martedì 7 febbraio 2012

Shame, prima o dopo la politica

Parlo di un film per allontanarmi dalla politica. Un po’ perché la politica è troppo complicata per me. So quel che mi piace. So quel che non mi piace. Non ho ricette sicure per raggiungere l’obiettivo di quel mondo in cui mi piacerebbe vivere. Non riesco a illudermi – l’ho detto più volte – che basti rimuovere Berlusconi o Martone o Schettino o Monti o la finanza. Non sono neanche sicuro che basti rimuovere il mercato o il capitalismo, anche se questo sarebbe il cambiamento radicale che riesco a immaginare. Pare che abbiamo sperimentato anche questo col socialismo reale. Pare perché forse il socialismo potrebbe essere una cosa diversa. Pare, potrebbe.
Parlo di Shame perché il film mi ricorda decisive ragioni per andare oltre o prima della politica. Così posso sentirmi assolto per la mia “incompetenza”, come incompetenza in ultima analisi riguardante una cosa, grande quanto vuoi, ma comunque minore.
Non ho nemmeno gli strumenti per produrmi in una critica cinematografica. Su questo me la caverò in due righe.
Comincio col dire che non mi era mai capitato prima di essere parte di un cineforum improvviso e informale come un happening, all’uscita dal cinema. Le poche coppie presenti che rompono il ghiaccio con sguardi interrogativi e domande del tipo: “Scusi. Ho perso l’inizio. Ma era successo qualcosa?” “No, non era successo niente e non c’è nulla da spiegare” cerco inutilmente di affermare. Ma non c’è verso. Per spiegare l’abiezione e il dolore del protagonista consumati in ossessivi rituali sessuali qualcuno presume un trauma infantile, chi un incesto ancora lacerante, etc.
Il film divide il pubblico, con tutta evidenza. Non per la regia, non per la fotografia, non per la colonna sonora, non per gli attori, elementi tutti apprezzati. Mostrano delusione per il film quelli che vi leggono la storia di una dipendenza da sesso di un giovane, affascinante manager in una New York opulenta e livida. Questa parte del pubblico si affatica a cercare una spiegazione dell'origine della "malattia" e così evita di vedere quello che siamo o stiamo diventando. Cerca nella psicologia ciò che a mio avviso può trovare solo nell’antropologia, nell’uomo com’è oggi o addirittura come è sempre stato. Non servono, per dire, le riflessioni psicoterapiche, con la speranza di salvezza, del Freud più giovane. Servono le riflessioni del Freud più tardo e l’iscrizione di Eros e Thanatos nella parte costitutiva, ineliminabile, dell’umano. Il protagonista, Brandon, è solo l'avanguardia di una umanità vicina a scoprire l’abisso. La "malattia" (l'anomalia) non è di Brandon. E’ nella storia delle illusioni che abbiamo alle spalle: l'amore, la famiglia, la patria, la politica, etc.. Quando le illusioni cadono resta la solitudine davanti all'incubo della cosa impensabile e impronunciabile: la morte. Solo l'orgasmo - la piccola morte, la petite mort dei francesi - può farla dimenticare: per l'intensità anestetica del sesso, replicabile più di altre pratiche anestetiche, nelle innumerevoli formi possibili che il protagonista esibisce, dell'accoppiamento etero, omo, multiplo/orgiastico, dell'onanismo, delle infinite occasioni del sesso virtuale. E’ un eros potenzialmente “democratico” oggi, aperto a tutti, non solo al bellissimo e infelicissimo protagonista. E forse a quanti hanno creduto di assistere alla storia di una banale e rassicurante patologia individuale sfugge che, accanto al protagonista, esibiscono segni dell’invadenza totalitaria dell’eros anche i personaggi minori. La sorella del protagonista, tra un tentativo e l’altro di suicidio intervallato da accoppiamenti “gratuiti”. Così il suo partner di un momento. Così la ragazza incontrata nella metro che gode onanisticamente per quel che sembra l’annuncio di un rapporto. E invece il rapporto non c’è e non è neanche cercato. La ragazza, inutilmente inseguita, sparirà nella folla, sapendo di trovare all’occorrenza altre emozioni, dono di Eros. La vita però -ahimè - non può essere riempita da un orgasmo ininterrotto. Il protagonista attinge al fondo della libido e dello stordimento nella splendida scena dell'orgia mercenaria dai corpi bellissimi scolpiti con una fotografia innamorata e rapita. Lì l’orgasmo si mischia a singhiozzi disperati. Da lì Brandon sembra smettere di inseguire lo stordimento e l'oblio. Cos'altro troverà l'autore non dice. L'alternativa l'aveva già mostrata nell’ultimo tentativo di suicidio della sorella: vincere la morte, andandole incontro.
Penso a queste cose dunque. Alla New York opulenta paradigma dell’occidente opulento dalle opportunità infinite. E mi sembra che la disperazione sia l’esito di quella opulenza, come del suo rovescio, la penuria e la precarietà. Penso anche che in Italia abbiamo incontrato i segni di quella disperazione in analoga forma. E’ strano che non ci si pensi guardando il film. Abbiamo visto un uomo che in sé cumulava ricchezza, potere ed anche amore smisurato di folle adoranti, compromettere tutto per inseguire l’assoluto: il potere assoluto in un paese ridotto all’harem di un sultano. L’abbiamo conosciuto e non lo abbiamo veramente compreso perché non abbiamo compreso la disperazione di quell’uomo. Abbiamo inibito la nostra “comprensione” perché ci sembrava di assolverlo qualora lo avessimo compreso. Era giusto non assolverlo per aver messo in ginocchio un paese solo per disporre dell’harem che gli facesse dimenticare il mausoleo che lo aspetta ad Arcore. Dovevamo comprenderlo però perché ci ha indicato la strada che ci aspetta quando non saremo più distratti dalla fatica, dagli ideali e da quanto inventiamo per dimenticare la morte. E, secondariamente, ha reso pubblica una cosa normalmente taciuta: la sessualità degli anziani ed eros che mai non arretra .
Ora la scoperta di un dio e dell’immortalità mi sembra l’antidoto possibile all’eros distruttivo. Per chi – come me – è lontano da tale scoperta, resta la politica come speranza di superare il dolore della penuria e quello dell’abbondanza. Già, perché la politica viene dopo la filosofia che è la lente con cui guardiamo il mondo e però viene prima perché ci induce a scegliere una lente o un’altra lente. Non ero partito sapendo di arrivare a questo. Comunicando con gli altri comunichiamo con noi stessi e ci cambiamo. Anche Mc Queen, il regista di Shame, sospetto, cominciò a girare il suo film con quel titolo, accorgendosi forse poi che il tema non era la vergogna ma la paura: era Eros e Thanatos. Ma non cambiò il titolo. O forse continuò a pensare di aver parlato della patologia di un uomo. Io invece il mio titolo l’ho cambiato più volte, man mano che scoprivo di cosa veramente volevo parlare.

mercoledì 1 febbraio 2012

Raccomandati, sfigati, incattiviti, impotenti

E’ possibile che io stia diventando buono? Indulgente? Pietoso?
E’ possibile che i miei concittadini esorcizzino l’impotenza contro la paura incombente, scagliandosi contro il primo che passa, vivo o morto che sia?
Senza andare troppo lontano nell’ultimo mese il più facile bersaglio è stato il comandante del Concordia, Francesco Schettino: incapace e codardo. Noi abbiamo trovato per fortuna l’esempio positivo nella grinta del comandante della capitaneria del Giglio, Gregorio De Falco.. Con lui abbiamo gridato a Schettino: “Cazzo, salga sulla nave!” .
Solo dopo qualche giorno dall’incidente tragico e colpevole e dal diluvio di contumelie, mi capita finalmente di sentire diagnosi e implicite proposte di prevenzione da parte del sociologo Domenico Masi e dal giornalista Federico Rampini in una intervista della Gruber. Il primo punta l’indice contro l’assenza manifesta in Italia della cultura delle scienze dell’organizzazione. Tutti sappiamo di Einstein, nessuno di Taylor o Ford che ci avrebbero insegnato a prevenire il disastro., il secondo oppone alla prassi italiana del solitario capro espiatorio la prassi statunitense per cui chi ha nominato il colpevole è colpevole lui stesso e tenuto alle dimissioni. Insomma il povero Schettino non avrebbe mai dovuto essere chiamato a un ruolo di comando e comunque avrebbero dovuto essere previste procedure per rimediare all’impazzimento di un comandante. A disastro compiuto, molte teste dovrebbero cadere. Non sono analisi e diagnosi appassionanti, mi rendo conto, nulla di confrontabile alla goduria che ci offre la registrazione della viltà di un comandante. Sono solo analisi e diagnosi utili e corrette.

Poi, giorni fa – udite, udite! – il viceministro del lavoro, tale Michel Martone, si permette di chiamare “sfigati” i giovani italiani che si laureano dopo i 28 anni. Martone è uno facilmente antipatico per almeno un paio di ragioni:
A. E’ un figlio di famiglia con un padre che gli ha reso agevole una carriera fulminea, dottorato, ricercatore e poi titolare di cattedra universitaria a 33 anni. Quindi consulente ben retribuito nel precedente governo. Infine viceministro. Diciamo che non ho le prove, ma ho la certezza interiore che Martone sia un raccomandato.
B. Martone ha il ghigno del saputello, di quello che ha imparato una lezioncina e la ripete compiaciuto dall’alto della cattedra.

Grazie ancora alla Gruber, seguo l’intervista all’antipatico Martone. E purtroppo anche il bravo Vittorio Zucconi, da New York, infierisce contro il malcapitato. “Per essere equilibrati, dice Zucconi, se Martone ha potuto pronunciare quelle parole infelici, possiamo dirgli che ha detto una cazzata”. E’ facile sparare a zero sul poveretto caduto sul tappeto, no? Non è da meno l’adorabile Luciana Littizzetto che preferisce “minchiata” a cazzata, venendo in soccorso di una causa già vinta.
Io per la verità pensavo che “sfigato” significasse solo sfortunato, ma anche le mie figlie consultate, benché tutte laureate nei tempi giusti e brillantemente, solidarizzano con gli sfigati e sono incavolate col viceministro. “Sfigati” mi spiegano non significa semplicemente sfortunati. Ha una valenza negativa.
Così capisco che è del tutto irrilevante che Martone abbia potuto dire cose ragionevoli: che le imprese non guardano con favore chi impiega 10 anni a conseguire una laurea, soprattutto se non sa spiegare il perché (la condizione di studente lavoratore, ad esempio) o che è preferibile essere un brillante artigiano piuttosto che un laureato che si arrangia nei call center. Cose ragionevoli, anche se io stesso colgo in Martone sfumature classiste che i suoi detrattori non colgono o non esplicitano. Voglio dire che sono pressoché certo che anche il viceministro sarebbe quanto meno profondamente deluso se suo figlio un giorno gli annunciasse di voler fare l’idraulico. Sotto i discorsi ragionevoli persiste il vecchio classismo: l’università per i miei figli, per i tuoi l’officina che è così gratificante. Ma questo non c‘entra col merito della questione che è invece: gli antipatici hanno comunque torto. Così siamo costretti a rifiutare anche le buone pietanze proposte dallo chief che non ha saputo salutarci a dovere. Il compianto Padoa Schioppa che osava più di Martone nel linguaggio, osò dire che le tasse sono belle. Poi chiamò “bamboccioni” i ragazzi che si attardano nelle pareti domestiche. “Bamboccioni” non mi sembra più lieve di “sfigati”. Ma Padoa Schioppa non dovette scusarsi. Lui non aveva fama di raccomandato nel paese in cui l’usciere raccomandato è inflessibile contro il professore raccomandato. Nel paese in cui chi vale 100 deve raccomandarsi per avere 50. Nel paese in cui è stata abrogata la tassa di successione e i mediocri fratelli Elkan ereditano le fortune del brillante nonno.
Oggi, dulcis in fundo, mi capita di leggere su un blog commenti alla scomparsa del presidente Scalfaro e trovo, accanto a legittime critiche al suo passato di magistrato e a sue giovanili gesta da moralista, questi sintetici giudizi ad opera di coraggiosi autori dai fantasiosi nickname:
Wheel: uno in meno che percepisce i nostri soldi!
Kiko: uno stronzo con 3 autoblu in meno per gli italiani
Xxx: una pensione di senatore in meno

L’Italia frantumata degli impavidi, spietati critici di Schettino, come di Martone, come di Scalfaro non sa, non può, non vuole trovare progetti unificanti. L’Italia dei forconi vuole menare le mani col primo che passa. Si accontenterà di 15 centesimi di sconto sul carburante, del salvataggio di una industria decotta. Raccoglie con lo scolapasta i marosi della globalizzazione, boicottando le calze dell’Omsa delocalizzante. Non è capace di dire cose discutibili ma radicali. Potrebbe dire e pretendere, salendo compatta sui tetti o attendandosi presso i luoghi delle decisioni politiche:
Galera a chi usi il proprio ruolo per uso personale (raccomandazioni e illeciti lucri) .
Galera agli evasori
Disincentivazione delle merci troppo viaggianti e inquinanti
Blocco delle merci provenienti da paesi e fabbriche che violino i diritti umani
Elevata tassa di successione fino eventualmente all’esproprio
Prestito d’onore generalizzato per lo studio, per fare impresa, per fare casa
Subito il salario minimo sociale.

Ma quell’Italia non è interessata ad un nuovo senso comune. Ha paura di affermare principi per cui dovrebbe pagare un prezzo. E’ felice di potersi sfogare contro Schettino, Martone e i morti. Poi va a nanna.

giovedì 12 gennaio 2012

La ricchezza e il covone di letame

La destra periodicamente contesta alla sinistra di criminalizzare la ricchezza. Questo è uno di quei momenti. I poveri, o i non abbastanza ricchi, per i quali parlerebbe la sinistra sono accusati di invidia sociale. Invidia è il desiderio di qualità o cose possedute da altri. Fra queste cose la ricchezza. Al desiderio – è vero – si associa frequentemente l’odio verso la persona che detiene l’oggetto posseduto. C’è in questo momento invidia sociale verso i ricchi? Direi di sì, come spesso, se non sempre. Specifico del momento è invece la reazione stizzita all’invidia. La Santanchè né è un ragguardevole campione. Del resto l’offensiva contro l’invidia e la cosiddetta criminalizzazione della ricchezza si avvale di sponde autorevolissime. L’invidia è fra i sette vizi capitali nella dottrina della chiesa. Certo si gioca parecchio sull’ambiguità. Sembra talvolta che si voglia reagire a una presunta contestazione all’accumulazione come tale, il lavoro paziente della formica che accumula e ripara le provviste per l’inverno. Come se l’invidia per il ricco fosse condanna per la ricchezza, il risparmio, l’accumulazione.. Con altro disinvolto passaggio dialettico si finisce con il difendere il valore sociale del lusso e dello spreco che – storia antica – sarebbe fonte di lavoro e di occupazione. Magnifica in tal senso l’affermazione impavida di quel tale a passeggio per Cortina, anch’essa criminalizzata, impellicciato e accompagnato da avvenente impellicciata (se no, a cosa serve la ricchezza?), che proclama, da economista in vacanza, intollerante a possibili repliche :”L’austerità non fa girare l’economia!”. Insomma, solo grazie al consumo dei ricchi i poveri vivono o almeno sopravvivono. La sinistra è sostanzialmente in difesa rispetto a questo, come di fronte a tutto da qualche tempo. “No, per carità, nessuno criminalizza il ricco, purché paghi le tasse”, si balbetta a sinistra. Certo meglio che niente, pagare le tasse. E’ tutta qui la proposta dei progressisti? Una volta pensavo che la giustizia sociale fosse il loro (il nostro) obiettivo. La sinistra fa fatica a proporre linguaggi nuovi, abrogare parole vuote o dotare le parole consumate di nuovo significato.
Proverei - voglio dire – a menar vanto dell’invidia. L’invidia è il nome imposto dai privilegiati alla sete di giustizia sociale e di eguaglianza. Caso mai distinguerei l’invidia intelligente dall’invidia stupida. Stupido è invidiare una barca da 30 metri da chi c’è l’ha da 15. Stupido è invidiare la casa di 500 metri quadrati che non si riuscirà mai ad abitare. Ma questa variante stupida dell’invidia è l’ invidia dei ricchi verso i più ricchi. Però, per fortuna, in questa battaglia per il vocabolario che vede la sinistra tuttora soccombente qualche esempio di rivincita ci viene dal basso.
In TV, all’ultimo Infedele ho sentito, nel collegamento con un circolo del Pd di Lecco, un militante proporre una efficacissima metafora: la ricchezza è come il letame; il letame, se resta ammassato in un covone è sterile, se distribuito nel campo è prezioso. Sarebbe il caso di reclutare quel militante nell'esercito per un nuovo senso comune.

giovedì 5 gennaio 2012

Beppe Grillo, la malattia del linguaggio

Dissenso e condanna ha suscitato Beppe Grillo per il post “I botti di fine anno di Equitalia” nel suo blog, sul tema dei ripetuti attentati alla sedi dell’agenzia, esattore fiscale dello Stato. Cosa ha detto Grillo? “Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze. Un avviso di pagamento di Equitalia è diventato il terrore di ogni italiano. Se non paga l'ingiunzione "entro e non oltre" non sa più cosa può succedergli. Non c'è umanità in tutto questo e neppure buon senso. Monti riveda immediatamente il funzionamento di Equitalia, se non ci riesce la chiuda. Nessuno ne sentirà la mancanza”.

E’ un fatto che in Equitalia, pur nella sua natura di mero esattore e non certo di decisore delle politiche fiscali, si individui un bersaglio facile fra gli italiani confusamente alla ricerca di capri espiatori (ne ho voluto parlare in “Il capro espiatorio del 99%). Equitalia diventa così il parafulmine della rabbia sia per la debole lotta alla grande evasione sia per l’ implacabile repressione verso i piccoli evasori e i morosi. Ha ragione Grillo:” Non c’è umanità in tutto questo e neppure buon senso”.
Aggiungerei che c’è ancor meno umanità e buon senso nel fatto che a un pensionato sociale venga chiesto il rimborso a tappe forzate per emolumenti non dovuti per cui il pensionato disperato finisce col togliersi la vita.
Piccola digressione autobiografica. Informato di quanto può accadere in qualsiasi momento a un pensionato, ho avuto qualche remora, avendo ricevuto arretrati per la mia trascorsa attività lavorativa, a chiedere la conseguente rivalutazione della mia pensione. Temevo che rifacessero i conti e che, invece che aggiungere, mi chiedessero di rimborsare qualcosa, forse tanto, forse troppo. Spero bene quindi. Però questo è uno stress di cui il pensionato dovrebbe essere esentato..
Ma, tornando a Grillo e ai “giustizieri”, il punto è: Chi deve pagare il fio della colpa per tanta disumanità, il dirigente degli esattori o addirittura il malcapitato impiegato?
Grillo ha ammesso che bisogna “condannare le violenze” (stavo per dire: “meno male”). Ha “solo” aggiunto che “bisognerebbe capirne le ragioni”. Ingenuamente chiedo: e certo, di cosa non dovremmo capire le ragioni? Dobbiamo sempre capire le ragioni, se capire significa capere, afferrare, prendere, cioè intelligere (impossessarsi con la mente). Capire un fatto significa trovarne le ragioni, le cause, cioè esercitarvi l’intelligenza. Non dovremmo cercare di capire gli stupratori, gli assassini, gli evasori (e poi condannarli, metterli in galera, ovviamente)? Dovremmo forse preferire non capire, essere stupidi? O forse capire vuol dire giustificare, assolvere? E allora per dire semplicemente capire (senza annessa giustificazione o assoluzione alcuna) quali parole dobbiamo usare?
Faccio l’ingenuo perché - ahimè - è vero che in Italia capire significa ormai quasi sempre giustificare e assolvere. E in questo spazio equivoco si è mosso Grillo. Che ora può tranquillamente dire di non avere giustificato un bel niente e che però, visto che usa l’italiano del 21° secolo, con i significati sedimentati negli anni recenti, e si rivolge agli italiani del 2012, sa bene che capire le ragioni degli aggressori significa non capire le ragioni degli aggrediti perché capire nel pessimo italiano di questi anni significa questo.
E poi Grillo non ha dimostrato di capire un bel niente, se non ha indirizzato la rabbia legittima di alcuni tartassati su bersagli più corretti: il governo attuale, quelli passati, gli italiani che hanno votato questo parlamento, etc. A parte che mi sento di escludere che gli attentatori siano dei tartassati. E’ più probabile siano esponenti di quella folla, prevalentemente giovanile, annoiata, che ha voglia di menare le mani, di fare l’ultra negli stadi, di tirar fuori il coltello al semaforo, di devastare una città infiltrandosi in una manifestazione, di lanciare le bombe di capodanno a costo di amputarsi una mano o di uccidere un bambino: una umanità unita dal buio dell’intelligenza, più che divisa da pretestuose divisioni politiche. Direi che fra gli attentatori e i tartassati c'è lo stesso rapporto che ci fu tra le cosiddette Brigate rosse e la classe operaia cui dicevano di riferirsi: zero.
E’ questo che bisognerebbe capire secondo Grillo? Non lo ha detto.
Insomma, forse il succo semplice di questo discorso è che bisogna trovare un altro modo per dire capire giacché mettendo in soffitta un vocabolo diventato pericoloso, senza saperlo sostituire, rischiamo di contribuire a mettere in soffitta la comprensione, cioè l’intelligenza. Non possiamo permettercelo. E qualcuno dovrebbe preoccuparsi di curare il nostro linguaggio ammalato.

domenica 1 gennaio 2012

L'anno che è arrivato e l'epoca attesa

La discontinuità fra un anno e l’altro è ovviamente un “gioco”. Oggi, 1 gennaio, probabilmente non sarà tanto diverso da ieri, 31 dicembre dell’anno trascorso. E già sappiamo che somiglia molto al 1 gennaio del 2011: botti per festeggiare il nuovo anno, morti, feriti, amputazioni, accecamenti, anche di bimbi innocenti affidati alla protezione della “sacra famiglia” ovvero a padri stupidi e criminali e a madri colpevolmente passive. Le discontinuità geografiche/amministrative possono essere altrettanto futili di quelle temporali. Ricordo un gioco che facevo durante certi lunghi tragitti in auto con le mie figlie ancora bambine. Quando sull’autostrada veniva segnalata la fine del territorio campano e l’inizio di quello laziale e così via, regione dopo regione, mi divertivo a spiazzare le bambine, dicendo: “Inizia il Lazio. Vedete come è tutto diverso?”. Le figlie guardavano fuori dai finestrini e poi guardavano me, perplesse, ma senza saper obiettare. Ogni tanto ho pensato che questo giochino potesse essere un elemento di una pedagogia opposta alle pedagogie dell’identità e dei confini (Lega, Padania e, etc.). Vabbè, diciamo che con gli auguri per il nuovo anno ci esercitiamo semplicemente a immaginare il futuro e a pensare al futuro che vorremmo, all’epoca che vorremmo si aprisse. Una nuova epoca però non si apre in consonanza col calendario gregoriano. Può aprirsi di ottobre (12 ottobre 1492, scoperta dell’America) o di luglio (14 luglio 1789, presa della Bastiglia). Non so se qualcuno pensò che stesse aprendosi un’epoca il 12 ottobre del 1492 o il 14 luglio del 1789. Mi chiedo invece come io individuerei l’inizio di una nuova epoca, quale evento in Italia segnalerebbe una discontinuità paragonabile alla caduta del muro, ad esempio. Nella storia recente l’intervallo fra discesa in campo di Berlusconi 18 anni fa e la sua recente caduta segnano, se non un’epoca, una fase. Anche le fasi (brevi epoche “reversibili”) possono avere datazioni incerte o convenzionali. Allora potremmo dire, con attenzione alle discontinuità “istituzionali” che la fase si chiude con le dimissioni di Berlusconi (12 novembre 2011) oppure, con attenzione ai segni di una nuova antropologia (che preferisco), con la prima conferenza stampa del nuovo governo (4 dicembre 2011) e le lacrime della Fornero, i sentimenti ovvero, per così dire, la “tecnica” femminile al potere.
Noi, i democratici, e il Pd, abbiamo aperto questa fase facendo prevalere le ragioni culturali e di stile sulle opzioni economiche e sociali in senso proprio. Non avrei (non avremmo) perdonato a Berlusconi l’odiosa e classista deindicizzazione delle pensioni. Ma noi respiriamo per lo stile sobrio e professorale del governo Monti. E qualcuno (come me) si commuove per la commozione della ministra Fornero che tanto ha irritato gli italiani implacabili che si chiedono : “Perché versa il latte e poi piange?”. Diciamo che il governo Monti è l’anticamera per un’Italia dialogante in cui si parlerà finalmente delle cose e si decideranno cose. Nondimeno non avverto ancora segni di passaggio di epoca. I pensionati continuano a rubare al supermercato (così come i detenuti, i lavoratori licenziati e i piccoli imprenditori falliti continuano a suicidarsi). Come in un film ripetutamente visto, il direttore del supermercato chiama i carabinieri. I carabinieri offrono un pasto in caserma al ”delinquente”. “Non essere buoni, ma fare il mondo buono” proponeva qualcuno (Brecht, Sartre). La penso così. So che abbiamo le risorse per evitare di umiliare i pensionati e poi sentirci buoni perché non li denunziamo. E abbiamo le risorse per salvare figli e nipoti dal rischio dell’istupidimento effetto di un sistema anarchico che è incapace di dire cosa ci aspettiamo da loro e cosa garantiremo se sapranno – non più viziati, ma aiutati - studiare e impegnarsi in progetti condivisi che sapremo premiare, archiviando l’arbitrio e il favore. Il passaggio di epoca può essere colto da segnali diversi, purché radicali, giacché in ogni caso, certi mutamenti implicano altri mutamenti anche in aree distanti. Se allora un nuovo governo, anziché compiacersi dei 7 miliardi che confluiscono nell’erario per il gioco d’azzardo che costa agli italiani (guarda un po’ quelli meno abbienti) 70 miliardi l’anno, fosse capace di eliminare tale rapina, semplicemente chiudendo le sale giochi e facendo insegnare ai bambini e agli adulti in una scuola nuova la stupidità dell’azzardo a carte truccate, se un governo nuovo potesse far questo ricevendo il consenso dei cittadini per una esplicita tassazione sostitutiva di quella per l’azzardo, allora questo governo e questi cittadini sarebbero il governo e i cittadini di una nuova epoca. Né l’uno né gli altri potrebbero accettare l’abusivismo con l’alibi che creerebbe occupazione. Né l’uno né gli altri accetterebbero che si allevino ad alto costo intelligenze da regalare all’estero. E nonni e genitori sarebbero felici di pagare 100, 200 euro per costruire un sistema che garantisca a figli e nipoti, invece che la paghetta di nonni e genitori, un lavoro coerente con i loro studi o, per brevi intervalli, comunque un reddito. Un piccolo segnale radicale, l’abolizione delle sale giochi o la sanzione di 5 anni di lavori socialmente utili a chi insozzi per gusto vandalico una scuola o un monumento sarebbe fra i sassolini di una valanga, il segno di un cambiamento d’epoca verso un’Italia non più imbronciata: seria, sobria, severa, allegra, sviluppata.

domenica 11 dicembre 2011

Il capro espiatorio del 99%

Durante una conversazione futile, in cui purtroppo sono coinvolto, vien fuori l’episodio dell’attentato al dirigente di Equitalia, odioso esattore, ad opera di sedicenti anarchici. Uno – diciamo di orientamento destrorso - esclama subito: “gli farei un applauso (all'attentatore)”. E un altro, di orientamento analogo: “è stato il mio primo sentimento, poi mi sono detto, ma no” (bontà sua). Il terzo infine – un giovane “rosso” di area “centri sociali”: “ma sì, hanno fatto bene”.
Mi defilo di fronte all’invincibile alleanza degli “opposti estremismi” (come si diceva una volta); opposti in che cosa? Mi viene da pensare all’ultimo Crozza, che mostra il Bossi pensionato e un corteo di indignati, quelli che gridano "siamo il 99%" contro banchieri e finanza. Nel segno dell’odio verso i cosiddetti “poteri forti” il leader leghista e gli “ultrarossi” trovano una entusiasmante sintonia. Che bello trovare il colpevole nell’1% e noi tutti al calduccio nella solidarietà del 99% che non arriva alla fine del mese (chi con 500, chi con 5.000, chi con 50.000 euro mensili).
Oggi poi rifletto all’assalto contro il campo rom di Torino per punire presunti stupratori, in realtà inventati da una ragazzina che ha trovato nella “cultura” della comunità un facile capro espiatorio per spiegare un rapporto sessuale. Anche qui tutti uniti, stavolta contro esponenti di un diverso 1% , di rifiuti umani. Certo con vocazioni abbastanza segnati dal censo e dal livello d’istruzione, con i laureati che prediligono indignarsi contro i banchieri e la speculazione (di cui sono parte i fondi pensione, ma non è il caso di dipanare il filo che lega i buoni ai cattivi) e i malamente scolarizzati (spesso, come pare a Torino, ultra del calcio in crisi di astinenza) che prediligono i rom . Ma va bene lo stesso. Banchieri e rom i diversi. E noi cittadini “normali” , imboscati in lavori di comodo, piccoli e grandi produttori di armi e videogiochi, evasori grandi e piccoli, costruttori e abitanti di case abusive, inquinatori/ inquinati, percettori di pensioni di invalidità indebite, e anche onesti e produttivi lavoratori, larghissimo, smisurato, innocente ceto medio, a subire quell’1% che ci sta sopra e quell’1% che ci sta sotto. Senza sospettare, senza la fatica di pensare che un mondo nuovo non sopprimerà solo banchieri e rom: dovrà cambiarci tutti fino a renderci irriconoscibili a noi stessi.

P.S. Ma poi gli spavaldi assalitori di zingari, compreso l’errore, si saranno suicidati, presi di vergogna e senso di colpa? O no? Quanto durerà il sonno della ragione?

sabato 3 dicembre 2011

L'economia reale del pensionato

Carissimo presidente, la ringrazio per aver voluto ascoltare fra le parti sociali anche la voce dei pensionati. La sorprenderò perché vengo a sottoporle, a loro nome, una proposta di tagli massicci alle pensioni. Possiamo discutere dei particolari, ma in sintesi i pensionati ritengono che sia accettabile un taglio netto, chiaro e visibile alle loro pensioni. Non l’imbroglio del blocco degli adeguamenti Istat. Diciamo un taglio del 30% , almeno a partire dalle pensioni di 1.500 euro. Un po’ di più oltre, meno per le pensioni inferiori, nulla sotto i 1000 euro. Siamo abbastanza generosi? Non è una offerta senza contrapartita naturalmente. Adesso le elenco le nostre ragionevoli contropartite.
La prima è che il governo assuma il punto di vista del lavoro come valore e come unico valore reale dell’economia. Se assumerà questo punto di vista, ovvio, banale, costituzionale, ma dimenticato, alcune conseguenze verranno da sole. E noi pensionati recupereremo presto il 30% che avremo inizialmente sacrificato. Non facciamo ideologia. Pare che si debba rassicurare su questo. Credo significhi soprattutto che non si pretenda il socialismo o cose simili. Non lo pretendiamo, purché si realizzino quelle poche cose concrete che chiediamo Diciamo che è ragionevole, magari opinabile e oggetto di conflitto, ma comunque ragionevole che Stato o imprese private cerchino di retribuire al minimo il lavoro. Non è assolutamente ragionevole che piuttosto che mettere al lavoro, si preferisca mantenere nell’inattività retribuita giovani dotati di intelligenza, competenze ed energia o anche giovani non particolarmente competenti, ma capaci di cuocere un uovo al tegamino. Non è neanche ragionevole e immagino che produca decrescita (sennò l’economia degli economisti sarebbe una cavolata) far cuocere l’uovo al tegamino al giovane che potrebbe contribuire a sconfiggere il cancro e dare un ruolo di ricercatore a un tale che più efficacemente potrebbe cuocere l’uovo al tegamino. Non è ragionevole che ci vantiamo di avere un tasso di disoccupazione inferiore alla media europea, non preoccupandoci dell’assai più vasta platea di cittadini inattivi che hanno smesso di cercare lavoro e di studiare e se ne stanno a casa a farsi angariare dai mariti o nelle sale di videogiochi o di scommesse a spendere il salario di genitori e nonni. Non è ragionevole che sia sprecata l’intelligenza e l’energia dei “giovani” anziani, non incentivando la permanenza nel lavoro, magari part-time. Non è ragionevole che oggi non si chiami al lavoro il pensionato ozioso nei giardinetti, verificando cosa possa fare utilmente. Molti pensionati di medio-alta cultura – le assicuro – assisterebbero volentieri adolescenti e giovani in spazi di doposcuola. Altri starebbero bene nelle mense scolastiche o aziendali. I più giovani e in forma fisica libererebbero volentieri i tombini delle foglie per prevenire i prossimi allagamenti o sarebbero felici di rimboscare le colline prevenendo le prossime frane fatali. Forse lo farebbero gratis. Ma paghiamo loro 200 euro mensili per un lavoro part- time e li faremo esplodere di felicità. Non mi dica che sarebbero soldi sprecati. Significherebbe che l’economia non è una cosa seria. Ci sono erbacce che imbruttiscono migliaia di siti archeologici e ci sono toilette sporche o senza sapone che rendono sgradevole il soggiorno dei turisti e la mobilità. Rimediare a questo è banale? Ma non è assurdo che il paese più bello del mondo non sia il primo paese visitato da turisti? Non è assurdo che questo paese mostri metro insozzate e fatiscenti con ragazzini viziati e superdotati di aggeggi elettronici, in mano, nelle orecchie, forse nel naso, stravaccati, indolenti, sulle sedie. Non è opportuno mettere al lavoro questi poveri ragazzi per redimerli dal rimbecillimento? Non è opportuno riportare a scuola i loro genitori per imparare il mestiere di padre o di madre? Che significa veramente, presidente, l’espressione “non c’è lavoro”? A noi sembra che ci sia un sacco da fare e lavoro per tutti e che anzi sia urgente cancellare per questo i finti lavori, talvolta anche super-retribuiti. C’è da cancellare metà degli uffici che producono carte e tre quarti dei consigli di amministrazione (forse di più, forse tutti) in cui personale politico, parapolitico e parassita acquisisce reddito a spese di chi lavora.
Se i pensionati si dimostrano disponibili a un contributo massiccio per ripianare il debito e mettere al lavoro gli inattivi, sarà facile per lei chiedere sacrifici analoghi ad altre categorie. Esistono gli strumenti per combattere l’evasione. Li applichi e intanto lavoriamo insieme a un nuovo senso comune che produrrà anche una nuova giustizia. L’evasione non è cosa meno grave di una rapina a mano armata. La si punisca allo stesso modo.
E si punisca allo stesso modo la corruzione. E si smetta di oltraggiare la povertà e la bellezza con l’esibizione sciocca di panfili e ville che deturpano il paesaggio.
Se tutti saranno chiamati a sacrifici analoghi ai nostri, ci saranno risorse per abbattere la tassazione sulle imprese e sul lavoro. Se risulteranno impraticabili i favori, molti imprenditori saranno costretti a occuparsi di interpretare la domanda, ad acquisire le migliori tecnologie e le migliori competenze. Riesce a immaginare le energie liberate dalla nuova consapevolezza che lo studio e il merito saranno premiati? Diventeremmo quel che sarebbe naturale essere: il paese più ricco del mondo, grazie alle eredità straordinarie ricevute dalla storia che immeritevolmente abbiamo alle spalle, noi nani sulle spalle di giganti.
In cambio del nostro piccolo sacrificio chiediamo certezze per i nostri figli e nipoti. Che siano aiutati da qualcuno, competente (i raccomandati li pensiamo estinti), nelle scelte di carriera. Che, quando disoccupati, entrino in un comparto pubblico che proponga mix di formazione, ri-orientamento e lavoro cosiddetto socialmente utile. Che in tale fase ci siano operatori esperti capaci di individuare e proporre talenti alle imprese. Che comunque tutti ricevano sempre un salario minimo sociale, equilibrato per non indurre alla inattività. Che sia generalizzato il prestito d’onore per lo studio, per l’avvio di un’attività imprenditoriale, per mettere su casa e famiglia.
Infine le propongo di avviare una rivoluzione culturale. E’ tempo di avere il coraggio di pensare l’impensabile. Non è scontato, anche con le nostre proposte, che la vita degli anziani, sempre più lunga, diventi una vita bella da vivere. A maggior ragione se queste proposte non fossero accolte, restituendo i pensionati alla vita produttiva e sociale. Si tratta semplicemente di lavorare al superamento del tabu della morte. Un giorno forse capiremo tutti che non ha scopo prolungare con la vecchiaia una lunga dolorosa agonia. Ha pensato, presidente, quali incredibili economie si realizzerebbero se tutti i pensionati in un colpo solo ponessero fine alle loro inutili vite e le loro pensioni fossero acquisite dallo Stato? Abbatteremmo il debito pubblico e daremmo nuovo .decisivo slancio all’economia. Auspicando, si intende, che non si torni ai vizi della vecchia economia, quella che ci ha insegnato che il lusso e lo spreco producono domanda, lavoro e sviluppo.