Durante una conversazione futile, in cui purtroppo sono coinvolto, vien fuori l’episodio dell’attentato al dirigente di Equitalia, odioso esattore, ad opera di sedicenti anarchici. Uno – diciamo di orientamento destrorso - esclama subito: “gli farei un applauso (all'attentatore)”. E un altro, di orientamento analogo: “è stato il mio primo sentimento, poi mi sono detto, ma no” (bontà sua). Il terzo infine – un giovane “rosso” di area “centri sociali”: “ma sì, hanno fatto bene”.
Mi defilo di fronte all’invincibile alleanza degli “opposti estremismi” (come si diceva una volta); opposti in che cosa? Mi viene da pensare all’ultimo Crozza, che mostra il Bossi pensionato e un corteo di indignati, quelli che gridano "siamo il 99%" contro banchieri e finanza. Nel segno dell’odio verso i cosiddetti “poteri forti” il leader leghista e gli “ultrarossi” trovano una entusiasmante sintonia. Che bello trovare il colpevole nell’1% e noi tutti al calduccio nella solidarietà del 99% che non arriva alla fine del mese (chi con 500, chi con 5.000, chi con 50.000 euro mensili).
Oggi poi rifletto all’assalto contro il campo rom di Torino per punire presunti stupratori, in realtà inventati da una ragazzina che ha trovato nella “cultura” della comunità un facile capro espiatorio per spiegare un rapporto sessuale. Anche qui tutti uniti, stavolta contro esponenti di un diverso 1% , di rifiuti umani. Certo con vocazioni abbastanza segnati dal censo e dal livello d’istruzione, con i laureati che prediligono indignarsi contro i banchieri e la speculazione (di cui sono parte i fondi pensione, ma non è il caso di dipanare il filo che lega i buoni ai cattivi) e i malamente scolarizzati (spesso, come pare a Torino, ultra del calcio in crisi di astinenza) che prediligono i rom . Ma va bene lo stesso. Banchieri e rom i diversi. E noi cittadini “normali” , imboscati in lavori di comodo, piccoli e grandi produttori di armi e videogiochi, evasori grandi e piccoli, costruttori e abitanti di case abusive, inquinatori/ inquinati, percettori di pensioni di invalidità indebite, e anche onesti e produttivi lavoratori, larghissimo, smisurato, innocente ceto medio, a subire quell’1% che ci sta sopra e quell’1% che ci sta sotto. Senza sospettare, senza la fatica di pensare che un mondo nuovo non sopprimerà solo banchieri e rom: dovrà cambiarci tutti fino a renderci irriconoscibili a noi stessi.
P.S. Ma poi gli spavaldi assalitori di zingari, compreso l’errore, si saranno suicidati, presi di vergogna e senso di colpa? O no? Quanto durerà il sonno della ragione?
domenica 11 dicembre 2011
sabato 3 dicembre 2011
L'economia reale del pensionato
Carissimo presidente, la ringrazio per aver voluto ascoltare fra le parti sociali anche la voce dei pensionati. La sorprenderò perché vengo a sottoporle, a loro nome, una proposta di tagli massicci alle pensioni. Possiamo discutere dei particolari, ma in sintesi i pensionati ritengono che sia accettabile un taglio netto, chiaro e visibile alle loro pensioni. Non l’imbroglio del blocco degli adeguamenti Istat. Diciamo un taglio del 30% , almeno a partire dalle pensioni di 1.500 euro. Un po’ di più oltre, meno per le pensioni inferiori, nulla sotto i 1000 euro. Siamo abbastanza generosi? Non è una offerta senza contrapartita naturalmente. Adesso le elenco le nostre ragionevoli contropartite.
La prima è che il governo assuma il punto di vista del lavoro come valore e come unico valore reale dell’economia. Se assumerà questo punto di vista, ovvio, banale, costituzionale, ma dimenticato, alcune conseguenze verranno da sole. E noi pensionati recupereremo presto il 30% che avremo inizialmente sacrificato. Non facciamo ideologia. Pare che si debba rassicurare su questo. Credo significhi soprattutto che non si pretenda il socialismo o cose simili. Non lo pretendiamo, purché si realizzino quelle poche cose concrete che chiediamo Diciamo che è ragionevole, magari opinabile e oggetto di conflitto, ma comunque ragionevole che Stato o imprese private cerchino di retribuire al minimo il lavoro. Non è assolutamente ragionevole che piuttosto che mettere al lavoro, si preferisca mantenere nell’inattività retribuita giovani dotati di intelligenza, competenze ed energia o anche giovani non particolarmente competenti, ma capaci di cuocere un uovo al tegamino. Non è neanche ragionevole e immagino che produca decrescita (sennò l’economia degli economisti sarebbe una cavolata) far cuocere l’uovo al tegamino al giovane che potrebbe contribuire a sconfiggere il cancro e dare un ruolo di ricercatore a un tale che più efficacemente potrebbe cuocere l’uovo al tegamino. Non è ragionevole che ci vantiamo di avere un tasso di disoccupazione inferiore alla media europea, non preoccupandoci dell’assai più vasta platea di cittadini inattivi che hanno smesso di cercare lavoro e di studiare e se ne stanno a casa a farsi angariare dai mariti o nelle sale di videogiochi o di scommesse a spendere il salario di genitori e nonni. Non è ragionevole che sia sprecata l’intelligenza e l’energia dei “giovani” anziani, non incentivando la permanenza nel lavoro, magari part-time. Non è ragionevole che oggi non si chiami al lavoro il pensionato ozioso nei giardinetti, verificando cosa possa fare utilmente. Molti pensionati di medio-alta cultura – le assicuro – assisterebbero volentieri adolescenti e giovani in spazi di doposcuola. Altri starebbero bene nelle mense scolastiche o aziendali. I più giovani e in forma fisica libererebbero volentieri i tombini delle foglie per prevenire i prossimi allagamenti o sarebbero felici di rimboscare le colline prevenendo le prossime frane fatali. Forse lo farebbero gratis. Ma paghiamo loro 200 euro mensili per un lavoro part- time e li faremo esplodere di felicità. Non mi dica che sarebbero soldi sprecati. Significherebbe che l’economia non è una cosa seria. Ci sono erbacce che imbruttiscono migliaia di siti archeologici e ci sono toilette sporche o senza sapone che rendono sgradevole il soggiorno dei turisti e la mobilità. Rimediare a questo è banale? Ma non è assurdo che il paese più bello del mondo non sia il primo paese visitato da turisti? Non è assurdo che questo paese mostri metro insozzate e fatiscenti con ragazzini viziati e superdotati di aggeggi elettronici, in mano, nelle orecchie, forse nel naso, stravaccati, indolenti, sulle sedie. Non è opportuno mettere al lavoro questi poveri ragazzi per redimerli dal rimbecillimento? Non è opportuno riportare a scuola i loro genitori per imparare il mestiere di padre o di madre? Che significa veramente, presidente, l’espressione “non c’è lavoro”? A noi sembra che ci sia un sacco da fare e lavoro per tutti e che anzi sia urgente cancellare per questo i finti lavori, talvolta anche super-retribuiti. C’è da cancellare metà degli uffici che producono carte e tre quarti dei consigli di amministrazione (forse di più, forse tutti) in cui personale politico, parapolitico e parassita acquisisce reddito a spese di chi lavora.
Se i pensionati si dimostrano disponibili a un contributo massiccio per ripianare il debito e mettere al lavoro gli inattivi, sarà facile per lei chiedere sacrifici analoghi ad altre categorie. Esistono gli strumenti per combattere l’evasione. Li applichi e intanto lavoriamo insieme a un nuovo senso comune che produrrà anche una nuova giustizia. L’evasione non è cosa meno grave di una rapina a mano armata. La si punisca allo stesso modo.
E si punisca allo stesso modo la corruzione. E si smetta di oltraggiare la povertà e la bellezza con l’esibizione sciocca di panfili e ville che deturpano il paesaggio.
Se tutti saranno chiamati a sacrifici analoghi ai nostri, ci saranno risorse per abbattere la tassazione sulle imprese e sul lavoro. Se risulteranno impraticabili i favori, molti imprenditori saranno costretti a occuparsi di interpretare la domanda, ad acquisire le migliori tecnologie e le migliori competenze. Riesce a immaginare le energie liberate dalla nuova consapevolezza che lo studio e il merito saranno premiati? Diventeremmo quel che sarebbe naturale essere: il paese più ricco del mondo, grazie alle eredità straordinarie ricevute dalla storia che immeritevolmente abbiamo alle spalle, noi nani sulle spalle di giganti.
In cambio del nostro piccolo sacrificio chiediamo certezze per i nostri figli e nipoti. Che siano aiutati da qualcuno, competente (i raccomandati li pensiamo estinti), nelle scelte di carriera. Che, quando disoccupati, entrino in un comparto pubblico che proponga mix di formazione, ri-orientamento e lavoro cosiddetto socialmente utile. Che in tale fase ci siano operatori esperti capaci di individuare e proporre talenti alle imprese. Che comunque tutti ricevano sempre un salario minimo sociale, equilibrato per non indurre alla inattività. Che sia generalizzato il prestito d’onore per lo studio, per l’avvio di un’attività imprenditoriale, per mettere su casa e famiglia.
Infine le propongo di avviare una rivoluzione culturale. E’ tempo di avere il coraggio di pensare l’impensabile. Non è scontato, anche con le nostre proposte, che la vita degli anziani, sempre più lunga, diventi una vita bella da vivere. A maggior ragione se queste proposte non fossero accolte, restituendo i pensionati alla vita produttiva e sociale. Si tratta semplicemente di lavorare al superamento del tabu della morte. Un giorno forse capiremo tutti che non ha scopo prolungare con la vecchiaia una lunga dolorosa agonia. Ha pensato, presidente, quali incredibili economie si realizzerebbero se tutti i pensionati in un colpo solo ponessero fine alle loro inutili vite e le loro pensioni fossero acquisite dallo Stato? Abbatteremmo il debito pubblico e daremmo nuovo .decisivo slancio all’economia. Auspicando, si intende, che non si torni ai vizi della vecchia economia, quella che ci ha insegnato che il lusso e lo spreco producono domanda, lavoro e sviluppo.
La prima è che il governo assuma il punto di vista del lavoro come valore e come unico valore reale dell’economia. Se assumerà questo punto di vista, ovvio, banale, costituzionale, ma dimenticato, alcune conseguenze verranno da sole. E noi pensionati recupereremo presto il 30% che avremo inizialmente sacrificato. Non facciamo ideologia. Pare che si debba rassicurare su questo. Credo significhi soprattutto che non si pretenda il socialismo o cose simili. Non lo pretendiamo, purché si realizzino quelle poche cose concrete che chiediamo Diciamo che è ragionevole, magari opinabile e oggetto di conflitto, ma comunque ragionevole che Stato o imprese private cerchino di retribuire al minimo il lavoro. Non è assolutamente ragionevole che piuttosto che mettere al lavoro, si preferisca mantenere nell’inattività retribuita giovani dotati di intelligenza, competenze ed energia o anche giovani non particolarmente competenti, ma capaci di cuocere un uovo al tegamino. Non è neanche ragionevole e immagino che produca decrescita (sennò l’economia degli economisti sarebbe una cavolata) far cuocere l’uovo al tegamino al giovane che potrebbe contribuire a sconfiggere il cancro e dare un ruolo di ricercatore a un tale che più efficacemente potrebbe cuocere l’uovo al tegamino. Non è ragionevole che ci vantiamo di avere un tasso di disoccupazione inferiore alla media europea, non preoccupandoci dell’assai più vasta platea di cittadini inattivi che hanno smesso di cercare lavoro e di studiare e se ne stanno a casa a farsi angariare dai mariti o nelle sale di videogiochi o di scommesse a spendere il salario di genitori e nonni. Non è ragionevole che sia sprecata l’intelligenza e l’energia dei “giovani” anziani, non incentivando la permanenza nel lavoro, magari part-time. Non è ragionevole che oggi non si chiami al lavoro il pensionato ozioso nei giardinetti, verificando cosa possa fare utilmente. Molti pensionati di medio-alta cultura – le assicuro – assisterebbero volentieri adolescenti e giovani in spazi di doposcuola. Altri starebbero bene nelle mense scolastiche o aziendali. I più giovani e in forma fisica libererebbero volentieri i tombini delle foglie per prevenire i prossimi allagamenti o sarebbero felici di rimboscare le colline prevenendo le prossime frane fatali. Forse lo farebbero gratis. Ma paghiamo loro 200 euro mensili per un lavoro part- time e li faremo esplodere di felicità. Non mi dica che sarebbero soldi sprecati. Significherebbe che l’economia non è una cosa seria. Ci sono erbacce che imbruttiscono migliaia di siti archeologici e ci sono toilette sporche o senza sapone che rendono sgradevole il soggiorno dei turisti e la mobilità. Rimediare a questo è banale? Ma non è assurdo che il paese più bello del mondo non sia il primo paese visitato da turisti? Non è assurdo che questo paese mostri metro insozzate e fatiscenti con ragazzini viziati e superdotati di aggeggi elettronici, in mano, nelle orecchie, forse nel naso, stravaccati, indolenti, sulle sedie. Non è opportuno mettere al lavoro questi poveri ragazzi per redimerli dal rimbecillimento? Non è opportuno riportare a scuola i loro genitori per imparare il mestiere di padre o di madre? Che significa veramente, presidente, l’espressione “non c’è lavoro”? A noi sembra che ci sia un sacco da fare e lavoro per tutti e che anzi sia urgente cancellare per questo i finti lavori, talvolta anche super-retribuiti. C’è da cancellare metà degli uffici che producono carte e tre quarti dei consigli di amministrazione (forse di più, forse tutti) in cui personale politico, parapolitico e parassita acquisisce reddito a spese di chi lavora.
Se i pensionati si dimostrano disponibili a un contributo massiccio per ripianare il debito e mettere al lavoro gli inattivi, sarà facile per lei chiedere sacrifici analoghi ad altre categorie. Esistono gli strumenti per combattere l’evasione. Li applichi e intanto lavoriamo insieme a un nuovo senso comune che produrrà anche una nuova giustizia. L’evasione non è cosa meno grave di una rapina a mano armata. La si punisca allo stesso modo.
E si punisca allo stesso modo la corruzione. E si smetta di oltraggiare la povertà e la bellezza con l’esibizione sciocca di panfili e ville che deturpano il paesaggio.
Se tutti saranno chiamati a sacrifici analoghi ai nostri, ci saranno risorse per abbattere la tassazione sulle imprese e sul lavoro. Se risulteranno impraticabili i favori, molti imprenditori saranno costretti a occuparsi di interpretare la domanda, ad acquisire le migliori tecnologie e le migliori competenze. Riesce a immaginare le energie liberate dalla nuova consapevolezza che lo studio e il merito saranno premiati? Diventeremmo quel che sarebbe naturale essere: il paese più ricco del mondo, grazie alle eredità straordinarie ricevute dalla storia che immeritevolmente abbiamo alle spalle, noi nani sulle spalle di giganti.
In cambio del nostro piccolo sacrificio chiediamo certezze per i nostri figli e nipoti. Che siano aiutati da qualcuno, competente (i raccomandati li pensiamo estinti), nelle scelte di carriera. Che, quando disoccupati, entrino in un comparto pubblico che proponga mix di formazione, ri-orientamento e lavoro cosiddetto socialmente utile. Che in tale fase ci siano operatori esperti capaci di individuare e proporre talenti alle imprese. Che comunque tutti ricevano sempre un salario minimo sociale, equilibrato per non indurre alla inattività. Che sia generalizzato il prestito d’onore per lo studio, per l’avvio di un’attività imprenditoriale, per mettere su casa e famiglia.
Infine le propongo di avviare una rivoluzione culturale. E’ tempo di avere il coraggio di pensare l’impensabile. Non è scontato, anche con le nostre proposte, che la vita degli anziani, sempre più lunga, diventi una vita bella da vivere. A maggior ragione se queste proposte non fossero accolte, restituendo i pensionati alla vita produttiva e sociale. Si tratta semplicemente di lavorare al superamento del tabu della morte. Un giorno forse capiremo tutti che non ha scopo prolungare con la vecchiaia una lunga dolorosa agonia. Ha pensato, presidente, quali incredibili economie si realizzerebbero se tutti i pensionati in un colpo solo ponessero fine alle loro inutili vite e le loro pensioni fossero acquisite dallo Stato? Abbatteremmo il debito pubblico e daremmo nuovo .decisivo slancio all’economia. Auspicando, si intende, che non si torni ai vizi della vecchia economia, quella che ci ha insegnato che il lusso e lo spreco producono domanda, lavoro e sviluppo.
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mercoledì 30 novembre 2011
Magri, Monicelli e le domande impronunciabili
Lucio Magri era un uomo molto affascinante. Il fascino gli aveva regalato una vita piena di amori. Era un uomo molto intelligente L’intelligenza non gli aveva consentito di prevedere il futuro e la sconfitta meglio di quanto possa fare un qualsiasi idiota. Era un uomo molto colto. La cultura gli ha consentito di trovare una morte “igienica”, senza sangue, in una clinica svizzera specializzata. Non come Monicelli che sceglie di schiantarsi sull’asfalto. Magri è morto da politico, non solo perché intenzionato – come ha sostenuto l’amico Valentino Parlato – a denunciare la società colpevole di un fallimento sociale e del suo fallimento, di Lucio, ma anche perché capace di immaginare il mondo senza di lui: gli amici in attesa della notizia, il suo corpo senza vita sepolto accanto a quello della moglie amata. Non potendo e non volendo capire che non avrebbe mai saputo di questo, che morendo non avrebbe assistito alla propria morte e morire sarebbe stato subito come non essere mai nato (avrebbe dovuto insegnarglielo Lucrezio). Perciò il suo suicidio è più colto di quello di Monicelli che però è più cinico e intelligente, nella consapevolezza che non ci fosse rituale meritevole di essere osservato, che non avrebbe sofferto assistendo al dolore di congiunti per il corpo straziato, e che non avrebbe mai goduto del cordoglio di amici e parenti. Magri muore come uno stoico romano felice di lasciare memoria onorata di sé, come un samurai. Ritualmente. Monicelli si butta via, semplicemente, come nel settembre 2001 si buttavano dalle Due Torri per sfuggire a una morte più lenta e atroce. Perché conservare la vita per i minuti e i secondi utili al fuoco a realizzare la sua tortura fino alla morte? Serviva a Monicelli conservare la vita aspettando che malattia e dolore finissero di torturarlo? E poi la domanda terribile, di fondo, che ci è vietata: serve conservare la vita, innamorandosi, essendo abbandonati dall’amata, sgomitando, proteggendo i propri figli e uccidendo i figli altrui, se si sarà inghiottiti comunque dal nulla? E’ diverso 30, 40, 100 anni, con l’infinito nulla davanti?
Questa domanda ci è vietata. Ci è vietato disporre liberamente di noi, almeno tutte le volte in cui è possibile imbrigliare la pulsione di morte. Oggi dibattiamo sul nostro spazio di libertà, entro i margini assegnati dalle leggi degli Stati, tutte le volte in cui non possiamo o non vogliamo fare da soli. Sono, quelli degli Stati, divieti che incidono sulla minoranza degli aspiranti suicidi, la minoranza dei più sofferenti e inermi, come Welby e Englaro. Divieti esemplari che non impediscono ai più, disoccupati e piccoli imprenditori falliti, detenuti senza speranza e ascolto nelle carceri affollate, di por fine alla vita.
Eppure – lo so – non possiamo consentire pubblici suicidi. Non possiamo guardare il morituro che beve il farmaco mortale come se bevesse una gazzosa, o lasciarlo volare dal tetto come se avesse un paracadute.
Allora ci insegnano a distinguere, come se nelle distinzioni che a me paiono futili risiedessero verità, giustizia e pietà. L’Olanda consente l’eutanasia attiva, col medico che direttamente procura la morte. La Germania consente l’ eutanasia passiva, interrompendo cure inutili perché incapaci di evitare la morte. Stupenda ipocrisia perché comunque la morte è accelerata dalla fine delle cure. Se la vita fosse un valore in sé, ogni attimo di vita sofferente avrebbe valore. In Svizzera è consentito il suicidio assistito: è il morituro che si propina il farmaco mortale procuratogli dalla clinica che lo assiste. Già perché pare essenziale che non sia il medico a compiere l’atto meccanico e “omicida”. In Italia il dibattito è sul quesito se sia terapia l’alimentazione e l’idratazione forzata. Chissà, forse quando apparirà insostenibile per la divina economia mantenere in vita malati nel corpo o nello spirito, manovra dopo manovra, si creerà un nuovo senso comune che faciliterà gli esodi dalla vita.
Fare la vita meritevole di essere vissuta non riguarda governi, parlamenti e banche. Dicono che è tema da filosofi: insomma non è argomento serio. Lucio Magri avrebbe considerato insopportabile il confronto fra le ragioni dei clericali e quelle prossime a venire degli economisti.
Questa domanda ci è vietata. Ci è vietato disporre liberamente di noi, almeno tutte le volte in cui è possibile imbrigliare la pulsione di morte. Oggi dibattiamo sul nostro spazio di libertà, entro i margini assegnati dalle leggi degli Stati, tutte le volte in cui non possiamo o non vogliamo fare da soli. Sono, quelli degli Stati, divieti che incidono sulla minoranza degli aspiranti suicidi, la minoranza dei più sofferenti e inermi, come Welby e Englaro. Divieti esemplari che non impediscono ai più, disoccupati e piccoli imprenditori falliti, detenuti senza speranza e ascolto nelle carceri affollate, di por fine alla vita.
Eppure – lo so – non possiamo consentire pubblici suicidi. Non possiamo guardare il morituro che beve il farmaco mortale come se bevesse una gazzosa, o lasciarlo volare dal tetto come se avesse un paracadute.
Allora ci insegnano a distinguere, come se nelle distinzioni che a me paiono futili risiedessero verità, giustizia e pietà. L’Olanda consente l’eutanasia attiva, col medico che direttamente procura la morte. La Germania consente l’ eutanasia passiva, interrompendo cure inutili perché incapaci di evitare la morte. Stupenda ipocrisia perché comunque la morte è accelerata dalla fine delle cure. Se la vita fosse un valore in sé, ogni attimo di vita sofferente avrebbe valore. In Svizzera è consentito il suicidio assistito: è il morituro che si propina il farmaco mortale procuratogli dalla clinica che lo assiste. Già perché pare essenziale che non sia il medico a compiere l’atto meccanico e “omicida”. In Italia il dibattito è sul quesito se sia terapia l’alimentazione e l’idratazione forzata. Chissà, forse quando apparirà insostenibile per la divina economia mantenere in vita malati nel corpo o nello spirito, manovra dopo manovra, si creerà un nuovo senso comune che faciliterà gli esodi dalla vita.
Fare la vita meritevole di essere vissuta non riguarda governi, parlamenti e banche. Dicono che è tema da filosofi: insomma non è argomento serio. Lucio Magri avrebbe considerato insopportabile il confronto fra le ragioni dei clericali e quelle prossime a venire degli economisti.
domenica 20 novembre 2011
La democrazia violata di Lerner e la "megliocrazia" di Gramellini
Piccole riflessioni su due pezzi usciti contemporaneamente, lo scorso 3 novembre, che, benché di due giornalisti dalle opzioni culturali e politiche non troppo distanti, apparivano assolutamente opposti. Il tema è attualissimo nel momento in cui il rapporto fra competenza e politica, con il governo Monti, divide le culture e rischia di rompere le alleanze costituitesi “contro”. Lerner e Gramellini vedevano il problema dal lato dei cittadini votanti. La premessa è costituita dal massiccio dislocarsi a destra di masse popolari (divenute "plebi", paghe di “panem ed circenses” ) sicché appare sempre più vera l'ingenua classificazione politica dei ragazzini del film di Virzì "Caterina va in città": “Cos'è la destra? Il partito dei poveri. Cos'è la sinistra? Il partito dei ricchi”. Venuta meno o entrata in crisi “la lotta di classe”, municipalismo, razzismo, agonia della politica trascinano a destra e a votare contro se stessi i meno ricchi di reddito e di cultura. Al contempo cresce il bisogno di democrazia di masse giovanili deprivate di reddito e futuro ma fortunatamente - anche grazie alla rete – attrezzati di informazione e cultura.
La retromarcia sul referendum greco è contestata da Lerner in nome della democrazia (non ricordo se Lerner contestasse egualmente il golpe militare algerino che annullò la vittoria democratica degli islamisti).* Gramellini invece "sembra" militare contro la democrazia, guardando all'incapacità popolare di scegliere il bene (e il proprio bene) e sembra auspicare quella che chiama "megliocrazia". Il termine di fatto appare un calco di “aristocrazia”, pur senza i privilegi di sangue propri di quest’ultima. Sposando un argomento dell'antico Platone (contro i sofisti/democratici dell'epoca) Gramellini si chiede come mai sia normale chiedere la patente per un pilota d'aerei (Platone, se ben ricordo, parlava di nocchiero) e non altrettanto per il cittadino votante.** Dimostri il cittadino insomma prima del voto la sua cultura politica. Ritengo che Gramellini intendesse provocare (amo i provocatori dialettici più di chi dice cose facilmente applaudibili). Di fatto la provocazione di Gramellini va dialetticamente accolta, conducendo alla necessità di una pedagogia nazionale e di investimenti ( a scuola, nelle TV di servizio) in tutte le tematiche riconducibili alla cultura del cittadino: diritto - costituzionale, soprattutto - economia, storia politica, etc. , nonché a una attenzione "trasversale" alla cittadinanza a scuola di tutte le discipline, con la matematica che prenda esempi dalle grandezze economiche di un bilancio statale, oltre che dal tempo richiesto alla famosa vasca per riempirsi, e ad una filosofia della comunicazione che insegni a sospettare e demistificare gli inganni. Platone aveva torto perché il bravo pilota sarà bravissimo a salvare se stesso e i suoi cari, sacrificando gli altri passeggeri. Però ci conduce al disastro chi promuove referendum a cittadini che siano stati privati degli strumenti culturali per autotutelarsi. Oggi si stima che il 68% degli italiani sia “analfabeta funzionale” , incapace di comprendere il significato di un testo di media complessità: un manifesto politico argomentato, un articolo di giornale (che infatti non legge e non compra). L’istruzione è da troppo tempo un'emergenza democratica.
*http://www.gadlerner.it/2011/11/03/se-un-referendum-semina-il-panico.html
**http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1079&ID_sezione=56
La retromarcia sul referendum greco è contestata da Lerner in nome della democrazia (non ricordo se Lerner contestasse egualmente il golpe militare algerino che annullò la vittoria democratica degli islamisti).* Gramellini invece "sembra" militare contro la democrazia, guardando all'incapacità popolare di scegliere il bene (e il proprio bene) e sembra auspicare quella che chiama "megliocrazia". Il termine di fatto appare un calco di “aristocrazia”, pur senza i privilegi di sangue propri di quest’ultima. Sposando un argomento dell'antico Platone (contro i sofisti/democratici dell'epoca) Gramellini si chiede come mai sia normale chiedere la patente per un pilota d'aerei (Platone, se ben ricordo, parlava di nocchiero) e non altrettanto per il cittadino votante.** Dimostri il cittadino insomma prima del voto la sua cultura politica. Ritengo che Gramellini intendesse provocare (amo i provocatori dialettici più di chi dice cose facilmente applaudibili). Di fatto la provocazione di Gramellini va dialetticamente accolta, conducendo alla necessità di una pedagogia nazionale e di investimenti ( a scuola, nelle TV di servizio) in tutte le tematiche riconducibili alla cultura del cittadino: diritto - costituzionale, soprattutto - economia, storia politica, etc. , nonché a una attenzione "trasversale" alla cittadinanza a scuola di tutte le discipline, con la matematica che prenda esempi dalle grandezze economiche di un bilancio statale, oltre che dal tempo richiesto alla famosa vasca per riempirsi, e ad una filosofia della comunicazione che insegni a sospettare e demistificare gli inganni. Platone aveva torto perché il bravo pilota sarà bravissimo a salvare se stesso e i suoi cari, sacrificando gli altri passeggeri. Però ci conduce al disastro chi promuove referendum a cittadini che siano stati privati degli strumenti culturali per autotutelarsi. Oggi si stima che il 68% degli italiani sia “analfabeta funzionale” , incapace di comprendere il significato di un testo di media complessità: un manifesto politico argomentato, un articolo di giornale (che infatti non legge e non compra). L’istruzione è da troppo tempo un'emergenza democratica.
*http://www.gadlerner.it/2011/11/03/se-un-referendum-semina-il-panico.html
**http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1079&ID_sezione=56
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sabato 12 novembre 2011
Alleluia, ma chi ha vinto?
Dopo un pomeriggio e una serata davanti alla TV. E' una sensazione strana. La festa nelle piazze e sul web. Ma anche in me una sensazione come di lutto. La perdita di un avversario ingombrante, che riempiva troppa parte della mente. Faccio qualche intervento su fb. Ne faccio uno sulla pagina del mio concittadino Fabio Granata, finiano radicale e borselliniano. E' una pagina piena di commenti trionfanti e insultanti. Il mio intervento pare troppo moderato a un finiano che mi obietta che la stagione berlusconiana non è conclusa e che bisognerà fare i conti con l'inquinamento provocato da Berlusconi nella società italiana. Beh, lo penso anch'io. E mi chiedo: "ma cosa diavolo mi differenzia (differenzia noi di sinistra) dai finiani (dagli ex neofascisti)?" Forse un po' di moderazione in più. Io per esempio mi preoccupo di non fare sentire perdenti le casalinghe e i pensionati che tifavano per lui perché "è ricco di suo", "gli piacciono le donne, embè?", "sono tutti invidiosi", "fa una bella televisione", "ha fatto vincere scudetti e coppe dei campioni al Milan", etc. Non si possono agitare bandiere di vincitori in faccia a chi si sente sconfitto. Non si può sottrarre bruscamente un mito, per sottrarsi alla fatica di aiutare a fare a meno dei miti. Altrimenti c'è il rischio di un terzo uomo della Provvidenza e non so se l'Italia sopravviverebbe al terzo. Bisognerà spiegare pazientemente alla casalinga e al pensionato che oggi hanno vinto anche loro.
C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi alle vittorie di Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia) e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti. Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati.
Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.
C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi alle vittorie di Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia) e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti. Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati.
Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.
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domenica 30 ottobre 2011
Sandro Usai e Sisifo che puntella l'Italia
La mia motivazione è solo quella di ricordare un oscuro eroe dei nostri tempi e di lasciarne traccia elettronica, anche su questo blog. Così giustifico il ripetere cose che forse tutti sapete, leggendo del disastro nelle Cinque Terre e nella Lunigiana. Sandro Usai era un sardo di 38 anni, da dodici anni a Monterosso (La Spezia) dove si era ben integrato facendosi ligure. Il suo datore di lavoro nel ristorante dove lavorava e che era anche suo "capo", come coordinatore della locale Protezione civile, descrive l'attività incessante di Sandro che "arrotondava" con altri mestieri, per dire che "non faceva il volontario perché aveva tempo da perdere". Volontariato come vocazione profonda, il suo. Armato di tale vocazione, Sandro, alle prime avvisaglie del disastro, lascia la moglie che inutilmente cerca di trattenerlo e che riesce solo a farsi lasciare l'orologio (perché non si sporchi). Così, dopo avere salvato - riferiscono - innumerevoli vite, è travolto dal fango e muore. Sandro, sardo/ligure è fra gli italiani che testardamente ricuciono il Paese, con i suoi tanti idiomi, con i suoi tanti municipi. E' fra gli italiani che puntellano l'Italia che frana, letteralmente e metaforicamente. Come Angelo Vassallo che pagò con la vita la difesa del suo territorio. Come Libero Grassi che pagò lo stesso prezzo perché la sua sfida pubblica alla mafia ridestasse le coscienze. L'analogia con Sisifo è forse discutibile. * Allude a un sacrificio che pare continuamente vanificato. Talvolta metto l'accento sulla inanità del sacrificio. Poi mi dico che l'Italia, imbruttita dal cemento e franata, sarebbe orrenda e sepolta dalle colline abbandonate e franate, senza quei sacrifici.
Venerdì scorso Carlo Petrini (la Repubblica) svolge una analisi impietosa di un modello di sviluppo (si fa per dire...) che negli ultimi dieci anni ha costruito quattro milioni di case, mentre si stima l'esistenza di cinque milioni e duecentomila case vuote. Analogo discorso per i capannoni industriali. ** Poi Petrini ci consola con la buona notizia della costituente Assemblea Nazionale del Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio.*** E il Bene Comune appare la bandiera di movimenti diversi, di persone diverse che, dibattendo e facendo, come Sandro, si oppongono all'egoismo e all'apologia del privato e dell'incuria. "Il privato - osserva Petrini - non può privare il resto della comunità di qualcosa d'insostituibile e di non rinnovabile. Il privato non può privare."
Da un lato - è il senso di un intervento di Michele Serra, lo stesso giorno, anche lui su la Repubblica - un fare inconsulto, dall'altro un non fare altrettanto distruttivo, l'abbandono delle colline e la mancata manutenzione di fiumi , canali e argini. Secondo il Presidente della Regione ligure, Claudio Burlando, il non fare sarebbe stato all'origine del disastro nelle Cinque Terre. Tutto lì - osserva Michele Serra - suggerisce la necessità della cura, dell'attenzione e della fatica. E conclude domandandosi: "Ma è una fatica che siamo ancora in grado di affrontare, non solo come classe dirigente, dico proprio come cultura diffusa, come idea corrente del nostro paese?" ****
I Sisifo del nostro tempo sembrano accettare la scommessa, a prezzo della vita alla quale comunque conferiscono senso.
"Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice", dice Camus. Così, felice, immagino Sandro Usai.
* Ho trovato sul web questa rivisitazione complessa di Camus riguardo il mito di Sisifo http://sottolanevepane.splinder.com/post/12932126/albert-camus-il-m...
** http://www.slowfood.it/sloweb/C27451721919b1C471xs7C6E1F00/una-gran...
*** www.salviamoilpaesaggio.it
**** http://triskel182.wordpress.com/2011/10/28/i-colori-gioiello-delle-...
lunedì 24 ottobre 2011
Manifesti per tutti i politici, per nessuna politica
Sempre più difficile. Sempre più difficile attribuire una icona, uno slogan, un manifesto a un soggetto politico. Infatti nei giorni scorsi ho vanamente logorato il mio cervello per capire chi fosse l’autore di manifesti che invadevano i muri di Ostia. Un salvagente con su scritto Salviamo la politica e dentro Basta con le solite facce. Salviamo la politica è parola d’ordine oggi variamente spendibile. E’ una richiesta di cambiamento che vuole sottrarsi alle accuse di qualunquismo e antipolitica, acquisendo il lasciapassare per menare fendenti alla politica attuale. A tutta la politica appunto. Un po’ come nel manifesto di Della Valle, ad esempio. L’appello dentro il salvagente - Basta con le solite facce - aggiunge qualcosina.
Sicuramente – ho pensato - è un appello per mandare a casa, in villa o in barca Berlusconi, Bersani, Casini. Uno di loro o tutti loro; questo particolare non è chiaro. Ma chi sarà l’autore – singolo o collettivo - del manifesto? Potrebbe essere un coetaneo di Casini o di Bersani o di Berlusconi, solo meno logorato dalla lunga esposizione in quest’epoca che distrugge credibilità e reputazione. O forse la polemica è contro la generazione dei padri. Come improvvisato Sherlock Holmes nella semiotica della politica, vado per esclusione o per approssimazioni successive. Mi sento quasi di escludere che possa trattarsi di uno del Pdl. Sarebbe un manifesto implicitamente oltraggioso per il grande leader e questo da quelle parti non dovrebbe essere consentito. Fra Udc e Pd trovo più probabile quest’ultimo. Nel Pd è tollerato e facile sparare sul quartier generale e sul leader. Anzi è segno di personalità e indipendenza. Il manifesto potrebbe essere di Renzi o di un renziano , giusto? Sì, potrebbe.
Potrebbe essere di Grillo o di un grillino? Improbabile. E’ troppo moderato. Un grillino non direbbe solite facce . Direbbe facce di c… come minimo. Così non mi resta che aspettare un secondo manifesto che sciolga l’enigma. Che arriva. Accidenti, ho sbagliato tutto. E’ proprio di un politico del Pdl; l’ipotesi che avevo quasi escluso. E’ di tale Fabrizio Santori, consigliere del Pdl di Roma Capitale. Che nel secondo manifesto sostituisce Diamo valore al merito a Basta con le solite facce.
Già, ma chi è contrario al merito? Quale rivoluzione promette l’ignoto Santori? Contro chi? Contro la Minetti o la Gelmini?
In conclusione mi viene da pensare che ci siano agenzie di comunicazione con il loro bravo repertorio di slogan, immagini e icone a disposizione del primo compratore. “A chi hai venduto Basta con le solite facce -chiede il direttore dell’agenzia al collaboratore - al Pdl, a Di Pietro o al Partito dei comunisti italiani? Ma non lo avevamo venduto al Pd? Ah, al Pdl? E il Pdl prende pure il seguito - Diamo valore al merito - o quello lo vendiamo al Pd? “.
Aspetto manifesti che abbiano il coraggio di dire:
Nessuno a mendicare. Nessuno senza salario. Salario di cittadinanza.
oppure
Fiducia nei giovani. Prestiti d’onore per tutti: per studiare, metter casa, intraprendere.
oppure
Prendiamo sul serio la Costituzione. Nessuno senza scuola, nessuno senza lavoro.
oppure
Manette agli evasori prima. Ai rapinatori dopo.
oppure, addirittura
Chi sta meglio non guadagni più di dieci volte di chi sta peggio.
Oppure messaggi che dicano il contrario, purché osino dire qualcosa.
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