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venerdì 19 maggio 2017

A proposito di Prodi e di altro


Sentire ieri Prodi a Otto e mezzo ha dato conferma ad alcune mie convinzioni. Ad esempio che non dovevo considerare "nemici" tutti quelli - politici e no - che, come Prodi, Napolitano, Letta, Benigni, Scalfari, etc., si erano espressi per il Sì. Il corollario era che non giova erigere frontiere, ma piuttosto aspettare, pazienti col dialogo, il ritorno del figliol prodigo. Prodi, come prima Napolitano, ha contestato duramente la personalizzazione di quel referendum, additandone la responsabilità a Renzi. Peraltro anch'io, come molti, ho votato convintamente No più per arginare il mito catastrofico dell'uomo solo al comando che per la convinzione che tutto fosse sbagliato in quella disorganica ed eterogenea proposta di riforma. Ho annotato poi una risposta convinta ed argomentata di Prodi a Gruber. La conduttrice chiedeva se la "cattiveria" che Renzi si era autoattribuita potesse essere una qualità in politica. "Assolutamente no" ha risposto Prodi.La "cattiveria" è nemica della capacità di comprendere e di includere. E' la caratteristica degli "escludenti". Penso che Prodi volesse dire che la cattiveria escludente è incompatibile con una vocazione maggioritaria. Che io interpreto come intenzione di rispondere ai bisogni di tutti, pur a partire dai bisogni degli ultimi. Non già come imbroglio legislativo che consenta ad una minoranza di prendere tutto. P.S. Chiarisco che stimo Prodi, Veltroni, Letta e molti altri che non saranno mai i miei leader. Il punto è che mi sento socialista o forse comunista, ma non riesco a trovare leader stimabili che si autodefiniscono socialisti o comunisti. Scelgo quindi senza entusiasmo quelli che comunque penso non farebbero affondare la zattera comune. In attesa di un timoniere (collettivo) che ci faccia cambiare direzione

martedì 22 novembre 2016

Napolitano da Vespa: la riforma oltre Renzi

Premesso che non mi ha fatto cambiare idea e voterò NO, per me Napolitano ieri è stato il più convincente sponsor della riforma. So che è antipaticissimo agli amici di sinistra. A me lo è solo qualche volta. E continuo tranquillamente i miei esercizi di auto-educazione al pensare non fazioso. Anche a rischio di valutare positivamente pensieri critici verso 5stelle dell'impresentabile De Luca, come mi è capitato sfortunatamente alla vigilia della sua orrenda performance contro la Presidente dell'antimafia. Ieri ho visto un Napolitano sincero e sereno. Che portava benissimo i suoi 90 anni, assai più del coetaneo Scalfari e anche di De Mita e del "giovane" Zagrebelsky. Lucida e puntuale la sua difesa della riforma. Soprattutto perché la ha liberata dalla stucchevole e volgare narrazione renziana. Ha liquidato infatti nettamente la futilità populistica dell'argomento della riduzione dei costi della politica, delle "poltrone"e sciocchezzuole simili. Argomento centrale per lui sopprimere i rischi delle incompatibili maggioranze fra Camera e Senato, oltre al riordino di competenze centrali e periferiche (Stato e Regioni). Come se leggesse nel mio pensiero ha osservato che anche l'abolizione del Senato sarebbe stata una risposta adeguata. E tranquillamente ha preso atto che pure su questo sono in campo opinioni opposte di costituzionalisti dei due fronti. Ha cercato quindi di liberare la riforma dal devastante protagonismo renziano. Bravo. Se non mi ha fatto cambiare idea lui ieri nessuno potrà farmi cambiare idea domani.

domenica 20 novembre 2016

Lui solo?

Una riflessione serena sull’ultima narrazione renziana, a Matera. Dice il segretario premier: “
Se viene fuori un’accozzaglia di tutti, tutti contro una sola persona…” Cerco allora il significato di “accozzaglia su Treccani: accozzàglia s. f. [der. di accozzare]. – Turba confusa di persone spregevoli, o massa discordante di cose: a. di gente varia d’età e di sesso (Manzoni); un’a. di loschi individui; a. di oggetti di ogni genere.
Bene. Se il segretario-premier-titolare del sì ha letto Treccani a riguardo, intendeva offendere molto pesantemente. Dubito un tantino solo perché a volte ho l'impressione che Renzi usi termini a sproposito solo per ignoranza. L'ho notato soprattutto nell'uso di "burocrazia" riferito al confronto parlamentare. Non conosce molte parole. Usa le poche che conosce. E questo gli giova perché poche parole (anche sbagliate) si imprimono nella mente altrui assai più delle molte parole e sfumature di Civati. Questa volta ha scelto bene e con efficacia. Anche le repliche di Civati e di molti amici sono corrette ed efficaci. Denunciando l'accozzaglia renziana (Civati) o ricordando l'accozzaglia resistenziale contro il fascismo. D'accordo con tutti. Mi fermerei un attimo però sul resto della frase. "Contro una sola persona..." Tutti contro uno. Così Renzi percepisce la battaglia. "Tutti, tutti (ripetuto) contro uno". Scommetterei che lì in quel "una sola persona" Renzi abbia commesso una gaffe. Ha detto quel che pensa ma che avrebbe preferito non dire. Immagino aspre proteste della ministra delle riforme, di Napolitano, di Orfini e dei tanti impegnati nel fronte del Sì. "Tu solo? Noi non contiamo niente"? Credo nelle proteste se lì c'è ancora una comunità di teste pensanti, dotate di sufficiente autostima.

venerdì 15 aprile 2016

Le altrui ragioni dell'astensione

A cosa si riferisse, il Presidente della Corte Costituzionale ricordando il dovere civico del voto è chiaro. Vedi  secondo comma dell'art.48 della Costituzione della Repubblica Italiana. Mi è chiaro anche perché il Presidente del Consiglio inviti a non votare. La mancanza del quorum è l'unico strumento possibile per battere il movimento contro le trivelle giacché la prevalenza dei Sì è scontata. Mi è chiaro anche, per lo stesso motivo, che l'intenzione espressa da Bersani votando No è contro Renzi e non a favore. In tal senso apprezzo molto il super-renziano Giachetti che si dimostra autonomo andando a votare. Appaiono invece contraddire la Costituzione quelli che invitano a non votare. Che lo faccia una Istituzione chiamata Presidenza del Consiglio mi dà qualche brivido. Per un privato cittadino è un po' diverso. Mi sto chiedendo infatti se non votando al possibile ballottaggio romano fra Giachetti e Raggi non osserverei il mio dovere. Forse me la cavo votando scheda bianca? Ho dubbi. Ed attendo pareri. Certamente più di Renzi mi sorprende e mi delude Napolitano. Renzi ha motivazioni e interesse a propagandare l'astensione, come attore in campo. Come chi escogiti metodi elusivi per non pagare legalmente le tasse. Ma Napolitano? Lui, fuori dalla mischia, lui che è stato il sommo custode della legalità repubblicana, lui che è troppo anziano per attendersi premi, perché diavolo lo fa? Davvero paventa che un disastro si accompagni alla vittoria dei Sì? Le cose più terrificanti che ho letto, terrificanti e ridicole, riguardano la perdita di posti di lavoro. Su questo denuncio una debolezza culturale di chi usa l'argomento nella circostanza, ma anche di chi lo usa ad altro proposito, sinistra e sindacati compresi. L'Italia ha subito scempi enormi con pratiche distruttive sostenuti dall'argomento occupazione. Come se non si capisse che ci sono lavori che distruggono altri lavori, attuali o potenziali (agricoltura, pesca, cultura, turismo, etc.). Insomma, in caso di una improbabile pace universale o almeno di una riduzione dei conflitti, Renzi, Napolitano e seguito imprecherebbero contro la maledetta pace che produce disoccupazione fra gli impiegati nelle fabbriche di armi? In conclusione, capisco - ahimè! - Renzi, ma confesso una estrema difficoltà ad entrare in empatia con l'ex Presidente.

venerdì 23 ottobre 2015

Il grande vecchio e il giovane esecutore


V. Veniamo al sodo. Ti ho chiamato perché tu sarai il padrone dell'Italia. G. Io? Scherzi? In che senso? E perché? V. Sarai capo del governo, di un governo che governerà davvero. Per tutto il tempo necessario. Almeno due legislature. E. Pensi che ne abbia le qualità? V. Tutte quelle che servono. Praticamente non sai niente. Anche questa può essere una qualità. Le tue caratteristiche personali sono ciò che conta. Sei sveglio. Energico. Non sprechi energie con le donne. Non stimi nessuno. Benissimo. Non fai lunghi discorsi. Anche perché non sapresti farli. Benissimo. Non credi in principi e ideologie. Benissimo. Sai sfottere, sai essere insensibile, sai essere spregiudicato. Usi slide e tweet. Ti fai capire da tutti. Perché non sei tentato dai discorsi difficili. Benissimo. Hai tutto. G. Se lo dici tu... Ma avrò un partito alle spalle? Se sì, quale? V. Quello in cui stai ora va bene. E' il più grosso ed è anche quello più scalabile. Con le primarie lo scalerai facilmente. Primarie aperte, molto aperte. G. Come farò a vincerle? V. Con pochi e ripetuti argomenti. Il principale è la rottamazione. Parola che già ti ho visto usare. I nostri concittadini ormai non capiscono nulla. Quando non si capisce nulla di un auto che va male l'unica soluzione è cambiare autista. Via i vecchi allora, quelli che hanno sempre governato non realizzando un bel niente. E largo alle giovani leve: ragazzi e ragazze, preferibilmente di bell'aspetto. G. Ma ci ha provato già Berlusconi così… V. Sì, infatti io puntavo su di lui. Ma è entrato in confusione. Ha pensato di potersi permettere tutto. Potere e giovani donne e notti insonni. E sbeffeggiamenti a quelli più potenti di lui. Ha dilapidato un patrimonio. G. Ma io sto a sinistra. V. Sì? G. No? V. Stai in un partito che si dice di sinistra. E' un vantaggio. Erediterai l'elettorato di sinistra e conquisterai quello di destra. Li avrai tutti, per fedeltà alla bandiera o per convinzione. G. Facendo politiche di destra? V. Vedi? Hai già capito. G. E' facile tenere insieme destra e sinistra? V. Per te sarà facile. Puoi usare due argomenti. Il primo: io sono la sinistra che vince. Facendo politiche di destra. Ma questo non occorre che tu lo dica. Eventualmente puoi usare il secondo argomento. G. Quale? V. Potrai citare il grande Teng Siao Ping, quello che riportò la Cina alla ragionevolezza. Lui diceva: “Non importa se i gatti sono bianchi o neri. L'importante è che acchiappino i topi”. Puoi costruire le varianti che vuoi a questa geniale affermazione. G. Fammi qualche esempio. V. Potrai dire: “Non perdo tempo con discorsi inutili: destra, sinistra e stupidaggini simili. Io penso all'Italia”. Fai qualche smorfietta ogni tanto, per far capire che potresti dire di peggio. G. Praticamente quale programma attuerò? V. Liberalizzerai il mercato del lavoro. Solo con la fiducia di poter licenziare si possono fare assunzioni. Ridicolizzerai il vecchio Statuto dei lavoratori. Accidenti: è del 70. Il mondo è cambiato e noi ci teniamo ancora quel ferro vecchio? Liberalizzerai l'uso dei contanti e l'uso del territorio. L'economia riparte se ripartono i consumi: paninifici, sale scommesse, casinò, barche e case. Non è una bugia. E' così. E' il pensiero comune ormai. Solo pochi pazzi pensano alla decrescita felice e cavolate simili. G. Poi? V. Subito devi occuparti di una nuova legge elettorale. Una che ti assicuri di vincere anche con 1/5 degli elettori. Si può fare. Quando avrai vinto anche i 4/5 passeranno con te. Mostra i muscoli. Agli italiani piacciono quelli muscolari. E fatti beffe di chi si oppone. Quelli sono gufi. Tifano contro l'Italia. Puoi anche inventarti riforme senza senso. L'importante è che tu le realizzi. Gli italiani apprezzeranno chi fa le cose. Quali che siano queste cose. Anche orrende. Realizzale con le brutte, se serve. Col voto di fiducia e minacciando di mandare tutti a casa. Riforma il Senato, ad esempio. Magari riducendo il numero dei senatori. E' un argomento che manderà in brodo di giuggiole i cittadini. Risparmiare 100 milioni. Chi può essere contrario? I politici che si opponessero si brucerebbero per sempre. G. Ma, scusa, 100 milioni sono niente. V. Sì. Ma tu credi che i tuoi concittadini sappiano cosa sono 100 milioni rispetto ai miliardi della spesa pubblica o ai miliardi del debito pubblico? Queste cose non si insegnano a scuola. I cittadini capiscono solo che sono “tanti”: pochi milioni o molti miliardi che siano A proposito di debito pubblico e di deficit: infischiatene. Fai ai cittadini tutti i regali che servono. Qualche spicciolo ai poveracci e diversi miliardi a quelli che fanno l'economia, che ti possono sorreggere o farti cadere. E – mi raccomando – se l'Europa si oppone, va avanti lo stesso. Anzi, se Bruxelles si oppone è un terno al lotto per te. Avrai la strada spianata. Apparirai il fiero difensore della Patria. Spiazzerai del tutto la destra. E anche la sinistra. Tutti si dicono contro Bruxelles. Tu lo sarai davvero. Impara a dire: “Qui in Italia, non comandano i burocrati di Bruxelles. Nessuno puoi farci la lezioncina”. Conquisterai tutti. G. Sembra facile. V. Lo è. Comincia subito. Non mi deluderai. P.S. Un po' per gioco. Ma nella sostanza è andata così.

sabato 31 agosto 2013

Quanto costa un senatore a vita, quanto costa Berlusconi


Molte critiche a Napolitano per la nomina dei quattro senatori a vita. Critiche soprattutto da destra, ovviamente, ma qualcuna anche da sinistra. Specificamente da destra la critica alla parzialità delle scelte. Si comincia col dire che sono eccellenti ma poi si aggiunge che sarebbero state possibili scelte diverse e politicamente più equilibrate: Zeffirelli, Muti, etc. Probabilmente sì anche se è indubitabile che la cultura, la scienza e l’arte stanno un tantino più a sinistra che a destra e che in quell’area di sinistra è più facile scegliere. Ieri a In Onda (la 7) lo affermava nettamente Gomes, ma lo confermava da altri versanti, Ventura e addirittura Belpietro. Con la chiosa di una alleanza interessata fra sinistra e cultura (uno scambio di favori). Ma tant’è : la dislocazione della cultura a sinistra è un fatto come è un fatto la dislocazione a destra degli uomini di spettacolo più popolari e seduttivi, a partire da quel Mike Bongiorno – ricordava Gomes – che Berlusconi avrebbe voluto senatore a vita. Insomma – riassumerei – a ciascuno la sua dote. E quella della destra apparentemente apolitica di Bongiorno, De Filippi, etc. infine pesa sulle opinioni e –per vie indirette – sulla politica un po’ più che quattro senatori a vita. C’è poi il sospetto – ragionevole – che le nomine servano a rafforzare un presunto Letta bis con altra maggioranza deberlusconizzata. Può darsi. Embè? Le precedenti nomine nella storia della Repubblica erano nomine asettiche e libere da ogni disegno? Ne dubito. La nomina dei senatori a vita è un istituto monarchico, un residuo difficilmente compatibile con la democrazia, come tanti ritengono? Lo si sostiene anche a sinistra; oggi Lerner sul suo blog, ad esempio. Tento una mia risposta. Per me solo una concezione piatta e banale di democrazia giustifica l’opposizione di principio alle nomine. Per me la concezione più banale e piatta fra tutte è quella della democrazia diretta. I suoi esiti spessissimo sono tali che: o i votanti si pentono del voto espresso o il popolo si dissolve in una frantumazione di tesi che occulti manipolatori hanno messo sul tappeto. Una democrazia compiutamente diretta insomma implicherebbe maggioranze quotidianamente variabili e una politica dell’avanti/indietro permanente. Così accadrebbe in partiti e movimenti. Se non ci fosse il “più eguale degli altri” (Grillo, ad esempio) ad attaccare e staccare l’interruttore del web. Così – quel che è peggio – accadrebbe nello Stato. La rappresentanza – fino a prova contraria –continua ad essere il punto di equilibrio fra volontà popolari molteplici e variabili. Si ipotizza – fondatamente, malgrado alcuni momenti quale quello attuale sembrino dimostrare quasi il contrario - che i rappresentanti del popolo non siano meri portavoce ma interpreti chiamati a dar sintesi e coerenza al frastagliato/incoerente. Permane comunque la minaccia dell’argomento platonico: ti affideresti a un timoniere scelto dal popolo o lo vorresti scelto da altri esperti timonieri? L’obiezione democratica è che il timoniere scelto dai timonieri posto di fronte alla scelta sacrificherebbe i passeggeri (il popolo) per salvare i propri elettori. Non si esce mai davvero dai dilemmi drammatici. Si sceglie di tagliare il nodo, sapendo che così non lo si è sciolto. Perché non si può. Il popolo non avrebbe mai scelto gli ultimi senatori a vita. Non sarebbe venuto in mente di candidarli. Se si fossero candidati in libere elezioni (che oggi non ci sono) non avrebbero prevalso su una Santanché e neanche su uno Scilipoti. Insomma la loro nomina appare un correttivo – modesto, ma comunque valido come pro-memoria – alla volontà popolare senza mediazioni. Il Presidente eletto dai rappresentanti del popolo, nomina. In qualche modo il popolo nomina. In attesa che la forbice fra rappresentanti e rappresentati si stringa e che il popolo spontaneamente dibatta se sia Muti o Abbado ad onorare meglio la Patria. Che questo un giorno possa avvenire a me sembra la giusta scommessa di una democrazia radicale. Un giorno. Oggi – prendiamone atto – il popolo non ha preso a calci quei Tizi seducenti che hanno chiesto quanto costerà allo Stato la ipoteticamente lunghissima permanenza al Senato della troppo giovane ricercatrice (51 anni). Io, da matematicamente sprovveduto, non ho neanche capito quale sia la differenza di costo fra 50 anni di stipendio per una giovane o di 25 anni per 2 meno giovani destinati l’uno a subentrare all’altro. E’ un fatto però che segnala l’egemonia culturale di una destra, pur povera di intellettuali, che oggi i blog, oltre che i giornali del perseguitato, siano piene di contumelie per lo spreco di denaro pubblico che le nomine senatoriali comportano. Nell’economia della brava massaia questo è un costo. Non è un costo l’evasione fiscale del padrone di Mediaset. Ancora più difficile spiegare ovviamente il costo connesso a quella operazione criminale che ha potuto costruire fondi per comprare pezzi di Parlamento, già riempito di odalische e analfabeti.

venerdì 27 luglio 2012

I morti come clave

No, non mi è piaciuto il comunicato di condoglianze del nostro Presidente in occasione dell’improvvisa scomparsa del consigliere D’Ambrosio. Non mi è piaciuto che sia stato connotato da risentimenti e contestazioni verso chi aveva contestato lo stile del consigliere intercettato con Mancino implorante aiuto. Ho seguito, formulando nella mia testa giudizi prudenti sul significato dell’iniziativa di Napolitano, il ricorso del Presidente a un giudizio di legittimità in materia di intercettazioni che lo hanno riguardato. Ho voluto credere alla sua buona fede. Riguardo D’Ambrosio non ho elementi per contestare il valore dell’uomo, certificato dal suo curriculum. Però.. Però mi è apparso non apprezzabile la disponibilità del magistrato verso le lagnanze dell’ex ministro dell’Interno. Mi mancava, come a tutti, tranne che agli inquirenti, il tono del dialogo, tante volte più significativo delle parole. Il tono poteva essere di annoiata condiscendenza, come spesso verso i postulanti o magari di attiva condiscendenza. Ho pensato che con Mancino D’Ambrosio, intercedente, e forse lo stesso Napolitano potessero avere avuto quell’atteggiamento – come dire ? – vanitoso del potente cui viene chiesto aiuto. “Ci penso io”, “Vediamo cosa si può fare”. Il normale atteggiamento, nazionale, forse non solo nazionale, del potente corteggiato. L’atteggiamento che il ventennio del “ghe pensi mi” ha ulteriormente legittimato. Nondimeno il comunicato di Napolitano dopo l’improvvisa morte per infarto del suo consigliere è un’altra cosa. E’ possibile, certo, che gli attacchi subiti siano stati determinanti e fatali per un cuore malato. Così come è possibile che il no di una banca sia determinante nel suicidio di un imprenditore. O che lo stress dei ritmi della fabbrica sia determinante nell’incidente d’auto mortale di un operaio uscito dal lavoro. O forse erano determinanti le litigate con la moglie? Diciamo che tutti gli italiani corrono rischi nel lavoro e nella vita di ogni giorno. E producono rischi agli altri. Non può essere la morte il giudice. La morte non fa eventualmente giusto l’ingiusto. Lo rende solo meritevole di compassione. Napolitano – purtroppo- mi ha fatto pensare all’orrida strumentalizzazione della destra berlusconiana (non a caso accorsa in difesa del Presidente). Mi ha fatto pensare in particolare a quel tale ministro del welfare, di nome Sacconi, vero campione della strumentalizzazione della morte. Ricordate? In tempi non lontani, quando cominciava a entrare in crisi l’apparato ideologico della riforma berlusconiana del mercato del lavoro, l’assassinio di Biagi era l’unico argomento di Sacconi. Si presentavano al ministro dati drammatici sull’incremento del precariato. La sinistra per inciso cercava di distinguere Biagi e il suo Libro bianco dalla riforma del centrodestra che si diceva ispirata al Libro bianco del giuslavorista assassinato. Erano sempre prudenti, sulla difensiva, allora gli interlocutori di Sacconi nei tanti talk show in cui si replicò il copione. Alla prima osservazione, alle odiose statistiche Sacconi, paonazzo replicava: “vergona, non avete rispetto neanche per i morti”, con poche variazioni sul tema. Oggi, per riferire solo una voce dal centrodestra, quella dell’esponente più sgradevole di tutti, la caricatura di Crudelia De Mon, dobbiamo leggere “I pm hanno fatto un altro morto. Fermiamoli!". Napolitano non ha detto così. Ma, Presidente, non avrei mai pensato che potesse sfiorarmi il pensiero di paragonarla a Sacconi e Santanché. Mi dispiace.

mercoledì 25 agosto 2010

Tremonti, Marchionne, i minatori imprigionati e il magnate generoso

Ritorno a questo blog scrivendo d'altro rispetto a quello che avevo annunciato. Ma è passato un po' di tempo. Sarà per l'inguaribile ideologismo (così si chiama sprezzantemente la voglia di cercare un significato nel caos degli eventi). Sarà, più semplicemente, per la mia congenita claustrofobia, mai del tutto risolta, per quanto combattuta. Voglio dire dei miei sentimenti e dei miei pensieri riguardo i 33 minatori rimasti sepolti, il 5 agosto scorso, a 700 metri di profondità, in una miniera d'oro, a San Jose in Cile, e ora scoperti vivi contro ogni attesa. Fra 3/4 mesi potrebbero essere salvati. Potrebbero. Non mi soffermo su troppi particolari di una vicenda nota a tutti. Detto della euforia del popolo cileno e del suo presidente impegnato a salvare quelle vite, con la mobilitazione nazionale e internazionale delle più avanzate tecnologie per alimentare, idratare e sostenere psicologicamente i sepolti vivi, qualcosa non mi torna.
  1. La società mineraria ha comunicato non solo di non disporre del denaro necessario per coprire i costi dell'operazione di salvataggio (non so quanti milioni di dollari) ma pure che il blocco della miniera condurrà presto al fallimento dell'impresa. Non so se per chiarire che comunque non ci sarà possibilità di occupazione per gli eventuali sopravvissuti o se per negoziare aiuti di Stato. Immagino che in Cile, come in Italia, valga la prassi aziendale "i profitti sono miei, le perdite di tutti" . La società non ha detto, mi pare, che l'impianto era stato bloccato nel 2007 dopo un incidente mortale e poi riaperto; ancora non saprei se secondo il modello italiano delle "mazzette" o la pratica, propria di tutti i paesi ad economia di mercato (capitalisti insomma) del ricatto occupazionale. Peraltro i minatori avevano accettato di monetizzare il rischio specifico di quella miniera con un bonus di circa 150 dollari che portava a salari attorno ai 1.000 dollari.
  2. Tale Leonardo Farkas, patron multimilionario di un'altra compagnia mineraria, la Santa Fe, ha promesso un assegno di 5 milioni di pesos pari a circa 7.600 euro per ognuno dei 33 minatori che dovesse uscire vivo da sotterra. Ed ha aggiunto che si impegnerà per acquisire altri finanziamenti da altri magnati affinché i minatori salvati non debbano più lavorare.

Insomma, come in tutti i grandi eventi mediali, i parassiti, magari (ma non necessariamente) in buona fede, si affollano sull'evento ricevendo visibilità. Visibilità che talvolta salva la vita o il lavoro degli attori e che - si spera - salverà la vita dei minatori. Sfortunati quelli cui non capita, nella disgrazia, la fortuna di incontrare una telecamera o che non hanno l'inventiva di attrezzare un'isola dei cassintegrati. In Italia iniziammo con Vermicino e il povero Alfredino Rampi e la TV accesa sull'evento con il protagonismo di "nonno" Pertini.

Un ulteriore commento merita il generoso signor Farkas e la sua trovata, ingenua, o troppo furba e promozionale. Poteva proprio evitarsela. E' troppo somigliante alle lotterie in voga nell'occidente civilizzato in cui si offre un vitalizio ai vincitori in cambio di una piccola puntata. Un grande affare: per i gestori della lotteria. Un grande affare per il signor Farkas che al costo massimo presunto di 250.800 euro (se uscissero tutti vivi), realizza un grande spot pubblicitario e collabora al grande inganno politico. Perché mai imprese o governi dovrebbero investire nella sicurezza dei lavoratori? Chi lo capirebbe? Nessuno ringrazia nessuno se al mattino l'acqua esce dal rubinetto del bagno. Diciamo pure che il recente intervento del ministro Tremonti, inteso a "rivedere" la 626 sulla sicurezza, è stato un intervento estremamente lucido. Come negare - così interpreto quanto viene sottinteso nelle parole del ministro - la pesantezza dei costi per garantire una sicurezza che non sarebbe in ogni caso assoluta? Chi dice che la prevenzione paga? Politicamente, no. Politicamente è più conveniente accettare il rischio di un disastro (altrui). Si può sempre attribuirne la colpa a qualcun altro, in fin dei conti: a chi ci ha preceduto, a quelli che abbiamo a fianco, agli stessi disastrati. Meglio, molto meglio investire nella TV che attribuirà meriti e colpe. E poi, chi paga i costi della sicurezza, oltre all'azienda? Chi, se non noi consumatori dell'oro scavato a San Jose, e lavoratori, sicuri dietro le nostre scrivanie e cattedre? Insomma, quanto vale la vita di un minatore? Quanto siamo disposti a pagare per assicurargli la vita?

Quel che penso è che la minaccia della disoccupazione è un'arma terrificante nello scambio ineguale fra domanda e offerta di lavoro e questo episodio ne è un esempio odioso. In misura diversa, quello subito dai minatori cileni è il ricatto subito dagli operai della Fiat di Pomigliano o da quelli della fabbrica di Tichy in Polonia sulla localizzazione della Panda, a prova che la mobilità dei capitali, mettendo in competizione i disperati, ha, nell'era della globalizzazione, strumenti sempre più "persuasivi" per allargare la forbice fra profitti (e redditi dei manager) e salari. E gli insuccessi dell'impresa possono essere pagati, da una parte con la perdita di profitti, dall'altra con la perdita del lavoro e della vita.

Ha ragione Marchionne. Siamo dopo Cristo. Dalla caduta del muro. Non c'è più la lotta di classe e chi la propone vive avanti Cristo. Non può esserci lotta di classe se una classe ha un deterrente nucleare e l'altra, frantumata, può solo tentare una scaramuccia con archi e frecce. Tanto vale apprezzare la filantropia del signor Farkas.

Mi rendo conto che, grazie a Reagan, o a Stalin o a Breznev o a Gorbaciov, per qualche decennio sarà considerato futile e arcaico parlare di appropriazione collettiva degli strumenti di produzione, di socialismo o comunismo cioè. Però solo in quella direzione vedo la soluzione di contraddizioni altrimenti insolubili fra proprietari, lavoratori e consumatori. Diciamo che vorrei almeno sognare un ordine in cui insieme si decidesse se valga la pena rischiare la vita per estrarre l'oro. Un ordine in cui, deciso eventualmente che valga la pena, chi rischiasse per questo la vita venisse retribuito un po' più di Lapo Elkan (un nome pressocchè a caso), potesse conoscere l'entità del rischio e potesse essere assistito per scegliere come morire nell'emergenza.

Voglio raccontare però di una esperienza personale che forse è all'origine di questo pezzo. Sono passati quasi 40 anni. Ero insegnante in un corso professionale per giovani aspiranti lavoratori della miniera di Pasquasia (Enna) che alternavano aula e stage (insomma, si calavano in miniera). Un giorno trovai in aula un silenzio assoluto. I dirigenti della miniera erano molto cortesi e rispettosi verso noi insegnanti. Esempio: erano molto dispiaciuti di doverci attribuire il turno B della mensa per motivi di organizzazione didattica, perché nel turno B ci saremmo mescolati ai minatori. Nel turno A invece saremmo stati con i funzionari. Avevano questa sensibilità "di classe". Non ebbero invece la sensibilità di informarci di quanto accaduto. C'era stato un incidente mortale in miniera. Gli stagisti avevano assistito alla morte orrenda di un minatore finito con la testa schiacciata sotto un macchinario. Mi chiedevano cosa fare. Continuare, accettare i rischi di quel lavoro o scappare via. Non sapevo cosa rispondere. Non avevano alternative. La più concreta sarebbe stata l'arruolamento in una cosca. Uno, in disparte, mi confidò la sua alternativa. Era fidanzato con la figlia di un impresario di agenzia funebre. Il suocero gli aveva già prospettato la possibilità di lavorare con lui. Ma non gli piaceva proprio. Rimasero tutti. E quando, nel '92 la miniera, che dava lavoro a 500 persone, fu chiusa perché non considerata più remunerativa ci fu la protesta massiccia della popolazione. Poi si sono sparse voci ripetute che la miniera sia divenuta un deposito occulto di scorie nucleari. Oggi saprei cosa rispondere. Suggerirei (cinicamente, fatalisticamente?) di accettare la miniera piuttosto che niente e di portare giù per precauzione una pillola di cianuro. E' quello che farei io per sopportare il rischio di 4 mesi di sepoltura, senza sapere l'esito del supplizio. Se non mi fossi premunito, chiederei che mi si recapitasse giù la pillola. Certo ci sarebbe un aspro dibattito politico sulla mia testa, con Gasparri e Cicchitto scatenati contro la sinistra per la sua disponibilità a consentire una dolce morte e contro Napolitano, ovviamente, se non intervenisse "in difesa della vita".

Avrei voluto dire ai miei stagisti che dovevano subire un ricatto pesante di lottare per rivoltare questa società come un calzino. Frase di circostanza: credibile solo se avessi condiviso la loro vita.