Ho sentito Gianni Cuperlo ieri sera, intervistato da Gruber (che stasera intervisterà Renzi). Che dire? Ha un po' riassunto il senso del suo ultimo libro (Sinistra, e poi...). Con temi e proposte non troppo distanti da quelli di Corbyn (vedi sotto), mi pare. Mi sono chiesto quanta fatica faccia Cuperlo ad apparire così rispettoso nei confronti del segretario del Pd. Forse è una scelta culturale di sobrietà (per nulla attuale) e che personalmente condivido, per non lasciare un linguaggio avvelenato a quelli che verranno dopo.Forse è una fatica utile anche per giustificare la sua permanenza in un partito dalla cui anima e dal cui baricentro appare assai distante. La sua scommessa evidente è quella di lasciar logorare la leadership renziana, sconfitta dopo sconfitta, al contempo marcando una prospettiva diversa ed opposta. Ed offrendo una sponda non umiliante ai profughi dal renzismo. Riguardo il Rosatellum. Riguardo l'idea di un partito orizzontale, inclusivo e aperto alle alleanze a sinistra. Riguardo la mozione anti Visco che Cuperlo non ha votato. Riguardo il rifiuto netto di una alleanza futura con Berlusconi. Riguardo la speranza di un ritorno alla casa madre di quelli che hanno lasciato il Pd. Riguardo tutto insomma. Mi sono detto che evidentemente Cuperlo ritiene che,malgrado il Pd sia oggi una scatola vuota che il vincitore delle primarie può riempire come vuole, la rendita del logo, del marchio della Ditta, sia un patrimonio che non giova disperdere. Marketing insomma. Del resto si dice che un nome, quello di Berlusconi, valga da solo due milioni di voti. Io che non escludo quasi niente non escludo neanche che il colto ed educato Cuperlo abbia ragione. Purtroppo.
giovedì 19 ottobre 2017
mercoledì 18 ottobre 2017
La sovranità spiegata ai bambini (e a Salvini)
Qualche volta mi capita di citare la frase che Giulio Cesare, secondo Plutarco (Vita di Cesare, 11,4), avrebbe pronunciato attraversando un piccolissimo villaggio delle Alpi.”Malo hic esse primus quam Romae secundus” (Preferirei essere primo qui che secondo a Roma). La cito contestandola giacché, ammesso che Cesare l'abbia mai pronunciata, è un pessimo programma. Oggi purtroppo programma di molti. Io penso infatti che sia più gratificante essere secondi a Roma. Assai più che primi nel piccolo villaggio.Cito la presunta affermazione di Cesare volendo trasferirla al concetto e alla pratica della sovranità. La trasferisco al concetto di sovranità popolare.
Certamente tanto più è piccolo l'ambito e il territorio in cui esercito come cittadino la mia quota di sovranità tanto più visibile è il mio apporto in quell'ambito e territorio. Padrone a casa mia, comproprietario nel condominio, un po' meno nel quartiere, meno ancora nella città, e sempre meno nella Regione, nel Paese, in Europa e nel mondo. I “sovranisti” ne deducono che giovi chiudere le frontiere per essere sovrani a Roma, in Catalogna o in Francia. Certo, i sovranisti sono divisi al loro interno. Perché qualcuno vuole essere sovrano a Milano, altri in Lombardia, altri in Italia. Vedi recente conflitto Salvini-Meloni, a proposito del referendum lombardo-veneto. A me pare che solo gli inconsapevoli possono credere di bere meno caffè se ne versano due tazzine nel quarto di litro di bianco latte che resterà chiaro. E di berne di più se bevono un nero caffè in tazzina. Non è così. Ma non è neanche necessariamente vero il contrario. Perché non tutti beviamo due tazze di caffè nel latte, né nel menù nazionale né in quello globale. Salvini e Meloni, non avendo intenzione alcuna di sottrarre un po' di caffè agli Agnelli e a Marchionne ci propongono di contenderci dosi della nera bevanda in competizione con altre Regioni e Paesi, lasciando in pace gli obesi locali.
Nella pentola dello Stato nazionale e ancor più nel pentolone della globalizzazione qualcuno neanche avverte il sapore del caffè. Questo avviene perché in ambito più largo la propria parte a volte è invisibile, ed a a volte proprio non c'è. Capita però anche (a me sì) di accorgersi che la propria volontà è ben presente nel pentolone di caffellatte e assai poco nella insipida tazzina di caffè nazionale. Sento, ad esempio che la mia volontà conta niente nell'ultima proposta di legge elettorale italiana. Invece è presente nella presunta matrigna europea quando raccomanda, inascoltata in Italia, di non legiferare in materia elettorale nell'imminenza del voto. Egualmente, più che dal mio Paese, mi sento protetto dall'Europa quando denuncia l'affollamento e il degrado delle nostri carceri nelle quali non posso escludere di finire ospitato. Allora mi pare che più che rivendicare sovranità nel villaggio delle Alpi dovremmo esercitare la competenza a capire se e quanto pesiamo nel paesino e in Europa e la volontà di pesare di più: in Italia, in Europa, nel mondo. Decidendo insieme cosa attribuiremo al piccolo e cosa al grande. Forse cosa mangiare è bene deciderlo nel piccolo. Non lasciandolo decidere alle banche e alle multinazionali e neanche però ai sofisticatori nazionali. Comprendendo altresì che quanto inquinare mare ed aria è certamente meglio deciderlo nel mondo: nel mondo dei popoli, non nel mondo delle multinazionali. Nel mondo comunque. A meno di non essere così sciocchi come cittadini da pensare che se “sovranamente” decidiamo di inquinare pur di abbuffarci di patatine oleose e distribuiamo al mondo i veleni delle nostre industrie, il resto del mondo si preoccuperà di non avvelenare il nostro mare. E' una riflessione per i cittadini, non per i governanti. A Trump conviene fingere di credere che denunciando gli accordi sul clima sta facendo un regalo ai suoi elettori. Se ci crede. Purtroppo i suoi elettori ci credono.
Certamente tanto più è piccolo l'ambito e il territorio in cui esercito come cittadino la mia quota di sovranità tanto più visibile è il mio apporto in quell'ambito e territorio. Padrone a casa mia, comproprietario nel condominio, un po' meno nel quartiere, meno ancora nella città, e sempre meno nella Regione, nel Paese, in Europa e nel mondo. I “sovranisti” ne deducono che giovi chiudere le frontiere per essere sovrani a Roma, in Catalogna o in Francia. Certo, i sovranisti sono divisi al loro interno. Perché qualcuno vuole essere sovrano a Milano, altri in Lombardia, altri in Italia. Vedi recente conflitto Salvini-Meloni, a proposito del referendum lombardo-veneto. A me pare che solo gli inconsapevoli possono credere di bere meno caffè se ne versano due tazzine nel quarto di litro di bianco latte che resterà chiaro. E di berne di più se bevono un nero caffè in tazzina. Non è così. Ma non è neanche necessariamente vero il contrario. Perché non tutti beviamo due tazze di caffè nel latte, né nel menù nazionale né in quello globale. Salvini e Meloni, non avendo intenzione alcuna di sottrarre un po' di caffè agli Agnelli e a Marchionne ci propongono di contenderci dosi della nera bevanda in competizione con altre Regioni e Paesi, lasciando in pace gli obesi locali.
Nella pentola dello Stato nazionale e ancor più nel pentolone della globalizzazione qualcuno neanche avverte il sapore del caffè. Questo avviene perché in ambito più largo la propria parte a volte è invisibile, ed a a volte proprio non c'è. Capita però anche (a me sì) di accorgersi che la propria volontà è ben presente nel pentolone di caffellatte e assai poco nella insipida tazzina di caffè nazionale. Sento, ad esempio che la mia volontà conta niente nell'ultima proposta di legge elettorale italiana. Invece è presente nella presunta matrigna europea quando raccomanda, inascoltata in Italia, di non legiferare in materia elettorale nell'imminenza del voto. Egualmente, più che dal mio Paese, mi sento protetto dall'Europa quando denuncia l'affollamento e il degrado delle nostri carceri nelle quali non posso escludere di finire ospitato. Allora mi pare che più che rivendicare sovranità nel villaggio delle Alpi dovremmo esercitare la competenza a capire se e quanto pesiamo nel paesino e in Europa e la volontà di pesare di più: in Italia, in Europa, nel mondo. Decidendo insieme cosa attribuiremo al piccolo e cosa al grande. Forse cosa mangiare è bene deciderlo nel piccolo. Non lasciandolo decidere alle banche e alle multinazionali e neanche però ai sofisticatori nazionali. Comprendendo altresì che quanto inquinare mare ed aria è certamente meglio deciderlo nel mondo: nel mondo dei popoli, non nel mondo delle multinazionali. Nel mondo comunque. A meno di non essere così sciocchi come cittadini da pensare che se “sovranamente” decidiamo di inquinare pur di abbuffarci di patatine oleose e distribuiamo al mondo i veleni delle nostre industrie, il resto del mondo si preoccuperà di non avvelenare il nostro mare. E' una riflessione per i cittadini, non per i governanti. A Trump conviene fingere di credere che denunciando gli accordi sul clima sta facendo un regalo ai suoi elettori. Se ci crede. Purtroppo i suoi elettori ci credono.
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martedì 17 ottobre 2017
La società criminale
Cosa penso? Penso che le parole di Daphne Caruana Galizia prima di essere assassinata non si riferissero solo a Malta. "Ci sono criminali ovunque si guardi adesso, la situazione è disperata". E' vero: il mondo affonda nel letame e l'unica consolazione possibile è che neanche ci accorgeremo di essere governati da criminali; diventeremo sempre meno consapevolmente loro partner e fiancheggiatori. A meno che....
P.S. Formulo il mio inutile attestato di stima infinita alla memoria della giornalista uccisa.
La rubrica "lotta alla povertà"
Nella presentazione della manovra del nostro governo quel che più mi impressiona è la rubrica della "lotta alla povertà". Con "ben" 300 milioni su 20 miliardi (uno più uno meno) a fronte di un Pil e di un debito di migliaia di miliardi. Non cerco quanti perché il rapporto di grandezza è comunque smisurato. 300 milioni per combattere la povertà di milioni di cittadini, 300 milioni, pari al costo annuo di un grande manager o ai profitti annui di un imprenditore di slot machine. 300 milioni per un uomo solo e 300 milioni per milioni di poveri. Dico una follia o faccio demagogia se affermo che la lotta alla povertà non può essere una piccola rubrica di governo, ma il nucleo di un programma di governo? O è questo o è niente.
lunedì 16 ottobre 2017
Chi è il mio prossimo
Molti amici e compagni stanno commentando la strage di Mogadiscio sottolineando l'evidenza. I media danno alla strage uno spazio assai minore rispetto alle stragi che in questi anni il terrorismo ha inflitto all'Europa. Non so se sia giusto contare i morti. I "nostri" sono meno numerosi. Non attribuirei peraltro solo ai media la responsabilità della sottovalutazione delle stragi lontane da noi. Credo infatti che sia inevitabile considerare "prossimo" il più vicino. A parte i familiari, chi veste come noi, prega come noi, mangia un po' come noi e a scuola studia una Storia simile alla nostra, insomma quelli in cui più facilmente vediamo noi stessi. Perché in definitiva quando piangiamo l'altro piangiamo noi stessi. Insomma proporrei maggiore indulgenza o una assoluzione provvisoria. Educandoci intanto pian piano a vedere noi stessi anche nei corpi smembrati di Mogadiscio. E soprattutto decidendo che siamo pronti a pagare il prezzo per salvare il prossimo lontano di cui nulla sapevamo nel nostro tempo felice perché ignorante.
domenica 15 ottobre 2017
A proposito di alternanza: proteggere e/o sporcarsi le mani
Difficile parlare di questa storia dell'alternanza scuola lavoro aspramente contestata ieri da tanti studenti nelle piazze italiane. Mi avventuro sperando nell'indulgenza delle opposte fazioni politiche e degli insegnanti esperti per definizione. Mutatis mutandis, penso a Barcellona e mi chiedo quanti siano gli unionisti messi in ombra (o intimiditi) dalla passione "patriottica" degli indipendentisti. Nel merito Il mio personale problema interpretativo nasce da questo. Premetto che sono convintamente socialista e convinto dell'insostenibilità della proprietà privata: sicuramente della grande proprietà: Ma comunque vigile suoi guasti prodotti dalla filosofia di impresa (anche quella medio-piccola).Ciò precisato, credo che la scuola debba rapportarsi alla vita assai più di quanto oggi non faccia. Debba calarsi con i suoi studenti nella vita (non solo lavorativa) per sperimentarvi dentro le proprie categorie, interpretative della vita stessa. Per darvi senso e forza e per parzialmente ricostruirle. Di questo sono convinto anche perché ho incontrato troppi studenti che denunciavano la loro percepita insignificanza del percorso scolastico rispetto ai loro bisogni non solo di "sapere" ma di orientamento in "questo" mondo. L'ideale sarebbe che la scuola si calasse nella vita e nei suoi conflitti (sociali, culturali, lavorativi) non occasionalmente. Insomma l'alternanza oggi praticata è assai meno dell'alternanza auspicabile. E l'alternanza dovrebbe essere micro e macro.Cioè con lavoro entro il percorso formativo ma anche con alternanza di cicli in cui prevalentemente si lavora ed altri in cui prevalentemente si studia. Aggiungo che non penso al rapporto con le imprese finalizzato solo e necessariamente agli aspetti tecnici di un futuro lavoro. Penso cioè che anche al liceale (ammesso e non concesso che debba persiste la distinzione fra licei e istituti tecnici e professionali) possa giovare entrare in un contesto in cui si preparino e servino hamburger. Oltre che collaborare alle attività di un museo o di una biblioteca o di una missione archeologica. Il problema è che le imprese spesso,.se non inevitabilmente, cercheranno il proprio lucro. Ma è possibile vigilare su questo ed immagino che il tutor scolastico possa vigilare affinché gli studenti non siano ridotti ad addetti alle toilette. Come pure sarebbe opportuno un albo delle buone imprese da fare pubblico come contropartita reputazionale per l'accoglienza. E sarebbe opportuno liberarsi del vincolo delle 200 ore di alternanza per i licei e delle 400 per gli istituti tecnici e professionali. La cosa peggiore sarebbe buttare il bambino della preziosa alternanza assieme all'acqua sporca dell'arbitrio di imprenditori furbetti. A meno che non si pensi che alla conclusione di un ciclo di studi tutto compiuto nell'aula scolastica lo studente faccia ingresso in un mondo del lavoro accogliente e in cui lo sfruttamento non abbia posto. P.S. Ai compagni ostili ad ogni prodotto dell'epoca renziana oserei fare notare che fare il contrario di quel che fece lui non è un programma politico. Anzi significa accettare che l'avversario ci detti la linea politica.
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martedì 10 ottobre 2017
Eschilo fra Spagna e Catalogna
Gli amici, anche quelli a me più vicini, hanno ben chiaro chi sia il buono e chi il cattivo. Per alcuni il cattivo è Puigdemont, il golpista. Per altri il cattivo è Rajoy, il franchista. Io credo che cattivo sia il meccanismo infernale che non consente di fermarsi per timore di perdere tutto. Qualcuno, come Concita De Gregorio (con un po' di sangue catalano) ha descritto bene il meccanismo. A mio avviso lo ha descritto una volta per tutte, ben al di là di ogni circostanza storica, Eschilo. Oreste uccide Clitennestra ed è matricida, ma lo è per vendicare il padre assassinato. Clitennestra è fedifraga ed assassina di Agamennone, ma lo è per vendicare la figlia Ifigenia assassinata dal padre. Il padre è assassino della figlia ma lo è perché il suo sacrificio giovava alla causa greca. E la causa greca è giusta perché è giusto vendicare il ratto di Elena. Ed Elena è l'unica colpevole senza giustificazione. Colpevole di possedere la bellezza. La catena che conduce ad Oreste, colpevole finale, è interrotta solo dal deus ex machina. E' interrotta da Atena che fa sì che Oreste paghi una pena simbolica che soddisfi il tribunale popolare.Appunto, Spagna e Catalogna non hanno trovato il deus ex machina che interrompesse la catena delle recriminazioni. Avrebbe potuto essere l'Europa quel deus ex machina. Potrebbe esserlo.
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