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martedì 27 febbraio 2018

Quando non ci accorgiamo di essere vecchi


Invecchiamo in tanti modi diversi. Spesso malissimo. Capita soprattutto ai più famosi. Quelli che mi fanno star male quando si presentano in TV, egocentrici, depressi, malamente restaurati. O anche quando continuano a scrivere, ma rivelano incertezze sintattiche. Mi è capitato di notarlo con Eugenio Scalfari che ho sempre letto e che, come il suo quasi coetaneo Camilleri, continua a scrivere a 93 anni. A parte la vanità senile del fondatore di Repubblica nell' esibire amicizia coi potenti cui darebbe preziosi consigli, riguardo la scrittura la prima volta ho pensato ad un refuso, la seconda mi sono allarmato, ora sono sconsolato. Domenica scorsa non ho capito proprio il senso del suo pezzo: un excursus storico senza motivazione e connessione all'attualità. O sto invecchiando io? In compenso ieri nella trasmissione di Fazio ho avuto un soprassalto vedendo e ascoltando Sandra Milo. Non l'ho mai seguita molto. E il mio pre-giudizio non era positivo. Invece... Parlava del suo ruolo nell'ultimo film di Muccino. Ha toccato con leggerezza acuta un tema difficile dicendo del suo iniziale rifiuto ad interpretare una donna "che non è niente". Capendo dopo che rappresentare una donna ridotta a niente richiede l'interpretazione di una donna intelligente che è tutt'altro che "niente". Ho pensato che su analogo tema, parlando in un suo film di Sordi, il geniale Moretti mi stupì negativamente confondendo a mio avviso con il personaggio l'interprete romano dell'italiano cialtrone. Non sempre gli intelligenti dicono cose intelligenti. Ma questo è altro discorso. Augurando a tutti una felice vecchiaia, spero che qualcuno di cui mi possa fidarmi mi avverta in tempo quando sarà l'ora di smettere di confessarsi sul web.

domenica 12 novembre 2017

Il miracolo dell'empatia


Mi ha colpito, ma non mi ha sorpreso la confidenza della trans, fra le vittime dello stupratore bengalese, al momento della sua condanna a 16 anni di carcere. La trans ha detto di provare pena per lui. Le credo. Noi appartenenti al genere umano siamo capaci di violenze indicibili versoi i nostri simili, ma capaci anche di empatia verso il nostro stupratore, capaci di condividerne la sofferenza. Mi sono ricordato di un momento del "Borghese piccolo piccolo" di Monicelli dove la madre (la bravissima Shelley Winters) del figlio assassinato manifesta materna pietà per l'assassino torturato dal vendicativo marito (Alberto Sordi).
Poi ho pensato a Carl Sargeant, il ministro gallese suicida perché accusato di molestie sessuali. Ho provato forte empatia per lui, come se fosse vittima di una violenza spropositata. Per il bengalese no e per lui sì. E non so perché. Mi accorgo semplicemente di appartenere al genere umano.

martedì 20 agosto 2013

Ecce bombo: un po' divagando


Rivisto ieri su Rai 3 Ecce Bombo, del primo Nanni Moretti. Il regista diceva di se stesso e della sua generazione, narrandone i riti e le elaborazioni senza sbocco. I riti delle radio libere, delle sedute di autocoscienza, dell’amore più o meno libero. Dopodiché non avvenne nulla di liberatorio. La scena fu invece occupata dal terrorismo. Dai suoi riti cruenti. La finzione e l’autoinganno. Fingere di credere che dall’assassinare i migliori scaturisse la salvezza dell’umanità. Il film è del 78, l’anno del sequestro Moro. Dai riti innocenti e vacui dell’autocoscienza ai riti altrettanto vacui e però criminali dei processi rivoluzionari. Perché spesso, innocentemente, dal banale nasce l’orrore. Ecce bombo non mostra i protagonisti del terrorismo. Mostra i giovani rivoluzionari Minzolini e Mughini. Conosciamo l’esito di quelle storie. Una intera generazione “intellettuale” perduta fra le sirene del terrorismo e, dopo, da quelle del populismo padronale che fece incetta di intellettuali sul mercato. Perciò non è del tutto indifferente vedere il film allora o oggi. C’è in Ecce Bombo un mix ambiguo di autocritica e di autocompiacimento. “Faccio cose, vedo gente”. L’autocritica nella forma di evidente metafora esplode nell’episodio della gita notturna ad Ostia in attesa dell’alba. E l’alba che spunta alle spalle dei disorientati aspiranti rivoluzionari. Con altrettanta evidenza e con inusitata violenza c’è invece l’esibizione di un bersaglio pretestuoso. E lì c’è il Moretti che non mi piace affatto. Perché il bersaglio – pensate - è Alberto Sordi. Nel bar ci sono le solite chiacchere da bar e qualcuno dice le solite banalità “rossi e neri tutti eguali”. L’interprete di Ecce Bombo ovvero Nanni Moretti attore, ma anche Nanni Moretti autore, insorge: “Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?” urla più volte. Qui io credo ad un corto circuito dell’intellettuale che pensa sia dovere dell’intellettuale affermare il contrario di ciò che appare. Sordi è stato interprete dei vizi degli italiani. I suoi registi lo hanno usato a tale scopo. Beh, a me pare che quasi sempre al pubblico è stato chiaro che Sordi non era l’italiano gaglioffo che interpretava. No, non butterei a mare ne il Sordi di Monicelli de La Grande Guerra o di Un borghese piccolo piccolo né quello che forse ho preferito di Una vita difficile di Risi. Inviterei invece gli intellettuali di professione a prendere atto che l’intelligenza non è loro monopolio. Talvolta la cuoca vede più lontano. E vede più lontano l’oscuro Massimiliano Bruno, regista della gradevole commediola di un paio di anni fa, Nessuno mi più giudicare. L’oscuro regista infatti punisce Moretti con un calco geniale della sua scena. Stavolta è Rocco Papaleo ad aggredire l’avventore del bar colpevole di dire cose di sinistra, banalmente di sinistra: “Ma che siamo in un film di Nanni Moretti?”. Giustizia è fatta.