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lunedì 26 agosto 2013

Leader da inventare, leader da consumare


Una volta i leader avevano vita lunga. Occupavano la scena, a destra, sinistra e centro quasi sempre per la durata della loro vita. Si contendevano uno spazio, un passettino avanti, uno indietro, un altro avanti. Perdevano la segreteria del partito e acquisivano la premiership di governo oppure diventavano capicorrente. Se uscivano di scena, questo avveniva morbidamente. De Gasperi, Togliatti, Nenni, Andreotti, Malagodi, La Malfa. Una volta. Erano sintesi stabili degli orientamenti. Ora elenco: Fini, Bossi, Di Pietro, Ingroia, Monti. Di quale malattia si sono ammalati? Scomparso Fini. Una drammatica evoluzione, da Fiuggi al ripudio drastico del fascismo, al “che fai mi cacci?” rivolto impavidamente al padrone d’Italia in una platea servile e ostile. Futuro e libertà fra musica, canti e oratoria del bravo Barbareschi (che poi avvedutamente cambia idea). Apertura ai gay, agli immigrati. Dimenticato il ruolo opaco nei massacri di Genova 2001. Vezzeggiato dalla sinistra. Poi la casa a Montecarlo, l’alleanza con Monti. E la fine. Bossi, grande aggregatore dello scontento del nord. Operai, artigiani, piccoli imprenditori tutti insieme contro il capro espiatorio del Sud e dell’immigrato perché c’è sempre oggi nel leader innanzitutto l’esigenza che sia definito il nemico. Assai meno i risultati attesi dalla sua leadership. Peraltro nella seconda Repubblica la costituzione materiale dice che tutto è permesso se il popolo (una frazione compatta di popolo) lo vuole. Si possono minacciare sollevamenti, fucilate e cannoneggiamenti, come il buon Bossi ha fatto. Chi si azzarderà a minacciare processi? La viltà, non il coraggio, suggerisce che l’avversario sia battuto politicamente, non nei tribunali. L’alibi per l’impotenza. E poiché l’avversario trionfa in una partita a carte truccate, il suggerimento implicito è di subire o di accettare una corsa ad handicap in cui è impossibile vincere. Ma i leader si sconfiggono da se stessi. Ad esempio col il consueto voler troppo. Sistemare, ad esempio, moglie e figli secondo l’odiato costume sudista. Indifendibile. E la fine. Di Pietro, protagonista assoluto di Mani pulite, inquisitore di Craxi. Poi politico rozzamente efficace. Vero antagonista assoluto del padrone d’Italia cui non ha mai concesso sconti. Foto di Vasto, da vincitore. Poi ancora Report, Gabanelli con storie di case e conti confusi fra partito e famiglia. E la fine. Ingroia, idolo del popolo viola e dei militanti della legalità. Incarico in Guatemala. Ritorno in Italia come leader di Rivoluzione civica. Flop. Ridicolizzato da Crozza che non perdona. L’indolenza dolente e la sconfitta. E la fine. Monti, salvatore della patria. Novello Cincinnato lascia l’università, chiamato da Napolitano. E’ scontato: sarà Presidente della Repubblica se ascolta i consigli di Napolitano. Ma non li ascolta. Un disastro elettorale. E la fine. Credo che oggi, più di prima, un leader nasca un po’ per caso. Un mix di talento e di caso. Fra cento o mille leader potenziali ed equivalenti il caso decide. Era nelle cose, possibile ma non fatale, che l’Italia avversa alle regole trovasse un suo leader contro la “gioiosa macchina di guerra” di Occhetto. L’oscuro imprenditore di Arcore prima aveva trovato, con l’aiuto di consulenti e stallieri le risorse economiche, poi per caso incontrò Craxi e il decreto che gli consegnò il potere smisurato di proporre la nuova pedagogia televisiva e di conquistare il cuore di massaie e pensionati, enorme esercito inconsapevolmente al servizio di elusori, trafficanti, frequentatori dei riti del Billionarie. Quindi il pupazzo di neve fu completato col cappello degli intellettuali “eccedenti” nella sinistra che invece nella nuova destra trovarono spazi e retribuzioni impensati. Una forza economica capace di comprare qualsiasi cosa: giovinezza, bellezza, parlamentari. Una valanga nata da un fiocco di neve. Non è diversa la genesi della leadership dell’oppositore di Berlusconi, oppositore di tutto, Beppe Grillo. Certamente irriducibilmente diversi i valori e gli obiettivi. Non diverso il ruolo del caso e, per altri versi, della TV, inventore di leader. Non dal nulla, anche qui, ma privilegiando uno fra cento o fra mille. Un comico di ottima cultura e di buone letture che casualmente incontra un praticone del web e, nella distrazione generale, forse a sua stessa insaputa, occupa uno spazio deserto da cui arringa i piccoli imprenditori delusi, i precari sovra-istruiti, il popolo avverso alle caste. Qui la narrazione vincente è giocata sull’assenza/presenza. Mai presente nei talk show della TV sdegnata, sempre presente e garante di share per la TV che cerca personaggi. Infine l’attraversamento dello stretto vale dieci volte un’apparizione di Berlusconi a rete unificate. Così due Italie hanno trovato i loro campioni. La terza Italia, quella che non amava gli uomini soli al comando è vinta e persuasa. Sarà leader anche qui chi trova un bersaglio attraente e mobilitante. Renzi lo trova nell’apparato del partito. Per la prima volta nella storia del Pci- Ds- Pds- Pd o in quella Dc, Ppi, Margherita, Pd, si può dire “loro”, “voi”, alludendo agli avversari dentro il partito. Anzi si deve dire per vincere. I democratici ora sanno l’essenziale: contro chi sta. Sta contro l’apparato. Il fronte avversario si sfalda. Paradossalmente i rottamati, quelli che lui ha rottamato, passano dalla sua parte. Prima Veltroni e seguito. Poi anche l’ultimo esponente della vecchia Italia e del vecchio PD politicante, Massimo D’Alema, si arrende: sia Renzi il leader. Ah, dimenticavo, vengo anch’io: sia Renzi il leader.

venerdì 1 giugno 2012

L'epidemia della furbizia idiota


Il furto è cosa umana e “razionale”. L’omicidio lo è. Lo stupro lo è. Lo è l’evasione fiscale. E’ umano e “razionale” , per quanto odioso, che si soddisfino i propri bisogni – i primari e i secondari - facendo violenza ad altri, se diversamente non si sa fare. C’è nella violenza e nell’imbroglio una ragione, un calcolo o una ragionevole scommessa (di farla franca). Ma non è a questo – non solo a questo - che assistiamo oggi. Non è solo la violenza e il malaffare “razionale”. E’ “razionale”, oltre che drammatico, che un imprenditore chieda ai suoi operai di tornare al lavoro sotto le lamiere del capannone, finite, apparentemente, le scosse sismiche. I clienti premono e i fornitori aspettano di essere pagati. L’imprenditore non si perdonerebbe di aver compromesso, la propria famiglia e i propri dipendenti ( se è altruista) per un eccesso di cautela. Il suo concorrente fa del resto lo stesso calcolo: ognuno è carnefice potenziale dell’altro, come in quel gioco (dove l’ho visto?), quella tortura in cui due sono col cappio al collo e il movimento dell’uno strangola l’altro. Non è diverso per l’operaio che decide, dopo qualche titubanza, di tornare al lavoro. Sarebbe troppo rischioso se lui non lo facesse e lo facesse invece il compagno di lavoro. E non sempre, nelle piccole imprese, il sindacato è presente a garantire un patto di non concorrenza fra lavoratori. Dovrebbe/potrebbe inibire la concorrenza mortale lo Stato, l’arbitro portatore di interessi generali. Ma, al di là delle affermazioni di principio (la sicurezza, il valore della vita umana), non può farlo più di tanto. Non può imporre costruzioni più solide di tanto, né disporre degli ispettori che servirebbero e che costerebbero. Non può pregiudicare la competitività delle aziende e del sistema Italia, con lo spread incombente. Siamo in competizione con la Cina, che diamine! Va bene: sono tutti comportamenti razionali, quelli delle aziende, dei lavoratori dello Stato, degli Stati. Solo che non è razionale per niente il sistema che costringe gli attori ad impiccarsi reciprocamente con lucida razionalità. A questo ci eravamo abituati o rassegnati. Poi però – non sarà una fantasia, un fantasma immaginario? – oggi succede dell’altro ove non è possibile scorgere il segno di una razionalità qualsiasi. Politici affermati e benestanti, politici in carriera che potevano aspirare a tanto se non a tutto, i Penati, i Lusi, i Formigoni, i Bossi, etc., etc. si giocano tutto per un niente. Per la quarta casa, la seconda barca, l’undicesima amante, per sistemare un figlio impresentabile. Già: quello che avrebbe dovuto aver posto nella storia come il fondatore della Padania, avrà un posticino in una nota a piè di pagina come quello che pagava al figlio la paghetta e l’università facile con i soldi del partito (e dei contribuenti). Dov’è finita la ragione? E nel mondo degli affari? Stessa cosa. I Madoff si moltiplicano, pur con qualche specificità nazionale. In Italia con la certezza che non ci sarà accanimento e che in cella eventualmente si sarà chiamati “dottore”. In cella comunque. Forse potrà dire “Ne valeva la pena” un Fabrizio Corona. Lui senza intrallazzi e ricatti non sarebbe stato un divo, ma solo un normale play boy. No, quello a cavallo fra affari e politica (e calcio) non voglio nominarlo. Non nomino il massimo artefice del rimbecillimento nazionale. E poi il calcio. Anche qui nessuna sorpresa se a far intenzionalmente goal nella propria porta è un giocatore mediocre che in banca ha pochi spiccioli insufficienti a garantirgli l’avvio di un’attività, una rendita, un futuro. La scommessa illecita, il tradimento sono un prezzo ragionevole per sistemare il proprio futuro, almeno per chi non soffre di quelle inibizioni che chiamiamo “Etica”. Incomprensibile appare invece il calcolo del giocatore plurimilionario, membro della nazionale, fiero della bella moglie e fiero dell’ammirazione del pargoletto per il papà campione, il campione che pregiudica tutto per un milione in più, il ventunesimo o il centunesimo milione, dall’utilità marginale vicina allo zero. Credo che questo – la fenomenologia dei Bossi, dei Madoff, dei Criscito - sia più allarmante della lucida delinquenza calcolatrice. Che malattia è questa? Ne Il Gattopardo Tomasi di Lampedusa dice di un personaggio che “aveva quella furbizia che in Sicilia usurpa speso il nome di intelligenza”. Posto che quello che valeva per la Sicilia oggi vale per il paese intero, quella furbizia è fra i fattori scatenanti la malattia attuale. Non è la malattia attuale. La produttiva furbizia (pro domo sua, per definizione) del personaggio del Gattopardo, riguarda al più evasori o piccoli abusivi, non Formigoni, non Bossi, non Criscito o Buffon. Questi ultimi sono l’avanguardia di una epidemia di furbizia idiota che rischia davvero di metterci in ginocchio. Perché abbiamo strumenti per reprimere e dissuadere la normale furbizia “produttiva” e paradelinquenziale, non ne abbiamo per sconfiggere l’epidemia di furbizia idiota. Non è più un calcolo razionale, non è il bisogno di un bene, della casa per le vacanze o della cena nel ristorante prestigioso, che sono acquisiti. E’ il gusto malato di aggirare leggi, regolamenti, compiacendosi, dandosi di gomito, inebriandosi nel comprare l’assessore compiacente, nell’invenzione di schede telefoniche di comodo, di prestanomi per le scommesse, per poter dire del vicino, dello Stato: “L’ho fatto fesso”. Così il sistema, non solo ha prodotto la corda in cui lavoratori, imprenditori, Stati, reciprocamente si strangolano nella splendida competizione. Ha prodotto un virus che nell’Italia dei furbi, esaltata dalla pedagogia della seconda Repubblica, troppo facilmente ha attecchito. Sarà difficile produrre una pedagogia della cura di sé e del paese.

domenica 11 dicembre 2011

Il capro espiatorio del 99%

Durante una conversazione futile, in cui purtroppo sono coinvolto, vien fuori l’episodio dell’attentato al dirigente di Equitalia, odioso esattore, ad opera di sedicenti anarchici. Uno – diciamo di orientamento destrorso - esclama subito: “gli farei un applauso (all'attentatore)”. E un altro, di orientamento analogo: “è stato il mio primo sentimento, poi mi sono detto, ma no” (bontà sua). Il terzo infine – un giovane “rosso” di area “centri sociali”: “ma sì, hanno fatto bene”.
Mi defilo di fronte all’invincibile alleanza degli “opposti estremismi” (come si diceva una volta); opposti in che cosa? Mi viene da pensare all’ultimo Crozza, che mostra il Bossi pensionato e un corteo di indignati, quelli che gridano "siamo il 99%" contro banchieri e finanza. Nel segno dell’odio verso i cosiddetti “poteri forti” il leader leghista e gli “ultrarossi” trovano una entusiasmante sintonia. Che bello trovare il colpevole nell’1% e noi tutti al calduccio nella solidarietà del 99% che non arriva alla fine del mese (chi con 500, chi con 5.000, chi con 50.000 euro mensili).
Oggi poi rifletto all’assalto contro il campo rom di Torino per punire presunti stupratori, in realtà inventati da una ragazzina che ha trovato nella “cultura” della comunità un facile capro espiatorio per spiegare un rapporto sessuale. Anche qui tutti uniti, stavolta contro esponenti di un diverso 1% , di rifiuti umani. Certo con vocazioni abbastanza segnati dal censo e dal livello d’istruzione, con i laureati che prediligono indignarsi contro i banchieri e la speculazione (di cui sono parte i fondi pensione, ma non è il caso di dipanare il filo che lega i buoni ai cattivi) e i malamente scolarizzati (spesso, come pare a Torino, ultra del calcio in crisi di astinenza) che prediligono i rom . Ma va bene lo stesso. Banchieri e rom i diversi. E noi cittadini “normali” , imboscati in lavori di comodo, piccoli e grandi produttori di armi e videogiochi, evasori grandi e piccoli, costruttori e abitanti di case abusive, inquinatori/ inquinati, percettori di pensioni di invalidità indebite, e anche onesti e produttivi lavoratori, larghissimo, smisurato, innocente ceto medio, a subire quell’1% che ci sta sopra e quell’1% che ci sta sotto. Senza sospettare, senza la fatica di pensare che un mondo nuovo non sopprimerà solo banchieri e rom: dovrà cambiarci tutti fino a renderci irriconoscibili a noi stessi.

P.S. Ma poi gli spavaldi assalitori di zingari, compreso l’errore, si saranno suicidati, presi di vergogna e senso di colpa? O no? Quanto durerà il sonno della ragione?

venerdì 26 agosto 2011

L'estetica invece della politica

All’inizio erano due estetiche, opposte e insieme alleate per stringere il paese in una tenaglia. Quella berlusconiana dell’avvenenza e della gioventù con le ragazze in tubino nero, “anche laureate con il massimo dei voti” (Carfagna, Pascale, Minetti, etc., etc.). Opposta, alleata e concorrente era quella popolare di Bossi, maschio, sudato in canottiera.
Poi la crisi del berlusconismo e l’archiviazione della Minetti , del tubino nero e delle “feste eleganti “. Il Pdl, per le divisioni interne e nel tentativo di appeasement con l’opposizione, mette la sordina anche al proprio linguaggio e mezza museruola al ghigno di Cicchitto e della sua versione femminile, l’acidissima Santanché.
La Lega invece, stretta fra la necessità di dividere le proprie responsabilità da quelle di Berlusconi e la paura di nuove elezioni, non riesce a trovare la “quadra”. Balbetta qualcosa. Sentito fallito il federalismo ri-minaccia la secessione. Alla fine sceglie l’estetica e abbandona la politica.
Sceglie l’estetica della comunicazione, verbale e non verbale. Credo sia un Iapsus di Bossi il suo inveire contro i 102 anni della Montalcini, obiettivamente più giovane e in salute di lui. Oppure conta sulla pietas e la buona creanza da prima Repubblica dell’opposizione dalla quale anch’io fatico a dissociarmi.
Poi nella Lega si dividono i compiti. A Bossi l’estetica della comunicazione non verbale. A Calderoli e altri quella verbale. Nella palese carenza di fantasia, il capo rispolvera la canottiera “popolana” esibita per un giorno intero, in mezzo agli amici “borghesi”, evidentemente posando come una modella in quegli abiti che non si portano mai. Può bastare questo ai padani delusi?
A Montezemolo che si candida alla politica, minacciando i voti residui della Lega, l’elegante ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, rivolge un raffinato discorso politico: “Finalmente sono arrivati i Montezemolo, quelle scoreggie d'umanità che non hanno mai lavorato in vita loro.”
Gli ultimi esempi in questa odorosa settimana politica (?) sono più spregiudicati. Intenzionalmente (ma non ne sono sicuro), si fa sfoggio di confusione fra arbitrio e governo. Ma forse davvero i leghisti non distinguono le due cose.
Il senatore della Repubblica, tale leghista Piergiorgio Stiffoni, così “avverte” Famiglia Cristiana che ha osato criticare il governo: “Un'altra volta che il giornale dei Paolini rigioca sporco, allora penseremo sul serio a tassare i patrimoni, in primis quelli ecclesiastici così il giorno dopo la redazione di Famiglia Cristiana deve portare scrivanie e computer in mezzo alla strada”. L’opposizione che, a ragione o a torto, ha una pessima opinione dell’intelligenza degli italiani, non osa replicare all’intimidazione “mafiosa”.
Né replica, mi pare, all’incredibile ministro Calderoli quando, contro i giocatori che osano discutere di contratto e di contributo di solidarietà agita lo spettro di un emendamento che raddoppi per gli amati/odiati professionisti del pallone il contributo discusso. Come i gangster dei filmetti che minacciano di cavare il secondo occhio. Qualcuno, sommessamente rimpiange Pomicino. Ma forse sta per tornare la politica. E una nuova estetica.

sabato 26 febbraio 2011

2111. Memorie dell'Italia dei radical chic

I radical chic vissero a cavallo fra gli ultimi anni a.B. (prima dell’era berlusconiana, convenzionalmente coincidente con il 1994 d.C. , anno della discesa in campo) e i primi anni d. B. (dopo l’ avvento di Berlusconi). Il presente studio, a quasi un secolo di distanza dalla loro scomparsa, si fonda su materiali rinvenuti in salotti dell’epoca e nei luoghi tipici delle manifestazioni di questa curiosa tipologia umana (Piazza del Popolo a Roma, Piazza del Duomo a Milano, etc.).
Il look. Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini: pantaloni, magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.
Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e seni piccoli o cadenti.
Le pettinature erano senza fantasia. Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.
Abitudini igieniche. Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare – anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.
Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi , come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico, meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.
I radical chic pensavano che si sarebbero dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado di capire che tali politiche, trasformando in musei le città, sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.
Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente riconoscevano quale diritto da estendere al genere femminile, tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece di tutelare un presunto diritto all’amore degli omosessuali, categoria che infettava il paese prima di essere meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.
In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavano anatemi contro la corruzione, malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile motore dell’economia.
Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta, o a quella, a più alto reddito, degli odiosi intellettuali, artisti e comici di sinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo, pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.
Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lap dance, spacciatori, etc.) .
Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..
Politica e sovranità. Avevano un’idea curiosa della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze, dopo essere stati battuti ripetutamente da Silvio con il 30% o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna: avete perso le elezioni!”. D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.
Dicevano di venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano più importanti della volontà popolare.

Prima di immetterlo in rete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara, fondatore della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.