Mi è piaciuto. Mi ha procurato interesse. Ho appreso cose che non sapevo e visto meglio cose di cui sapevo poco. Michael Moore è fra quei militanti che non nascondono di esserlo. Per fortuna. A differenza dei tanti militanti italiani ossessionati dall'esigenza di apparire “obiettivi” (vedi Travaglio o Mieli per fare un esempio). Il film ci conduce ad esaminare i segnali che fecero presagire a Moore (fra i pochissimi) la vittoria di Trump. Quella vittoria impensabile per i politici e per i media che il regista ridicolizza ricordandoci i sorrisini di scherno verso quella ipotesi che appariva lunare. Moore spiega la vittoria incredibile sia, come domanda di sicurezza di parte della classe operaia e del ceto medio, sia – ancor più -come effetto della fascinazione mediatica che man mano si crea, con l'effetto del macho arrogante, misogino e volgare che incanta le folle negli Usa come in Italia, e sia – forse soprattutto- come responsabilità dei suoi avversari democratici. Il regista ci mostra vicende di cui personalmente nulla sapevo per mostrare la marginalità dei democratici dai problemi veri della gente. Ci mostra il classismo e il razzismo della classe dirigente nella storia della cittadina di Flint, a maggioranza nera, nel Connecticut. Lì il governatore repubblicano dello Stato, tale Sneider, per economizzare e per fare affari privati (come denuncia Moore), priva la città dall'acqua pulita del lago Huron sostituendola con quella di un fiumiciattolo inquinato che farà ammalare con le sue dosi di piombo soprattutto i bambini. Al contempo il governatore restituisce l'acqua pulita alla locale fabbrica della G. M. che aveva lamentato danni alle sue auto. E la fa franca. Anche perché in suo soccorso interviene il presidente Obama. Intervento atteso con speranza dai cittadini abbandonati, ma dolorosamente deludente. Fa male anche a me vedere Obama chiedere un bicchiere d'acqua ai cittadini venuti a sentirlo e berne appena un sorso (come svela l'implacabile telecamera). Il regista ci mostra soprattutto il popolo democratico e radicale deluso quindi. Quello che in parte stava con Sanders (sconfitto da Hillary alle primarie con i brogli secondo l'autore e molti testimoni). Ci sono i ragazzi delle medie, incredibili per maturità, che vediamo organizzare una marcia di protesta contro i fabbricanti di armi, dopo l'ultima strage in una scuola. Con un ragazzino che nell'incontro pubblico con un candidato chiede: “Lei ha avuto finanziamenti dall'Associazione dei fabbricanti di armi?”. Senza ottenere risposta ovviamente. E c'è uno sciopero di insegnanti in lotta per un 5% di aumento del magro stipendio e per una congrua assicurazione sanitaria. Ricevendo la solidarietà delle altre categorie della scuola: autisti, cuochi, etc. Il sindacato ottiene un risultato al ribasso che esclude gli operatori non-docenti. Gli insegnanti riprendono la lotta, forniscono pasti agli alunni cui lo sciopero ha fatto perdere la preziosa mensa. Vincono. C'è infine un esempio di lucida consapevolezza di un pensionato (300 dollari) del settore auto che vuole spiegare ai giovani operai che i vantaggi che ricevono dal protezionismo di Trump sono pagati dagli agricoltori che soffrono le contromisure degli altri Paesi. Una lezione esemplare sugli inganni di Trump e dei sovranisti. Moore è esplicito nel denunciare il trumpismo come neo-fascismo. Lo fa anche sovrapponendo la voce di Trump ad un filmato del Fuhrer. Pur sostenendo che la "democrazia" americana è una frottola, sia per le discriminazioni permanenti, sia per un sistema elettorale voluto dagli Stati schiavisti che ha consegnato a Trump la vittoria, con 3 milioni di voti meno di Hilary, Moore lascia però la porta aperta alla speranza in una nuova generazione radicale democratica, oltre Sanders, fatta non a caso di giovani donne. Ho pensato all'Italia. Ho pensato a Lisa Garofalo, ad Anna Falcone e a Elly Scheiln. Ripartire da un progetto radicale con il volto di giovani donne in Italia come in Usa?
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martedì 6 novembre 2018
venerdì 30 dicembre 2016
Gli anni che verranno
Eravamo più felici prima? Prima che il mondo diventasse un tutt’uno? Quando le frontiere erano difese da linee Maginot? Quando vivevamo venti anni di meno? Quando le epidemie e le guerre ci decimavano? Peccato che non siano disponibili indicatori storici del nostro trascorso grado di felicità da confrontare con gli opinabili indicatori attuali. Peccato non si possano fare confronti geografici misurabili fra la felicità di un “europeo medio” e di un “siriano medio”. Oggi sono portato a pensare che il meglio sia stato raggiunto in Occidente e che da un po’ sia iniziato il declino. Altrove il meglio non è mai iniziato. Altrove non è declino ma catastrofe. Ho smesso di credere in algoritmi che possano mettere ordine nel mondo. Credo di sapere che qualunque soluzione apre nuovi e spesso più gravi problemi. Le primavere preparano inverni bui. E stiamo per accettare definitivamente l’assunto per cui dobbiamo scegliere spesso fra due orrori quello più gestibile e rassicurante. Meglio Hussein, meglio Gheddafi, meglio Assad, meglio Putin che il caos, meglio addirittura Erdogan che, a prezzo ragionevole, ospita (si fa per dire…) chi fugge dai massacri. Il secondo dopoguerra, fino al 2008, è stato l’epoca felice dell’Italia e dell’Europa. Con la lunga pace della guerra fredda e poi con la fine dei blocchi. Pil e consumi sempre crescenti, la Terra sempre più spremuta, il territorio cementificato e il ceto medio protetto e garantito. Adesso, guardandoci indietro, anche le stragi terroristiche e di mafia appaiono solo incidenti da cui ripartire, sapendo dove andare. C’era un mondo di cui non sapevamo nulla mentre crescevamo e i Mac Donalds si moltiplicavano. C’era il genocidio in Ruanda, c’erano tsunami e pestilenze nell’altro mondo. Una notizia veloce sui giornali e via con i nostri riti del sabato sera, i nostri ragazzi che crescevano e trovavano prima o dopo lavoro. Intanto il mondo cominciava a diventare un tutt’uno. I salari non crescevano più, ma compravamo jeans economici prodotti da lavoratori, donne e bambini in Bangladesh. Sfruttati, ma qualcuno dice che guadagnare un dollaro al giorno è assai meglio che vivere con mezzo dollaro al giorno. Iniziava la grande osmosi della globalizzazione fra ex benestanti sempre meno benestanti e poverissimi che diventavano un po’ meno poveri. E in alto i ricchissimi sempre più ricchi. Quelli che non possono fallire. Quelli che hanno in ostaggio i lavoratori. O accettare di essere avvelenati dalle acciaierie o morire di fame. O accettare un taglio del salario o l’azienda andrà via dove folle denutrite e festanti l’accoglieranno. Osmosi. Tranne che per l’1% sottratto all’osmosi. L’1% , motore dell’osmosi. A questi dilemmi risposte assenti o regressive, terapie addirittura più distruttive della stessa malattia. Ecco il top del pensiero “ribelle”:
1. Antiausterity cioè stampare moneta, cioè indebitare i nipoti. E addio all'euro fonte di ogni male (come una volta le streghe)
2. Erigere steccati e fili spinati
3. Rimandare a casa quelli che non hanno diritto perché non fuggono da guerre e persecuzioni ma solo (SOLO) dalla fame (migranti economici)
4. Arrestare i traghettatori e i caporali che però le vittime considerano benefattori
5. Non delocalizzare, reintrodurre dazi e comprare jeans prodotti in loco a 50 euro anziché a 10, come eravamo abituati, e liberare donne e bambini dai luoghi insani dove sono sfruttati e riconsegnarli alla fame
6. Lavorare meno per lavorare tutti perché il lavoro è una torta definita da dividere e non una torta che si fa più grande se molti e per più tempo vi lavorano. Ovviamente ribaltare la riforma della odiatissima Fornero e andare in pensione a 50 anni per far posto ai giovani quarantenni.
2. Erigere steccati e fili spinati
3. Rimandare a casa quelli che non hanno diritto perché non fuggono da guerre e persecuzioni ma solo (SOLO) dalla fame (migranti economici)
4. Arrestare i traghettatori e i caporali che però le vittime considerano benefattori
5. Non delocalizzare, reintrodurre dazi e comprare jeans prodotti in loco a 50 euro anziché a 10, come eravamo abituati, e liberare donne e bambini dai luoghi insani dove sono sfruttati e riconsegnarli alla fame
6. Lavorare meno per lavorare tutti perché il lavoro è una torta definita da dividere e non una torta che si fa più grande se molti e per più tempo vi lavorano. Ovviamente ribaltare la riforma della odiatissima Fornero e andare in pensione a 50 anni per far posto ai giovani quarantenni.
Indistinguibili ormai le proposte di destra e quelle di sinistra, un po’ tutte nel segno di un socialismo nazionale (dove l’aggettivo pesa assai più del sostantivo). Contro il centro dei poteri forti (Clinton, Monti e gente così…). E nell’assenza di un movimento socialista internazionale e di un movimento sindacale, internazionale come il capitale. Al mondo libero da confini e nemici inventati da chi prospera sui muri oggi guarda solo Francesco. E’ solo. Difficile, seppur necessaria, la speranza.
venerdì 11 novembre 2016
Il falso bersaglio
Allora. Con la Presidenza Obama il benedetto Pil americano è risalito. La disoccupazione si è più che dimezzata. Però i processi lunghi della globalizzazione hanno tolto il lavoro a molti americani, in numero minore di chi un lavoro ha ottenuto, ma molti. Lo ha tolto a quelli che lavoravano nelle acciaierie giacché l'acciaio cinese, assai più economico, sostituisce in America quello americano. Per inciso qualcuno annota che Trump riceve il voto degli operai dell'acciaio licenziati o a rischio di licenziamento e però costruisce Trump Towers altissime grazie a quell'acciaio economico. Ma il punto vero è che chi perde nella globalizzazione protesta mentre i nuovi occupati non sanno di dover ringraziare la globalizzazione ed Obama. Né, tanto meno, la potenziale erede Clinton. Bisognerebbe che qualcuno lo spiegasse loro. Poi servirebbe riattrezzarsi bene in Usa e nel mondo per una globalizzazione più morbida e/o per ammortizzare l'impatto della mobilità di merci e di uomini: cosa sì e cosa no, chi sì e chi no. E soprattutto come e a quali condizioni. Per me, ad esempio, i negozi cinesi no, il mega Mc Donald a Borgo Pio assolutamente no.
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mercoledì 9 novembre 2016
Trump: nuntio vobis gaudium magnum
Trump, quindi: “Nuntio vobis gaudium magnum”. Vi do notizia della scoperta. Il Grande Vecchio non esiste. Se esistesse sarebbe rincoglionito (pardon). Non c’è. Non c’è nessun onnipotente che potesse decidere la narrazione della prima donna dopo il primo nero alla Casa Bianca. Il Grande Vecchio non c’è. Non avrebbe scommesso e perso tanto denaro puntando sulla perdente. Non c’è. C’è l’onnipotente Caos. Lì, fra le pieghe del Caos (che si può chiamare “caso”), ci sono al più alcuni sapienti. Sapienti abbastanza nel fare affari e difendere privilegi. Ma che litigano fra loro, fra grossi e piccoli. Quelli interessati alle frontiere aperte e quelli che le frontiere le vogliono chiuse. Tutti a reclutare adepti fra noi, il 99%. Noi che combattiamo le loro battaglie, sempre meno nelle piazze, sempre più su facebook.
Ogni tanto, raramente, forse i sapienti convergono. Ci hanno lasciato una politica piccola, piccola, in gran parte meramente simbolica, bianchi contro rossi, Renzi contro Grillo, sì contro no. Non si allarmano certo per questo i sapienti. Combattiamo battaglie per loro o come mero passatempo per ingannare la paura della inattività e della morte. Solo se tocchiamo il tema proibito dell’eguaglianza di tutti gli uomini, TUTTI, non i connazionali, allora è come se i sapienti smettessero i loro conflitti e facessero quadrato. Migliaia o milioni di volontari, giornalisti, blogger, internauti, perditempo, sono stimolati ad indossare veri elmetti di guerra per deridere e stroncare le vecchie, minacciose ideologie: la pace, la decrescita felice, il socialismo. No, è un modo di dire. Non c’è nessuna riunione di saggi. C’è un pilota automatico congegnato per intervenire al bisogno. Per la contesa Clinton- Trump non serviva intervenire. I sapienti sono stati liberi di confliggere fra loro, sapendo che nessuno si sarebbe fatto troppo male.
sabato 7 maggio 2016
Come è complesso il mondo!
Come è complesso il mondo! Malgrado i semplificatori da strapazzo...In sintesi va quasi tutto malissimo: rischio disastro climatico ed ecologico, incubo terrorismo devastante, populismi e nazionalismi l'un contro l'altro armati, bambini in fuga dalle guerre che cercano invano accoglienza, corruzione endemica, analfabetismo funzionale dominante, milioni di disperati senza lavoro e reddito, leader narratori del nulla che propinano anestetici. Però oggi è eletto sindaco a Londra un musulmano. Ieri un nero alla Casa Bianca. Domani lì forse una donna, discutibile ma donna. E' solo una futile consolazione? No. Senza avremmo ancor meno speranza.
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