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domenica 9 dicembre 2018

Dall'alto al basso, tornando al pregiudizio


Dopo un'ardita citazione di una citazione da Gramsci, scendo in basso. Ieri, con mia moglie, abbiamo scelto il solito bar per un aperitivo che di fatto è una cena low cost. Con 5 euro cadauno abbiamo mangiato pizzette, patatine fritte, pasta, polpettone, polpettine, wurstel, broccoli bianchi, broccoli verdi, piselli, spinaci; il tutto accompagnato da un prosecco. Al solito ci chiedevamo come faccia il gestore a sostenere quei prezzi e quella discreta qualità. "Guarda quanta roba piglia quel ragazzo! Quello che piglia deve costare più di 5 euro". In effetti quel ragazzo che era accompagnato da un amico tornava ripetutamente al buffet e riempiva sempre il piatto. Soprattutto di wurstel. E non capivo come potesse mangiare tutto quel pane. Poi, riuscendo -con mia convinta ammirazione - a non far cadere per terra quel cibo che straripava, tornava al suo tavolo che non vedevo perché dietro l'angolo. Ci aspettavamo che il gestore dicesse qualcosa come: "Hai ancora fame?". Invece niente. Siamo usciti. E allora ho riso di cuore di me stesso. Ancora una volta il pregiudizio mi aveva fregato. Il ragazzo era nel tavolo appartato, con l'amico. Ma anche con due ragazze. Le cose con cui riempiva svariati piatti erano almeno per tre (se non in parte per quattro): per lui, per le due ragazze e forse anche per l'amico che mi era apparso più misurato.

mercoledì 5 dicembre 2018

Fra ragionevole pregiudizio e razzismo


E' capitato di recente che un amico ed un'amica mi abbiano contestato pregiudizi. Il fatto è che io denunciavo da me i miei pregiudizi. Per il semplice motivo che considero sia normale, anzi salutare, avere pregiudizi. Fino ad un certo punto. Treccani così definisce il pregiudizio: “Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore (è sinon., in questo sign., di preconcetto)”. Io direi che il pregiudizio è il risultato di esperienze o informazioni precedenti che ci fanno anticipare il giudizio su un evento. Infatti non siamo costretti ad aspettare che un albero produca nuovi frutti. Se quello che vediamo è un albero eguale a quello che abbiamo già visto produrre un determinato frutto, ci aspettiamo che questo faccia lo stesso. Qualche volta poi succede che produca frutti diversi perché ha subito un innesto. Allora ammetteremo l'errore. Ciò non toglie che la scommessa sul risultato sia ragionevole. Spesso l'assenza di pregiudizi comporta rischi e disastri. Immagino di dover camminare di notte in una strada buia di periferia. Vedo venire verso di me tre donne. Nessuna preoccupazione. Vado avanti. Vedo venire verso di me tre uomini. Come minimo mi tengo all'erta. Potrebbero essere tre balordi che tenteranno di scipparmi. Vedo venire verso di me tre neri. La mia ansia cresce. E' probabile che siano disperati che hanno ricevuto l'ordine di espulsione e che siano disposti a tutto. Del resto le statistiche ci dicono che il tasso di criminalità fra gli immigrati è più alto che fra i nativi. Non nei reati da colletti bianchi (corruzione, frode fiscale, etc.) , ma negli altri sì. Allora probabilmente cambio marciapiede. E' effetto del pregiudizio? Sì. E' sintomo di razzismo? Non necessariamente. Dimostrerò razzismo se incontrando quelle persone di giorno fra la gente e parlandomi loro di politica o di filosofia, non vedrò l'ora di andare via.
Come dice un personaggio interpretato da George Clooney in un film di cui non ricordo il titolo importante non è il giudizio che do di una persona incontrandola la prima volta (è bianco, è nero), ma il secondo giudizio che do di lei conoscendola. Insomma l'uomo “normale” ha un salutare grado di pregiudizio. Il razzista ha un grado patologico. Nessuna esperienza che contraddica il pregiudizio riuscirà a fargli cambiare visione del mondo. P.S. Perché questo post? Per suggerire di parlare ai nostri concittadini, partendo dai nostri comuni pregiudizi. Per essere credibili. Se invece ci interessa per nulla la pedagogia e ci interessa molto un capro espiatorio, allora dagli al razzista. A lui come a noi serve il capro espiatorio. Non ci interessa cambiare il mondo.

venerdì 30 settembre 2011

Xenofobia e vari preconcetti

Vado al cinema per un film – Cose dell’altro mondo – che mi delude. Ottimo spunto e buone intenzioni sprecate. Il razzismo opportunistico presente nella società veneta che vede avverarsi l’auspicio lungamente formulato. Da un giorno all’altro, misteriosamente, gli odiati immigrati non ci sono più. Non ci sono più infermiere e badanti, operai e mungitori. Tutto si ferma. E avviene di conseguenza la conversione dei cuori: il riconoscimento del valore dell’altro. Praticamente l’effetto che lo sciopero degli immigrati di qualche mese fa avrebbe voluto realizzare, senza successo. Il film però è noioso e la noia non giova alla causa.
La “mia” Ostia non è il Veneto o quel Veneto. C’è una buona integrazione, bambini di tutti i colori giocano e studiano insieme, molte coppie sono bianco/nere . Spesso nella coppia è visibile lo scambio, quando lui, ad esempio, ha 20 o 30 anni più di lei. Tu mi dai la giovinezza, io ti do la cittadinanza. Dobbiamo abituarci, senza troppo giudicare, a tante cose, anche al ritorno del vecchio matrimonio di convenienza. Però anch’io ho bisogno di tempo perché non è facile smettere le vecchie lenti. Incontro talvolta in metro una coppia sicuramente interrazziale, con un bambino di qualche mese. Lui romano che più non si può, trasandato, sciupato, fra i sessanta e i settanta. Lei bionda, gradevole, slava, più o meno ventenne. E’ sempre lui a tenere in braccio il bambino. Lei non parla e non fa niente, tranne porgere il biberon, a richiesta dell’uomo. Lui si rivolge sempre al bambino che vezzeggia e pare adorare. Ho sempre dato per scontato che l’uomo fosse il nonno e la madre gli fosse nuora. Il pregiudizio era evidentemente così radicato da non essere scalfito dalle parole del “nonno” fra un bacio e una carezza “amore mio, bello di papà”. Anch’io ogni tanto mi rivolgo a mio nipote con un “bello di mamma”. E’ solo lei, improvvisamente parlante, che fa crollare il pregiudizio, quando dice qualcosa come “stai bene con papà?”.
All’uscita dal cinema però vedo una scena finora non vista. Un’adolescente bianca 14/15 anni e un adolescente nero coetaneo che si scambiano un bacio. Una immagine più convincente del film. Non è il bacio degli adolescenti o dei giovani, coppie bianche o miste, cui assisto abitualmente, il bacio esibito in pubblico e prolungato, non per il piacere di scambiarlo ma per una (inutile) provocazione sociale. Questo è un bacio semplice e veloce. Spontaneo, senza scopo alcuno. Di due adolescenti che hanno già vinto e non hanno conti in sospeso. Un’immagine più persuasiva di ogni insistita pedagogia anti-razzista.
La sera decido di andare in piazza per il concerto di Mariano Apicella. L’alternativa, in altro spazio sarebbe l’incontro dibattito con D’Alema. Nell’intervista con Zorro, il blogger, D’Alema piglierà le distanze da Pacs, Dico e dalla Concia. Non ho perso nulla. Mi interessa di più Apicella. Mi incuriosisce il pubblico. Come sarà? Applaudirà, come sere prime un pubblico diverso applaudiva le digressioni politiche della Mannoia? O qualcuno fischierà, come osservato con la Vanoni durante un exploit forse mal congegnato contro il premier? Guarda un po’ dove cerco i segni del cambiamento del clima politico. Vado. E appena seduto, con moglie accanto, mi accorgo che il problema sono io più di Apicella e del pubblico. Chiedo a mia moglie: “Tu applaudirai?” . “Ci penserò”. Insomma non mi risponde. Ma io sono meno spontaneo di mia moglie e degli adolescenti bianconeri che si baciano. Se meriterà l’applauso, lo applaudirò? O non potrò perché mi sembrerà di applaudire il premier? Ma, se farò così, non dovrò controllare poi la fede politica del mio macellaio? Dove stiamo andando, accidenti? Apicella è abbastanza gradevole e professionale. Nessuna digressione politica, diversamente dalle “mie” Mannoia e Vanoni. Poi il pubblico. In prima fila signore popular chic ingioiellate e troppo chiaramente sue fan, sue di Apicella e sue del premier. Dialogano con il cantante e lo applaudono con calore. Vicino a me donne e uomini che applaudono con le mani alzate per esprimere consenso assoluto. Con sorpresa, davanti a me applaude allo stesso modo un giovane cui avevo pregiudizialmente attribuito appartenenza ai radical chic, notoriamente avversi al governo attuale e al suo stile. Come può applaudire un giovane in jeans e con polo dal colletto, con trascuratezza snob, metà dentro metà fuori il maglioncino a V? Questo doveva essere un giovane che partecipa alle liturgie antiberlusconiane, non che applaude Apicella. E io? Proprio l’entusiasmo dei fan mi convince a non applaudire comunque. Ma, insomma, non si può dire che mi goda il concerto. Fra l’altro ho mia moglie a sinistra (in tutti i sensi), con le mani rigorosamente in grembo, e una signora a destra (in tutti i sensi) che è fra le più accanite con le sue braccia alzate in applausi continui. E poi mi scruta, prima come per interrogarmi “perché non applaudi?”, poi critica severa ad ogni mio mancato applauso. Temo di aver avvelenato un tantino la sua serata. Termina infine il concerto e mi vien fuori un applauso di congedo. Di compromesso. Di liberazione. Di pacificazione. Con Apicella. Eventualmente col mio macellaio. Un auspicio di tempi meno faziosi.