venerdì 26 aprile 2013

La sobrietà dell'altro mondo


Le diseguaglianze nel mondo crescono vertiginosamente. Cresce la voglia di confrontare e perequare. Ma i più deboli non possono accorciare le distanze. Nel ricatto permanente dei capitali mobili del mondo globalizzato, il conflitto sociale è marginalizzato. Si può solo rispondere ai referendum espliciti o impliciti modello Pomigliano: “scegli di aver meno o di aver niente?”. Si sceglie di aver meno. E chiedere ai più forti di contenersi. Fino a un certo punto. Non potendo contraddire il mercato e i prezzi che esso determina. Ci si può rammaricare, si possono esibire sensi di colpa, si può fare beneficenza . I ben pagati conduttori di talk show, affrontando il tema della povertà, avvertono la pressante esigenza di confessare: “Io che povero non sono” oppure “Io che non ho difficoltà a pagare l’Imu”. Qualcuno, più coraggiosamente per i tempi, ricorda che i suoi proventi sono largamente ricompensati dagli incassi pubblicitari. Ovvero pone sul tappeto il dilemma: mercato o cosa? La sobrietà come perequazione dall’alto La sobrietà ha almeno due interpretazioni. Per la prima la sobrietà è la rinuncia, spontanea o imposta, ad un surplus di reddito, da lasciare allo Stato, all’azienda o da destinare ad opere caritatevoli, come si sarebbe detto una volta. La richiesta di sobrietà si è rivolta inizialmente e soprattutto alla politica. E’ stato il segno di una svalutazione della qualità e del significato dell’agire politico. I riflettori sono puntati sui cosiddetti costi della politica. Parte dei politici contesta l’ondata di piena, vuoi per ovvia convenienza, vuoi per ragionevole timore che il populismo anti-casta travolga le stesse istituzioni. Parte prende atto della domanda di sobrietà e si adegua. Si apre una gara a ridursi retribuzioni e prebende. Monti rinuncia alla retribuzione di primo ministro. I presidenti delle Camere appena insediati ritengono che l’autolimitazione di retribuzione e accessori (alloggio) sia il primo progetto da esibire. Fuori dal palazzo, la pratica dell’autolimitazione, ha precursori illustri negli Usa fra i più grossi magnati. I Gates e i Buffet, supermiliardari, che decidono di devolvere il 50% dei profitti in favore di fondazioni benefiche e promuovono l’adesione degli altri fortunati a tale iniziativa, oltre che denunciare la debole progressività del sistema fiscale. Il nostro Diego Della Valle annuncia invece che devolverà l’1% dei profitti ad opere sociali. Gli resterà solo il 99%. Ai manager pubblici è facile ovviamente imporre riduzioni e sobrietà (relativa). Ai manager privati, benché assai più remunerati dei pubblici, nulla si può imporre. Ma l’onda di piena induce i più generosi all’autolimitazione. Qualcuno ritiene di poter fissare da solo la giusta misura della propria retribuzione. Herbert Stepic, numero uno della banca austriaca Raiffeisen, ad esempio, ritiene “ingiusto essere remunerati in modo sproporzionato”. Restituendo alla banca 2 milioni di euro, ritiene giusta la retribuzione pari a soli 3 milioni di euro annui. Sfugge ovviamente la natura del calcolo da lui operato. Comunque bene. Mostra saggezza. C’è chi pensa che il denaro, oltre a una certa soglia, sia del tutto inutile. Utile al più come segno di riconoscimento. Il mercato e il buon senso però celebrano così il loro divorzio. La sobrietà come nuova estetica L’altra interpretazione è estetica. Non si rinuncia a ciò che la legge o il mercato di assegnano. Non si rinuncia alla ricchezza. Si rinuncia alla sua esibizione. Tornano i miti degli imprenditori austeri, tutti casa e lavoro che molti italiani mostrano di preferire ai neo ricchi e ai Briatore che con i futili consumi di champagne e barche, secondo l’indomabile Italia dei berlusconiani (per dirla semplice) darebbe tanto lavoro a camerieri e ragazze immagine. Naturalmente – ma è un dettaglio – secondo la vulgata berlusconiana solo la ricchezza e i consumi degli imprenditori sarebbero fonti di lavoro. Mai – Dio ci scampi – i redditi e i consumi di Saviano o di Fazio. L’esempio dall’altro mondo In qualche caso infine la sobrietà appare il segno di un mutamento antropologico. Etico sì. Estetico anche. Ma spontaneo come una conquista, la rinuncia a sprecarsi col superfluo. L’esempio evidente, la proposta di un nuovo francescanesimo, ci viene da l’altro mondo di Papa Francesco. Il Papa che rinuncia ai paramenti e alla distanza, fisica e del linguaggio, che prima erano i segni distintivi del potere. Dall’altro mondo viene l’esempio dello sconosciuto presidente uruguaiano Josè Mujica. Lerner ne parlò nella puntata di Zeta dello scorso 9 marzo. Nella stessa puntata un teorico della sobrietà felice quale Petrini, il fondatore di Slow Food, per l’ennesima volta esibiva i conti dello spreco immane del cibo e dell’acqua. ¼ del cibo sprecato e buttato fra le immondizie . 1/3 di quello basterebbe a sfamare gli 860 milioni di affamati del mondo. E intanto ogni anno 36 milioni di uomini muoiono per fame e 29 milioni per eccesso di cibo. La modernità delle tecnologie più sofisticate non saprebbe però come trasferire il surplus verso gli affamati. Non appare possibile soluzione diversa che consentire a chi ha fame di frugare fra i bidoni di immondizia ricchi di cibo e di tutto. Mujica, appunto, era l’altro protagonista della trasmissione. E’ un ex marxista e guerrigliero tupamaro, eletto nel 2009 alla presidenza del suo paese. E’ un uomo normale, bruttino e privo di quello che chiamiamo fascino. Infatti per i media, diversamente da Papa Francesco, non fa notizia e ascolto. Non ha neanche la fascinazione oratoria dei grandi populisti sudamericani. Le sue prime parole di eletto: le scuse all’avversario, così evidentemente sincere, per aver ecceduto nel linguaggio in campagna elettorale e avergli creato “infelicità”. Mujica preferisce rinunciare alla maggior parte della sua retribuzione, accontentandosi di 800 euro mensili. Perché non c’è motivo di guadagnare più di un operaio. Ma anche perché non saprebbe cosa fare del denaro. Lo vediamo con la sua vecchia auto nel piccolo garage. E sentiamo che è la proposta incarnata avversa al mondo della bulimia e delle carestie, per un altro uomo, un altro mondo, un’altra felicità.

venerdì 12 aprile 2013

La politica nuova secondo il cinema italiano


Due film, due commedie con cui il cinema italiano riflette sulla politica. Uno è Viva la libertà di Roberto Andò, con la “solita” interpretazione godibile di Toni Servillo. L’altro è Benvenuto Presidente di Riccardo Milani, con Claudio Bisio. Anticipo la mia sintesi. La sintesi, a mio avviso, è la casualità della politica o almeno della leadership. Molti i punti di contatto fra le due storie. Nel primo c’è il segretario del maggiore partito della sinistra, Enrico Oliveri. Dire Bersani e dire PD è ovvio. Il partito è stanco, privo di slanci, impigrito nei rituali consueti delle direzioni e delle segreterie. Il segretario ne è lo specchio fedele. Quando infine la noia diventa contestazione esplicita, il segretario fugge semplicemente via a Parigi, verso la libertà e il tentativo di riprendere il filo smarrito della vita. Panico nel partito. Il suo braccio destro crede di avere trovato una soluzione provvisoria alla scomparsa. In attesa del ritorno, il segretario sarà sostituito dal suo gemello. Il “doppio” è persona colta, già docente di filosofia, ma col difetto di essere reduce da una casa di cura per malattie mentali. La soluzione provvisoria si dimostra la soluzione ideale e insperata. Il gemello ha le parole giuste. Ha il tono giusto e l’approccio giusto. Il leader è stato trovato e il partito rimonta alla grande verso la vittoria. Cosa dice il nuovo leader? Propone ricette contro la disoccupazione e la crisi? Nulla di questo e nulla di niente. Non è questo che conta. Il film critico verso la politica politicante è neanche troppo sottilmente ammiccante verso la politica del personaggio e dello spettacolo. Anni luce distanti dal cinema “impegnato” di tempi lontani, di Rosi, delle Mani sulla città. E distantissimo dal cinema dell’impegno sociale in cui le classi e le condizioni sociali sono definite dal possesso di una bicicletta. Nel film di Bisio, un Parlamento chiamato ad eleggere il nuovo Presidente è paralizzato dalle furbizie e dai veti reciproci. L’ultima deleteria furbizia è quella di credere di buttare la palla fuori campo, eleggendo per perdere tempo (l’equivalente, direbbe qualcuno, di nominare due commissioni di saggi) il defunto eroe nazionale per antonomasia: Giuseppe Garibaldi. Il problema è che un Giuseppe Garibaldi esiste ed ha i requisiti giusti, a partire da quelli anagrafici. E anche qui, un uomo qualunque, un precario bibliotecario di provincia, assume per caso un ruolo e dimostra di svolgerlo assai meglio di quelli selezionati da una lunga carriera politica. Con tutti i prevedibili atteggiamenti irrispettosi di forme e convenzioni. Quelli cui ci stanno abituando ad esempio gli adorabili parlamentari grillini, così normali, così incompetenti talvolta, che però – udite, udite !- mangiano in pizzeria. Il verificarsi dell’utopia leninista con la cuoca che è a capo dello Stato. Solo che la cuoca vagheggiata da Lenin arrivava a conclusione di un processo di semplificazione della politica e dell’amministrazione. Non arrivava per sostituire ai riti un happening come l’invito a danza alla Merkel di Oliveri/Servillo, non troppo diverso dal cucù di Berlusconi o come la corsa coi bersaglieri in cui si cimenta il Presidente ex precario. Cosa ci dicono quindi i due film e i due autori, un po’ troppo apprezzati da critica e soprattutto pubblico? Lisciano il pelo al sentimento comune che è in estasi se papa Francesco dice alla folla “Buon giorno” o addirittura “Buon pranzo”. Basta con la seriosità della politica, quella di Moro e di Berlinguer e basta con i papi dottrinari e distanti. E basta anche alla politica come professione o intrallazzo. Sentimenti condivisibili. Manca però nei film proprio uno sguardo critico al nuovo senso comune. Gli scopi della nuova rappresentazione della politica non sono né visibili né accennati. In cosa la nuova politica vuole cambiare i nostri costumi e i nostri rapporti sociali? Vuole che i ladri di bicicletta (oggi di auto) siano severamente puniti? O vuole che nessuno abbia bisogno di rubare una bicicletta (o un’auto)? Come vuole risolvere il dramma degli imprenditori e lavoratori suicidi e quello della immane disoccupazione degli edili? Cementificando ancora e stimolando ampliamenti e terrazzini? L’essenziale insomma non è in discussione. La politica è competizione fra spettacoli, con folle che plaudono o inveiscono. Folle senza storia, classe sociale e appartenenze. Tra politica e vita non c’è contatto. La politica spettacolo è l’anestesia dei bisogni. E lo spettacolo continua.

domenica 17 marzo 2013

Lincoln: Scilipoti per vincere


Col titolo alludo al blog di Lerner che, visto il film, invocava: “Nessuno adesso parli di Scilipoti”. Invece io impavidamente ne parlo. L’azione del film di Spielberg, di un film magari troppo lento, ma dalla storia avvincente e con momenti intensi, si concentra nei mesi in cui Lincoln ( premio Oscar a Day Lewis per l’interpretazione), è impegnato nella battaglia della sua vita: l’abolizione definitiva della schiavitù mediante un tredicesimo emendamento alla Costituzione. Occorrerebbero i 2/3 del Parlamento per iscrivere nella Costituzione il principio che sta a cuore al Presidente. E, con tutta evidenza, i 2/3 non ci sono. Il partito democratico è avverso al Presidente. Il partito di Lincoln, il partito repubblicano, è diviso fra istanze moderate e radicali. Queste ultime sono rappresentate da un leader, Thaddeus Stevens ( Tommy Lee Jones), convinto assertore dell’eguaglianza di tutti gli uomini e di tutte le razze. Lincoln, lucidissimo, è disposto a pagare ogni prezzo. Sono due i prezzi da pagare per conquistare la maggioranza. Il primo è quello di remunerare con cariche appetibili parte dell’opposizione. Il secondo è rinunciare ad affermazioni di principio che allontanerebbero i più moderati fra gli avversari della schiavitù. Lincoln si muove su entrambi i piani. E al contempo ritarda la conclusione del conflitto. La fine della guerra metterebbe in ombra il problema. Quindi – si suggerisce – è moralmente legittimo provocare nuovo spargimento di sangue, se questo serve a far prevalere giusti principi. E’ altresì legittimo comprare gli Scilipoti o i De Gregorio di allora. E’ legittimo se il fine ultimo è che l’illegittimità dello schiavismo sia sancita nella Costituzione americana. Immagino – voglio dire – che il Lincoln di Spielberg non avrebbe considerato eticamente accettabile la compravendita a di parlamentari , a fini di personali. Quel Lincoln è un pedagogo in cui convivono idealismo e pragmatismo: "Una bussola ti indica il nord dal punto in cui ti trovi, ma non può avvertirti delle paludi, dei deserti e degli abissi che incontrerai lungo il cammino. Se nel perseguire la tua destinazione ti spingi oltre non curante degli ostacoli e affondi in una palude, a che serve sapere il nord..." E’ l’argomento che convincerà Thaddeus Stevens, l’egualitario “estremista”. Il finale, la battaglia e il voto in Parlamento, è avvincente come un thriller. La destra provoca il leader radicale perché manifesti il suo compiuto pensiero, spaccando il fronte antischiavista. La provocazione non vince e il radicalismo trova dignità e prospettiva in un alveo “moderato”. Lincoln pagherà con la vita la vittoria. Due riflessioni a commento finale. La prima l’ho già espressa e la ribadisco: Lerner ha torto. Ha ragione il nostro Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Che non significa: qualsiasi fine giustifica qualsiasi mezzo. Ovvero: citare Scilipoti è assolutamente corretto. Solo che Lincoln non compra i suoi Scilipoti per fare baldoria a spese del Paese. Il secondo pensiero è: i radicali hanno ragione più spesso dei “moderati”. Se però non sanno aspettare, il meglio diventa avversario del bene e il peggio trionfa.

sabato 16 marzo 2013

Ratzinger e i tempi della vita


Ce lo hanno insegnato e crediamo di averlo deciso. Giochiamo con un inizio e una fine. Studiamo con un inizio e una fine. Lavoriamo con un inizio e una fine. Facciamo sesso con un inizio e una fine. Siamo re e siamo papi, ma anche genitori e figli, con un inizio e senza fine . Abbiamo deciso cosa debba avere inizio e cosa fine. Dopo averlo deciso dimentichiamo di averlo deciso e che avremmo potuto decidere diversamente. Avremmo potuto decidere più libertà e meno istituzioni. Le fasi delle vita si istituzionalizzano e non ne siamo più padroni. Burocrazia e istituzioni hanno bisogno di saperci eguali perché contabilità e amministrazione siano facilitate, anche se siamo eguali solo nell’inessenziale, nell’anno di nascita o nella città in cui siamo nati. Capita che una scoperta tenti di liberarci dalle catene che ci siamo dati. Freud ci fece scoprire la sessualità infantile e ci disse che il sesso non ha inizio. Il più grande forse dei distruttori della convivenza civile nella storia italica ci ha ricordato, a suo modo, odioso e volgare quanto volete, che il sesso non ha neanche fine. Ogni tanto la libertà ci chiede di rinunciare alla fama. Successe alla più acclamata delle cantanti italiane. O ci fa rinunciare a un regno. Successe ad Edoardo VIII di Inghilterra, innamorato di una borghese divorziata. Ora la rottura più forte. Ratzinger che lascia il papato. L’ultimo segno della libertà che mina istituzioni e convenzioni. Istituzioni e convenzioni decisero che dovessimo lavorare fino a 65 anni. Se smetti prima, hai una punizione severissima e perdi tutto, senza recuperare niente. Questa cosa almeno sta succedendo in modo così evidente e per tanti – gli esodati – da assurgere alla dignità di dramma pubblico. E, viceversa, il limite superiore, oltre il quale non è consentito lavorare era così ovvio che dovesse valere solo per i lavoratori dipendenti? Non per gli artisti? Non per i politici? Altrettanto ovvio che non ci fosse fine alcuna per il lavoro di Papa? Non ci è stato consentito pensare a un papa senza più forza e energia o intelligenza o addirittura senza motivazione a continuare la sua missione. Abbiamo pensato forse che comunque la curia avrebbe provveduto al governo. E che il simbolo dell’unità e del potere potesse restare intatto comunque. Anche se diventato una peso intollerabile. Anche se contraddetto da una nuova vocazione, quella della preghiera e della contemplazione “oziosa”. Perché anche ad ottanta anni, o più, nascono nuove vocazioni. Normalmente le censuriamo e spegniamo sul nascere, mancandoci l’audacia di valicare i binari assegnati alle fasi della vita. La nostra vita, fisica e psichica, è un continuum liquido con poche “rotture” : l’improvvisa rottura di un vaso sanguigno o un incontro decisivo. Ma poi altri contenitori istituzionali frenano il libero dispiegarsi liquido della vita che vorrebbe compresenze negate: studio e lavoro, imparare filosofia, ad esempio, mentre si insegna informatica, un amore accanto a un altro amore. Oppure il ritmo della vita chiederebbe una carriera lavorativa discendente, con tempi di lavoro decrescenti e mansioni nuove, accanto ad altre “carriere” ascendenti (la carriera di nonni, ad esempio). Capita che la TV intervisti l’ottuagenario che sostiene “inutilmente” l’esame di laurea in psicologia o in giurisprudenza. Lo guardiamo con un sorriso compiacente. “Che carino!”, “Che buffo!” Vogliamo dire: “Fa una cosa inutile. Sì, bravo, certo. Ammirevole. E però, per quanto tempo potrà godersi la sua laurea inutile?”. Beh, l’ottuagenario ha scelto una laurea perché voleva un riconoscimento, voleva l’attestazione della libertà, non solo il piacere di studiare. Quell’ottuagenario è un ribelle e un uomo libero come Ratzinger.

martedì 12 febbraio 2013

Ratzinger contro Berlusconi


E infine - qualcuno lo ha detto - le dimissioni di Benedetto XVI oscurano la campagna elettorale e nuociono a chi è in rimonta. Ratzinger avrebbe dovuto rimandare al dopo voto le dimissioni per non danneggiare Berlusconi. Certo siamo fragili e plasmabili da ogni volo di farfalla noi uomini. Davvero. Ma non c'è censura o riparo che tenga.

La nuova normalità


Qualcuno fischia Crozza Naturalmente, invece, nessuno a Sanremo osa fischiare il quadretto tenero e pulito dei due gay che si sposeranno a New York, perché in Italia non è permesso sposarsi a quelli e a quelle dello stesso sesso e non è permesso neppure certificare in modo "minore" la loro unione. Non fischiano quelli che venti anni fa avrebbero quanto meno ululato. Mi consolo. Anche nel declino in qualcosa siamo cresciuti. Però. Però anche questa è politica. Contro la destra, contro Casini, etc. Non si doveva permettere. No, scherzo. E' un paradosso. La Politica non è una cosa disdicevole da fare in toilette. Anche se esiste - eccome - la politica disdicevole. 

L'equidistanza di Crozza


A proposito di Crozza che pochi o tanti fischiano a Sanremo, una personalissima opinione. Crozza è un comico? Certamente. Fa politica? Certamente. E' equidistante? No, non si può essere equidistanti, nessuno è equidistante. Si deve tacere di politica durante la campagna elettorale? Ma le convinzioni non si formano solo in campagna elettorale. Poiché i comici sono di sinistra dovrebbero tacere sempre? Allora dovremmo tacere tutti, a destra e a sinistra: i giornali non dovrebbero influenzare i lettori, i padri non dovrebbero influenzare i figli, il parrucchiere non dovrebbe influenzare il cliente. Ognuno chiuso, senza occhi e orecchie. Ma di cosa stiamo parlando?