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sabato 22 luglio 2017

Estraneità


Estraneità o forse decadenza personale in contesto di decadenza: con incendi devastanti e rischio imminente di razionamento acqua. Fare cose così senza convinzione. Perché si è sentito dire che i pensionati le fanno. Ricordarsi che vivo in una città con le tracce incomparabili di una lunga storia e in quartiere, Ostia, di turismo estivo e balneare. Ricordandolo, al mattino mi reco ad Ostia Antica e finalmente riesco a visitare il Castello di Giulio II, altre volte trovato inagibile. Prendo un caffè nel borgo antico poco affollato perché tutti sono a mare. A sera mi sforzo di vincere la pigrizia che mi suggerisce di stare sulla sdraio davanti alla TV. E vado in centro. Dove bar e trattorie invadono ogni spazio con decine e decine di tavolini, ogni giorno di più, e i vigili non ci sono o non vedono. Animazione vera pari a zero. Però gran chiasso. Vacanziero? Prima c'era l'arena con film e cabaret. C'erano Arbore e Mannoia in piazza. C'era Apicella, quello di Berlusconi, per il quale - pensa un po' - presi posto in un bar perché volevo sondare dagli applausi che avrebbe ricevuto il consenso del padrone del centrodestra. Ora c'è la Seat che occupa mezza piazza con video, radio privata e cantante trovato chissà dove. Mostra di pittori dilettanti, molto dilettanti. Chiasso. E cumuli di immondizia. Sempre peggio da quando mi sono trasferito a Roma. Proprio il giorno in cui Alemanno conquistava il Campidoglio. Non sono superstizioso, se lo fossi penserei che ho portato sfortuna alla Capitale. Pensieri così. Guardando la bella signora islamica che spinge la carrozzina. elegantemente vestita di rosso, velo compreso, e col cellulare incollato non so come all'orecchio. Guardando bambini di pochi anni che parlano di cose digitali di cui non capisco nulla, proprio come lo stupefatto Montalbano nell'ultimo romanzo di Camilleri. Ed esercitandomi nell'inutile esercizio di immaginare la loro vita quando io non ci sarò.

venerdì 30 settembre 2011

Xenofobia e vari preconcetti

Vado al cinema per un film – Cose dell’altro mondo – che mi delude. Ottimo spunto e buone intenzioni sprecate. Il razzismo opportunistico presente nella società veneta che vede avverarsi l’auspicio lungamente formulato. Da un giorno all’altro, misteriosamente, gli odiati immigrati non ci sono più. Non ci sono più infermiere e badanti, operai e mungitori. Tutto si ferma. E avviene di conseguenza la conversione dei cuori: il riconoscimento del valore dell’altro. Praticamente l’effetto che lo sciopero degli immigrati di qualche mese fa avrebbe voluto realizzare, senza successo. Il film però è noioso e la noia non giova alla causa.
La “mia” Ostia non è il Veneto o quel Veneto. C’è una buona integrazione, bambini di tutti i colori giocano e studiano insieme, molte coppie sono bianco/nere . Spesso nella coppia è visibile lo scambio, quando lui, ad esempio, ha 20 o 30 anni più di lei. Tu mi dai la giovinezza, io ti do la cittadinanza. Dobbiamo abituarci, senza troppo giudicare, a tante cose, anche al ritorno del vecchio matrimonio di convenienza. Però anch’io ho bisogno di tempo perché non è facile smettere le vecchie lenti. Incontro talvolta in metro una coppia sicuramente interrazziale, con un bambino di qualche mese. Lui romano che più non si può, trasandato, sciupato, fra i sessanta e i settanta. Lei bionda, gradevole, slava, più o meno ventenne. E’ sempre lui a tenere in braccio il bambino. Lei non parla e non fa niente, tranne porgere il biberon, a richiesta dell’uomo. Lui si rivolge sempre al bambino che vezzeggia e pare adorare. Ho sempre dato per scontato che l’uomo fosse il nonno e la madre gli fosse nuora. Il pregiudizio era evidentemente così radicato da non essere scalfito dalle parole del “nonno” fra un bacio e una carezza “amore mio, bello di papà”. Anch’io ogni tanto mi rivolgo a mio nipote con un “bello di mamma”. E’ solo lei, improvvisamente parlante, che fa crollare il pregiudizio, quando dice qualcosa come “stai bene con papà?”.
All’uscita dal cinema però vedo una scena finora non vista. Un’adolescente bianca 14/15 anni e un adolescente nero coetaneo che si scambiano un bacio. Una immagine più convincente del film. Non è il bacio degli adolescenti o dei giovani, coppie bianche o miste, cui assisto abitualmente, il bacio esibito in pubblico e prolungato, non per il piacere di scambiarlo ma per una (inutile) provocazione sociale. Questo è un bacio semplice e veloce. Spontaneo, senza scopo alcuno. Di due adolescenti che hanno già vinto e non hanno conti in sospeso. Un’immagine più persuasiva di ogni insistita pedagogia anti-razzista.
La sera decido di andare in piazza per il concerto di Mariano Apicella. L’alternativa, in altro spazio sarebbe l’incontro dibattito con D’Alema. Nell’intervista con Zorro, il blogger, D’Alema piglierà le distanze da Pacs, Dico e dalla Concia. Non ho perso nulla. Mi interessa di più Apicella. Mi incuriosisce il pubblico. Come sarà? Applaudirà, come sere prime un pubblico diverso applaudiva le digressioni politiche della Mannoia? O qualcuno fischierà, come osservato con la Vanoni durante un exploit forse mal congegnato contro il premier? Guarda un po’ dove cerco i segni del cambiamento del clima politico. Vado. E appena seduto, con moglie accanto, mi accorgo che il problema sono io più di Apicella e del pubblico. Chiedo a mia moglie: “Tu applaudirai?” . “Ci penserò”. Insomma non mi risponde. Ma io sono meno spontaneo di mia moglie e degli adolescenti bianconeri che si baciano. Se meriterà l’applauso, lo applaudirò? O non potrò perché mi sembrerà di applaudire il premier? Ma, se farò così, non dovrò controllare poi la fede politica del mio macellaio? Dove stiamo andando, accidenti? Apicella è abbastanza gradevole e professionale. Nessuna digressione politica, diversamente dalle “mie” Mannoia e Vanoni. Poi il pubblico. In prima fila signore popular chic ingioiellate e troppo chiaramente sue fan, sue di Apicella e sue del premier. Dialogano con il cantante e lo applaudono con calore. Vicino a me donne e uomini che applaudono con le mani alzate per esprimere consenso assoluto. Con sorpresa, davanti a me applaude allo stesso modo un giovane cui avevo pregiudizialmente attribuito appartenenza ai radical chic, notoriamente avversi al governo attuale e al suo stile. Come può applaudire un giovane in jeans e con polo dal colletto, con trascuratezza snob, metà dentro metà fuori il maglioncino a V? Questo doveva essere un giovane che partecipa alle liturgie antiberlusconiane, non che applaude Apicella. E io? Proprio l’entusiasmo dei fan mi convince a non applaudire comunque. Ma, insomma, non si può dire che mi goda il concerto. Fra l’altro ho mia moglie a sinistra (in tutti i sensi), con le mani rigorosamente in grembo, e una signora a destra (in tutti i sensi) che è fra le più accanite con le sue braccia alzate in applausi continui. E poi mi scruta, prima come per interrogarmi “perché non applaudi?”, poi critica severa ad ogni mio mancato applauso. Temo di aver avvelenato un tantino la sua serata. Termina infine il concerto e mi vien fuori un applauso di congedo. Di compromesso. Di liberazione. Di pacificazione. Con Apicella. Eventualmente col mio macellaio. Un auspicio di tempi meno faziosi.