giovedì 5 gennaio 2012

Beppe Grillo, la malattia del linguaggio

Dissenso e condanna ha suscitato Beppe Grillo per il post “I botti di fine anno di Equitalia” nel suo blog, sul tema dei ripetuti attentati alla sedi dell’agenzia, esattore fiscale dello Stato. Cosa ha detto Grillo? “Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze. Un avviso di pagamento di Equitalia è diventato il terrore di ogni italiano. Se non paga l'ingiunzione "entro e non oltre" non sa più cosa può succedergli. Non c'è umanità in tutto questo e neppure buon senso. Monti riveda immediatamente il funzionamento di Equitalia, se non ci riesce la chiuda. Nessuno ne sentirà la mancanza”.

E’ un fatto che in Equitalia, pur nella sua natura di mero esattore e non certo di decisore delle politiche fiscali, si individui un bersaglio facile fra gli italiani confusamente alla ricerca di capri espiatori (ne ho voluto parlare in “Il capro espiatorio del 99%). Equitalia diventa così il parafulmine della rabbia sia per la debole lotta alla grande evasione sia per l’ implacabile repressione verso i piccoli evasori e i morosi. Ha ragione Grillo:” Non c’è umanità in tutto questo e neppure buon senso”.
Aggiungerei che c’è ancor meno umanità e buon senso nel fatto che a un pensionato sociale venga chiesto il rimborso a tappe forzate per emolumenti non dovuti per cui il pensionato disperato finisce col togliersi la vita.
Piccola digressione autobiografica. Informato di quanto può accadere in qualsiasi momento a un pensionato, ho avuto qualche remora, avendo ricevuto arretrati per la mia trascorsa attività lavorativa, a chiedere la conseguente rivalutazione della mia pensione. Temevo che rifacessero i conti e che, invece che aggiungere, mi chiedessero di rimborsare qualcosa, forse tanto, forse troppo. Spero bene quindi. Però questo è uno stress di cui il pensionato dovrebbe essere esentato..
Ma, tornando a Grillo e ai “giustizieri”, il punto è: Chi deve pagare il fio della colpa per tanta disumanità, il dirigente degli esattori o addirittura il malcapitato impiegato?
Grillo ha ammesso che bisogna “condannare le violenze” (stavo per dire: “meno male”). Ha “solo” aggiunto che “bisognerebbe capirne le ragioni”. Ingenuamente chiedo: e certo, di cosa non dovremmo capire le ragioni? Dobbiamo sempre capire le ragioni, se capire significa capere, afferrare, prendere, cioè intelligere (impossessarsi con la mente). Capire un fatto significa trovarne le ragioni, le cause, cioè esercitarvi l’intelligenza. Non dovremmo cercare di capire gli stupratori, gli assassini, gli evasori (e poi condannarli, metterli in galera, ovviamente)? Dovremmo forse preferire non capire, essere stupidi? O forse capire vuol dire giustificare, assolvere? E allora per dire semplicemente capire (senza annessa giustificazione o assoluzione alcuna) quali parole dobbiamo usare?
Faccio l’ingenuo perché - ahimè - è vero che in Italia capire significa ormai quasi sempre giustificare e assolvere. E in questo spazio equivoco si è mosso Grillo. Che ora può tranquillamente dire di non avere giustificato un bel niente e che però, visto che usa l’italiano del 21° secolo, con i significati sedimentati negli anni recenti, e si rivolge agli italiani del 2012, sa bene che capire le ragioni degli aggressori significa non capire le ragioni degli aggrediti perché capire nel pessimo italiano di questi anni significa questo.
E poi Grillo non ha dimostrato di capire un bel niente, se non ha indirizzato la rabbia legittima di alcuni tartassati su bersagli più corretti: il governo attuale, quelli passati, gli italiani che hanno votato questo parlamento, etc. A parte che mi sento di escludere che gli attentatori siano dei tartassati. E’ più probabile siano esponenti di quella folla, prevalentemente giovanile, annoiata, che ha voglia di menare le mani, di fare l’ultra negli stadi, di tirar fuori il coltello al semaforo, di devastare una città infiltrandosi in una manifestazione, di lanciare le bombe di capodanno a costo di amputarsi una mano o di uccidere un bambino: una umanità unita dal buio dell’intelligenza, più che divisa da pretestuose divisioni politiche. Direi che fra gli attentatori e i tartassati c'è lo stesso rapporto che ci fu tra le cosiddette Brigate rosse e la classe operaia cui dicevano di riferirsi: zero.
E’ questo che bisognerebbe capire secondo Grillo? Non lo ha detto.
Insomma, forse il succo semplice di questo discorso è che bisogna trovare un altro modo per dire capire giacché mettendo in soffitta un vocabolo diventato pericoloso, senza saperlo sostituire, rischiamo di contribuire a mettere in soffitta la comprensione, cioè l’intelligenza. Non possiamo permettercelo. E qualcuno dovrebbe preoccuparsi di curare il nostro linguaggio ammalato.

domenica 1 gennaio 2012

L'anno che è arrivato e l'epoca attesa

La discontinuità fra un anno e l’altro è ovviamente un “gioco”. Oggi, 1 gennaio, probabilmente non sarà tanto diverso da ieri, 31 dicembre dell’anno trascorso. E già sappiamo che somiglia molto al 1 gennaio del 2011: botti per festeggiare il nuovo anno, morti, feriti, amputazioni, accecamenti, anche di bimbi innocenti affidati alla protezione della “sacra famiglia” ovvero a padri stupidi e criminali e a madri colpevolmente passive. Le discontinuità geografiche/amministrative possono essere altrettanto futili di quelle temporali. Ricordo un gioco che facevo durante certi lunghi tragitti in auto con le mie figlie ancora bambine. Quando sull’autostrada veniva segnalata la fine del territorio campano e l’inizio di quello laziale e così via, regione dopo regione, mi divertivo a spiazzare le bambine, dicendo: “Inizia il Lazio. Vedete come è tutto diverso?”. Le figlie guardavano fuori dai finestrini e poi guardavano me, perplesse, ma senza saper obiettare. Ogni tanto ho pensato che questo giochino potesse essere un elemento di una pedagogia opposta alle pedagogie dell’identità e dei confini (Lega, Padania e, etc.). Vabbè, diciamo che con gli auguri per il nuovo anno ci esercitiamo semplicemente a immaginare il futuro e a pensare al futuro che vorremmo, all’epoca che vorremmo si aprisse. Una nuova epoca però non si apre in consonanza col calendario gregoriano. Può aprirsi di ottobre (12 ottobre 1492, scoperta dell’America) o di luglio (14 luglio 1789, presa della Bastiglia). Non so se qualcuno pensò che stesse aprendosi un’epoca il 12 ottobre del 1492 o il 14 luglio del 1789. Mi chiedo invece come io individuerei l’inizio di una nuova epoca, quale evento in Italia segnalerebbe una discontinuità paragonabile alla caduta del muro, ad esempio. Nella storia recente l’intervallo fra discesa in campo di Berlusconi 18 anni fa e la sua recente caduta segnano, se non un’epoca, una fase. Anche le fasi (brevi epoche “reversibili”) possono avere datazioni incerte o convenzionali. Allora potremmo dire, con attenzione alle discontinuità “istituzionali” che la fase si chiude con le dimissioni di Berlusconi (12 novembre 2011) oppure, con attenzione ai segni di una nuova antropologia (che preferisco), con la prima conferenza stampa del nuovo governo (4 dicembre 2011) e le lacrime della Fornero, i sentimenti ovvero, per così dire, la “tecnica” femminile al potere.
Noi, i democratici, e il Pd, abbiamo aperto questa fase facendo prevalere le ragioni culturali e di stile sulle opzioni economiche e sociali in senso proprio. Non avrei (non avremmo) perdonato a Berlusconi l’odiosa e classista deindicizzazione delle pensioni. Ma noi respiriamo per lo stile sobrio e professorale del governo Monti. E qualcuno (come me) si commuove per la commozione della ministra Fornero che tanto ha irritato gli italiani implacabili che si chiedono : “Perché versa il latte e poi piange?”. Diciamo che il governo Monti è l’anticamera per un’Italia dialogante in cui si parlerà finalmente delle cose e si decideranno cose. Nondimeno non avverto ancora segni di passaggio di epoca. I pensionati continuano a rubare al supermercato (così come i detenuti, i lavoratori licenziati e i piccoli imprenditori falliti continuano a suicidarsi). Come in un film ripetutamente visto, il direttore del supermercato chiama i carabinieri. I carabinieri offrono un pasto in caserma al ”delinquente”. “Non essere buoni, ma fare il mondo buono” proponeva qualcuno (Brecht, Sartre). La penso così. So che abbiamo le risorse per evitare di umiliare i pensionati e poi sentirci buoni perché non li denunziamo. E abbiamo le risorse per salvare figli e nipoti dal rischio dell’istupidimento effetto di un sistema anarchico che è incapace di dire cosa ci aspettiamo da loro e cosa garantiremo se sapranno – non più viziati, ma aiutati - studiare e impegnarsi in progetti condivisi che sapremo premiare, archiviando l’arbitrio e il favore. Il passaggio di epoca può essere colto da segnali diversi, purché radicali, giacché in ogni caso, certi mutamenti implicano altri mutamenti anche in aree distanti. Se allora un nuovo governo, anziché compiacersi dei 7 miliardi che confluiscono nell’erario per il gioco d’azzardo che costa agli italiani (guarda un po’ quelli meno abbienti) 70 miliardi l’anno, fosse capace di eliminare tale rapina, semplicemente chiudendo le sale giochi e facendo insegnare ai bambini e agli adulti in una scuola nuova la stupidità dell’azzardo a carte truccate, se un governo nuovo potesse far questo ricevendo il consenso dei cittadini per una esplicita tassazione sostitutiva di quella per l’azzardo, allora questo governo e questi cittadini sarebbero il governo e i cittadini di una nuova epoca. Né l’uno né gli altri potrebbero accettare l’abusivismo con l’alibi che creerebbe occupazione. Né l’uno né gli altri accetterebbero che si allevino ad alto costo intelligenze da regalare all’estero. E nonni e genitori sarebbero felici di pagare 100, 200 euro per costruire un sistema che garantisca a figli e nipoti, invece che la paghetta di nonni e genitori, un lavoro coerente con i loro studi o, per brevi intervalli, comunque un reddito. Un piccolo segnale radicale, l’abolizione delle sale giochi o la sanzione di 5 anni di lavori socialmente utili a chi insozzi per gusto vandalico una scuola o un monumento sarebbe fra i sassolini di una valanga, il segno di un cambiamento d’epoca verso un’Italia non più imbronciata: seria, sobria, severa, allegra, sviluppata.

domenica 11 dicembre 2011

Il capro espiatorio del 99%

Durante una conversazione futile, in cui purtroppo sono coinvolto, vien fuori l’episodio dell’attentato al dirigente di Equitalia, odioso esattore, ad opera di sedicenti anarchici. Uno – diciamo di orientamento destrorso - esclama subito: “gli farei un applauso (all'attentatore)”. E un altro, di orientamento analogo: “è stato il mio primo sentimento, poi mi sono detto, ma no” (bontà sua). Il terzo infine – un giovane “rosso” di area “centri sociali”: “ma sì, hanno fatto bene”.
Mi defilo di fronte all’invincibile alleanza degli “opposti estremismi” (come si diceva una volta); opposti in che cosa? Mi viene da pensare all’ultimo Crozza, che mostra il Bossi pensionato e un corteo di indignati, quelli che gridano "siamo il 99%" contro banchieri e finanza. Nel segno dell’odio verso i cosiddetti “poteri forti” il leader leghista e gli “ultrarossi” trovano una entusiasmante sintonia. Che bello trovare il colpevole nell’1% e noi tutti al calduccio nella solidarietà del 99% che non arriva alla fine del mese (chi con 500, chi con 5.000, chi con 50.000 euro mensili).
Oggi poi rifletto all’assalto contro il campo rom di Torino per punire presunti stupratori, in realtà inventati da una ragazzina che ha trovato nella “cultura” della comunità un facile capro espiatorio per spiegare un rapporto sessuale. Anche qui tutti uniti, stavolta contro esponenti di un diverso 1% , di rifiuti umani. Certo con vocazioni abbastanza segnati dal censo e dal livello d’istruzione, con i laureati che prediligono indignarsi contro i banchieri e la speculazione (di cui sono parte i fondi pensione, ma non è il caso di dipanare il filo che lega i buoni ai cattivi) e i malamente scolarizzati (spesso, come pare a Torino, ultra del calcio in crisi di astinenza) che prediligono i rom . Ma va bene lo stesso. Banchieri e rom i diversi. E noi cittadini “normali” , imboscati in lavori di comodo, piccoli e grandi produttori di armi e videogiochi, evasori grandi e piccoli, costruttori e abitanti di case abusive, inquinatori/ inquinati, percettori di pensioni di invalidità indebite, e anche onesti e produttivi lavoratori, larghissimo, smisurato, innocente ceto medio, a subire quell’1% che ci sta sopra e quell’1% che ci sta sotto. Senza sospettare, senza la fatica di pensare che un mondo nuovo non sopprimerà solo banchieri e rom: dovrà cambiarci tutti fino a renderci irriconoscibili a noi stessi.

P.S. Ma poi gli spavaldi assalitori di zingari, compreso l’errore, si saranno suicidati, presi di vergogna e senso di colpa? O no? Quanto durerà il sonno della ragione?

sabato 3 dicembre 2011

L'economia reale del pensionato

Carissimo presidente, la ringrazio per aver voluto ascoltare fra le parti sociali anche la voce dei pensionati. La sorprenderò perché vengo a sottoporle, a loro nome, una proposta di tagli massicci alle pensioni. Possiamo discutere dei particolari, ma in sintesi i pensionati ritengono che sia accettabile un taglio netto, chiaro e visibile alle loro pensioni. Non l’imbroglio del blocco degli adeguamenti Istat. Diciamo un taglio del 30% , almeno a partire dalle pensioni di 1.500 euro. Un po’ di più oltre, meno per le pensioni inferiori, nulla sotto i 1000 euro. Siamo abbastanza generosi? Non è una offerta senza contrapartita naturalmente. Adesso le elenco le nostre ragionevoli contropartite.
La prima è che il governo assuma il punto di vista del lavoro come valore e come unico valore reale dell’economia. Se assumerà questo punto di vista, ovvio, banale, costituzionale, ma dimenticato, alcune conseguenze verranno da sole. E noi pensionati recupereremo presto il 30% che avremo inizialmente sacrificato. Non facciamo ideologia. Pare che si debba rassicurare su questo. Credo significhi soprattutto che non si pretenda il socialismo o cose simili. Non lo pretendiamo, purché si realizzino quelle poche cose concrete che chiediamo Diciamo che è ragionevole, magari opinabile e oggetto di conflitto, ma comunque ragionevole che Stato o imprese private cerchino di retribuire al minimo il lavoro. Non è assolutamente ragionevole che piuttosto che mettere al lavoro, si preferisca mantenere nell’inattività retribuita giovani dotati di intelligenza, competenze ed energia o anche giovani non particolarmente competenti, ma capaci di cuocere un uovo al tegamino. Non è neanche ragionevole e immagino che produca decrescita (sennò l’economia degli economisti sarebbe una cavolata) far cuocere l’uovo al tegamino al giovane che potrebbe contribuire a sconfiggere il cancro e dare un ruolo di ricercatore a un tale che più efficacemente potrebbe cuocere l’uovo al tegamino. Non è ragionevole che ci vantiamo di avere un tasso di disoccupazione inferiore alla media europea, non preoccupandoci dell’assai più vasta platea di cittadini inattivi che hanno smesso di cercare lavoro e di studiare e se ne stanno a casa a farsi angariare dai mariti o nelle sale di videogiochi o di scommesse a spendere il salario di genitori e nonni. Non è ragionevole che sia sprecata l’intelligenza e l’energia dei “giovani” anziani, non incentivando la permanenza nel lavoro, magari part-time. Non è ragionevole che oggi non si chiami al lavoro il pensionato ozioso nei giardinetti, verificando cosa possa fare utilmente. Molti pensionati di medio-alta cultura – le assicuro – assisterebbero volentieri adolescenti e giovani in spazi di doposcuola. Altri starebbero bene nelle mense scolastiche o aziendali. I più giovani e in forma fisica libererebbero volentieri i tombini delle foglie per prevenire i prossimi allagamenti o sarebbero felici di rimboscare le colline prevenendo le prossime frane fatali. Forse lo farebbero gratis. Ma paghiamo loro 200 euro mensili per un lavoro part- time e li faremo esplodere di felicità. Non mi dica che sarebbero soldi sprecati. Significherebbe che l’economia non è una cosa seria. Ci sono erbacce che imbruttiscono migliaia di siti archeologici e ci sono toilette sporche o senza sapone che rendono sgradevole il soggiorno dei turisti e la mobilità. Rimediare a questo è banale? Ma non è assurdo che il paese più bello del mondo non sia il primo paese visitato da turisti? Non è assurdo che questo paese mostri metro insozzate e fatiscenti con ragazzini viziati e superdotati di aggeggi elettronici, in mano, nelle orecchie, forse nel naso, stravaccati, indolenti, sulle sedie. Non è opportuno mettere al lavoro questi poveri ragazzi per redimerli dal rimbecillimento? Non è opportuno riportare a scuola i loro genitori per imparare il mestiere di padre o di madre? Che significa veramente, presidente, l’espressione “non c’è lavoro”? A noi sembra che ci sia un sacco da fare e lavoro per tutti e che anzi sia urgente cancellare per questo i finti lavori, talvolta anche super-retribuiti. C’è da cancellare metà degli uffici che producono carte e tre quarti dei consigli di amministrazione (forse di più, forse tutti) in cui personale politico, parapolitico e parassita acquisisce reddito a spese di chi lavora.
Se i pensionati si dimostrano disponibili a un contributo massiccio per ripianare il debito e mettere al lavoro gli inattivi, sarà facile per lei chiedere sacrifici analoghi ad altre categorie. Esistono gli strumenti per combattere l’evasione. Li applichi e intanto lavoriamo insieme a un nuovo senso comune che produrrà anche una nuova giustizia. L’evasione non è cosa meno grave di una rapina a mano armata. La si punisca allo stesso modo.
E si punisca allo stesso modo la corruzione. E si smetta di oltraggiare la povertà e la bellezza con l’esibizione sciocca di panfili e ville che deturpano il paesaggio.
Se tutti saranno chiamati a sacrifici analoghi ai nostri, ci saranno risorse per abbattere la tassazione sulle imprese e sul lavoro. Se risulteranno impraticabili i favori, molti imprenditori saranno costretti a occuparsi di interpretare la domanda, ad acquisire le migliori tecnologie e le migliori competenze. Riesce a immaginare le energie liberate dalla nuova consapevolezza che lo studio e il merito saranno premiati? Diventeremmo quel che sarebbe naturale essere: il paese più ricco del mondo, grazie alle eredità straordinarie ricevute dalla storia che immeritevolmente abbiamo alle spalle, noi nani sulle spalle di giganti.
In cambio del nostro piccolo sacrificio chiediamo certezze per i nostri figli e nipoti. Che siano aiutati da qualcuno, competente (i raccomandati li pensiamo estinti), nelle scelte di carriera. Che, quando disoccupati, entrino in un comparto pubblico che proponga mix di formazione, ri-orientamento e lavoro cosiddetto socialmente utile. Che in tale fase ci siano operatori esperti capaci di individuare e proporre talenti alle imprese. Che comunque tutti ricevano sempre un salario minimo sociale, equilibrato per non indurre alla inattività. Che sia generalizzato il prestito d’onore per lo studio, per l’avvio di un’attività imprenditoriale, per mettere su casa e famiglia.
Infine le propongo di avviare una rivoluzione culturale. E’ tempo di avere il coraggio di pensare l’impensabile. Non è scontato, anche con le nostre proposte, che la vita degli anziani, sempre più lunga, diventi una vita bella da vivere. A maggior ragione se queste proposte non fossero accolte, restituendo i pensionati alla vita produttiva e sociale. Si tratta semplicemente di lavorare al superamento del tabu della morte. Un giorno forse capiremo tutti che non ha scopo prolungare con la vecchiaia una lunga dolorosa agonia. Ha pensato, presidente, quali incredibili economie si realizzerebbero se tutti i pensionati in un colpo solo ponessero fine alle loro inutili vite e le loro pensioni fossero acquisite dallo Stato? Abbatteremmo il debito pubblico e daremmo nuovo .decisivo slancio all’economia. Auspicando, si intende, che non si torni ai vizi della vecchia economia, quella che ci ha insegnato che il lusso e lo spreco producono domanda, lavoro e sviluppo.

mercoledì 30 novembre 2011

Magri, Monicelli e le domande impronunciabili

Lucio Magri era un uomo molto affascinante. Il fascino gli aveva regalato una vita piena di amori. Era un uomo molto intelligente L’intelligenza non gli aveva consentito di prevedere il futuro e la sconfitta meglio di quanto possa fare un qualsiasi idiota. Era un uomo molto colto. La cultura gli ha consentito di trovare una morte “igienica”, senza sangue, in una clinica svizzera specializzata. Non come Monicelli che sceglie di schiantarsi sull’asfalto. Magri è morto da politico, non solo perché intenzionato – come ha sostenuto l’amico Valentino Parlato – a denunciare la società colpevole di un fallimento sociale e del suo fallimento, di Lucio, ma anche perché capace di immaginare il mondo senza di lui: gli amici in attesa della notizia, il suo corpo senza vita sepolto accanto a quello della moglie amata. Non potendo e non volendo capire che non avrebbe mai saputo di questo, che morendo non avrebbe assistito alla propria morte e morire sarebbe stato subito come non essere mai nato (avrebbe dovuto insegnarglielo Lucrezio). Perciò il suo suicidio è più colto di quello di Monicelli che però è più cinico e intelligente, nella consapevolezza che non ci fosse rituale meritevole di essere osservato, che non avrebbe sofferto assistendo al dolore di congiunti per il corpo straziato, e che non avrebbe mai goduto del cordoglio di amici e parenti. Magri muore come uno stoico romano felice di lasciare memoria onorata di sé, come un samurai. Ritualmente. Monicelli si butta via, semplicemente, come nel settembre 2001 si buttavano dalle Due Torri per sfuggire a una morte più lenta e atroce. Perché conservare la vita per i minuti e i secondi utili al fuoco a realizzare la sua tortura fino alla morte? Serviva a Monicelli conservare la vita aspettando che malattia e dolore finissero di torturarlo? E poi la domanda terribile, di fondo, che ci è vietata: serve conservare la vita, innamorandosi, essendo abbandonati dall’amata, sgomitando, proteggendo i propri figli e uccidendo i figli altrui, se si sarà inghiottiti comunque dal nulla? E’ diverso 30, 40, 100 anni, con l’infinito nulla davanti?
Questa domanda ci è vietata. Ci è vietato disporre liberamente di noi, almeno tutte le volte in cui è possibile imbrigliare la pulsione di morte. Oggi dibattiamo sul nostro spazio di libertà, entro i margini assegnati dalle leggi degli Stati, tutte le volte in cui non possiamo o non vogliamo fare da soli. Sono, quelli degli Stati, divieti che incidono sulla minoranza degli aspiranti suicidi, la minoranza dei più sofferenti e inermi, come Welby e Englaro. Divieti esemplari che non impediscono ai più, disoccupati e piccoli imprenditori falliti, detenuti senza speranza e ascolto nelle carceri affollate, di por fine alla vita.
Eppure – lo so – non possiamo consentire pubblici suicidi. Non possiamo guardare il morituro che beve il farmaco mortale come se bevesse una gazzosa, o lasciarlo volare dal tetto come se avesse un paracadute.
Allora ci insegnano a distinguere, come se nelle distinzioni che a me paiono futili risiedessero verità, giustizia e pietà. L’Olanda consente l’eutanasia attiva, col medico che direttamente procura la morte. La Germania consente l’ eutanasia passiva, interrompendo cure inutili perché incapaci di evitare la morte. Stupenda ipocrisia perché comunque la morte è accelerata dalla fine delle cure. Se la vita fosse un valore in sé, ogni attimo di vita sofferente avrebbe valore. In Svizzera è consentito il suicidio assistito: è il morituro che si propina il farmaco mortale procuratogli dalla clinica che lo assiste. Già perché pare essenziale che non sia il medico a compiere l’atto meccanico e “omicida”. In Italia il dibattito è sul quesito se sia terapia l’alimentazione e l’idratazione forzata. Chissà, forse quando apparirà insostenibile per la divina economia mantenere in vita malati nel corpo o nello spirito, manovra dopo manovra, si creerà un nuovo senso comune che faciliterà gli esodi dalla vita.
Fare la vita meritevole di essere vissuta non riguarda governi, parlamenti e banche. Dicono che è tema da filosofi: insomma non è argomento serio. Lucio Magri avrebbe considerato insopportabile il confronto fra le ragioni dei clericali e quelle prossime a venire degli economisti.

domenica 20 novembre 2011

La democrazia violata di Lerner e la "megliocrazia" di Gramellini

Piccole riflessioni su due pezzi usciti contemporaneamente, lo scorso 3 novembre, che, benché di due giornalisti dalle opzioni culturali e politiche non troppo distanti, apparivano assolutamente opposti. Il tema è attualissimo nel momento in cui il rapporto fra competenza e politica, con il governo Monti, divide le culture e rischia di rompere le alleanze costituitesi “contro”. Lerner e Gramellini vedevano il problema dal lato dei cittadini votanti. La premessa è costituita dal massiccio dislocarsi a destra di masse popolari (divenute "plebi", paghe di “panem ed circenses” ) sicché appare sempre più vera l'ingenua classificazione politica dei ragazzini del film di Virzì "Caterina va in città": “Cos'è la destra? Il partito dei poveri. Cos'è la sinistra? Il partito dei ricchi”. Venuta meno o entrata in crisi “la lotta di classe”, municipalismo, razzismo, agonia della politica trascinano a destra e a votare contro se stessi i meno ricchi di reddito e di cultura. Al contempo cresce il bisogno di democrazia di masse giovanili deprivate di reddito e futuro ma fortunatamente - anche grazie alla rete – attrezzati di informazione e cultura.
La retromarcia sul referendum greco è contestata da Lerner in nome della democrazia (non ricordo se Lerner contestasse egualmente il golpe militare algerino che annullò la vittoria democratica degli islamisti).* Gramellini invece "sembra" militare contro la democrazia, guardando all'incapacità popolare di scegliere il bene (e il proprio bene) e sembra auspicare quella che chiama "megliocrazia". Il termine di fatto appare un calco di “aristocrazia”, pur senza i privilegi di sangue propri di quest’ultima. Sposando un argomento dell'antico Platone (contro i sofisti/democratici dell'epoca) Gramellini si chiede come mai sia normale chiedere la patente per un pilota d'aerei (Platone, se ben ricordo, parlava di nocchiero) e non altrettanto per il cittadino votante.** Dimostri il cittadino insomma prima del voto la sua cultura politica. Ritengo che Gramellini intendesse provocare (amo i provocatori dialettici più di chi dice cose facilmente applaudibili). Di fatto la provocazione di Gramellini va dialetticamente accolta, conducendo alla necessità di una pedagogia nazionale e di investimenti ( a scuola, nelle TV di servizio) in tutte le tematiche riconducibili alla cultura del cittadino: diritto - costituzionale, soprattutto - economia, storia politica, etc. , nonché a una attenzione "trasversale" alla cittadinanza a scuola di tutte le discipline, con la matematica che prenda esempi dalle grandezze economiche di un bilancio statale, oltre che dal tempo richiesto alla famosa vasca per riempirsi, e ad una filosofia della comunicazione che insegni a sospettare e demistificare gli inganni. Platone aveva torto perché il bravo pilota sarà bravissimo a salvare se stesso e i suoi cari, sacrificando gli altri passeggeri. Però ci conduce al disastro chi promuove referendum a cittadini che siano stati privati degli strumenti culturali per autotutelarsi. Oggi si stima che il 68% degli italiani sia “analfabeta funzionale” , incapace di comprendere il significato di un testo di media complessità: un manifesto politico argomentato, un articolo di giornale (che infatti non legge e non compra). L’istruzione è da troppo tempo un'emergenza democratica.
*http://www.gadlerner.it/2011/11/03/se-un-referendum-semina-il-panico.html

**http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1079&ID_sezione=56

sabato 12 novembre 2011

Alleluia, ma chi ha vinto?

Dopo un pomeriggio e una serata davanti alla TV. E' una sensazione strana. La festa nelle piazze e sul web. Ma anche in me una sensazione come di lutto. La perdita di un avversario ingombrante, che riempiva troppa parte della mente. Faccio qualche intervento su fb. Ne faccio uno sulla pagina del mio concittadino Fabio Granata, finiano radicale e borselliniano. E' una pagina piena di commenti trionfanti e insultanti. Il mio intervento pare troppo moderato a un finiano che mi obietta che la stagione berlusconiana non è conclusa e che bisognerà fare i conti con l'inquinamento provocato da Berlusconi nella società italiana. Beh, lo penso anch'io. E mi chiedo: "ma cosa diavolo mi differenzia (differenzia noi di sinistra) dai finiani (dagli ex neofascisti)?" Forse un po' di moderazione in più. Io per esempio mi preoccupo di non fare sentire perdenti le casalinghe e i pensionati che tifavano per lui perché "è ricco di suo", "gli piacciono le donne, embè?", "sono tutti invidiosi", "fa una bella televisione", "ha fatto vincere scudetti e coppe dei campioni al Milan", etc. Non si possono agitare bandiere di vincitori in faccia a chi si sente sconfitto. Non si può sottrarre bruscamente un mito, per sottrarsi alla fatica di aiutare a fare a meno dei miti. Altrimenti c'è il rischio di un terzo uomo della Provvidenza e non so se l'Italia sopravviverebbe al terzo. Bisognerà spiegare pazientemente alla casalinga e al pensionato che oggi hanno vinto anche loro.

C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi alle vittorie di Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia) e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti. Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati.

Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.