Lucio Magri era un uomo molto affascinante. Il fascino gli aveva regalato una vita piena di amori. Era un uomo molto intelligente L’intelligenza non gli aveva consentito di prevedere il futuro e la sconfitta meglio di quanto possa fare un qualsiasi idiota. Era un uomo molto colto. La cultura gli ha consentito di trovare una morte “igienica”, senza sangue, in una clinica svizzera specializzata. Non come Monicelli che sceglie di schiantarsi sull’asfalto. Magri è morto da politico, non solo perché intenzionato – come ha sostenuto l’amico Valentino Parlato – a denunciare la società colpevole di un fallimento sociale e del suo fallimento, di Lucio, ma anche perché capace di immaginare il mondo senza di lui: gli amici in attesa della notizia, il suo corpo senza vita sepolto accanto a quello della moglie amata. Non potendo e non volendo capire che non avrebbe mai saputo di questo, che morendo non avrebbe assistito alla propria morte e morire sarebbe stato subito come non essere mai nato (avrebbe dovuto insegnarglielo Lucrezio). Perciò il suo suicidio è più colto di quello di Monicelli che però è più cinico e intelligente, nella consapevolezza che non ci fosse rituale meritevole di essere osservato, che non avrebbe sofferto assistendo al dolore di congiunti per il corpo straziato, e che non avrebbe mai goduto del cordoglio di amici e parenti. Magri muore come uno stoico romano felice di lasciare memoria onorata di sé, come un samurai. Ritualmente. Monicelli si butta via, semplicemente, come nel settembre 2001 si buttavano dalle Due Torri per sfuggire a una morte più lenta e atroce. Perché conservare la vita per i minuti e i secondi utili al fuoco a realizzare la sua tortura fino alla morte? Serviva a Monicelli conservare la vita aspettando che malattia e dolore finissero di torturarlo? E poi la domanda terribile, di fondo, che ci è vietata: serve conservare la vita, innamorandosi, essendo abbandonati dall’amata, sgomitando, proteggendo i propri figli e uccidendo i figli altrui, se si sarà inghiottiti comunque dal nulla? E’ diverso 30, 40, 100 anni, con l’infinito nulla davanti?
Questa domanda ci è vietata. Ci è vietato disporre liberamente di noi, almeno tutte le volte in cui è possibile imbrigliare la pulsione di morte. Oggi dibattiamo sul nostro spazio di libertà, entro i margini assegnati dalle leggi degli Stati, tutte le volte in cui non possiamo o non vogliamo fare da soli. Sono, quelli degli Stati, divieti che incidono sulla minoranza degli aspiranti suicidi, la minoranza dei più sofferenti e inermi, come Welby e Englaro. Divieti esemplari che non impediscono ai più, disoccupati e piccoli imprenditori falliti, detenuti senza speranza e ascolto nelle carceri affollate, di por fine alla vita.
Eppure – lo so – non possiamo consentire pubblici suicidi. Non possiamo guardare il morituro che beve il farmaco mortale come se bevesse una gazzosa, o lasciarlo volare dal tetto come se avesse un paracadute.
Allora ci insegnano a distinguere, come se nelle distinzioni che a me paiono futili risiedessero verità, giustizia e pietà. L’Olanda consente l’eutanasia attiva, col medico che direttamente procura la morte. La Germania consente l’ eutanasia passiva, interrompendo cure inutili perché incapaci di evitare la morte. Stupenda ipocrisia perché comunque la morte è accelerata dalla fine delle cure. Se la vita fosse un valore in sé, ogni attimo di vita sofferente avrebbe valore. In Svizzera è consentito il suicidio assistito: è il morituro che si propina il farmaco mortale procuratogli dalla clinica che lo assiste. Già perché pare essenziale che non sia il medico a compiere l’atto meccanico e “omicida”. In Italia il dibattito è sul quesito se sia terapia l’alimentazione e l’idratazione forzata. Chissà, forse quando apparirà insostenibile per la divina economia mantenere in vita malati nel corpo o nello spirito, manovra dopo manovra, si creerà un nuovo senso comune che faciliterà gli esodi dalla vita.
Fare la vita meritevole di essere vissuta non riguarda governi, parlamenti e banche. Dicono che è tema da filosofi: insomma non è argomento serio. Lucio Magri avrebbe considerato insopportabile il confronto fra le ragioni dei clericali e quelle prossime a venire degli economisti.
mercoledì 30 novembre 2011
domenica 20 novembre 2011
La democrazia violata di Lerner e la "megliocrazia" di Gramellini
Piccole riflessioni su due pezzi usciti contemporaneamente, lo scorso 3 novembre, che, benché di due giornalisti dalle opzioni culturali e politiche non troppo distanti, apparivano assolutamente opposti. Il tema è attualissimo nel momento in cui il rapporto fra competenza e politica, con il governo Monti, divide le culture e rischia di rompere le alleanze costituitesi “contro”. Lerner e Gramellini vedevano il problema dal lato dei cittadini votanti. La premessa è costituita dal massiccio dislocarsi a destra di masse popolari (divenute "plebi", paghe di “panem ed circenses” ) sicché appare sempre più vera l'ingenua classificazione politica dei ragazzini del film di Virzì "Caterina va in città": “Cos'è la destra? Il partito dei poveri. Cos'è la sinistra? Il partito dei ricchi”. Venuta meno o entrata in crisi “la lotta di classe”, municipalismo, razzismo, agonia della politica trascinano a destra e a votare contro se stessi i meno ricchi di reddito e di cultura. Al contempo cresce il bisogno di democrazia di masse giovanili deprivate di reddito e futuro ma fortunatamente - anche grazie alla rete – attrezzati di informazione e cultura.
La retromarcia sul referendum greco è contestata da Lerner in nome della democrazia (non ricordo se Lerner contestasse egualmente il golpe militare algerino che annullò la vittoria democratica degli islamisti).* Gramellini invece "sembra" militare contro la democrazia, guardando all'incapacità popolare di scegliere il bene (e il proprio bene) e sembra auspicare quella che chiama "megliocrazia". Il termine di fatto appare un calco di “aristocrazia”, pur senza i privilegi di sangue propri di quest’ultima. Sposando un argomento dell'antico Platone (contro i sofisti/democratici dell'epoca) Gramellini si chiede come mai sia normale chiedere la patente per un pilota d'aerei (Platone, se ben ricordo, parlava di nocchiero) e non altrettanto per il cittadino votante.** Dimostri il cittadino insomma prima del voto la sua cultura politica. Ritengo che Gramellini intendesse provocare (amo i provocatori dialettici più di chi dice cose facilmente applaudibili). Di fatto la provocazione di Gramellini va dialetticamente accolta, conducendo alla necessità di una pedagogia nazionale e di investimenti ( a scuola, nelle TV di servizio) in tutte le tematiche riconducibili alla cultura del cittadino: diritto - costituzionale, soprattutto - economia, storia politica, etc. , nonché a una attenzione "trasversale" alla cittadinanza a scuola di tutte le discipline, con la matematica che prenda esempi dalle grandezze economiche di un bilancio statale, oltre che dal tempo richiesto alla famosa vasca per riempirsi, e ad una filosofia della comunicazione che insegni a sospettare e demistificare gli inganni. Platone aveva torto perché il bravo pilota sarà bravissimo a salvare se stesso e i suoi cari, sacrificando gli altri passeggeri. Però ci conduce al disastro chi promuove referendum a cittadini che siano stati privati degli strumenti culturali per autotutelarsi. Oggi si stima che il 68% degli italiani sia “analfabeta funzionale” , incapace di comprendere il significato di un testo di media complessità: un manifesto politico argomentato, un articolo di giornale (che infatti non legge e non compra). L’istruzione è da troppo tempo un'emergenza democratica.
*http://www.gadlerner.it/2011/11/03/se-un-referendum-semina-il-panico.html
**http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1079&ID_sezione=56
La retromarcia sul referendum greco è contestata da Lerner in nome della democrazia (non ricordo se Lerner contestasse egualmente il golpe militare algerino che annullò la vittoria democratica degli islamisti).* Gramellini invece "sembra" militare contro la democrazia, guardando all'incapacità popolare di scegliere il bene (e il proprio bene) e sembra auspicare quella che chiama "megliocrazia". Il termine di fatto appare un calco di “aristocrazia”, pur senza i privilegi di sangue propri di quest’ultima. Sposando un argomento dell'antico Platone (contro i sofisti/democratici dell'epoca) Gramellini si chiede come mai sia normale chiedere la patente per un pilota d'aerei (Platone, se ben ricordo, parlava di nocchiero) e non altrettanto per il cittadino votante.** Dimostri il cittadino insomma prima del voto la sua cultura politica. Ritengo che Gramellini intendesse provocare (amo i provocatori dialettici più di chi dice cose facilmente applaudibili). Di fatto la provocazione di Gramellini va dialetticamente accolta, conducendo alla necessità di una pedagogia nazionale e di investimenti ( a scuola, nelle TV di servizio) in tutte le tematiche riconducibili alla cultura del cittadino: diritto - costituzionale, soprattutto - economia, storia politica, etc. , nonché a una attenzione "trasversale" alla cittadinanza a scuola di tutte le discipline, con la matematica che prenda esempi dalle grandezze economiche di un bilancio statale, oltre che dal tempo richiesto alla famosa vasca per riempirsi, e ad una filosofia della comunicazione che insegni a sospettare e demistificare gli inganni. Platone aveva torto perché il bravo pilota sarà bravissimo a salvare se stesso e i suoi cari, sacrificando gli altri passeggeri. Però ci conduce al disastro chi promuove referendum a cittadini che siano stati privati degli strumenti culturali per autotutelarsi. Oggi si stima che il 68% degli italiani sia “analfabeta funzionale” , incapace di comprendere il significato di un testo di media complessità: un manifesto politico argomentato, un articolo di giornale (che infatti non legge e non compra). L’istruzione è da troppo tempo un'emergenza democratica.
*http://www.gadlerner.it/2011/11/03/se-un-referendum-semina-il-panico.html
**http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1079&ID_sezione=56
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sabato 12 novembre 2011
Alleluia, ma chi ha vinto?
Dopo un pomeriggio e una serata davanti alla TV. E' una sensazione strana. La festa nelle piazze e sul web. Ma anche in me una sensazione come di lutto. La perdita di un avversario ingombrante, che riempiva troppa parte della mente. Faccio qualche intervento su fb. Ne faccio uno sulla pagina del mio concittadino Fabio Granata, finiano radicale e borselliniano. E' una pagina piena di commenti trionfanti e insultanti. Il mio intervento pare troppo moderato a un finiano che mi obietta che la stagione berlusconiana non è conclusa e che bisognerà fare i conti con l'inquinamento provocato da Berlusconi nella società italiana. Beh, lo penso anch'io. E mi chiedo: "ma cosa diavolo mi differenzia (differenzia noi di sinistra) dai finiani (dagli ex neofascisti)?" Forse un po' di moderazione in più. Io per esempio mi preoccupo di non fare sentire perdenti le casalinghe e i pensionati che tifavano per lui perché "è ricco di suo", "gli piacciono le donne, embè?", "sono tutti invidiosi", "fa una bella televisione", "ha fatto vincere scudetti e coppe dei campioni al Milan", etc. Non si possono agitare bandiere di vincitori in faccia a chi si sente sconfitto. Non si può sottrarre bruscamente un mito, per sottrarsi alla fatica di aiutare a fare a meno dei miti. Altrimenti c'è il rischio di un terzo uomo della Provvidenza e non so se l'Italia sopravviverebbe al terzo. Bisognerà spiegare pazientemente alla casalinga e al pensionato che oggi hanno vinto anche loro.
C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi alle vittorie di Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia) e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti. Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati.
Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.
C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi alle vittorie di Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia) e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti. Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati.
Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.
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domenica 30 ottobre 2011
Sandro Usai e Sisifo che puntella l'Italia
La mia motivazione è solo quella di ricordare un oscuro eroe dei nostri tempi e di lasciarne traccia elettronica, anche su questo blog. Così giustifico il ripetere cose che forse tutti sapete, leggendo del disastro nelle Cinque Terre e nella Lunigiana. Sandro Usai era un sardo di 38 anni, da dodici anni a Monterosso (La Spezia) dove si era ben integrato facendosi ligure. Il suo datore di lavoro nel ristorante dove lavorava e che era anche suo "capo", come coordinatore della locale Protezione civile, descrive l'attività incessante di Sandro che "arrotondava" con altri mestieri, per dire che "non faceva il volontario perché aveva tempo da perdere". Volontariato come vocazione profonda, il suo. Armato di tale vocazione, Sandro, alle prime avvisaglie del disastro, lascia la moglie che inutilmente cerca di trattenerlo e che riesce solo a farsi lasciare l'orologio (perché non si sporchi). Così, dopo avere salvato - riferiscono - innumerevoli vite, è travolto dal fango e muore. Sandro, sardo/ligure è fra gli italiani che testardamente ricuciono il Paese, con i suoi tanti idiomi, con i suoi tanti municipi. E' fra gli italiani che puntellano l'Italia che frana, letteralmente e metaforicamente. Come Angelo Vassallo che pagò con la vita la difesa del suo territorio. Come Libero Grassi che pagò lo stesso prezzo perché la sua sfida pubblica alla mafia ridestasse le coscienze. L'analogia con Sisifo è forse discutibile. * Allude a un sacrificio che pare continuamente vanificato. Talvolta metto l'accento sulla inanità del sacrificio. Poi mi dico che l'Italia, imbruttita dal cemento e franata, sarebbe orrenda e sepolta dalle colline abbandonate e franate, senza quei sacrifici.
Venerdì scorso Carlo Petrini (la Repubblica) svolge una analisi impietosa di un modello di sviluppo (si fa per dire...) che negli ultimi dieci anni ha costruito quattro milioni di case, mentre si stima l'esistenza di cinque milioni e duecentomila case vuote. Analogo discorso per i capannoni industriali. ** Poi Petrini ci consola con la buona notizia della costituente Assemblea Nazionale del Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio.*** E il Bene Comune appare la bandiera di movimenti diversi, di persone diverse che, dibattendo e facendo, come Sandro, si oppongono all'egoismo e all'apologia del privato e dell'incuria. "Il privato - osserva Petrini - non può privare il resto della comunità di qualcosa d'insostituibile e di non rinnovabile. Il privato non può privare."
Da un lato - è il senso di un intervento di Michele Serra, lo stesso giorno, anche lui su la Repubblica - un fare inconsulto, dall'altro un non fare altrettanto distruttivo, l'abbandono delle colline e la mancata manutenzione di fiumi , canali e argini. Secondo il Presidente della Regione ligure, Claudio Burlando, il non fare sarebbe stato all'origine del disastro nelle Cinque Terre. Tutto lì - osserva Michele Serra - suggerisce la necessità della cura, dell'attenzione e della fatica. E conclude domandandosi: "Ma è una fatica che siamo ancora in grado di affrontare, non solo come classe dirigente, dico proprio come cultura diffusa, come idea corrente del nostro paese?" ****
I Sisifo del nostro tempo sembrano accettare la scommessa, a prezzo della vita alla quale comunque conferiscono senso.
"Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice", dice Camus. Così, felice, immagino Sandro Usai.
* Ho trovato sul web questa rivisitazione complessa di Camus riguardo il mito di Sisifo http://sottolanevepane.splinder.com/post/12932126/albert-camus-il-m...
** http://www.slowfood.it/sloweb/C27451721919b1C471xs7C6E1F00/una-gran...
*** www.salviamoilpaesaggio.it
**** http://triskel182.wordpress.com/2011/10/28/i-colori-gioiello-delle-...
lunedì 24 ottobre 2011
Manifesti per tutti i politici, per nessuna politica
Sempre più difficile. Sempre più difficile attribuire una icona, uno slogan, un manifesto a un soggetto politico. Infatti nei giorni scorsi ho vanamente logorato il mio cervello per capire chi fosse l’autore di manifesti che invadevano i muri di Ostia. Un salvagente con su scritto Salviamo la politica e dentro Basta con le solite facce. Salviamo la politica è parola d’ordine oggi variamente spendibile. E’ una richiesta di cambiamento che vuole sottrarsi alle accuse di qualunquismo e antipolitica, acquisendo il lasciapassare per menare fendenti alla politica attuale. A tutta la politica appunto. Un po’ come nel manifesto di Della Valle, ad esempio. L’appello dentro il salvagente - Basta con le solite facce - aggiunge qualcosina.
Sicuramente – ho pensato - è un appello per mandare a casa, in villa o in barca Berlusconi, Bersani, Casini. Uno di loro o tutti loro; questo particolare non è chiaro. Ma chi sarà l’autore – singolo o collettivo - del manifesto? Potrebbe essere un coetaneo di Casini o di Bersani o di Berlusconi, solo meno logorato dalla lunga esposizione in quest’epoca che distrugge credibilità e reputazione. O forse la polemica è contro la generazione dei padri. Come improvvisato Sherlock Holmes nella semiotica della politica, vado per esclusione o per approssimazioni successive. Mi sento quasi di escludere che possa trattarsi di uno del Pdl. Sarebbe un manifesto implicitamente oltraggioso per il grande leader e questo da quelle parti non dovrebbe essere consentito. Fra Udc e Pd trovo più probabile quest’ultimo. Nel Pd è tollerato e facile sparare sul quartier generale e sul leader. Anzi è segno di personalità e indipendenza. Il manifesto potrebbe essere di Renzi o di un renziano , giusto? Sì, potrebbe.
Potrebbe essere di Grillo o di un grillino? Improbabile. E’ troppo moderato. Un grillino non direbbe solite facce . Direbbe facce di c… come minimo. Così non mi resta che aspettare un secondo manifesto che sciolga l’enigma. Che arriva. Accidenti, ho sbagliato tutto. E’ proprio di un politico del Pdl; l’ipotesi che avevo quasi escluso. E’ di tale Fabrizio Santori, consigliere del Pdl di Roma Capitale. Che nel secondo manifesto sostituisce Diamo valore al merito a Basta con le solite facce.
Già, ma chi è contrario al merito? Quale rivoluzione promette l’ignoto Santori? Contro chi? Contro la Minetti o la Gelmini?
In conclusione mi viene da pensare che ci siano agenzie di comunicazione con il loro bravo repertorio di slogan, immagini e icone a disposizione del primo compratore. “A chi hai venduto Basta con le solite facce -chiede il direttore dell’agenzia al collaboratore - al Pdl, a Di Pietro o al Partito dei comunisti italiani? Ma non lo avevamo venduto al Pd? Ah, al Pdl? E il Pdl prende pure il seguito - Diamo valore al merito - o quello lo vendiamo al Pd? “.
Aspetto manifesti che abbiano il coraggio di dire:
Nessuno a mendicare. Nessuno senza salario. Salario di cittadinanza.
oppure
Fiducia nei giovani. Prestiti d’onore per tutti: per studiare, metter casa, intraprendere.
oppure
Prendiamo sul serio la Costituzione. Nessuno senza scuola, nessuno senza lavoro.
oppure
Manette agli evasori prima. Ai rapinatori dopo.
oppure, addirittura
Chi sta meglio non guadagni più di dieci volte di chi sta peggio.
Oppure messaggi che dicano il contrario, purché osino dire qualcosa.
sabato 22 ottobre 2011
La passione di Gheddafi, come Cristo in croce
E’ strano che io, ateo, debba cercare condivisione e conforto in Cristo. I cristiani non contesteranno l’analogia fra il calvario del dittatore e quella di Cristo. Credo. Sennò, pazienza.
Mi è mancato il respiro, gli occhi mi si sono gonfiati di lacrime e ho odiato la mia appartenenza alla razza umana. Questa la mia reazione alle scene bestiali che la TV mi ha mostrato. Avevo registrato il compiacimento dei leader europei e statunitensi, il requiem incredibile e gaglioffo del nostro premier “sic transit gloria mundi”. Gli intellettuali e gli opinionisti del civile Occidente hanno preso le distanze: non doveva morire così. Poi hanno preso le distanze dalle distanze: non dimentichiamo le stragi operate dal dittatore e le torture sugli oppositori e comprendiamo la rabbia di un popolo. Comprendiamo o giustifichiamo? Il comprendere è dono dell’intelligenza, la giustificazione che assolve in nome della legge del taglione è figlia della barbarie.
Qualcuno mi dice che la mia emozione è indotta dai mass media. Abbiamo visto lo scempio sul corpo ferito e poi ucciso di Gheddafi. Non abbiamo visto altri e numerosi scempi di cui furono autori gli uomini del dittatore. Vero. Infatti piangendo per Gheddafi piango per le sue vittime. So anche che è una storia che si ripete, naturalmente. I cadaveri di Mussolini, dei gerarchi e di Claretta per terra a Piazza Loreto. Tra la folla c’è chi lancia ortaggi sui cadaveri, chi esplode colpi di pistola sui corpi, chi orina sul corpo della Petacci. E nessuno, no, fra le autorità del nuovo ordine democratico nascente che sappia sfidare l’impopolarità, contrastando lo scempio. Poi i corpi appesi e l’intimità di Claretta (colpevole di che? Di avere amato un dittatore), priva di biancheria, pietosamente protetta, prima con uno spillone da una anonima Maddalena, poi dalla cintura di un sacerdote, cappellano della Resistenza: i giusti e pietosi da cui ripartire . Non credo che la Resistenza – con lo Stato democratico cui diede vita - che celebriamo e che celebro possa mai veramente sanare quelle sfregio. E’ parte ineliminabile della nostra formazione, del legno storto della nostra umanità: qualcosa che silentemente ispira le viltà e le ferocie di ogni giorno.
“Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’ altrui”. I versi del Foscolo sono nelle mie orecchie in queste ore orribili. Il civile Occidente ripudia i linciaggi. Ai nemici la morte vien data senza guardarli negli occhi, senza odio, professionalmente. Anche agli innocenti se il massacro serve a impedire morti più numerose. Come a Hiroshima e Nagasaki. Anche a distanza di anni e decenni nel caso di esecuzioni capitali. Come avvenne con Charil Chesmann – prima assassino (forse), poi scrittore – per il quale non si poté fermare la macchina anonima e burocratica che lo consegnò alla camera a gas. Grazie alla “invenzione” dei tribunali e della giustizia, il colpevole non è più linciato per strada. Al più è torturato e ucciso a Guantanamo e nelle caserme di polizia e carabinieri. Senza darne spettacolo. Dobbiamo sapere apprezzare questo. Dobbiamo ricordarci di apprezzare questa misura e questa ipocrisia. E’ il segno che qualcosa nel disegno di incivilimento tiene e non consente di esibire l’infamia. Non so se saprebbero essere d’accordo le Antigone dei nostri giorni, Lucia e Ilaria, sorelle di Giuseppe Uva e di Stefano Cucchi.
Ho detto per Chessmann di una macchina burocratica che non si riesce a fermare. Volevo ricordare che forse nessuno allora – anche fra i più colpevolisti – avrebbe schiacciato il bottone per uccidere l’assassino, dodici anni dopo la condanna. Era sentimento comune che l’uomo che si mandava a morte era un altro uomo rispetto a quello condannato a morire atrocemente. Solo non si può dichiarare questo. Dobbiamo fingere di credere all’identità e alla responsabilità di ogni uomo, per sempre. Dobbiamo credere che il fiume x sia sempre quel fiume, anche se nulla resta delle acque che lo costituivano. D’altra parte credere nel cambiamento è credere nella educabilità dell’uomo: educabile dalla scuola, dagli eventi, dalle tragedie.
Così io credo che il Gheddafi colpito dai civili razzi della Nato (ma il mandato dell’Onu non era limitato alla no fly zone?) e poi oltraggiato e ucciso dalle folle selvatiche non fosse più il dittatore probabilmente assassino, sicuramente tronfio e vanitoso, cui si offrivano giovani vergini.
Lì nella Sirte c’era un’altra persona, un animale ferito, solo e atterrito, che chiedeva pietà e ha visto l’inferno. Vorrei poterlo consolare, insieme alle sue vittime. Non posso dirgli, da miscredente, le parole che Cristo pronunciò verso il ladro e assassino che gli moriva accanto, pentito, altro uomo (come io traduco), promettendogli il paradiso. Potrei dirgli: è successo, ma è passato. Non hai memoria per fortuna del male che hai fatto e che hai ricevuto. Potrei citargli Lucrezio e la promessa dell’oblio, morire come non essere nati: “come nulla sentimmo quando i Cartaginesi invadevano le nostre contrade, nulla sentiremo…” (De rerum natura III, 2). Potrei dirgli: “ l’Onu e Amnesty International sembrano voler indagare sull’assassinio e rendere giustizia a te che fosti ingiusto.” Che non tutto è perduto ancora per l’umanità.
giovedì 20 ottobre 2011
Di che si occupa la politica?
Sono chiuso a casa. Fuori, qui nella verde Ostia, col temporale, è un fiume di fango con tombini intasati dalle foglie cadute e fognature esplose (ah, i ricorrenti e infruttuosi dibattiti sulla manutenzione, alle prime piogge).Torno a casa, mi munisco di stivali perché dovrei raggiungere mia moglie a casa di mia figlia a 200 metri di distanza, non so se a piedi o con l' auto parcheggiata non lontano. Rinuncerò ad andare sia a piedi che in auto. Mentre sul marciapiedi mi riparo sotto un balcone, cercando di decidere, mi raggiunge un cittadino, come un reduce di guerra. Poggia contro il muro uno alla volta i piedi con gli stivali per riassestarsi e poi la domanda che è come una sentenza, pronunciata quietamente, disperatamente, senza aspettare risposta, senza guardarmi: "Di che si occupa la politica?". E va via. Amen.
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