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domenica 13 novembre 2016

Burocrazia" = Senato?

Avevo detto più giù delle mie perplessità sull'uso ossessivo in Renzi di parole come "poltrone". Manco a dirlo poco fa a Napoli il premier mi dava ancora ragione. Per la milionesima volta il suo discorso citava le maledette poltrone (quelle degli altri). Ma, riflettendo, vorrei dire che evidentemente un problema è costituito dalla scarsa padronanza lessicale del segretario-presidente: ampiezza del vocabolario e proprietà di linguaggio. Altra parola infatti che gli è molto cara è "burocrazia". Quasi quanto "poltrone". Non so se capita a voi. A me qualche volta capita che se una persona (soprattutto se affidabile e/o presuntivamente colta) usa una parola cui dà significato diverso dal mio, resto in imbarazzo, col dubbio di mia grave lacuna personale. Renzi dice spessissimo che la riforma vuole ridurre la "burocrazia". Ma non lo dice parlando di impiegati o dirigenti. Lo dice parlando di senatori o di consiglieri provinciali. Almeno quando ha intenzione di parlarne in senso dispregiativo: cioè sempre. Ogni volta ho avuto il dubbio di fraintendere o di essere ignorante. Finalmente oggi, stremato dal dubbio, ho controllato su qualche dizionario. No, accipicchia, negli esempi di "burocrazia" gli eletti del popolo non sono citati. Vedi ad esempio la definizione: "Burocrazia è L'insieme degli uffici e dei funzionari della pubblica amministrazione: b. statale, regionale; l'organizzazione e le pratiche cui costringe, spesso con valore spreg.: c'è tanta b."
Così ho capito: Renzi ha frainteso. Ciò che è una conseguenza possibile della burocrazia, l'eccesso di pratiche, con conseguenti lungaggini, diventa per lui l'essenza della parola. Ogni cosa che richieda tempo, troppo tempo, diventa burocrazia. Quindi il Senato,soprattutto il Senato, e i consiglieri provinciali e forse la democrazia per come l'abbiamo fin qui interpretata. Domani - chissà - anche la lunga gestazione di un figlio.

lunedì 24 ottobre 2016

Io, Daniel Blake: versione britannica dell’inferno classista-burocratico

Non una critica cinematografica giacché critico non sono. Dico che è la seconda volta che mi capita di dibattere su un film con tanta naturalezza e voglia di condivisione, con una coppia di sconosciuti coetanei all’uscita dalla sala. Io col nodo alla gola, come –immagino – mia moglie e gli altri. Parto da qui allora. Tutti sorpresi a constatare: “ Ma allora l’inferno non è solo italiano”! Film premiato con Palma d’oro a Cannes, quello di Ken Loach è più efficace di un manifesto politico. Miracolo del cinema vero, assolutamente “impegnato” e assolutamente non intellettualistico. Manifesto rivolto a giovani e anziani, con la storia dell’incontro di un uomo maturo e di una giovane donna. Lui operaio carpentiere, lei disoccupata con figli. Lui che ha perso il lavoro per problemi cardiaci. Entrambi vite ed intelligenze più che normali stritolate da un welfare complicato, invadente, iper-burocratico, cieco. Loach mostra di comprendere assai bene le buone ragioni della burocrazia. Quelle buone ragioni che portano ad un richiamo severo dell’impiegata che tenta un rapporto di aiuto col protagonista da parte dell’implacabile dirigente. Non sono ammesse deroghe e falle al sistema burocratico. Quella ragione burocratica che costringe Daniel a navigare fra centro per l’impiego alla ricerca del lavoro e centro pubblico sanitario per il riconoscimento di una pensione di invalidità. In una drammatica alternativa. Ma, benché malato di cuore, con un infarto pregresso, Daniel non supera l’esame dell’intervistatrice. Per il fatto di non dichiarare problemi di incontinenza probabilmente perde quei 3 punti che gli avrebbero fatto raggiungere i 15. Perché la burocrazia adora i punti che peraltro sono un antidoto all’arbitrio. Ma anche all’intelligenza. Qui è il dilemma difficilmente risolvibile. Egualmente il centro per l’impiego pretende che Daniel dimostri che si sta impegnando nella ricerca di un lavoro. Lo dimostri portando esempi di curriculum inviato ai potenziali datori di lavoro o certificazioni di appuntamenti realizzati. Però Daniel che sa fare quasi tutto con le mani, ma anche col cuore, è un uomo dell’epoca analogica, visceralmente refrattario ai saperi digitali: il mouse, il blocco improvviso del software. Impensabile per lui redigere e inviare un curriculum in rete. Accanto a lui c’è la disperazione di lei, disperazione splendidamente rappresentata da Loach. Con la fame che la induce ad aprire la lattina appena ricevuta dal banco alimentare per ingurgitare pomodori . O ancor più con la sommessa domanda “Potrei avere degli assorbenti”? C’è infine attorno la solidarietà vera dei pari e di quelli esposti come i protagonisti al disastro. Esempi felicemente incarnati di una solidarietà di classe che Loach fa apparire tutt’altro che “ideologica”.