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lunedì 26 agosto 2013
Leader da inventare, leader da consumare
venerdì 1 giugno 2012
L'epidemia della furbizia idiota
domenica 11 dicembre 2011
Il capro espiatorio del 99%
Durante una conversazione futile, in cui purtroppo sono coinvolto, vien fuori l’episodio dell’attentato al dirigente di Equitalia, odioso esattore, ad opera di sedicenti anarchici. Uno – diciamo di orientamento destrorso - esclama subito: “gli farei un applauso (all'attentatore)”. E un altro, di orientamento analogo: “è stato il mio primo sentimento, poi mi sono detto, ma no” (bontà sua). Il terzo infine – un giovane “rosso” di area “centri sociali”: “ma sì, hanno fatto bene”.
Mi defilo di fronte all’invincibile alleanza degli “opposti estremismi” (come si diceva una volta); opposti in che cosa? Mi viene da pensare all’ultimo Crozza, che mostra il Bossi pensionato e un corteo di indignati, quelli che gridano "siamo il 99%" contro banchieri e finanza. Nel segno dell’odio verso i cosiddetti “poteri forti” il leader leghista e gli “ultrarossi” trovano una entusiasmante sintonia. Che bello trovare il colpevole nell’1% e noi tutti al calduccio nella solidarietà del 99% che non arriva alla fine del mese (chi con 500, chi con 5.000, chi con 50.000 euro mensili).
Oggi poi rifletto all’assalto contro il campo rom di Torino per punire presunti stupratori, in realtà inventati da una ragazzina che ha trovato nella “cultura” della comunità un facile capro espiatorio per spiegare un rapporto sessuale. Anche qui tutti uniti, stavolta contro esponenti di un diverso 1% , di rifiuti umani. Certo con vocazioni abbastanza segnati dal censo e dal livello d’istruzione, con i laureati che prediligono indignarsi contro i banchieri e la speculazione (di cui sono parte i fondi pensione, ma non è il caso di dipanare il filo che lega i buoni ai cattivi) e i malamente scolarizzati (spesso, come pare a Torino, ultra del calcio in crisi di astinenza) che prediligono i rom . Ma va bene lo stesso. Banchieri e rom i diversi. E noi cittadini “normali” , imboscati in lavori di comodo, piccoli e grandi produttori di armi e videogiochi, evasori grandi e piccoli, costruttori e abitanti di case abusive, inquinatori/ inquinati, percettori di pensioni di invalidità indebite, e anche onesti e produttivi lavoratori, larghissimo, smisurato, innocente ceto medio, a subire quell’1% che ci sta sopra e quell’1% che ci sta sotto. Senza sospettare, senza la fatica di pensare che un mondo nuovo non sopprimerà solo banchieri e rom: dovrà cambiarci tutti fino a renderci irriconoscibili a noi stessi.
P.S. Ma poi gli spavaldi assalitori di zingari, compreso l’errore, si saranno suicidati, presi di vergogna e senso di colpa? O no? Quanto durerà il sonno della ragione?
Mi defilo di fronte all’invincibile alleanza degli “opposti estremismi” (come si diceva una volta); opposti in che cosa? Mi viene da pensare all’ultimo Crozza, che mostra il Bossi pensionato e un corteo di indignati, quelli che gridano "siamo il 99%" contro banchieri e finanza. Nel segno dell’odio verso i cosiddetti “poteri forti” il leader leghista e gli “ultrarossi” trovano una entusiasmante sintonia. Che bello trovare il colpevole nell’1% e noi tutti al calduccio nella solidarietà del 99% che non arriva alla fine del mese (chi con 500, chi con 5.000, chi con 50.000 euro mensili).
Oggi poi rifletto all’assalto contro il campo rom di Torino per punire presunti stupratori, in realtà inventati da una ragazzina che ha trovato nella “cultura” della comunità un facile capro espiatorio per spiegare un rapporto sessuale. Anche qui tutti uniti, stavolta contro esponenti di un diverso 1% , di rifiuti umani. Certo con vocazioni abbastanza segnati dal censo e dal livello d’istruzione, con i laureati che prediligono indignarsi contro i banchieri e la speculazione (di cui sono parte i fondi pensione, ma non è il caso di dipanare il filo che lega i buoni ai cattivi) e i malamente scolarizzati (spesso, come pare a Torino, ultra del calcio in crisi di astinenza) che prediligono i rom . Ma va bene lo stesso. Banchieri e rom i diversi. E noi cittadini “normali” , imboscati in lavori di comodo, piccoli e grandi produttori di armi e videogiochi, evasori grandi e piccoli, costruttori e abitanti di case abusive, inquinatori/ inquinati, percettori di pensioni di invalidità indebite, e anche onesti e produttivi lavoratori, larghissimo, smisurato, innocente ceto medio, a subire quell’1% che ci sta sopra e quell’1% che ci sta sotto. Senza sospettare, senza la fatica di pensare che un mondo nuovo non sopprimerà solo banchieri e rom: dovrà cambiarci tutti fino a renderci irriconoscibili a noi stessi.
P.S. Ma poi gli spavaldi assalitori di zingari, compreso l’errore, si saranno suicidati, presi di vergogna e senso di colpa? O no? Quanto durerà il sonno della ragione?
venerdì 26 agosto 2011
L'estetica invece della politica
All’inizio erano due estetiche, opposte e insieme alleate per stringere il paese in una tenaglia. Quella berlusconiana dell’avvenenza e della gioventù con le ragazze in tubino nero, “anche laureate con il massimo dei voti” (Carfagna, Pascale, Minetti, etc., etc.). Opposta, alleata e concorrente era quella popolare di Bossi, maschio, sudato in canottiera.
Poi la crisi del berlusconismo e l’archiviazione della Minetti , del tubino nero e delle “feste eleganti “. Il Pdl, per le divisioni interne e nel tentativo di appeasement con l’opposizione, mette la sordina anche al proprio linguaggio e mezza museruola al ghigno di Cicchitto e della sua versione femminile, l’acidissima Santanché.
La Lega invece, stretta fra la necessità di dividere le proprie responsabilità da quelle di Berlusconi e la paura di nuove elezioni, non riesce a trovare la “quadra”. Balbetta qualcosa. Sentito fallito il federalismo ri-minaccia la secessione. Alla fine sceglie l’estetica e abbandona la politica.
Sceglie l’estetica della comunicazione, verbale e non verbale. Credo sia un Iapsus di Bossi il suo inveire contro i 102 anni della Montalcini, obiettivamente più giovane e in salute di lui. Oppure conta sulla pietas e la buona creanza da prima Repubblica dell’opposizione dalla quale anch’io fatico a dissociarmi.
Poi nella Lega si dividono i compiti. A Bossi l’estetica della comunicazione non verbale. A Calderoli e altri quella verbale. Nella palese carenza di fantasia, il capo rispolvera la canottiera “popolana” esibita per un giorno intero, in mezzo agli amici “borghesi”, evidentemente posando come una modella in quegli abiti che non si portano mai. Può bastare questo ai padani delusi?
A Montezemolo che si candida alla politica, minacciando i voti residui della Lega, l’elegante ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, rivolge un raffinato discorso politico: “Finalmente sono arrivati i Montezemolo, quelle scoreggie d'umanità che non hanno mai lavorato in vita loro.”
Gli ultimi esempi in questa odorosa settimana politica (?) sono più spregiudicati. Intenzionalmente (ma non ne sono sicuro), si fa sfoggio di confusione fra arbitrio e governo. Ma forse davvero i leghisti non distinguono le due cose.
Il senatore della Repubblica, tale leghista Piergiorgio Stiffoni, così “avverte” Famiglia Cristiana che ha osato criticare il governo: “Un'altra volta che il giornale dei Paolini rigioca sporco, allora penseremo sul serio a tassare i patrimoni, in primis quelli ecclesiastici così il giorno dopo la redazione di Famiglia Cristiana deve portare scrivanie e computer in mezzo alla strada”. L’opposizione che, a ragione o a torto, ha una pessima opinione dell’intelligenza degli italiani, non osa replicare all’intimidazione “mafiosa”.
Né replica, mi pare, all’incredibile ministro Calderoli quando, contro i giocatori che osano discutere di contratto e di contributo di solidarietà agita lo spettro di un emendamento che raddoppi per gli amati/odiati professionisti del pallone il contributo discusso. Come i gangster dei filmetti che minacciano di cavare il secondo occhio. Qualcuno, sommessamente rimpiange Pomicino. Ma forse sta per tornare la politica. E una nuova estetica.
Poi la crisi del berlusconismo e l’archiviazione della Minetti , del tubino nero e delle “feste eleganti “. Il Pdl, per le divisioni interne e nel tentativo di appeasement con l’opposizione, mette la sordina anche al proprio linguaggio e mezza museruola al ghigno di Cicchitto e della sua versione femminile, l’acidissima Santanché.
La Lega invece, stretta fra la necessità di dividere le proprie responsabilità da quelle di Berlusconi e la paura di nuove elezioni, non riesce a trovare la “quadra”. Balbetta qualcosa. Sentito fallito il federalismo ri-minaccia la secessione. Alla fine sceglie l’estetica e abbandona la politica.
Sceglie l’estetica della comunicazione, verbale e non verbale. Credo sia un Iapsus di Bossi il suo inveire contro i 102 anni della Montalcini, obiettivamente più giovane e in salute di lui. Oppure conta sulla pietas e la buona creanza da prima Repubblica dell’opposizione dalla quale anch’io fatico a dissociarmi.
Poi nella Lega si dividono i compiti. A Bossi l’estetica della comunicazione non verbale. A Calderoli e altri quella verbale. Nella palese carenza di fantasia, il capo rispolvera la canottiera “popolana” esibita per un giorno intero, in mezzo agli amici “borghesi”, evidentemente posando come una modella in quegli abiti che non si portano mai. Può bastare questo ai padani delusi?
A Montezemolo che si candida alla politica, minacciando i voti residui della Lega, l’elegante ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, rivolge un raffinato discorso politico: “Finalmente sono arrivati i Montezemolo, quelle scoreggie d'umanità che non hanno mai lavorato in vita loro.”
Gli ultimi esempi in questa odorosa settimana politica (?) sono più spregiudicati. Intenzionalmente (ma non ne sono sicuro), si fa sfoggio di confusione fra arbitrio e governo. Ma forse davvero i leghisti non distinguono le due cose.
Il senatore della Repubblica, tale leghista Piergiorgio Stiffoni, così “avverte” Famiglia Cristiana che ha osato criticare il governo: “Un'altra volta che il giornale dei Paolini rigioca sporco, allora penseremo sul serio a tassare i patrimoni, in primis quelli ecclesiastici così il giorno dopo la redazione di Famiglia Cristiana deve portare scrivanie e computer in mezzo alla strada”. L’opposizione che, a ragione o a torto, ha una pessima opinione dell’intelligenza degli italiani, non osa replicare all’intimidazione “mafiosa”.
Né replica, mi pare, all’incredibile ministro Calderoli quando, contro i giocatori che osano discutere di contratto e di contributo di solidarietà agita lo spettro di un emendamento che raddoppi per gli amati/odiati professionisti del pallone il contributo discusso. Come i gangster dei filmetti che minacciano di cavare il secondo occhio. Qualcuno, sommessamente rimpiange Pomicino. Ma forse sta per tornare la politica. E una nuova estetica.
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sabato 26 febbraio 2011
2111. Memorie dell'Italia dei radical chic
I radical chic vissero a cavallo fra gli ultimi anni a.B. (prima dell’era berlusconiana, convenzionalmente coincidente con il 1994 d.C. , anno della discesa in campo) e i primi anni d. B. (dopo l’ avvento di Berlusconi). Il presente studio, a quasi un secolo di distanza dalla loro scomparsa, si fonda su materiali rinvenuti in salotti dell’epoca e nei luoghi tipici delle manifestazioni di questa curiosa tipologia umana (Piazza del Popolo a Roma, Piazza del Duomo a Milano, etc.).
Il look. Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini: pantaloni, magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.
Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e seni piccoli o cadenti.
Le pettinature erano senza fantasia. Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.
Abitudini igieniche. Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare – anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.
Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi , come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico, meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.
I radical chic pensavano che si sarebbero dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado di capire che tali politiche, trasformando in musei le città, sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.
Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente riconoscevano quale diritto da estendere al genere femminile, tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece di tutelare un presunto diritto all’amore degli omosessuali, categoria che infettava il paese prima di essere meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.
In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavano anatemi contro la corruzione, malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile motore dell’economia.
Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta, o a quella, a più alto reddito, degli odiosi intellettuali, artisti e comici di sinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo, pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.
Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lap dance, spacciatori, etc.) .
Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..
Politica e sovranità. Avevano un’idea curiosa della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze, dopo essere stati battuti ripetutamente da Silvio con il 30% o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna: avete perso le elezioni!”. D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.
Dicevano di venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano più importanti della volontà popolare.
Prima di immetterlo in rete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara, fondatore della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.
Il look. Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini: pantaloni, magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.
Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e seni piccoli o cadenti.
Le pettinature erano senza fantasia. Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.
Abitudini igieniche. Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare – anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.
Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi , come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico, meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.
I radical chic pensavano che si sarebbero dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado di capire che tali politiche, trasformando in musei le città, sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.
Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente riconoscevano quale diritto da estendere al genere femminile, tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece di tutelare un presunto diritto all’amore degli omosessuali, categoria che infettava il paese prima di essere meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.
In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavano anatemi contro la corruzione, malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile motore dell’economia.
Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta, o a quella, a più alto reddito, degli odiosi intellettuali, artisti e comici di sinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo, pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.
Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lap dance, spacciatori, etc.) .
Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..
Politica e sovranità. Avevano un’idea curiosa della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze, dopo essere stati battuti ripetutamente da Silvio con il 30% o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna: avete perso le elezioni!”. D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.
Dicevano di venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano più importanti della volontà popolare.
Prima di immetterlo in rete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara, fondatore della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.
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