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martedì 11 settembre 2018

Socialismo o ricatto


Sono disperato. Mi sembra che ciò che a me pare ovvio, ovvero un'ovvia cavolata, appare ragionevole e scontato al senso comune. Anche a sinistra. Mi chiedo come sia possibile anteporre il posto di lavoro dei 10.000 dell'Ilva alla salute di una città malata e devastata. Come sia possibile che la perdita ipotetica di 50.000 posti inibisca la chiusura festiva dei negozi ovvero la scelta di un modello di vita. Si può discutere di questo e dell'Ilva. E si può discutere di Tap e di Tav. Ma non si può accettare di discutere sotto ricatto. Non si può accettare che il posto di 60.000 valga più della salute di milioni e del lavoro dei milioni che un lavoro non hanno mai avuto. Prendo atto di essere il solo a respingere il ricatto. Il solo a pensare che la sinistra stia perdendo l'ennesima occasione di indicare nella Democrazia Socialista l'unica possibilità di liberarsi del futile ricatto. Socialismo come unica possibilità di liberarsi di Ilva e cemento e slot machine e consumismo, riconvertendo economia e persone al lavoro vero, al lavoro utile. Nel segno di una appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. Se non ora, quando? Perché non lo diciamo? .

giovedì 1 febbraio 2018

Post impopolare sulla sinistra che non c'è


La rinuncia alla prospettiva socialista costringe la sinistra a vivacchiare con un repertorio minimo. Un po' di antirenzismo facile facile: ripristinare lo status ante Jobs Act e ante Buona Scuola. Un po' di luddismo e sindacalismo difensivo: lavorare meno per lavorare tutti. Un po' di deficit o anche molto deficit da scaricare ai futuri governi e alle future generazioni: in buona sintonia con M5S e destra. Il tentativo di frenare l'innovazione, non solo quella cattiva, perché l'innovazione porta instabilità e incertezza. Un po' di consumi in più, quali che siano, perché i consumi portano un po'di occupazione: anche i consumi di armi e di slot machine. E - perché no?- anche un po' di minnitismo gentile per frenare l'immigrazione che non si sa gestire in patria né condividere con l'Europa. Magari giustificando i morti in mare e gli stupri in Libia, convincendosi opportunisticamente che l'immigrazione è il piano del diavolo Soros per comprimere salari e diritti. Il capitalismo è innominato. Si chiama "neoliberismo" (che non è la stessa cosa). Eppure io, in solitudine, credo che il socialismo è la risposta assente che sposerebbe flessibilità, libertà, innovazione e sicurezza. L'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione ci libererebbe dal dilemma tragico e insulso fra disoccupazione e morire dei fumi dell'Ilva. Consentirebbe di coniugare sicurezza e mobilità del lavoro. Consentirebbe di non aggrapparsi ad un lavoro diventato inviso. Un socialismo democratico (ma non la socialdemocrazia indistinguibile da centro). Un socialismo non burocratico, ma governato dalle comunità. Un socialismo che farebbe apparire ovvio che non conviene che il vicino dorma sotto i ponti e che la sua intelligenza sia sprecata. Un socialismo che è urgente e di cui nessuno parla più.
P.S. Davvero non mi aspetto "mi piace". Mi aspetto solo dissensi.

sabato 2 dicembre 2017

Quello che manca


Penso che sono perplesso. Le crisi aziendali si susseguono con annessi licenziamenti. In alcuni casi i lavoratori ricevano solidarietà, morale o materiale, come nel caso di Melegatti con cittadini mobilitati a comprare panettoni. In altri casi, quelli delle aziende delocalizzanti, si propongono al contrario sabotaggi negli acquisti. Per l'Ilva continua il ricatto con la scelta fra lavoro e salute. Non so proprio come si calcoli lì il rapporto costi/benefici: la salute dei lavoratori e quella dei cittadini, bambini compresi, da una parte e profitti e reddito di lavoro dall'altra parte. E intanto migliaia e migliaia di lavoratori di piccolissime imprese perdono anch'essi il lavoro, nei bar, nelle botteghe e nelle officine. Ma nessuno ne parla perché non sono targati Ilva o Menegatti. A maggior ragione nessuno parla di chi un lavoro non l'ha mai avuto o il lavoro ha perso da tempo e dorme coperto da un cartone. Sono perplesso. Manca un pensiero forte, manca un pensiero radicale, manca un pensiero che faccia i conti davvero e renda visibili i costi di vedere le parti e non l'insieme, manca addirittura la convinzione che le scelte che facciamo o subiamo sono meramente difensive e fonti di spreco di vite.Manca un pensiero socialista.

mercoledì 28 novembre 2012

E l'Ilva è dei Riva?

I lavoratori sfortunati e combattivi dell'Ilva di Taranto ieri manifestavano davanti alla Direzione. "I padroni dell'azienda siamo noi" era lo slogan urlato. Forse non è vero. Non è vero giuridicamente. E l'Ilva non è solo di chi oggi ci lavora. E' un po' della città che la ospita e paga un prezzo continuo di vite. Ma certo è difficile dire e pensare veramente: "E' dei Riva. E' dei criminali arrestati o latitanti". Quale insopportabile contraddizione fra quello che è vero giuridicamene e quello che sentiamo vero. Bisogno di socialismo o cosa?