualunque: il 26 ottobre del 2013. Di spiegare l'Italia. Di esibirne l'ipotetico tessuto connettivo. Per fare questo e pensando di fare opera di realismo, ha invitato gli italiani a mandare i loro filmati più o meno dilettanteschi e maldestri, ma “reali” cioè con gente reale che nasce, lavora, gioca, vive e muore. Da più di 40.000 filmati ricevuti ha ricavato il suo film. Con un'opera di selezione che ha impegnato una forte squadra. E con un montaggio che è il film, insieme alla selezione. Voglio dire che ovviamente dagli stessi 40.000 filmati 10 autori diversi avrebbero realizzato 10 film diversi e raccontato 10 Italie diverse. Sarebbe stata un'Italia meno vera quella ipoteticamente inventata con sceneggiatura preesistente e attori professionisti? Non credo. Credo il contrario. Pur senza attori ma con libertà assoluta di scelta, ad esempio, l'autore assai meno celebre di Sacro Gra, Gianfranco Rosi, ha realizzato un'opera assai più emozionante e convincente sulla vita del Grande raccordo anulare romano e sulle tristezze delle vite di chi vi vive attorno. Fino a sentire e farci sentire la cupa routine dei necrofori filmati mentre al cimitero di Prima Porta operano riesumazioni. Assolutamente coerente con la malinconia e la dolcezza dell'operatore del pronto soccorso che assiste la madre affetta da Alzheimer. Di Italy in a day mi restano frammenti, note sparse, senza melodia che vi dia senso. L'emozione intensissima del padre che assiste alla nascita del figlio. Lo stupore disperato del pensionato che lamenta: "Dirigevo un'azienda. Ora non sono nulla. Anche se so di poter essere utile". Oppure lo sguardo dell'imprenditore sul suo parco mezzi inutilizzato perché la mafia non gli consente di lavorare. O il regredire senile, anche qui, come nel Sacro Gra (quasi un calco), nel rapporto con il figlio a stento riconosciuto. Insomma, Salvatores ha selezionato non so con quale sguardo ed io ri-seleziono col mio sguardo, istintivamente attento al declino. P.S. Titolo inglese, come ogni cosa che voglia apparire importante oggi in Italia. Vedi Jobs Act. O forse ironia? Se ironico, non si comprende.

lunedì 3 marzo 2014

Matteo Salvini, l'arte, la grande bellezza e la grande bruttezza


Ci sono quelli capaci di enunciare una evidente verità e poi costruirci sopra deduzioni e corollari improponibili. Fra questi Matteo Salvini che commenta freddamente l'Oscar a Sorrentino e a La grande bellezza. Orbene, il segretario della Lega Nord si rammarica che il cinema italiano non porti nel mondo esempi della fatica e del lavoro italiano, più che parodie del bunga bunga e cose simili. Similmente Berlusconi contestò Saviano e Gomorra che esportava, a suo dire, l'immagine di una Italia camorristica. Credo che Salvini e Berlusconi non capiscano davvero. Certo, sarebbe bello esportare l'immagine di una Italia non cialtronesca e non mafiosa e vincente contro le cialtronerie e le mafie. Salvini e Berlusconi non riescono a capire però che l'intelligenza e la rappresentazione del male è già in sé contrasto al male. Dovremmo spiegare a Salvini e a Berlusconi cos'è un'opera d'arte. Peraltro il cinema italiano non solo ha raccontato la grande bruttezza culturale della classe dirigente nel film di Sorrentino e la grande bruttezza architettonica e sociale in film come Sacro Gra di Gianfranco Rosi. Ha raccontato anche il lavoro e la sua etica in film come L'ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi. Lì la distesa immane dell'immondizia nella discarica romana sulla quale il protagonista sdraiato ritrovava la sua umanità era davvero La Grande bellezza. Ma come spiegare a Salvini e a Berlusconi che una distesa di immondizie può essere sublimata e resa splendida dall'arte? Io non ci riuscirei.

domenica 6 ottobre 2013

Sacro GRA, l'inferno che abbiamo costruito


Sacro GRA di Gianfranco Rosi è un documentario “recitato”: storie parallele attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma. Storie di solitudini disegnate dall'architettura che abbiamo inventato. Avendo visto prima La grande bellezza, mi è spontaneo pensare che questo film ne è la replica come una sorta di La grande bruttezza. La bellezza scioccante di Roma e la bruttezza scioccante di ciò che la alimenta. Il territorio inciso da un grande progetto viario che ha lasciato ai suoi margini l'antico, insieme a nuove orride escrescenze. L'antico sono le pecore pascolanti sulla collina sovrastante il raccordo, indifferenti alla sua vita metallica. L'antico è l'anguillaro espertissimo che non sa a chi trasferire la sua sapienza. Alle pseudo verità e ai disastri del sapere globale impavido oppone la sconfitta sapienza antica che racconta alla donna silente. Silente perché non c'è nulla di cui valga la pena parlare. Antiche sono le palme divorate dai parassiti e inutilmente moderno è lo scienziato hobbista che le studia non si sa bene perchè. Antico il nobilastro dell'ignoto ordine nobiliare che intreccia rapporti con altrettanti ignoti notabili dell'est europeo. Il nuovo è sempre orrido e triste. I palazzoni quasi disabitati da cui ci si affaccia per scrutare indizi di vita o intravvedere Roma lontana. Le ragazze immagine nel localino così così, l'immigrato che negozia con la paziente prostituta prestazioni low cost. E poi il pezzo più cupo e meno recitato. I necrofori al lavoro, dettagliatamente seguiti mentre liberano le bare dal cemento, le aprono e portano via i resti in un mondo che appare immane produzione di cadaveri, oltre che di merci. La professionalità, la routine di un lavoro inventato perché decidemmo che nessuno dovesse più occuparsi dei propri morti. E infine l'operatore del 118 che soccorre le vittime del GRA, con vite che si rincorrono, ignote e indifferenti ognuna alle altre. Lì anche l'eccezione di vera umanità. La tenerezza senza riserve dell'operatore accanto alla madre demente. L'amore, insomma, quello vero e gratuito. Non quella cosa che gli uomini chiamano amore per sentirsi autorizzati a far male. Infine i monitor che a decine seguono la normalità del Grande Raccordo Anulare. Ignorando lo scempio circostante.