venerdì 27 marzo 2020

La scoperta marziana


Nella Terra, benché ci siano enormi bisogni insoddisfatti, molte persone vengono mantenute per non fare nulla. Dicono che non c'è lavoro, anche se facciamo fatica a capire cosa vogliono dire.
Pochi fanno il lavoro che preferiscono o che meglio sanno fare. Fra i pochi le percentuali più alte sono fra gli artisti e i ricercatori (100%), fra medici ed infermieri (99,9%), fra insegnanti (50%). Minimamente sono previste remunerazioni più alte per chi fa bene e con passione il suo lavoro, fino al sacrificio spesso, e tanto meno per chi fa un lavoro sgradevole. Misteri che dovremo chiarire prima del contatto prossimo venturo.

sabato 21 marzo 2020

La Terra dopo il 2020 secondo il professore marziano


La pandemia del 2020 fu salvifica per la Terra. Tutti i nodi vennero al pettine, come si dice sulla Terra. I terrestri avevano creato un sistema assurdo e mortifero, come vi ho già spiegato. Ripassiamo. Lì avevano inventato la proprietà privata. Qualcuno possedeva fabbriche e ville. I più non possedevano niente. Se per un qualsiasi caso i terrestri si innamoravano di nutella o di tabacco o di scommesse, i proprietari facevano in modo che si innamorassero sempre di più per diventare più ricchi. Così "davano lavoro" dicevano per giustificare la loro ricchezza. E tutti ci credevano. Anche quelli che si dicevano di sinistra (cioè egualitari, più o meno).
Quel poco che invece era di proprietà pubblica, come spesso le scuole e gli ospedali, era chiamato "costo" e quindi andava ridotto al minimo. Chi lavorava nel pubblico era tenuto in scarsa considerazione o addirittura disprezzato. Si vincevano le elezioni tagliando il costo di istruzione e sanità.
Quel mondo di diseguali però credeva a modo suo nell'eguaglianza. Aveva una strana concezione dell'eguaglianza. Ad esempio diceva di assicurare eguale istruzione a tutti, offrendo scuola gratis fino a 15 anni o 18. Solo che molti studenti odiavano la scuola che non era a misura di ognuno e la fuggivano.
Anche la cosiddetta sinistra non se ne dava troppo pena. Invece pensava di prolungare ancor più la tortura dello studio in aule sovraffollate e a rischio di crolli e con docenti talvolta inadeguati. Tutti i docenti, se solo vincevano un concorso, erano considerati eguali. Anche se qualcuno avrebbe meritato più del padrone della Nutella e qualcuno niente. Non veniva in mente che apprendimento, intelligenza, cultura e voglia di studiare dipendevano soprattutto dal contesto di nascita. Ma queste cose, i privilegi veri, non si toccavano. Sembrava addirittura naturale che i figli ereditassero dai genitori ricchezze (o povertà).
Con l'epidemia vennero a luce i guasti e gli errori del sistema sanitario. Medici ed infermieri si trovarono in guerra. In Paesi come l'Italia, il più bel Paese della Terra, dovettero richiamare in servizio medici ed infermieri che prima avevano incentivato ad andare in pensione. Avevano una strana idea del lavoro per cui chi lavorava toglieva lavoro ai giovani. Molti medici ed infermieri morirono, loro che prima erano apprezzati e pagati meno del padrone della Nutella e dei campioni del pallone. Mancarono i respiratori. Per l'etica terrestre della eguaglianza il soccorso alla salute doveva essere eguale per tutti. Anche se non lo era davvero, in alcuni Paesi lo era poco e in altri per niente. I più ricchi non dovevano aspettare mesi per una visita o un esame, ma si rivolgevano a strutture private a pagamento.
Mancarono i ventilatori, dunque. Si finse di non distinguere fra giovani e vecchi. Ma si dovette distinguere alla fine. Si finse di non distinguere fra un malato assassino ed un malato scienziato prezioso. Ma si dovette distinguere.
Poi successe l'imprevedibile. Qualcuno riuscì a formulare un pensiero preciso e chiaro su quella crisi e sulla crisi mentale che l'aveva prodotta. Fu una rivoluzione dolce, senza sangue. Nacquero gli Stati Uniti Socialisti del Mondo. Ciò che più conta, le cose fondamentali, vennero decise dal potere federale. Ad esempio l'abolizione della proprietà privata, tranne piccole imprese cooperative e lavoro autonomo. Cosa produrre e cosa consumare fu scelto dagli Stati continentali e giù giù fino alle nazioni ed ai Comuni. Fu il Rinascimento che oggi ci rende simili e prossimi finalmente ad un incontro. Ne parleremo.

mercoledì 18 marzo 2020

Capire/giustificare


Poco o nulla potendo fare contro il virus, provo a dedicarmi all'igiene del linguaggio. "Capire" e "giustificare" (col loro rapporto) sono i verbi su cui più vorrei chiarezza. Giacché la confusione semantica produce equivoci e disastri comunicativi. "Capire" è sinonimo di comprendere ed è un valore. Non ci si può dolere in nessun caso di capire. La capacità di capire anche le efferatezze è cosa buona per la nostra intelligenza. "Giustificare" invece è proprio di una scelta etica. Si può giustificare o condannare un massacro, dopo averlo compreso. Però è invalso l'uso di dire "non capisco", volendo dire "non giustifico". Come se il non capire accentuasse la nostra distanza da ciò che condanniamo. Esempio: "non capisco perché tu sprechi il tuo denaro in smartphone e video giochi". Io cerco di capire. Dopo condanno o giustifico. Mettiamo ordine ai nostri verbi ed ai nostri concetti!

Solidarietà buona e solidarietà così così nei giorni del coprifuoco


Nella mattinata silenziosa e spettrale prendo il mio boccone d'aria col ragionevole pretesto di buttare nel cassonetto proprio di fronte casa un bel po' di rifiuti cartacei (giornali). Non mi è sembrato necessario dotarmi di autocertificazione e carta di identità. Però poi mi viene in mente di comprare un pacchetto di veleno legale (sigarette), il cui acquisto, a differenza di mutande e calzini, non è interdetto. Debbo fare neanche 100 metri per raggiungere il tabaccaio. Però un vecchietto (cioè un signore con pochi anni più di me) con maschera e guanti mi ferma. Esercita nei miei confronti la forse malsana solidarietà di difesa dagli "sbirri" (chiedo scusa ai tutori dell'ordine). "Stia attento. mi dice, invisibili, dietro l'edicola, ci sono i carabinieri. Stanno fermando tutti. Le chiederanno perché non ha la mascherina, dove va, etc. etc.". "Debbo avere la mascherina introvabile? Non credo." Comunque dovrei affrontare i rimbrotti e rischiare la multa? Decido di no, vilmente o magari per non deludere il vecchietto. Torno a casa.
Mia moglie invece che è una cittadina migliore di me, osservante assoluta di leggi e regolamenti, lei che mi fa una lunga scenata se si accorge che sbaglio qualcosa nella differenziazione dei rifiuti, scende a comprare pane e giornali. E siccome è più empatica di me (benché io lo sia abbastanza) è presa da pena per il giovanissimo giornalaio, così disponibile nell'assisterla per scannerizzazioni o altro, per cui spesso ordinava un caffè nel bar vicino ora chiuso. "Come fai col caffè? Te lo preparo io". E gli porta una bottiglietta di caffè fatto in casa. "Me lo hai portato davvero"? Per inciso, a Roma si usa sempre il tu, a differenza che nella mia lontana Sicilia.
Nuovo vicinato solidale riscoperto nell'era del coprifuoco.

giovedì 12 marzo 2020

Incubi notturni e diurni


Da qualche tempo il mio sonno è pieno di incubi. Già prima del virus. E non so perché. Più spesso torno studente liceale o universitario alle prese con esami impossibili. E' un classico, no? Stanotte però la mia psiche deve essere stata investita da dilemmi etici provenienti dal dibattito attuale. Non so perché e non so chi lo aveva deciso. Io dovevo morire in giornata. Ingoiando una pillola. Strana era l'atmosfera. Qualcuno sapeva. Qualcuno no. Ma a nessuno interessava nulla del mio imminente e prescritto suicidio. Neanche a mia moglie. Si faceva sera. Visto che nessuno era interessato a darmi una via di uscita, mi dicevo:"A che serve aspettare?". Ed ingoiavo la pillola. Subito cominciavo a sperimentare i miei consueti esercizi consolatori. Mi ripetevo Lucrezio: "Come nulla sentimmo quando i Cartaginesi invadevano il nostro territorio, così nulla sentiremo quando gli atomi dell'anima si separeranno dagli atomi del nostro corpo". Poi pensavo, come di consueto, a "Via col vento" girato prima della mia nascita e lo usavo come usavo Lucrezio. Però non morivo. Però mi pare di stare un po' male, pensavo. Macché, non morivo. Credo di essermi svegliato grazie (grazie davvero) alla prostata. Allora mi è stato chiaro che l'incubo veniva dalle ultime sul virus. Precisamente dal dilemma morale affrontato (e talvolta negato) nei talk show e nelle interviste agli esperti ( anche di etica dell'emergenza) ed ai tuttologi. Se sia giusto riservare i residui presidi di rianimazione ai più giovani giacché i più vecchi hanno vissuto abbastanza. Se la scelta fosse obbligata io direi di sì. Poi la mente inquieta mi domanda: "E se la scelta fosse fra un giovane operaio o impiegato e uno scienziato che può salvare il mondo?" E poi penso a quel film in cui il capo dell'unità antiterrorismo deve decidere se rischiare la vita dell'innocente bambina pur di uccidere il terrorista ed evitare un massacro. "Così fra tali fantasie si annega il pensier mio e il naufragar mi è amaro in questo mare".

Letteratura e cinema: quelli che videro meglio


Ho regalato Cecità di José Saramago ad un giovane amico per il suo 91esimo compleanno. Un capolavoro capace di anticipare disastri prossimi venturi in forma di epidemie di origine sconosciuta. Saramago mostra con drammatica efficacia come una epidemia sovverta valori e regole. Anche la donna amata può essere ceduta in cambio di un piatto di lenticchie se si ha troppa fame. Ho scelto questo, ma certamente oggi appaiono attuali altri capolavori. Avrei potuto scegliere anche due libri, un po' romanzo il primo, saggio il secondo, di Roberto Vacca. Due libri da leggere in sequenza. "Il medioevo prossimo venturo" (1971) e "Rinascimento prossimo venturo" (1986). Nel primo c'è la suggestione di come un piccolo evento in un sistema mondiale iperconnesso possa produrre esiti catastrofici a valanga. Il nuovo Medioevo si profila velocemente a partire da un banale incidente aereo. Vacca scrisse dopo il "Rinascimento prossimo venturo". Lì la prospettiva è capovolta. Si apre uno scenario potenzialmente virtuoso che apre ad una riscossa mondiale. Purché...purché ad esempio si apprendano i mestieri di cui c'è bisogno e che nessuno sa fare. La coppia dei libri suggerisce quindi una alternativa aperta e la responsabilità della scelta.
Penso anche a due film. Il primo del 73 (guarda caso l'anno della crisi petrolfera) è "2022, i sopravvissuti" di Richard Fleischer, con Charlton Heston e Edward G. Robinson 1973. Un mondo sovraffollato ed al collasso. Classista più che mai, in cui solo la élite consuma i residui prodotti della Terra e gli altri sono sfamati con misteriose gallette. Mentre gli anziani sono accompagnati ad un confortevole suicidio assistito. Attualissimo, no? Fino alla scoperta che l'impresa monopolistica delle gallette che di fatto governa il mondo si serve dei cadaveri dei suicidi per produrre le sue piatte polpette.
Se non lo avete visto, suggerisco di vedere "Snowpiercer" del premio Oscar coreano, Bong Joon-ho. Il film del 2013 mi è piaciuto non meno del premiatissimo "Parasite". Distopico, catastrofico. Ma aperto alla speranza. Sopravvissuti, drasticamente separati in classi sociali nei vagoni che corrono nel treno che senza fine percorre il globo. E la scoperta di una regia del treno, dispotica (e illuminata?) che si serve delle rivolte per contenere la insostenibile crescita demografica. Cercate di vederlo. E cerchiamo insieme di coltivare la fantasia intelligente in epoca di coronavirus.

martedì 10 marzo 2020

Ognuno a casa sua


Ognuno a casa sua. Persone e popoli. O almeno non a casa nostra. Secoli fa (ieri) eravamo (erano) atterriti dagli sbarchi. L'Italia non può accogliere tutta l'Africa, si diceva. Come se i 100 di oggi si potessero sommare ai 100 di domani e a quelli di dopodomani nello sguardo miope della aritmetica. Ecco. Ha vinto Salvini. O ha perso Salvini? La seconda. Porti spalancati, Tanto nessuno vuole venire. Quelli che ci sono vogliono fuggire. Romeni e romene scappano a casa per non finire intrappolati in Italia. Sono soddisfazioni. L'Italia agli italiani superstiti. E ognuno cambi il pannolone dei propri vecchi. Lavorando a distanza o non lavorando proprio.